blog

Il partito progressista? E’ L’Espresso

Suona come una bizzarria dei tempi, mentre rimbomba come una tragedia civile: Marco Damilano, direttore de L’Espresso, è costretto a fornire l’agenda per chi voglia rappresentare il popolo che ha a cuore il vivere democratico, l’umanità profonda e radicale, la riflessione che permette di affrontare la complessità. Lo fa nel nuovo numero del suo giornale, con due editoriali che sarebbero normali, se non fossero pubblicati in tempi eccezionali. Ci vuole molto coraggio per esporsi oggi come veicolatori di valori e idee, che segnano la ritmica del progresso. Che la sinistra debba andare in terra straniera, a recepire idee aliene, ovvero sconosciute, per elaborare e farsene carico, nei giorni in cui impazza il successo ontogenetico del Ministro degli Internamenti, costituisce una verità di base, in cui ci identifichiamo in molti – e siamo tutti senza voce, è affidato a noi un mandato di militanza etica e politica, priva purtroppo di rappresentanza istituzionale. Servono 250mila persone che a Milano partecipano al Pride, per ribadire che non si torna indietro, quanto a diritti, acquisiti con fatica e con un percorso storico carico del dolore di milioni di persone. Serve l’instancabile opera di esercizio della pazienza e della riflessione, mentre la pancia della nazione vomita i suoi insulti e fa crapula del pus incivile, irridendo tre bambini deceduti in un naufragio, sprizzando la bile di un pancreatico Pantocratore, che fa ladrocinio lombardo di 50 milioni di soldi sottratti agli italiani. Serve l’onestà della ragione, per opporsi all’erosione linguistica e valoriale che avanzano torme scatenate da una disperazione irriflessa, e mai compresa nelle sue drammatiche cause sociali. Non c’è più quell’associazione a delinquere di stampo burocratico, che si candidò a rappresentare le idealità di libertà, di sorellanza e fraternità, di uguaglianza: il Pd non c’è più, o, meglio, c’è per essere dannoso, una sorta di Arizona del diritto implicitamente negato, un’imbelle concupiscenza della fine, del vuoto, dell’abisso, di cui è stato responsabile o correo negli ultimi anni della sua vita, che è risultata breve e per niente intensa. Posso assicurare di avere bussato con forza alle porte del Nazareno, come tante altre e tanti altri, in questo passaggio storico, che si sta riducendo a un’emulazione fallita dell’Orestiade, a un morbido diktat nichilistico, a un felpato contraddire le ragioni stesse della comunità. Serve dunque chi si prenda cura della voce di moltissimi, e anche della mia, e a fare supplenza a chi dovrebbe sventolare la bandiera della civiltà si ritrova lo staff de L’Espresso, insieme a pochi altri che riescono a garantire un minimo di pubblica esposizione. Quest’opera non è soltanto il momento più memorabile di una vita editoriale del Paese, che sembrava ridotta allo zero di Kelvin da anni: non c’è alcun dubbio che gli ultimi numeri del magazine costituiscano un capolavoro editoriale, ma non è questo il punto. Il punto è invece che si tratta dell’opera di rappresentanza e proposta politica più radicale dell’ultimo decennio, una sorta di manifesto continuo della pietas come fondamento del vivere in comune, dell’umanizzazione del fenomeno disumano, un decalogo estesissimo a cui qualunque coscienza democratica aderisce per magnetismo innato. Al centro del vortice dialettico, che Damilano installa con due editoriali a dire poco commoventi, c’è il reportage interiore e politico di Francesca Mannocchi, che apre il fronte interno della guerra civile in cui siamo immersi, lei che è reporter dai fronti più devastati. Ci parla della sua malattia in senso intimo e politico, appunto. Mette in luce l’arca dell’alleanza, al cui interno poniamo i nostri corpi e le nostre menti. Presagisce un patto spezzato, la rovina dei diritti dei più deboli e degli eslusi, raccontandoci con secco realismo l’odissea che si sperimenta con una diagnosi di sclerosi multipla: ed è un’odissea in un mare in cui si muore da migranti della salute e dello spirito, poiché si vuole distruggere il sistema che aiuta a salvarsi, che è pubblico e civile: siamo noi, è lo Stato democratico. Invito i lettori democratici a fare l’esperienza di addentrarsi nel numero attuale de L’Espresso – si ricaverà una gratitudine che consola e sprona.

Annunci