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Pascale Robert-Diard: “La deposizione”

C’è una tragedia classica in forma di cronaca nera, che si aggira nei giorni che viviamo, per testimoniare l’incoercibile potenza del fatto criminale, la sua capacità di evocazione di mondi e la penetrante propensione agli universali che, da Agamennone a noi, non mancano di colpire le aree cerebrali deputate alla morbosità, al discioglimento dell’enigma e soprattutto al confronto, sempre in perdita, con il fato, a qualunque confessione si appartenga. Di fatto la cronaca nera è una sorta di scrittura sacra per laici, ne promana il mistero che rende tremula l’interrogazione sulla vita, la numinosità degli dèi assenti ciclicamente ritorna a ossessionare chi assiste al caso di nera, che non è imprecisamente detto proprio così: il caso. Pascale Robert-Diard, cronista giudiziaria per Le Monde, ha seguito per tutti noi, annotando ne “La deposizione” (Einaudi) il regesto dell’abisso umano, un caso che ha appassionato il pubblico francese: la scomparsa dell’ereditiera Agnès Le Roux nel 1977, presunta deceduta per mano dell’avvocato Maurice Agnelet, suo amante, sposato con figli, inflessibile quanto istrionico manipolatore. Figlia della leggendaria proprietaria dell’altrettanto leggendario casinò di Nizza, Agnès tradisce la famiglia e dà il suo benestare alla cessione delle quote a un importante mafioso di origine corsa, Jean-Dominique Fratoni, che le paga il voltafaccia con un deposito di tre milioni di franchi su un conto cointestato con il luciferino Maurice. I soldi finiranno direttamente a Panama, dopo che Agnès scompare, durante un weekend trascorso presumibilmente in Italia. Assente il corpo del delitto, Maurice Agnelet affronta un’odissea giudiziaria, da subito sospettato, che lo conduce dal processo nel 1977 fino all’ultimo dibattimento, nel 2014. Le corti si smentiscono, Maurice trascorre in libertà gran parte del quasi trentennio in cui figura instancabilmente come imputato. A proteggerlo e aiutarlo, sono due dei suoi figli e perfino l’ex moglie, che ai tempi della scomparsa di Agnès veniva tradita non con una, ma con due donne: oltre ad Agnès, un’ulteriore ereditiera, che per anni fornirà un alibi solido a Maurice. Trent’anni quasi, si diceva: li osserviamo escavarsi nel volto sempre più tragico del fu brillante avvocato Agnelet, mentre muta irreversibilmente il mondo e i suoi giovani scudieri, i due figli Guillame e Thomas, diventano uomini e accusano essi stessi gli esiti di una manipolazione continua e aberrante. L’aberrazione è l’oggetto di questo resoconto secco, preciso, implacabile, che Pascale Robert-Diard si concede di scrivere non allontanandosi troppo dall’acribia e dalla sintesi giornalistica, con un’intuizione che la restituisce alla letteratura: sembra di leggere qualcosa di sofocleo, di cosmico-storico e al tempo stesso di intimo e diaristico. L’aberrazione: un padre che suborna chiunque, figli compresi; un figlio che copre il padre omicida e un altro figlio che muta direzione, sfiorando la follia, facendo riemergere memorie e dialoghi da un oblio schiacciante, moralmente giustificabile eppure fazioso fino al peccato di specie, quando il figlio stesso, Guillame, si risolve a deporre contro il padre, dando vita a udienze devastanti per la pressione emotiva di un Edipo che si consuma clamorosamente, dopo trent’anni di falsità. La scena è tragica, dunque, ma è la scomparsa a reggere il gioco della tragedia: il colpevole è più tragico della vittima e l’innocenza altro non risulterà che una modulazione della colpa. Il peso cronico del passato, attraversato per presenti che sono scanditi dai processi, si annulla nel momento della deposizione: il figlio depone contro il padre, il figlio depone il padre. Il segreto disvelato, il dubbio che permane al di là di qualunque giudizio, la ressa di giudicanti (noi lettori in primis), l’abominio che non è comprovato e, sopra ogni cosa, il legame arcaico che implica la famiglia e poi la contraddice, e infine la scomparsa, che esprime tutta la sua forza devastante, surclassando la morte, il ritrovamento, la possibilità di concludere il mistero – è all’interno di questo gioco di potenze che Oreste e Amleto si muovono in forma di protagonisti del nero assoluto e della cronaca, ovvero la più sciatta e asettica e morbosa tra le narrazioni, che del nero si fa. Siamo davanti a un testo che, in qualche modo, è centrale, come centrale è qualunque testo che porti a intensità letterarie la cronaca nera, questa epica continua a cui non smettiamo di assistere, anche quando ci siamo inoltrati al di là di qualunque spettacolo. Si deve ringraziare l’editore Einaudi, per averlo proposto, con la perfetta traduzione di Margherita Botto.

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blog · History

Intervista al Tg5 su “History”

Una breve intervista che Claudio Gallucci, responsabile dello spazio libri del Tg5, mi ha fatto in occasione dell’uscita di “History” (Mondadori). Per visionarla, cliccare sull’immagine qui sotto.

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Alberto Casadei: “Biologia della letteratura”

E’ da oggi in libreria un testo di teoria e critica della letteratura che, a mio parere, ha pochi simili in Italia, perlomeno negli ultimi decenni. E’ “Biologia della letteratura”, di Alberto Casadei, docente a Pisa, e a pubblicarlo è il Saggiatore. Non è questa la sede per un’esposizione rigorosa o particolarmente euristica, ma alcune parole vanno spese, per sottolineare l’eccezionalità dell’analisi che Casadei mobilita. Tra le molte prospettive da cui questo macrotesto va riguardato, credo che la più estrema sia quella di ipotizzare un intero canone, non soltanto o semplicemente occidentale, e però un canone particolare: si tratta delle possibilibilità stesse per cui un canone letterario si impone e, ovviamente, di quali condizioni oggi si disponga per dire che siamo ancora all’interno del fenomeno letterario – a questo proposito è cruciale il capitolo conclusivo sul “Cloud” nella nostra contemporaneità, che, appoggiandosi ad autori come il sempre più fondamentale Sloterdijk, indica lo spazio simbolico in cui si iscrive un fare letterario decisamente stravolto e stravolgente rispetto al passato, eppure capace di vedere all’opera meccanismi ed elementi che persistono nell’essere attivi e nel configurare lo spazio letterario e creativo. Ciò che è classico e perché è classico: come un Wellek rinnovato o risvegliatosi ai tempi dell’intelligenza artificiale, Casadei affronta, mostra negli sviluppi e scioglie gli elementi di uno stile di stili, che non ricorre soltanto attraverso formule formali, ma impatta sui segmenti di visione del dettato letterario, come dimostra la strepitosa analisi di un Dante cinematografico e del tutto alieno rispetto alla sua contemporaneità letteraria. Ciò che si va giocando è anche il senso stesso del “memorabile”, che è l’esito e la ragione della costituzione canonica di un’intera tradizione, in forza del quale vanno depositandosi processi cognitivi ed emotivi, che Casadei assume dalla più recente ricerca neuroscientifica. Talmente denso e ricco è questo “Tractatus” letterario (sia Spinoza sia Wittgenstein sono proprio impliciti all’orizzonte di Casadei), che con “Biologia della letteratura” questo grande critico arriva a restituire, ad altezza di un tempo che sembra disabilitato nell’enunciazione teorica e fenomenologica del comparto estetico e letterario, una riflessione imprescindibile per chi si occupi di letteratura, affrontando temi che non sono semplicemente letterari, ma profondamente politici (si combatte una lotta corpo a corpo con il determinismo e il riduzionismo contemporanei) e attinenti a una disciplina che ancora non ha nome, la quale è capace di sollevare consapevolezza e possibilità eremeneutiche all’impatto che il futuro sortisce, crollando nel presente accelerato e aprendo uno spazio di riconfigurazione assoluta di antropologie che erano sedimentate (al punto da imporre la possibilità di codici universali e archetipi) e di processi che realizzarono su un lungo arco temporale la propria dittatura sul percepito. E’, come dico, un testo fondamentale, un UFO che atterra sulla nostra contemporaneità, un trattato a cui va assolutamente stretta l’origine nazionale e che non mancherà di imporsi in un dibattito ben al di fuori dei nostri confini – sintesi e motore, autoriflessione di un intero tempo e sagomatura delle tradizioni a cui afferimmo per pronunciare la parola letteraria e leggerla alla luce delle nostre antiche lanterne, “Biologia della letteratura” di Alberto Casadei è il maelstrom ordinato e l’avventura sperimentale del pensiero che, in questo nostro tempo nebulare, analizza dinamicamente e agita gli elementali delle discipline più decisive, che contribuiscono all’autorappresentazione di noi davanti a noi stessi: attraverso la letteratura, questa antica sorella a cui è impossibile dire addio.

blog · History

Su tomtomrock.it: da “L’anno luce” a “History”

“Intuizioni poetiche si inseriscono nella prosa che diventa quasi un non-racconto data l’inadeguatezza della letteratura di fronte alla mutazione genetica dell’uomo”: su tomtomrock.it, Marco Zoppas compie un’incursione totale nella mia produzione narrativa da “L’anno luce” a “History”.

Giuseppe Genna, History e la letteratura profetica.

History, l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, richiede una premessa. Vale infatti la pena di ribadire l’assunto finora fondamentale della nostra rubrica: la grande letteratura moderna è essenzialmente profetica. Lo abbiamo già intravisto in Zero K di DeLillo dove una tecnologia permette ai miliardari di ibernarsi e rinascere in un futuro dalle possibilità illimitate. In 1Q84 di Murakami e 11/22/63 di Stephen King dove si viaggia attraverso le dimensioni temporali. In Love And Theft e Things Have Changed di Bob Dylan dove egli rispettivamente “annuncia” gli attentati dell’11 settembre e prevede come si svolgerà la cerimonia di assegnazione dell’Oscar per la miglior colonna sonora del 2001.

Nel precedente romanzo di Giuseppe Genna di scena la Berlino dei Kraftwerk

Dies Irae (2006) di Giuseppe Genna, un innovatore nel panorama degli scrittori italiani, è un’autobiografia visionaria e annovera tra i protagonisti una tossicodipendente sulla via della redenzione dopo un periodo nero vissuto a Berlino Ovest all’approssimarsi della caduta del Muro. Forse molti ricordano il concerto di Bruce Springsteen del 19 luglio 1988 dall’altra parte della staccionata, a Berlino Est, fra gli episodi clou destinati a rimanere nell’immaginario per aver contribuito all’abbattimento delle barriere. Ma Dies Irae nemmeno si sofferma su quell’avvenimento.

Secondo Genna la musica simbolo di quel momento storico appartiene invece ai Kraftwerk, fatta di vibrazioni elettroniche e messianiche in cui fondersi. Nuove droghe hanno invaso il mercato. L’ecstasy e l’MDMA, brevettata dall’industria farmaceutica tedesca Merck nel 1914, soppiantano eroina e cocaina. Le sinfonie minimaliste dei Kraftwerk nascono nel leggendario Kling Klang Studio e si ispirano agli anni Venti per veicolare una messa laica priva di templi o chiese. Il brano Radioactivity conquista l’Europa. Nel video di Trans Europe Express i Kraftwerk la attraversano in treno e incontrano David Bowie, in piena fase berlinese, alla fermata di Düsseldorf. Suoni e atmosfere che faranno da precursori alla musica trance di Amsterdam e altre sonorità (techno, house ecc.).

La svolta dell’umanità prevista da Giuseppe Genna in History

The Robots dei Kraftwerk, con l’incedere meccanico da manichini, rimane comunque un ottimo spunto per prepararci all’ormai imminente svolta dell’umanità, prevista da Giuseppe Genna in History, la sua opera probabilmente più ambiziosa e di più recente pubblicazione (settembre 2017). Non si può parlare di fantascienza perché il futuro è già qui tra noi. Infatti, il tipo di scrittura adottato dall’autore esula da qualsiasi genere o connotazione. Intuizioni poetiche si inseriscono nella prosa che diventa quasi un non-racconto data l’inadeguatezza della letteratura di fronte alla mutazione genetica dell’uomo.

Genna infatti ritiene che la nostra specie sia alle soglie di una trasformazione in qualcosa di biologico e di tecnologico destinato a una “cattiva eternità”. Una fusione tra uomo e macchina, un’ibridazione, un salto quantico nell’intelligenza artificiale. La sua sarà l’ultima generazione a morire precocemente e verrà superata. Non possiamo più illuderci che la narrazione abbia un senso in un mondo di replicanti, nella vuota indifferenza del cosmo. Noi siamo i robot e le storie raccontate in maniera classica non hanno più nessun valore.

Nelle trame di Giuseppe Genna c’è ormai poco spazio per la linearità

Genna abbandona persino il tentativo di abbracciare la fantascienza abbozzato precedentemente in Dies Irae in cui aveva inserito un racconto à la Valerio Evangelisti, lo scrittore di horror e fantasy prediletto da Lucio Dalla. Vi ricordate L’Ultima Luna, canzone tratta dall’album omonimo Lucio Dalla? E’ una traversata di cerchi danteschi fino al raggiungimento della settima luna e all’incontro con un bimbo appena nato con “occhi tondi e neri e fondi”: l’uomo di domani. Nella canzone egli vola via.

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Nella versione di Genna invece i bambini spaventano o sono spaventati, piccoli mostri “prossimi ad avere la possibilità di concepire a nove anni e vorranno farlo” oppure dipendenti dai videogiochi e incapaci persino di allacciarsi le scarpe. Abbiamo a che fare con uno scrittore preso da sconforto, al punto da abbandonare il filone dei thriller imperniati sull’affascinante figura del commissario Lopez che gli avevano decretato il successo commerciale.

History, ma anche molta fantasy

E non va nascosta una certa nostalgia che prende il lettore per la prosa lineare del Genna esordiente. Adesso risulta arduo seguirlo in tutte le sue elucubrazioni. Emergono alcuni difetti: un’eccessiva dose di narcisismo per la presenza costante di parole su se stesso in riferimenti autobiografici o immaginati tali, vedi addirittura il perverso abbraccio nel finale di La Vita Umana Sul Pianeta Terra (2014) tra l’autore stesso e lo stragista norvegese Anders Behring Breivik.

History, l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna

La tendenza a sbrodolarsi in atteggiamenti melodrammatici: “Vado. Abbandono l’Italia e i suoi sogni cattivi” (mentre va a fare una semplice vacanza studio). L’insistenza ossessiva su temi ricorrenti. Primo fra tutti la morte di Alfredino Rampi nel pozzo artesiano di Vermicino. Visto come punto di svolta nella modernizzazione di un’Italia arresasi al controllo dei media. Non inganni Genna quando chiede al lettore pazienza per una personale digressione: i suoi libri sono quella digressione.

History, l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna

Giuseppe Genna

Ma le pagine meno riuscite restano comunque un bel fallimento. Non vanno infatti sottovalutati il coraggio e la grandezza di uno scrittore, unico nel panorama italiano, che non esita a esporsi in prima persona, a tuffarsi nel mondo torbido del potere e a scandagliarne capricci e meccanismi. Dagli ultimi giorni di Gheddafi alle trame contorte dei servizi segreti fino a un’Italia legata a filo doppio a Berlino. Perché se cade il baluardo della Guerra Fredda che importanza potrà mai avere il Belpaese nello scacchiere internazionale?

Dov’è oggi la nuova Berlino?

E la sua ricerca di un significato mitologico che spacchi ogni genere letterario non si ferma nemmeno di fronte ai fenomeni paranormali, al presunto arruolamento di spie psichiche da parte dell’intelligence e a esperimenti su sciamanesimo, telepatia e spiritismo. Il suo avvenirismo viaggia tra spazio e tempo. E trova corrispondenza nelle visioni ossessive di Godfrey Reggio nel film Koyaanisqatsi – citato in History – e nella relativa imprescindibile colonna sonora composta da Philip Glass.

Il romanzo L’Anno Luce del 2005 si concludeva addirittura con un omaggio del comunista e mai battezzato Giuseppe Genna alla figura del cardinale Ratzinger alle soglie della sua elezione a pontefice. Ne esce una figura che non ti aspetteresti. Custode di un chiostro seminascosto tra i dedali del Vaticano che ospita niente di meno che un’astronave a forma di cattedrale. Un futuro papa che parla di fecondazione extraumana, superamento della morte e colonizzazione di altri pianeti con la stessa dimestichezza con cui i pionieri della Silicon Valley programmano le prossime svolte tecnologiche. Domanda (senza risposta): dove si trova al giorno d’oggi l’epicentro della musica più innovativa e visionaria, il corrispettivo della Berlino Ovest di allora?

blog · Da un libro atro in via di facimento

Il food nel libro atro

Il food nel libro cupo (gli interessati vedano qui: http://on.fb.me/1rgBuaW) gioca un suo certo ruolo:

Atra stagione è l’età delle nozioni. Bisogna affrettarsi all’apprendimento diretto, pratico, senza cinchescherie, senza farloccare in fantasie inafferrabili, quei fumi della testa a cui il pubere inclina e dai quali va corretto, riportandolo alla retta via del giudizio ben ponderato. La gestione dei pargoli ci impegna e ci stimola a progredire verso non so dove. Essi non hanno compreso quanta buona sorte muova gli ingredienti a miscelarsi, alla cottura, al bolo, finendo nel piatto di alluminio che sta a una spanna dai loro nasi moccolosi in mensa, nelle belle cene in mensa alle sei dei pomeriggi di inverno al colle Tenda. Fuori spiove a gocce larghe e il preside, sostantivo che è elisione di presidente così come il collegio è elisione della società tutta, annuncia che si può mettere a bagno la mollica nell’intingolo, fare scarpetta. “Senza macchiarsi la pettorina” ovviamente, rimbomba buona e gravida di conseguenze la gutturale dell’insigne direttore scolastico. Eseguiamo. C’è il mondo in quell’intingolo, una guerra universale di forme e di sostanze, un metabolismo prima della salivazione, un che di nuovo sempre, un pasto: la salsa è stata a lungo preparata dai fati, le bucce sono maturate nella coltivazione a cui il letame, com’è giusto che sia, ha contribuito con il suo fervore, di crescere e di trasformarsi come un lievito della terra, la mano rugosa e distante dal callifugo del contado ha sterminato i frutti, la loro morte si sa che è la nostra vita, la vegetazione non urla punto e noi ne facciamo un sol boccone, così, come niente fosse. Se la verzura fosse innervata di un qualche sistema di tendini e di bocche, ne ascolteremmo delle belle: straziati i pomi, all’olocausto i cocurbitacei, molando in tortura carotene e bucce d’agrumi: sfregare loro la cute abradendola, mettendo a nudo la polpa fresca, raschiando duro, sai che bruciore avvertono quelli. Sono viventi muti, dalle strane forme. Il cetriolo è inquietante: ammettiamolo. Quella zucca viene riattata a, essiccata, cassa armonica, sitàr, con chiavi e piroli se ne fa la tambura, essa è mostruosa ai primordi e incivilita agli esordi, per arricciarsi in rifiuto all’esito finale, come tutto ciò che è vivo finisce a incenerirsi, nell’ecpìrosi individuale prima, nella combustione universale poi. I sughi rappresentano il risultato di un’arte, cioè di una prolungata sapienza a cui si aggiunga l’estro di un genio. Questa persona è mani, è occhi, è nari, è l’immaginazione, facoltà sovrana, con cui si prevedono i sapori, prescindendo dalla ricetta. Questi artusi sono capaci di sminuzzare l’aglio e di invelenire col timo la conserva, la giardiniera la valutano se il botulino vi ha fatto il nido, specie mortale, come la umana dopotutto. Pestano il basilico, agitano la scarola, incruentiscono col brandy. Sanno quando una carne è rosolata e quando il pane, raffermo, è commestibile nonostante le muffe. Allora tutti noi lo mettiamo in bocca, quel tozzo secco e duro come il granito del colle Tenda, lo mastichiamo esclamando: “Che buono, ahi!, ci spezza i denti, che male!”. E’ curioso osservare la cucina senza il cuoco: la mezzaluna giace tra i cipollotti sul tagliere come un relitto di astronave, fatta di un un titanio sconosciuto agli uomini, che proviene da chissà che esopianeti. L’universo è fitto di queste steli di Rosetta. Si sbuccia la cipolla togliendole dapprima la tunica, facendo attenzione alla lama, alle nocche. I cavolfiori sbolliti fumano quel vapore che sa di zolfo e panecotto. Lì è il regno di alchimisti, che ti estraggono l’intingolo e la vivanda, fase acuta di un processo di febbre del minerale, che si sbriciola e si riaggrega in forma chimica, quindi perviene al vivente, all’organismo edibile, ma prima va ammazzato, poi va rilavorato, poi cotto per bene, manducato, quindi si dà inizio alla digestione. C’è il segreto della ptialina, che proviene da una ghiandola, disaggrega, torna minerale, poi fece, quindi ancora minerale: e così via, la vita universale è un gran trambusto. Noi mastichiamo educatamente, a dire il vero sguaiatamente quando ci capita, non rimpiangiamo nulla delle nutrizioni che ci hanno preceduto, sappiamo benissimo che siamo stati predigeriti dalle ptialine e cacati fuori chissà quante volte, ma ruminando sentiamo di esistere oro ora e non più, ci affezioniamo a questo andazzo, siamo tutti così: inerti ma in fondo cattivi, birbe che ti massacrano un padre vecchio o stuprano un’avvenente madre, rifiutano la matrigna, fanno il dispetto alle sorelline a casa, la quale casa non vediamo più e va bene così, in fondo non ci ha dato che dispiaceri e quando ci hanno venduto è stato come nascere di nuovo, consapevoli e ripuliti, rinfrescati, pronti a imparare i vizi e i dobloni, prima di rifarci cacca e di abbandonare questo bel mondo, questa disgrazia.

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Io, la specie commestibile

Nel 1969 io càpito su questo pianeta, piango perché ho fame, da subito, è un pianto inconsolabile, la montata lattea al seno di mia madre è un evento drammatico, io devo fare i conti con le fibrocisti e il latte in polvere mi viene inoculato immediatamente, mentre inizio a respirare senza sapere, le sacche polmonari aperte con lo schiocco dopo il parto, e respiro isotopi nell’aria dicembrina di Milano dove è esplosa a piazza Fontana la bomba.

Il bambino è un ente enorme, che si calcifica accumulando grassi polinsaturi, divora tutto, il suo sguardo divora gli spazi e la Micronite composta di plastiche industriali, il suo passo divora terra intrisa di piscio di cane nella sabbionaia di piazza Martini a Milano, divora l’affetto dei genitori finché non esiste più affetto e allora il bambino divora quanto non esiste.

Il pianeta è per me un fumo di petrolio nero emesso dalla Fiat dentro il quale c’è un morto, Enrico Mattei, da quello che dicono i genitori, commentando alla Radio che Luciano Lama è stato contestato. Si commenta intorno alla tavola in fòrmica, onde radio scuotono l’etere.

Io mi appendo nella disperazione al carrello del supermercato Pam dove mia madre mi porta a fare la spesa, tutto è freddo e la luce è un neon rifratto sulle piastrelle gialle, io attendo il momento in cui ci avviciniamo entusiasti alla confezione di vetro del formaggio Dover della Kraft. È un barattolo di vetro sotto vuoto spinto con un coperchio a strisce bianche e blu, che mantiene intatta una crema di formaggio come il mascarpone ma più simile al formaggio fuso dei Sofficini quando sono fritti, è migliore dello Jocca e anche del formaggio vero della Kraft, che è la caciottina Baika di una pubblicità. In questa pubblicità una famiglia vive su un parquet lucidissimo, il papà ha i baffi e la mamma ride inutilmente, e io vedo i due fratelli, fratello e sorella, aspettano che venga rotta la rete in polimeri che avvolge il formaggio, che è giallo e dolce e che tutti devono chiamare “la Caciottina”. Il formaggio Dover è superiore nella sua dolcezza cremosa, supera la marmellata essendo salato e formaggio, dunque un cibo più adulto, piccolissimi nella scritta della confezione i conservanti e i coloranti iniziano con la E- e mia mamma dice che arriva il cancro.

Infatti passano pochi mesi e di colpo i bambini vengono tutti informati che è stato ritirato dal commercio il prodotto buonissimo inusitato detto After-Eight, sfoglie di cioccolato ripiene di una crema alla menta che sa di dentifricio dolce: è stato deciso che arriva il cancro, a mangiare gli After-Eight. Chiunque dimentica gli After-Eight.

Il formaggio Dover scompare dagli scaffali del supermercato Pam, io protesto a grande voce con i miei genitori perché voglio quella crema di formaggio, mentre mia madre mi dà gli spaghetti con il Pomì dal tetrapak direttamente strizzato, sono gli spaghetti italiani con il sugo. Mangio la fettina di carne.

«Il bovino resterà nel box fino a sei mesi, cioè fino alla macellazione. Nutrito con latte in polvere ricostituito e privato di complesso B, senza foraggio (fino all’artrofia del rumine), beve acqua deferizzata addizionata con resine a scambio ionico e dolcificata. Queste pratiche servono a mantenere la carne bianca (poco nutriente) che sarà la ricercata fettina».

Marco Ferradini canta “Teorema” e tutti piangiamo perché chiunque è lasciato dalla propria fidanzata e l’amore non esiste, per riconquistare la fidanzata bisogna truccare e chiunque è incapace di essere granitico insenziente come ordina Marco Ferradini in “Teorema” e poi di colpo canta la sigla delle Sottilette Kraft, canta: «Sopra un piatto normale o su qualcosa di speciale, per tutti i tuoi pranzi da re o per la cena più veloce che c’è, Sottilette Kraft! Aggiungi colore come vuoi tu! Sottilette Kraft! Aggiungi sapore come sai tu! Con Sottilette Kraft», e si aggiunge una voce altra che dice sempre «Kraft, cose buone dal mondo» e assicura che vengono dall’Emmenthal di Baviera. Chiunque mangia i toast con le Sottilette Kraft.

Io cresco. Cresce il fondamento mobile. Chi sono io?

Quando cade il muro di Berlino, la voce che dice «Kraft, cose buone dal mondo» sponsorizza il formaggio Maman Luise e non c’è più paura degli isotopi radioattivi, perché non ci saranno più bombe atomiche. Tre anni prima non si potevano mangiare i funghi per anni, non si poteva prendere l’insalata a foglia larga, non si poteva mangiare il miele per un decennio perché una nuvola radioattiva da Chernobyl era arrivata per una fusione nucleare fino al Trentino, ma non era vero, ai miei genitori avevano detto che era arrivata anche a Milano e gli isotopi sarebbero stati sempre con noi, il cancro arrivava comunque, hanno rimesso in commercio gli After-Eight. Il cesio non decade finché io sono vivo.

Adesso, estate 2008, estraggo dal freezer il sorbetto di limone venduto nella bottiglia di vetro al Pam. Tutto è scaduto, nel freezer. Il sorbetto di limone è fatto di questo: acqua, zucchero, succo di limone doppio concentrato min. 8%, vodka, grassi vegetali idrogenati, destrosio, latte magro in polvere, proteine del latte, con stabilizzanti ed emulsionanti. Che sono: alginato di 1,2 propandiolo, gomma di guar, monogliceridi degli acidi grassi, sucresteri, aromi. Dentro gli aromi esiste tutta la natura sintetica petrolifera che tu sei incapace di immaginare e nominare. Mi ricordo, è simile agli ingredienti del formaggio Dover della Kraft, il formaggio Dover è dentro il sorbetto di limone. Esistono nel freezer anche i That’s Amore Findus, nome che viene da una canzone antica cantata da Perry Como, ed è impossibile stabilire quali siano gli ingredienti, dice solo che sono tranci di merluzzo pastellati surgelati.

Il pianeta ribalta l’asse magnetica. Il polo magnetico sud sarà il nord, il nord il sud, il sole sorgerà da ovest. Noi siamo la specie catastrofica e virale, che mangia la plastica ed eietta escrementi sperando che divengano compost per combustibili che ci spingeranno fino a Marte, dove la Nasa progetta di inviare in avanscoperta, entro il 2030, otto macachi, così come il primo essere vivente a superare l’atmosfera terrestre fu il cane Laika, che è il nome della sua specie ma è diventato il nome della cagnolina che, nel piccolo veicolo sovietico, mentre tutto tremava e la temperatura si innalzava divorando ossigeno, lappava da un piattino davanti a sé legata una gelatina ricolma di Lsd.

Otto macachi atterrano su Marte. Cosa hanno mangiato durante il viaggio? Come si sono comportati? Nell’assenza di gravità, si sono arrampicati dove? Dove è sopra e dove sotto? Indossano già i caschi e l’ossigeno per quando scenderanno sulla terra rossa che è uno strato di polvere che copre una melma solida di plastilina? Se hanno il casco, come si nutrono? E muoiono su Marte, per l’impossibile ritorno? I loro corpi putrefatti, i microrganismi della putrefazione colonizzano il pianeta? Fino all’arrivo dei sei uomini previsto per il 2035? Poi inizia il processo di “terraforming”, che prevede di inquinare Marte con ciminiere per produrre un effetto serra che crei l’atmosfera? Siamo la specie che respira inquinamento.

L’uomo è ciò che mangia. Ciò che mangia, mangia l’uomo.

Dice Catone nel De Agricoltura: «I cosci devono così essere salati nella botte o nel vaso. Prese le zampe, taglia le unghie; metti mezzo moggio di salgemma pestato in ciascun coscio. In fondo alla botte o al vaso spargi il sale, quindi posaci il coscio, la pelle rivolta all’ingiù, lo coprirai tutto di sale. Quindi poserai sopra un altro prosciutto, nello stesso modo lo coprirai, guarda che la carne non tocchi la carne. Così li coprirai tutti. Quando già tutti li avrai riuniti, metti sopra il sale, così che la carne ne sia coperta: pareggialo. Quando saranno stati cinque giorni nel sale li toglierai tutti con il loro sale, quelli che erano in alto li metterai in basso e allo stesso modo li coprirai di sale e li metterai a strati. Dopo dodici giorni togli i cosci e ripuliscili dal sale e per due giorni appendili all’aria. Il terzo giorno pulisci bene con una spugna, ungi di olio ed appendili ad affumicare. Il terzo giorno staccali, ungili bene di olio e aceto mescolati, e appendili nella dispensa della carne: non li toccheranno più né la muffa, né i vermi».

Così prosegue la storia dell’artificio: conserva, stipa, gusta.

Questo è il mio corpo: mangiàtene. Questo è il mio sangue: bevetene.

L’immane bocca dentuta, la masticazione invertita, l’immane bocca umana morde il pianeta, con le sue zanne di avorio accalcate, i tubi digerenti verticali si sono eretti e hanno incominciato ad acidificare il pianeta, gli apparati escretori guardano a Marte e vogliono mangiare sopra le pianure sterminate rosse colpite da meteoriti.

È stato divorato ogni affetto, tutto l’affetto disponibile, e allora divorano quanto non esiste, immaginano e divorano ogni immagine, e appena eretti, bipedi, ricoperti di peli spessi, si nutrivano mangiando la loro stessa carne, senza simboli a giustificare questo ruminare, solamente per nutrirsi, i figli dolci, la bianca carne dolce dei bambini, prima di conservare i cosci, prima di inserire E-132 nel latte delle vacche, prima di stipare creme nel vetro, prima di mutare tutto ciò che deve essere mutato poiché sono mutanti, i loro metabolismi esigono mutazione e piacere, fino alla fine dei loro giorni commestibili, fino alla scomparsa della specie – vento sacro solitario su Marte sopra carcasse in cancellazione, vento che sfalda le ossa e gli esoscheletri, vento polveroso e twister di sabbia rossa finché si allarga la stella centrale e lo sguardo trasparente immobile vede tutto e non prova desiderio alcuno di alimentarsi.

Giuseppe Genna

tratto da Slowfood, num 36 (ott 2008)

blog · History

“La supermassa”: un capitolo da “History”

Un capitolo da “History” (Mondadori, 2017)

SUPERMASSA

La supermassa.
A vorticare nel vortice dei corpi, un maelstrom di carne umana, corpi fritti dal sole nel grasso loro proprio, agostani, ai margini delle tre corsie, autostradali, all’uscita per l’autogrill, con le auto immobili nelle tre corsie, le ferraglie su cui il sole riverbera ondulando la ferraglia stessa di carrozzeria in un effetto miraggio, sempre implacabile e italiano, di agosto, corpi adulti di femmine larghe sottoproletarie o interclasse non importa e mocciosi adolescenziali o che fanno le primarie, con i tablet di brand ambigui e che non si accorgono di niente dentro il vortice, e adulti in canottiere o girocollo cotone da cui debordano le pieghe di sebo subascellari e le mastiti dell’età e, se esiste un dio, mio dio, le capigliature di chiunque, uno stuolo di cuoi capelluti e fibre e crini, sudati ed esposti alla luce calcinante che acceca e riverbera sulla pelle quanto sopra il metallo, e vanno a vortice, tutti, adulti bambini anziani, in età e ciò che fu ceto commistionati, dalla periferia della zona park a spirale verso il centro, che è l’edificio basso in cemento grezzo e le solite vetrate dell’autogrill, abbandonata l’auto a guida umana sotto le vele fini in tensostruttura che fanno da tetto inefficace contro i raggi del sole nei tre arcipelaghi di parcheggio, per poi cominciare tutti, lenti, gaviali, la marcia di avvicinamento all’entrata dell’autogrill come elefantidi ciascuno, al culmine del riverbero, ben prima del crepuscolo, il giorno del rientro dalle ferie estive, le carni anche le più frigide stracotte all’esposizione, che sembra universale, un brasato di succhi e fibre umani, una tempura di arti umani e teste congestionate, una accanto all’altra quasi a sfiorarsi o battere violentemente tempia a tempia, verso l’ingresso a tornelli per consumare, reni da fare lavorare in una colata continua e intermittente di piscio anonimo della massa qui convenuta nelle mai troppe toilette a box stipate al piano sotterraneo – qui ora ci sono sempre io, entrato in questa zona parallela alla camionale, una zona di allarme e massa, massa cotta e unta che si trascende verso la zona ristoro dell’autogrill, sempre io, che soltanto poco prima stavo al volante di un noleggio, non berlina, e quando con una curva lenta ho pilotato a svoltare sulla corsia parallela in entrata nell’area grill ho visualizzato il messaggio che mi faceva fuori.
Mms, messenger o non so cosa. Non avevo convinto il cliente e ero fatto fuori.
Ero sempre io, fatto fuori.
Sono nel quadro del moto browniano, sono quadri del moto browniano: inesausto, continuo, rapido e irregolare movimento, in tutte le direzioni, delle particelle minute, in sospensione in un fluido e anche l’aria è un fluido, delle molecole stesse di un fluido. Particelle di ottanta o cento chili ciascuna, maschie, femminili, una suppurazione di corpi solidi, bipedi, animati, con i loro parchi mentali a tema, uno dei quali è essere qui nell’assedio lento e continuo e irregolare a spirale in direzione dei tornelli di entrata all’autogrill, un melting pot di carni realizzato, qualunque colore scolorito dall’estate o dalla permanenza nell’abitacolo dell’auto tornando dalle vacanze o dal Colosseo, dai moti browniani lungo i lidi, verso l’acqua sporca, non nettabile, dove prospera l’alga rossa, che ha fame di particelle di ossigeno, per fare la sua fotosintesi bieca e intristire la bagnacauda umana, adriatica, mediterranea. Ovunque questa massa di impazzimento, in un vago senso programmato o programmabile, dalle fisiche e dagli algoritmi, in colloquio continuo con i lingubot nella cloud, che li localizza, mammiferi, omeotermi, descritti dalle fisiche e processati dagli algoritmi. Continue reading ““La supermassa”: un capitolo da “History””