Il tempo di Aldo Moro

Oggi ricorre il quarantunesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro per mano degli omicidi che si facevano chiamare “Brigate rosse”. Più trascorre il tempo e più l’eco di quello sparo e di quella deflagrazione per immagini (il corpo cupo accasciato nel semibuio del baule, il corpo di abbiosciata carne, un attimo che dura un eone, e a precederlo il volto fantasma sempre nel cupo chiuso, un cavedio in ombra chiusa, la stessa sgranatura, lo sguardo sfibrato in quella mitezza divenuta proverbiale e disgustata più dal mondo che da sé), più Aldo Moro continua ad accadere e più si impone, si staglia come uno dei massimi rimossi della nazione, che, a mio personalissimo modo di vedere, sono essenzialmente due: il fascismo (tutto del fascismo: a partire dalla negazione a cui vanno incontro il colonialismo e il razzismo dell’Italia fascista da sempre) e Aldo Moro (colui che tempera, assorbe e annulla l’istanza fascista, cercando l’alternanza governativa con una sinistra che, proprio per responsabilità governative eventuali, sarebbe stata costretta a scegliere la via socialdemocratica, in luogo di quella comunista, sia pure con la variabile europea). Come ricordava il mai abbastanza compianto Alessandro Leogrande, la notte precedente il sequestro e la strage in via Fani, rientrando a casa tra l’una e le due, il figlio di Aldo Moro, Giovanni, “lo trovò assorto nella lettura di ‘Il Dio crocifisso’ del teologo protestante Jürgen Moltmann, un libro «di rottura» sul senso escatologico della croce contro l’alienazione, la violenza, l’oppressione del mondo”. Prego chiunque legga queste righe a meditare su cosa fa qualunque politico in questi anni alle tre del mattino (mi riferisco precipuamente all’attuale premier e ai due vicepremier, ma ci sono ovviamente eccezioni: per fare un nome non a caso, poiché proprio intendo farlo, Enrico Letta). L’uomo che Pasolini giudicava il più colpevole, seppure riconosceva che fosse il meno compromesso di tutti, era questo uomo che contemplava la Croce. Per tutta la sua esistenza Aldo Moro ha tentato l’identificazione con la Democrazia Cristiana disidentificandosi da essa. Si è assunto la piena responsabilità della prima fase, che pure per Pasolini costituiva una continuità col fascismo in altri termini, ma non ha smesso mai di lavorare all’ipotesi evolutiva dei soggetti fondamentali della democrazia italiana, quei mediatori e protagonisti che furono i partiti, ragionando sul campo, sulla geometria, sugli sviluppi di un’aritmetica tutta nazionale, che prevedeva la variabile cattolica e quella comunista. La difesa di Gui, tanto partecipata e, alla luce di quanto accaduto nelle settimane successive, fatale e memorabilissima, lasciava intendere un mutamento di linguaggio, questa sempiterna alleanza distruttiva con cui Moro fece i conti da principio della sua militanza politica e umanista. Il linguaggio, per Moro, era la sintomatologia dell’avvenire del tempo, dei suoi vortici lutulenti e delle accelerazioni più repentine, perché è nel linguaggio che Moro ravvisava il senso della Croce, ovvero l’istante che non è un istante, in cui il divenire e l’eternità sono sussunti in un trascendimento dell’umano. Pasolini intervenne a gamba tesa su Moro proprio perché spartiva con il politico la medesima esperienza di ciò che è linguaggio. Attaccare il presunto latinorum di Moro significava attaccare se stesso, cosa che Pasolini intendeva fare da sempre e avrebbe fatto fino all’ultimo. Il linguaggio come fenomeno totale e totalizzante che abolisce l’io: ecco la sorgiva a cui attingono i due massimi fabbricatori di Novecento nel dopoguerra. Quando difende Gui, quando in modo insospettatamente stridulo Moro rivendica il diritto di non farsi processare in piazza (il Processo in Piazza di Moro è perfettamente e davvero l’altra faccia del Palazzo di Pasolini), Moro inizia ad accelerare il proprio linguaggio, a sbilanciare la propria economia del tempo, a preconizzare la condizione linguistica in cui sarà costretto a versare nell’immondo loculo in cui i brigatisti lo tengono segregato. L’arco del sequestro è tutto linguaggio, c’è soltanto la scrittura a tenere in vita Aldo Moro, che non sarà più lo stesso: il tempo è la risorsa che viene a mancare, la dilazione veloce non è più una retorica esistenzialmente possibile, e chi sta all’esterno non riconosce più Moro, proprio perché Moro non è più colui che utilizza tempo e linguaggio per come aveva propugnato il suo metodo e la sua visione in precedenza, per decenni. La contrazione del tempo fa di Aldo Moro un anziano che regredisce a infante, va a morire da neonato, simbolicamente diventa feto e si accoccola nel grande ventre della memoria italiana, in quell’utero che la Renault 5 gli commina per i giorni a venire. Quali giorni a venire? Tutti, fino a oggi. Perché uno dei caratteri più evidenti della rimozione praticata dalla nazione sul corpo e l’anima di Aldo Moro è consistito in un secondo sequestro, ordito e portato a termine non più dai brigatisti, ma dalla nazione tutta. Si trattava cioè di confinare Moro in uno spazio angusto e semifinale, un ratto violento effettuato sul suo corpo di gloria, costretto all’interno di quelle due immagini, il capo reclinato vagamente mentre mostra la prima pagina del quotidiano e il cadavere concentrico in via Caetani. Questo accadeva non per una spontanea forza simbolica delle immagini, ma per una volontà collettiva, tutta oscenamente pronta a farsi spettacolo: tra le molte risultanze, l’esito della tragedia Moro è anche Alfredino e pure Silvio Berlusconi, con la sua intuizione più morbosa che geniale, cioè l’ubiquità istantanea dello spettacolo. L’imposizione di questi tabù continuamente stuprati, che sono le immagini premorte e funeraria di Aldo Moro, permette di stendere un’ombra di vantablack sul metodo Moro, metodo coincidente con la sua umana presenza nella storia nazionale e internazionale. Il suo metodo è un’intuizione più profonda di qualunque altra illuminazione che sia capitata sotto il suo dominio, perché bisogna dire questa per nulla amara verità: l’opera pluridecennale di Aldo Moro fu il dominio di una personalità messa al servizio di un Paese o, meglio, delle sue genti. L’intuizione che fa il metodo di Aldo Moro si può tecnicamente riassumere in questo: così come il Pontefice è detto da San Paolo “kathékon”, ovvero colui che frena il tempo dilazionando sempre la fine del tempo stesso, allo stesso modo Aldo Moro è il kathékon della politica, che dilaziona la fine della politica stessa. Moro, che potrebbe definirsi il più grande contrattualista da Machiavelli ai propri tempi e anche ai miei, è anzitutto un uomo scettico circa lo stato di natura da cui l’umano parte sempre. Sceglie la cultura come sanatoria e trascendimento della natura, che, priva di una mediazione, la quale è tutta la cultura, ovvero la politica, si scatena nel compilare il regesto degli orrori. Che cosa è l’orrore per Aldo Moro e per noi tutti? E’ la rottura del vincolo sororale e fraterno, tra uomo e uomo. E’, tra le altre cose, il fascismo. Ieri il “Corriere della Sera” pubblicava uno stratosferico intervento di Aldo Moro nel 1943 e vale la pena di estrarne alcune parole, densissime, capaci di inchiodarci tutti alle nostre responsabilità, ieri e oggi e domani e sempre. Scrive il giovane Moro: “La Patria è certo il nostro io, ma non il piccolo io angusto, che si chiude ad ogni considerazione, ad ogni rispetto, ad ogni amore degli altri, ma l’io che si fa, energico e pieghevole, memore di sé ed attento alla vita di tutti, incontro agli altri, e afferma e nega, cede e s’impunta, sicché nel vasto gioco delle azioni di tutti sorga, in libertà e come frutto di libertà, il volto storico della Patria. La tirannia comincia là dove il piccolo io, rotto ogni vincolo di fraternità e di rispetto, dimentico di quella sublime umiltà che fa l’individuo uomo, la sua particolare visione eleva ad universale, senza il vaglio di una critica che consacri questo passaggio; il proprio particolare amore proponga orgogliosamente come l’amore di tutti. Allora la Patria è morta; quella sua grandezza augusta, che è nell’accogliere ogni voce, ogni palpito, ogni gioia, ogni sofferenza dei suoi figli, è spenta, terribile furto ai danni del proprio fratello è questo. Di più, impadronirsi della Patria di tutti, farne una piccola povera cosa di noi, è fatalmente condannarsi a perderla a nostra volta. Non si può negare ed affermare insieme”. Il metodo di Aldo Moro è una macrofisica, una microfisica e una metafisica, che si gioca sugli ultimi due verbi, “negare” e “affermare” e fondamentalmente, ma si vorrebbe dire fondamentalisticamente, sull’avverbio finale, cioè “insieme”. A Pasolini sembrò, così ingenuamente perché così intimamente reclinandosi su se stesso, che l’affermazione di Moro costituisse una formula melvilleana, una sorta di Bartleby che somiglia a Remo Gaspari e afferma negando. La verità stava all’opposto: l’affermazione di Moro non c’è mai, perché è immobile e statuaria sotto la fluvialità complessa del discorso che si fa a partire dalla verità stessa, mentre la negazione di Moro si gioca tutta sull’avvicinamento progressivo alla percezione di quella verità, che non può accadere insieme alla propria negazione. Questa lezione, per ciò che concerne la sempreguale landa in cui condividiamo lingua e storia, non hanno voluto apprenderla i corpi sociali e generalmente tutti coloro da cui ci si aspettava questo requisito minimo di sistema. Del resto, questa strategia, che è tattica e che sembra una perdita di tempo e un’ipocrisia soltanto a chi è del tutto profano al fatto che essa è la sostanza stessa del contratto sociale, questa strategia fa i grandi uomini che operano ovunque e in ogni era, perlomeno alle nostre latitudini. Si pensi al “no” di Ratzinger e a quale “sì” fa da premessa. E’ il segreto del tempo, che si trova all’incrocio preciso dei bracci della Croce. E questo porta a oggi. Si è detto sopra che, perlomeno fino a oggi, la pratica Moro consiste per l’Italia in una rimozione. Ogni rimozione, tuttavia, esige e comporta il ritorno del rimosso. Il fantasma è una sospensione che non si risolve in un ritorno corporeo: l’immagine, come anima del corpo, si ripresenta a segnalare che il nodo comportato dallo spettro non è stato risolto. Se il rimosso ritorna, lo fa in modo per cui si presenta identico a come era prima della rimozione. Oggi Moro torna. E’ qui e ora. Gli scorsi anni non mi sarei azzardato a dire una simile sesquipedalità. Però qualcosa è mutato. Cosa? Si è presentato l’altro rimosso, e non in forma spettrale, ovvero il fascismo italiano. Quindi, torna l’opzione e la funzione che fecero i conti col fascismo – e questo è realmente tutto Aldo Moro. Ma come – si dirà -, il fascismo lo hanno sconfitto la Resistenza e le potenze straniere, i comunisti e le donne e gli uomini di buona volontà, cosa c’entra Moro? Beh, c’entra. La mediazione e la traduzione bilingue, sempre bilingue, con cui si fece la Costituzione e con cui essa si mise alla prova pratica della storia, non è un mistero che si deve al giovane Aldo Moro (così come qualcosa si deve al giovane Ratzinger se si pensa al Concilio Vaticano II). L’esigenza Moro è oggi l’unica chance di politica nell’arco costituzionale o di politica politicienne, che l’Italia può recepire e impegnare nella profonda dialettica che deve riprendere il suo corso, in questo Paese stremato dall’ignoranza propalata come valore e dall’autoritarismo come forma emersa dell’esclusivismo che spezza il legame umano. Detto ciò, la politica reale è una spontaneità collettiva, uno spontaneismo collettivo, che per Aldo Moro non era l’esito di una manipolazione o di un condizionamento mentale sulle masse: è il benzene della democrazia, è proprio la sostanza della democrazia, che chi detiene la delega di rappresentanza deve condurre a espressione nel luogo in cui la democrazia si fa e la politica ha il suo decisivo, insostituibile coronamento.
Per questo oggi piango, ricordo, ringrazio Aldo Moro.

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