blog · Il nuovo libro

L’universalità nel nuovo thriller

Si medita, in questi giorni, sul nuovo thriller. La necessità di un congegno narrativo parallelo all’indagine storica, di cui vorrei occuparmi, è per me il dato attualmente più sconcertante e inibente. Gli stilemi di genere impongono solitamente l’individuazione dei personaggi dal punto di vista psicologico ed esistenziale (ossessioni, manchevolezze morali, corruttela, traumi, etc.), che sono la restanza più acuta di quanto fu il romanzo di formazione. Tutto ciò diviene meccanico, la personalizzazione è ormai depersonalizzante, poiché si tratta di stilemi giunti a consunzione, dopo secoli di utilizzo, se non di abuso. E’ ciò che già mi capitò di osservare all’uscita della prima stagione di “True detective”, rispetto alla scrittura di “Nel nome di Ishmael” anni prima, il mio thriller meglio riuscito. La difficoltà si pone anche a un altro livello: dove andare a creare spaccature nella storia, in modo che sia concessa la chance di narrare l’universale? La struttura mitica, sottesa dal genere nero, è ancora attiva o attivante? Da un lato il thriller contemporaneo sembra fottersi di questo problema artistico e letterario, piuttosto che di pura affabulazione: il Male è sempre il male, anche se si sbandiera velleitariamente l’assolutezza degli elementi in gioco. Il punto cruciale, per me, è proprio questo: cosa è assoluto nella narrazione odierna? E ciò vale non solo per la scrittura di genere: vale per tutto. Quando una psicologia risulta emblematica di una generalità? Dove spira il perturbamento metafisico? L’impatto tecnologico, nel genere nero, laicizza tutto, rende tutto meccanico – si tratterà quindi di prescindere dall’oggi e *tornare indietro*, piegando al genere storico l’anima nera del racconto, per esempio come fa Ellroy?…

Annunci