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Paolo Gentiloni a Otto e Mezzo, ovvero: Caos calmo.

Ierisera sono rimasto travolto dalla visione di un surrealismo in grisaglia, qualcosa tra Emilio Giannelli e Albert Hofmann, il cavaliere dell’apocalisse lento, l’emettitore di un caos felpato e nondimeno procelloso, una tempesta in cui i fulmini impazzano cadono alla velocità di un celenterato: era l’ex presidente del Consiglio e maggiorente del Partito Democratico, l’onesto Paolo Gentiloni, che ha sottoposto l’audience all’orizzonte degli eventi di un buco grigio, nel vivace salotto di Lilli Gruber a Otto e Mezzo. Sto compulsivamente assistendo all’intero palinsesto quotidiano della rete di Urbano Cairo, il tycoon con il nome più architettonico e geografico dell’intero comparto tv mondiale. La7 sta rappresentando le istanze del disperso e disperato popolo progressista. Vicaria il partito presieduto da quell’elfo pilifero e impudibondo che è Matteo Orfini. A dare rappresentanza e voce allo sconforto centrosinistro ci sono Enrico Mentana, Andrea Purgatori e Diego Bianchi, anziché Matteo Renzi, Andrea Orlando e Maurizio Martina. E’ evidente che è La7 l’erede contemporanea della RaiTre di Angelo Guglielmi. Ci vuole un genio e si deve produrre un capolavoro, perché l’opposto dell’innovazione, incapacissimo di sorprendere, crei una sorpresa che ci fa compiere un salto verso il nostro futuro, che entra in noi molto dopo che accada. E’ il miracolo di cui è stato capace Paolo Gentiloni ierisera. Con quella torsione timida e impacciata, l’arco scapolare sbilanciato e il collo sporto da Caretta Caretta, il notabile già premier ha iniziato a esalare il monotono monologo, come un eunuco a cui non abbiano eviscerato l’apparato testicolare, e però effondeva una voce di un’ottava rialzata, una polvere fonica che faceva da rumore bianco e rosa all’intero studio. I poveri Lilli Gruber e Paolo Mieli gli offrivano domande (“A quale alleanza pensa? Sarà il segretario del Pd rinnovato? Cosa consiglia al premier Conte?”), che lui nemmeno declinava essendo gentilone, ma proprio non ascoltava, letargicamente preso a muovere le sillabe al ritmo di un Despacito geriatrico, intonato da ospiti di RSA. L’enormità della cofana afflosciata dava rappresentazione emblematica al soffuso momento. Si veniva colti da un lexotan spirituale, ascoltando l’ipotassi insuperabile di questo erede di tutto, ovvero di niente, che riassumeva in sé i caratteri di un Rumor più mite, di un Rutelli meno mascellare, di un Pecoraro Scanio azzimato, di un Willer Bordon redivivo. Mirabile visu, mirabile dictu! I progressisti italiani possono dormire sonni sicuri, finché nonparla Gentiloni: voglio vederne uno che sia in grado di stare sveglio, mentre si esprime in anticoegizio del periodo medio questo catoblepa, che declina Guido Bodrato alla Luciano Onder. Non è stato in grado di dire cosa veda, a cosa lavori, in cosa creda, a quali passi da fare pensi. Nemmeno Michele Mirabella sotto Tavor è in grado di offrire uno spettacolo così corroborante per le iguane, i koala, i bradipi e i paguri. Non ricordo, negli ultimi anni di decostruzione dell’immaginario televisivo, un’apparizione così sconcertantemente plantigrada. Non a caso, ha emesso questo giudizio assonnante: speriamo che nel nuovo governo prevalga la linea di Moavero e Tria – un’affermazione che rimarrà nella memoria collettiva come il cesarista “Alea iacta est” o il “Merde!” di Cambronne. Sorbire il Sargenor presso un Anni Azzurri è un gesto più vitalista, che ascoltare la prelatizzazione gentilona del fenomeno linguistico. Non è stato enunciato il minimo granulo di speranza per chi è stato preso dal raptus lentissimo di ascoltare colui che guidava la nazione fino a qualche settimana fa. Non è, sia chiaro, questione di comunicazione: è un problema di sostanza. Di insostanzialità. Ringraziamo la rete, guidata da Andrea Salerno, per questo Propaganda Death, con cui hanno definitivamente serrato i portali della vita vivente a tutti noi che voteremmo a sinistra, se solo questi dicessero qualcosa di sinistra – anzi, se questi dicessero, *qualunque cosa*.

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