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Lettera aperta di uno scrittore al senatore Matteo Renzi

Gentile senatore Matteo Renzi,
chi Le scrive non ha motivi per odiarLa, non nutre antipatie preconcette nei Suoi confronti, non desidera disturbarLa inutilmente o per pura provocazione. Le invio un appello, il più sincero possibile, nel libero mare della comunicazione digitale, nel quale non affogano migranti fisicamente a rischio, ma si naufraga ugulamente, in un pericolo pure maggiore, se si vuole, poiché è anche qui nel digitale che nascono, si strutturano e si modificano le coscienze, in merito ai basilari dell’accoglimento e dell’empatia umana. Se mi permetto di rivolgermi a Lei, è anche perché si tratta di una persona che ha amministrato il Paese ai massimi livelli negli ultimi anni di storia italiana, direttamente oppure ispirando la compagine di governo. Tuttavia Le scrivo proprio per un ulteriore motivo, ovvero perché Lei sta incarnando, sempre direttamente o per interposta persona, le politiche di una componente democratica e progressista, che Lei medesimo ha guidato negli appuntamenti elettorali successivi al 2014 e l’ha condotta a un’irrilevanza assoluta in termini di rappresentanza. Le elettrìci e gli elettori hanno bocciato Lei in modo drammatico. Non sarebbe plausibile attribuirLe una così drammatica e definitiva responsabilità, in una democrazia parlamentare e rappresentativa come è la nostra, e, se ciò purtroppo si è reso possibile, è da iscriversi a una Sua responsabilità personale e indifferentemente politica, la quale risiede appunto nella personalizzazione dello scontro politico. Le anticipo, senza contribuire a perdite di tempo, che cosa vado a chiederLe con questa mia: io Le chiedo di abdicare all’occupazione e alla guida del partito, di cui è stato segretario e la cui direzione controlla. La Sua presenza e la tipologia di stringente supervisione, che Lei sistematicamente sta applicando al Partito Democratico, a oggi risultano insostenibili, tanto agli avversari politici, quanto a chi vorrebbe sentirsi rappresentato dal partito. Non intendo minimamente controdedurre rispetto a certi risultati specifici, che Lei ha ottenuto con il governo da Lei presieduto, e nemmeno desidero mettere in evidenza le per me gravi mancanze, su cui Lei ha attestato l’azione governativa. Vorrei soltanto discutere su alcuni punti qualificanti, che a mio avviso spiegano in parte la situazione di grave smottamento politico del Paese, da un punto di vista della catena causa-effetto, così come nella prospettiva di ciò che potrebbe accadere e purtroppo non sta accadendo al Pd. Non so se la Sua impressione sia la mia, riguardo all’abbandono di tanti elettori democratici, un’epistassi impressionante e senza riscontri nel recente passato. Per quanto concerne me, è una disdetta, perché l’erosione di consenso ai democratici coincide con l’allargarsi in modo sensibile dell’assenza di argini democratici, anzitutto nei corpi sociali ed elettorali. Parimenti la cosiddetta “traversata nel deserto”, a cui Lei costringe il partito e noi elettori di centrosinistra, non pare affatto un attraversamento del deserto, bensì una desertificazione delle possibilità di attraversamento. L’irrilevanza a cui sembra attualmente destinata la comunità progressista, la qualità della nomenklatura che si è cristallizzata ai vertici del partito, l’assoluta mancanza di intervento su temi nodali e distintivi, perfino la comunicazione, che è sempre stato, e per me sciaguratamente, il Suo pallino: tutto ciò determina che l’orizzonte è per noi, popolo del centrosinistra, costituito da una persistente e vertiginosa fuga di dune sahariane, dietro cui non si percepisce alcun approdo, alcuna oasi, alcun territorio di civiltà. Non ha senso, almeno per me, almanaccare sulle orrende dialettiche tra minoranza e maggioranza interne al partito, a cui Lei è stato costretto, almeno quanto ha costretto gli altri. Tuttavia, anche le modalità divengono in questo momento sostanziali. Per esempio, quando Lei si permette di dare del “bullo” al ministro Salvini, compie un errore fatale, ma assai emblematico, che accompagna la Sua azione da sempre: è stato infatti più volte contestato proprio a Lei certo “bullismo” – ma mai una radicale disumanità, qualifica che invece colpisce il ministro leghista. Ecco, che Lei non attacchi il principale esponente della destra radicale, ora al potere, dichiarandone la disumanità, anziché un atteggiamento da bulletti, fa il paio con l’ammirazione che è in grado di esprimere, a proposito del “successo mediatico”, sortito dalle aberranti politiche, che in pochi giorni il ministro Salvini ha imposto al contesto nazionale. Come vede, la modalità si converte in sostanza, politica anzitutto. Se anche stessimo al paradigma della comunicazione, a cui Lei imputa una responsabilità incoercibile nel determinare lo stato di minorità politica in cui si trova e in cui di fatto ha relegato l’intera comunità degli elettori democratici, le Sue pendenze sarebbero talmente gravi e pesanti, che già per questo sarebbe consigliabile un allontanamento dai vertici e dalla possibilità di influenzare la strategia del partito, a cui appartiene Lei come appartengo io, insieme a milioni di persone. Non è stato tuttavia un difetto di comunicazione, a rendere tanto penalizzata in termini elettorali la presenza democratica nel Parlamento e nel Paese. Ciò che sembra esserLe sfuggito non è la narrazione, della quale pure sono esperto, bensì la sostanza dei provvedimenti legislativi, delle riforme, oltreché la scabrosa disattenzione per gli ultimi, per i diseredati, per coloro che psicologicamente si autopercepiscono impoveriti e in gran parte lo sono davvero. Anche solo considerando il tema delle migrazioni, Lei non ha liberato o contrattato per liberare corridoi umanitari e visti italiani o europei. Piuttosto ha dato la stura a una vergognosa politica di “contenimento”, contraddittoria e spesso davvero disumana. Ciò non configura un difetto di comunicazione, senatore Renzi, ma una colpa politica assai grave, che si paga in modo sanguinolento: sulla pelle altrui letteralmente e metaforicamente sulla nostra, se si considera il deflusso ematico di consenso, un’emorragia sconcertante, a cui Lei è stato in grado di sottoporre il campo progressista. Il fatto, effettivamente gravissimo sul piano umano e politico, è che Lei non si è mai posto empaticamente a leader dei bisognosi e dei poveri; non Le è mai venuto in mente di schierarsi dalla parte delle vittime della cosiddetta innovazione, che peraltro non è ciò che molto La abbacina, bensì è la fase più mostruosa nella storia del capitalismo; non si è mai candidato a rappresentante del fronte di coloro che sul lavoro hanno progressivamente e repentinamente perduto i diritti. Lei è risultato un progressista, sì, ma della perdita dei diritti conquistati, così come è apparso quale acceleratore della repentinità dell’esclusione sociale. Non Le sto contestando puntualmente la reductio a zero dell’articolo 18, il rinnovamento neoliberista della disciplina del lavoro, la riforma della cosiddetta Buona Scuola, l’incapacità di sanare il gravissimo vulnus sociale aperto dalla legge che porta il nome della professoressa Fornero, la costruzione di edilizia popolare, il miglioramento dei tassi di sanitarizzazione nel Paese. Le sto chiedendo, sinceramente, se Lei si rende conto che ha fatto male e non che ha soltanto comunicato male. Lei continua ad apparire a mezzo stampa, emettendo una rancorosa litania e lamentazione ex post su ciò che il governo da Lei presieduto ha fatto e su come tali risultati sono stati comunicati male o fraintesi. Si è chiesto perché Lei ha perduto il referendum costituzionale che ha proposto? E’ stata una chiamata alle armi per tutti gli italiani, i quali non è che preventivamente odiassero il Partito democratico, ma che certamente non tolleravano più Lei, il Suo stile, il continuo smembramento sociale a cui Lei sottoponeva la comunità nazionale. Lei è convinto di non avere sottoposto gli italiani a impoverimento sociale ed economico – e, ahimè, invece lo ha fatto. Nessuno degli italiani ha percepito che i Suoi governi si siano occupati di Sud, di mafie, di illegalità, di impoverimento, di emergenza psichiatrica, di tutele, di casa per tutti, di giustizia e sanità e qualità della vita e, più in generale, di crisi antropologica del Paese. L’enorme crescita di consenso del partito guidato da uno xenofobo, tanto bravo a comunicare, al punto che Le ha dato le miglia di polvere da mangiare rispetto ai follower, i quali per Lei sono sempre stati un valore di riferimento, salvo ora denegare questa epistemologia della Sua usuale condotta, quando si è accorto che le vite delle persone non valgono i milioni di like – in questa impennata del favore popolare tributato a una formazione politica estremista, che definire destrorsa è eufemistico, hanno un rilievo assoluto le responsabilità Sue e della linea di partito da Lei dettata. E’ davvero colpa Sua, se tutto questo è accaduto? Secondo me: sì, in gran parte è anche colpa Sua. Lei, insieme agli altri della nomenklatura con cui si è trovato a condurre in acque prosciugate il partito, ha pensato che la modernità fosse una forma di luminosa pulizia, quando il rischio era all’opposto di approfondire le sentine del conscio e dell’inconscio collettivo, finché la morchia vivente sarebbe fuoriuscita da quei ricettacoli dell’orrore. Ecco, date le premesse della miscomprensione della realtà, a cui Lei è andato incontro, la morchia vivente è uscita. Lei non pare però considerare ciò un errore politico devastante. Vorrei porLe una domanda secca: Lei riesce a immaginare il Suo volto al posto di quello del sindacalista italoivoriano Aboubakar Soumahoro, a fronteggiare i lineamenti dell’esclusivismo di regime, espresso dal sembiante di Matteo Salvini? C’è la bella copertina de L’Espresso, in cui il direttore Marco Da Milano ha schierato Soumahoro contro Salvini: se la vede la Sua faccia lì, alla sinistra dell'”altro Matteo”? Non credo che nessun italiano Le riconoscerebbe una simile potenzialità. Se ne è chiesto i motivi? Il blocco che Lei sta comminando al Partito Democratico, che si espleta in un’assenza solare di dialettiche oppositive al fascismo antropologico attuale, è moralmente vergognoso, per quanto legittimo da regolamento interno del partito. Dal punto di vista delle dinamiche viventi, è anche peggio che vergognoso: è una stasi nella palude dell’oggi, una sottrazione della rappresentanza del residuo consenso che è stato dato al Pd, una cecità strategica e tattica di dimensioni mai viste. Lei può tornare a ribadire che il popolo delle primarie L’ha votata per due volte, ma, se lo ha fatto, sappiamo tutti che è accaduto non per adesione al programma che Lei proponeva, ma per levarsi finalmente di torno il tappo di una nomenklatura precedente, ormai invivibile per l’elettorato progressista, una dirigenza solennemente perenne e capace di perpetrare i compromessi al ribasso più fetidi e angoscianti per anni e anni. In forza dell’argomento “rottamatorio”, che Lei ha incipientemente utilizzato al fine di massimalizzare a proprio favore gli esiti di una strematezza patologica dell’elettorato democratico, io Le chiedo, in tutta sincerità e con il massimo tatto, di sollevare Lei stesso e i Suoi colleghi, appartenenti o meno alla maggioranza o minoranza del partito, dall’occupare i posti dirigenziali, che dettano l’inesistente vita di questo partito, che con evidenza non ama più né Lei né i Suoi colleghi, così come non La ameranno mai più gli elettori che hanno cercato altrove una rappresentanza. Simile rappresentanza Lei non soltanto non ha garantito, ma ha svilito nel corso di un quinquennio, sortendo un risultato storico, di cui Lei pare non essere del tutto consapevole: Lei ha portato il centrosinistra alla più bassa percentuale elettorale della storia e palesemente non è in grado di risalire nei consensi. Lei, insieme agli attuali dirigenti del partito, è l’ostacolo più imbarazzante e inaggirabile al rinnovamento degli ideali e dei rappresentanti di questo partito. Non posso fare di più che chiederLe di lasciare ogni carica, a parte quella di senatore, per cui è stato votato, avendo però Lei la responsabilità delle liste elettorali ed essendosi candidato a partire da questo potere interno. La ringrazio per l’eventuale attenzione che avrà dedicato a questo appello.
Suo,
Giuseppe Genna

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