Ciao, Ermanno

krumm1-thumbE’ morto ieri il poeta e critico d’arte Ermanno Krumm. Era nato nel 1942. Esce in questi giorni in libreria, per i tipi de Lo Specchio di Mondadori, la sua ultima raccolta, Respiro. Aveva pubblicato con Einaudi tre importanti libri di poesia: Novecento, Felicità e Animali e uomini. Collaborava al Corriere della Sera, nella pagina culturale dedicata all’arte.
Conoscevo Ermanno Krumm da circa quindici anni. Da quasi un decennio abitava a trenta metri da casa mia e talvolta ci si trovava, più o meno casualmente, a fare colazione e a discutere. Era un intellettuale e un poeta di formazione tipicamente Sessanta/Settanta. Le sue stelle polari erano certo tipo di marxismo a-scientifico, il lacanismo mediato dalla Kristeva, la semiotica di Barthes. Una struttura formativa che, a mio parere, non si adattava più ai tempi – posizione, questa mia, che innescava lunghissime e indimenticabili conversazioni con quest’uomo dal cipiglio aristocratico, permaloso come solo certi splendidi viveur sanno essere. E’, in assoluto, dopo Antonio Porta, il poeta più concretamente vitalista che mi sia stato dato di conoscere, e per questo mi colpisce ancor più duramente la sua repentina dipartita. Era un fantastico “scapestrato”, come lo definisce oggi sul Corriere il suo migliore amico, Sebastiano Grasso, caposervizio della cultura che lo aveva fatto collaborare al quotidiano di via Solferino in un momento particolarmente duro dal punto di vista economico.
krumm2Era un poeta estremamente convinto dei propri versi, che si adirava in maniera formidabile se solo si cercava di mettere in dubbio quello che lui chiamava “l’impianto epistemiologico” da cui essi provenivano. Nonostante fosse un uomo di profondissima cultura e tenesse molto al guscio di saperi in cui le sue poesie andavano formandosi, la realtà è che era un poeta di estrema dolcezza, che sperimentava una tensione intima piuttosto formidabile tra la malinconia e la pressione vitale che esercitava su di lui l’anticipazione del futuro. I suoi versi sono una modulazione, come ha acutamente osservato Maurizio Cucchi, “turbata e serena” di un’osservazione condotta da un “paziente e acutissimo lettore della realtà”, capace di “un controllo linguistico eccellente”. In effetti Krumm era un’anomalia della poesia italiana formatasi nei Settanta e giunta a pubblicazione nel decennio successivo. Era un’anomalia perché la sua bildung era essenzialmente quella di un poeta dell’incomunicabilità o del post-sperimentalismo: de Saussure anzitutto, strutturalismo e post-strutturalismo, lacanismo, in prosa il nouveau roman, gli studi di antropologia – in pratica, l’armamentario che aveva condotto a esperimenti poetici che, lontani dall’orfismo, avevano comunque fatto dell’oscurità e del sisma linguistico la propria ragione d’essere. Al contrario Krumm, pur rimanendo fedele a una tradizione teorica così profondamente novecentesca (e non a caso Novecento è il titolo del suo primo libro einaudiano) cercava una comunicabilità e una medietà con l’andamento prosastico di marca eminentemente lombarda. Rispetto a questa categoria, egli si inalberava. Una volta, nel bar sotto casa nostra, si voltarono di scatto gli astanti perché questo strano personaggio, zazzeruto con le mollette all’orlo dei pantaloni per andare più comodo in bicicletta, si era messo a urlarmi: “Ma quale linea lombarda! Avete rotto i coglioni con la linea lombarda!”. Invece lo sapeva benissimo che era così: era una linea lombarda che si discostava dal sistema estetico enunciato da Anceschi, e che cercava il brillìo dell’universale nella ricognizione oggettuale, non crepuscolare e quindi fuori dell’ironia, fuori del feticismo. Krumm si iscriveva in questo senso in una linea poetica che tentava di mettere in rappresentazione la scaturigine dello stupore, della stupenda e sognante inermità dell’umano di fronte al mistero del mondo – mistero mondano e cosale, senza illusioni spiritualistiche di sorta.
8806159437Negli ultimi tempi, Krumm aveva furibondamente aggiornato la propria formazione. Il suo Animali e uomini nasceva da una compulsiva rilettura di Benjamin e da una sorta di ripensamento dell’allegorico e del mitico, condotta anche grazie all’incontro con il Blumenberg de L’elaborazione del mito, che interpretava quale rielaborazione dell’ultimo Freud. Una lettura, questa, non indenne dal rapporto con i testi teorici pubblicati sul Piccolo Hans, la rivista di psicoanalisi allargata diretta da Finzi, ma condotta direttamente sui testi del grande filosofo estetico tedesco. Il fascino che sortiva dalla poetica delle rovine, delle tracce, dei segni umani in fusione con la natura e la temporalità (fino alla quasi cancellazione), della presenza interrogante della vita animale quale alternativa (e pedagogia) all’umano, sembravano a Krumm dischiudere una possibilità di superamento del sistema semiotico su cui si era formato. Animali e uomini, in questo senso, costituiva una seconda giovinezza per questo autore che, con Le cahier de Monique Charmay, aveva esordito nel 1987, risultando da subito una voce originale nel nostro panorama poetico. Quel suo esordio nasceva dalla contraddizione, vissuta con totale adesione da questo uomo sfrenatamente umorale e gioiosamente flaneur. Monique Charmay era la sua donna, compagna di un mitologico periodo parigino con cui Ermanno aveva dato una distanza esistenziale pressoché irrecuperabile a tutti noi della generazione successiva. Quella compagna di vita – una vita dai contorni magici, una bohème irripetibile, fatta di baldorie e profondissimo studio – si era suicidata e la risposta di Ermanno era stata non unicamente emotiva, ma soprattutto letteraria. Questa fede nella cultura come mediazione tra uomo e natura rientra precisamente nei contorni di quella rinnovata ed esplosa linea lombarda a cui si accennava sopra.
Al di là del dato letterario, va dunque sottolineata l’immensità esistenziale di questa persona. Incedeva come una sorta di regale francese settecentesco. I suoi modi erano squisiti, un’eleganza quintessenziale del gesto, della voce e della postura che sorprendevano o, anche più spesso, irritavano. A me divertivano. Il suo sdegno nei confronti della mia generazione era condotto con la precisione e la crudeltà di uno chef giapponese che tagli raffinatamente pesce crudo e pretenda di convincere il pesce che è cosa buona e giusta essere squartati. Quando lo si incontrava, era una festa della caricatura e dell’improbabilità. Sembrava uno della cerchia di Baudelaire capitato in una inverosimile società postindustriale. Il suo spirito era aristocratico, provocatorio, asetticamente cruento ma empatico, e soprattutto travolgentemente umoristico. Impossibile non ridere, con lui. Amava il cibo d’eccellenza, il vino sopraffino e le donne. Dedicava alla mia frigidità erotico-sentimentale lunghe e imbarazzanti digressioni, mentre bevevo il cappuccino. Era al tempo stesso curioso dell’innovazione e misoneista. Davanti ai suoi interminabili tè tardomatuttini, ho subìto reprimende per conto di tutta Internet.
Il ricordo più bello risale a una sera di anni fa. Krumm teneva, con uno stile di presentazione fuori dal tempo, una trasmissione televisiva allucinatoria, dedicata alla letteratura, in una emittente locale lombarda, nel Varesotto. Invita a una puntata Giuseppe Pontiggia e me, per parlare de Il profitto domestico di Antonio Riccardi (perché non aveva invitato direttamente Antonio Riccardi?). La trasmissione è un puro delirio. Parliamo del libro di Riccardi per circa un’ora – un tempo che, secondo gli standard televisivi, equivale a un’era geologica. Poi si va a cena, con il presidente di un importante premio letterario di quella zona, il quale si porta dietro la figlia, non ancora diciottenne. Andiamo a mangiare in un ristorante eccelso, una location da Guinness. Io sono poverissimo e a disagio. Ermanno è poverissimo ma non è affatto a disagio. Per tutta la sera corteggia la figlia del tipo con modalità memorabilmente antologiche. Sorseggia vini di ogni tipo, commentandoli con una perizia da Baltasar Graciàn dell’etica culinaria. Chiosa ogni portata, si inventa legende barocche su ogni moule che ci venga servita. Ingaggia un duello cognitivo spettacolare con chef e addetto al tavolo. Per farsi bello con la ragazzina, alza i toni della sfida con il sommelier, arrivando a indicare la precisa locazione geografica del particolarissimo vigneto da cui è stato ottenuto un determinato e rarissimo Sauterne (“E’ prodotto dalla vite che sta nell’ansa di quel fiume o dal vigneto a quaranta metri più a monte?”). Il sommelier è sconcertato da una competenza tanto sbalorditiva. La ragazzina è in estasi. Peppo Pontiggia e sua moglie sono letteralmente incantati. Krumm descrive con precisione autoptica le dieci botti in cui viene barricato quel vino (“Adesso ne hanno aggiunta una nuova, ma il produttore non ne è pienamente soddisfatto, ha da ridire sulla qualità dei legni”). Quando ci portano il carrello dei formaggi, Ermanno, che ha mangiato l’equivalente del consumo alimentare di uno stato del Centrafrica, con mossa teatrale lo respinge: pretende che il carré dei formaggi a muffa blu sia diviso da quello dei prodotti a muffa arancione. Sconfortato, l’addetto al tavolo riporta indietro il carrello, costretto a dare ragione a quella sorta di Raspelli rinascimentale che è Krumm. Quando arriva il carrello diviso in muffa blu e muffa arancione, Ermanno inizia a fare esplodere varianze lessicali su ogni tipologia casearia. Appoggiando il gomito, ormai alterato dal profluvio alcolico a cui si è sottoposto, scivola e immerge la faccia nei formaggi. Il Peppo Pontiggia esplode in una risata pantagruelica, Krumm commenta che si tratta di una metafora del suo rapporto con la metrica.
E’ l’unico poeta al quale è stato possibile consigliare di leggere Pynchon senza che mi mandasse affanculo. Anzi. Stava ad ascoltare gli approssimativi tentativi di un ragazzino che cercava di teorizzare una osmosi tra poesia e prosa ben diversa dalla questione della prosa poetica impostata da Baudelaire, che era uno degli autori fondamentali per Krumm, insieme a Mandel’stam e Celan. Il rapporto intellettuale con la sua ex compagna Maria Rosa Mancuso, critica letteraria del Corsera, lo esponeva alla visione del panorama narrativo internazionale, compresi i generi thriller e noir, il che è davvero raro per un poeta.
8804545143La malattia ha còlto inaspettatamente Krumm al culmine della sua maturità poetica. Ha appena fatto in tempo a stringere tra le mani una copia di Respiro, il libro che Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, curatori dello Specchio, gli hanno pubblicato, realizzando un suo sogno. Ci teneva tantissimo a uscire per lo Specchio di Mondadori. Il suo ultimo Respiro è un libro in cui molto credeva. Me ne parlava, con entusiasmo, nemmeno un mese fa, davanti all’ennesimo cocktail. Mi farà impressione leggerlo. Mi fa impressione pensare di uscire di casa e di non incontrare più questo poeta ruvido e dolce.
Ti sia lieve la terra e il cielo, Ermanno.

Audio: Ermanno Krumm legge Baudelaire

In occasione della pubblicazione dei Fiori del male di Cahrles Baudelaire, nella traduzione di Antonio Prete, Ermanno Krumm ha partecipato a un reading di quei versi. Dal sito di Feltrinelli, la voce di Krumm legge La nostra bianca casa, fuori porta.

ERMANNO KRUMM LEGGE BAUDELAIRE

Ermanno Krumm: poesie

SIETE COME GLI UCCELLI DEL CIELO

(anche se avete famiglia e lavoro)

Non porta a nulla in poesia
cercare la poesia. Eppure
prima che non significhi più nulla
un qualche niente progredisce,
si fa spazio. Ora, le parti
sono maggiori del tutto

ma non c’è tutto in poesia
solo quanto basta perché batta
la lingua-mano nuove tenere parole,
piane e semplici. Così la scintilla,
che aggiungendo se stessa s’aggiunge
dove nulla accade o muta s’innalza
sul lieve tremolare delle onde.

***

PAESAGGIO

Due balze più sopra, il muro
è freddo e muto. In aria il fumo
si perde con il filo dei rami,
gli uccelli ruotano, appesi
dietro alla lama di un pesce.

Tutto si fa curvo, veloce come a Cagnes,
grandi tronchi imbandierano il vento,
e di quest’autoritratto come albero,
da cui ti scrivo, presto non si scorgerà
che il ripido pendio e nessun
osservatorio in bilico su una terrazzetta.

[da Felicità, 1998]

***

Un animale mi guarda,
uno specchio vivo, un punto
ancora netto in alto
la sua presenza,

tra sassi ed erbe il suo contorno
entra nella macchia
come la pallina nella buca del biliardo.

Non diversamente apparivano
e sparivano gli antichi dei
con imperturbabile naturalezza.

[da Animali e uomini, 2003]

***

Sparisce sott’acqua una folaga,
nuovi scogli affiorano con la bassa marea
e file di formiche continuano
il loro lavoro: passano i secoli
e sono sempre le stesse montagne
a gonfiarsi in oscurità e luce:
così deve averle viste
all’orizzonte tra le pareti del mare
scorgendole Ulisse, così ancora
nello spessore d’aria crepitando
stirano quella loro carcassa
di tufo color sassi e seppia.

[da Respiro, 2005]

Con Costantino a Fahrenheit, su Radio3

contantinoelimperoTra le 17 e le 18 di oggi addì lunedì 21 febbraio, Michele Monina e il Miserabile Autore risulteranno ospiti di Fahrenheit, l’imprescindibile trasmissione di letteratura di Rai Radio Tre, laonde presentare alle masse ivi convenute tutti i messaggi subliminali contenuti nel libro a chiave Costantino e l’impero. Per l’occasione, sarà riesumata la salma di Pier Paolo Pasolini, che anni addietro girò uno spot per la Saiwa, con slogan italoamericano. Michele Monina e il sottoscritto si faranno esplodere come kamikaze all’ingresso del palazzone Rai di Milano. Poi, a brandelli, saliranno al quinto piano, dove risponderanno alle domande del conduttore di Fahrenheit come se fosse il figlio illegittimo di Eduardo Sanguineti.
Stay tuned: cliccate qui per ascoltare in diretta via Web.

‘Costantino e l’impero’

contantinoelimperostrong>COSTANTINO E L’IMPERO
Tropea
€ 10.00
2005

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E’ l’inizio del nuovo millennio italiano quando Costantino Vitagliano – sottoproletario, ex culturista, spogliarellista, modello, playboy – irrompe nel fatiscente mondo della televisione italiana e lo sconvolge dalle fondamenta. Grazie a un sistema sofisticato di partecipazioni incrociate a programmi di richiamo, con Maurizio Costanzo per padrino e Maria De Filippi per madrina, Costantino sbaraglia ogni confronto: ottiene audience superiori a quelle del Grande Fratello, delle apparizioni di Bonolis, dei quiz di Amadeus e Gerri Scotti. L’Italia è folgorata dall’imporsi di un’icona spettacolare di nuovo tipo, il prototipo dello Spettacolo Incarnato, privo di qualunque vocazione se non quella di apparire e, come un autentico messia televisivo, di sollevare ogni indice d’ascolto senza esprimere alcun contenuto, senza eseguire alcuna performance, senza mostrare alcuna abilità: soltanto apparendo.
Costantino è milanese ed è trentenne. Nato a Lambrate, da bambino si è trasferito in un quartiere popolare, Calvairate. Da qui ha iniziato l’ascesa, la scalata al cielo. Due scrittori particolarmente atipici, Monina e Genna (entrambi trentenni, uno sbarcato a Milano a Lambrate e l’altro proveniente, come Costantino, proprio da Calvairate), scoprono di avere visto e conosciuto Costantino quando non era Costantino. L’investigazione dell’infanzia, della pubertà e della consacrazione di Costantino viene effettuata da Monina&Genna con metodi che vanno dal giornalismo d’indagine alla leggenda pop. L’ambiente e il tempo in cui Costantino è cresciuto sono esattamente gli stessi in cui sono cresciuti i nostri due segugi letterari. Ne emerge un ritratto abbacinante: non soltanto della vicenda umana di Costantino, emblematica del nostro presente più di qualunque altra, ma di un’intera nazione, della sua profonda trasformazione antropologica, dell’incredibile controstoria politica, fatta di segreti e show tv, che ne fa un’anomalia mondiale. Costantino e l’Impero è l’American Tabloid dell’Italia di oggi e di domani, la biografia non autorizzata di un’icona e di quello che rappresenta – cioè gli Stati Uniti dello Spettacolo, lo spettacolo più indegno del pianeta.

Costantino e l’impero in copertina su EvaTremila!

contantinoelimperoDopo l’exploit su Gente, diretto dal geniale Umberto Brindani, Costantino e l’impero, il libro scritto dal Miserabile Autore e da Michele Monina (Tropea), viene lanciato prendendo la copertina di Eva Tremila, il mitologico magazine diretto dal geniale Silvestro Serra. In alto a destra, sopra la gigantesca figura del Vitagliano, lo strillo imperdibile: “Esclusiva mondiale di Eva“. All’interno, sei pagine con recensione, ampi stralci del libro, un corredo fotografico con un Costantino al di là dell’avantpop, un quadrotto dedicato ai “numeri di Costa”, un box che riassume “Il Costantino pensiero” e le biografie dei due loschi figuri che hanno scritto questa indagine morbosa sulle origini oscure e periferiche del Divo. Queste biografie vanno sotto uno titolo da urlo: “I due ironici, spiritosi biografi di Costa”.
Ecco dunque questo impressionante de cuius: chi sono gli spiritosi biografi di Costa.

Giuseppe Genna è nato a Milano il 12 dicembre 1969, l’ora e il minuto precisi dello scoppio della bomba di piazza Fontana. E’ cresciuto a Calvairate, lo stesso quartiere di Costantino, insieme allo stesso Costantino e ai medesimi amici. A differenza di Costantino, è cronicamente sfidanzato e ha la pappagorgia. Sembra un bravo ragazzo ma non lo è: non è più un ragazzo. Ha pubblicato 8 libri. Ha lavorato a Montecitorio come assistente del Presidente della Camera. Va spesso alla televisione, che si trova nel suo salotto su un comò bianco. Nella sua vita ha amato solo Maura e se ne vanta pure. A 35 anni, a differenza di Costantino, è ancora vergine come Arnold, il piccolo protagonista di colore del telefilm Arnold. Gli extracomunitari a Milano lo scambiano per uno di loro e hanno ragione. Tra i suoi lettori: Francesco Cossiga, monsignor Camillo Ruini e Silvio Berlusconi, che gli hanno inviato telegrammi per ringraziarlo dei suoi libri. Il suo prossimo romanzo uscirà per la casa editrice Tropea.
Michele Monina è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Milano. Si divide tra le professioni di giornalista (Gente Viaggi, Rolling Stone, Rockstar) e scrittore. Ha scritto 8 libri, tra cui Vasco Chi. Nonostante l’aspetto, è marito devoto e padre. Sta con Marina sin da quando Costantino giocava con Mazinga. Quattro anni fa, quando Costantino ha iniziato a fare lo spogliarellista, è nata sua figlia Lucia. In concomitanza con l’uscita di Troppo belli, il film con Costantino, nascerà il secondo figlio. Gli extracomunitari lo scambiano per uno di loro e hanno ragione. Non ha la pappagorgia. Possiede una Harley-Davidson e un pitbull terrier nano di nome Bazzani.

Il nuovo libro: Costantino e l’impero

contantinoelimperoE’ fatta: l’1 febbraio esce il nuovo libro, il primo pubblicato per Tropea, scritto a quattro mani con Michele Monina, costo 11 euro. Si intitola Costantino e l’impero e si occupa di Costantino, quello della tv.
Anzitutto va detto questo: si tratta della “biografia non autorizzata del Divo nel Paese delle Meraviglie”. Perché e percome? E’ molto semplice: Costantino viveva a 50 metri da casa mia, nel quartiere milanese di Calvairate, andava a scuola con mia sorella alle elementari, ci ho giocato insieme a pallone, i suoi amici erano i miei amici e i miei nemici nell’età dell’oro dell’infanzia. Costantino è nato però nel quartiere Lambrate, dove Michele è sbarcato per la prima volta venendo da Ancona. Michele sa tutto dello star gossip, io pure. Costantino da piccolo vedeva Goldrake, noi pure. Costantino mangiava Ciaocrem, l’emulazione fallita della Nutella, e noi pure. Costantino sa chi è Arnold del telefilm Arnold, noi pure. Costantino è fichissimo, noi no. Per quest’ultimo motivo, perché siamo invidiosi, abbiamo scritto questa indagine torbida sulla vita di Costantino. Quel che c’è nel libro è rigorosamente vero e provato. Abbiamo addirittura incrociato una Gola Profonda che ci ha detto cose pazzesche.
Oggi è uscito su Gente un eccezionale articolo di quattro pagine su Costantino, noi due e questo libro.
Adesso vi elenco alcuni dei personaggi di cui si parla in questo libro e poi pubblico la scheda introduttiva.
Per il momento…

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Roberto Saviano. “Scampia-Erzegovina”

savianomariospadadi ROBERTO SAVIANO

[Roberto Saviano è come un certo mohicano, e non lo dico per la foto lombrosiana che qui pubblico: è l’ultimo dei giornalisti. La sua scrittura è allucinatamente realistica e sconvolgente, ma la materia di cui tratta lo è ancor più. Leggere i reportage e le narrazioni di Saviano è una terapia che estenderei alla nazione. Il suo sguardo non è soltanto un bisturi umanista, poiché lo scrittore non è semplicemente un umanista, e non è nemmeno un ultraumanista: è ciò che la letteratura compie quando si trova di fronte alla realtà – la abbraccia, la pugnala e ne è pugnalata. Questo racconto-reportage di Roberto Saviano, pubblicato nell’antologia Generazioni. Nove per due (Ancora del Mediterraneo, 13.50 euro) mi è stato inviato da Piero Sorrentino: desidero ringraziare entrambi per l’onore che mi fanno. gg]

«Io la velocità della luce la so, ma la velocità del buio non ce l’hanno ancora insegnata…»
(Dino, 12 anni, Zagabria)

Quando sono arrivato era a terra, morto. Un nugolo di carabinieri camminavano nervosi dinanzi al negozio dove era avvenuto l’agguato. L’ennesimo. «Ormai un morto al giorno è la cantilena di Napoli», dice un ragazzo nervosissimo che passa di là. Si ferma, si scappella dinanzi al morto che non vede, ma sa che c’è e va via. Quando i killer sono entrati nel negozio stringevano già i calci delle pistole. Era chiaro che non volevano rapinare ma uccidere, punire.
Attilio ha tentato di proteggersi dietro al bancone. Sapeva che non serviva a salvarsi ma magari sperava che il gesto di nascondersi segnalasse che era disarmato, che non c’entrava nulla, che non aveva fatto niente, aveva capito forse che quei due erano soldati della camorra, della guerra voluta dai Di Lauro. Gli hanno sparato, hanno scaricato i loro caricatori e dopo il servizio sono fuggiti via, qualcuno dice con calma, come se avessero acquistato un telefonino piuttosto che massacrato un uomo. Attilio è lì. Sangue ovunque. Sembra quasi che l’anima gli sia uscita da quei fori di proiettile che gli hanno marchiato tutto il corpo. Quando vedi tanto sangue per terra inizi a tastarti, controlli che tu non sia ferito, che in quel sangue non ci sia anche il tuo, inizi a entrare in una psicotica ansia, cerchi di assicurarti che non ci siano falle nell’epidermide, che per caso senza che te ne sia accorto ti sei ferito. E comunque non credi che in un uomo solo possa esserci tanto sangue e sei certo che in te ce n’è sicuramente molto meno. Quando ti accerti che quel sangue non è tuo, non basta, ti senti svuotato anche se l’emorragia non è tua. Tu stesso diventi emorragia, senti le gambe che ti mancano, la lingua impastata, senti le mani sciolte in quel lago denso, vorresti che qualcuno sbirciasse sotto i tuoi occhi a constatare una crisi d’anemia. Vorresti fermare un infermiere e chiedere una trasfusione, vorresti avere lo stomaco meno chiuso e mangiare una bistecca, se riesci a non vomitare devi chiudere gli occhi ma non respirare. L’odore di sangue rappreso che ormai ha impregnato anche l’intonaco della stanza sa di ferro rugginoso. Devi uscire fuori prima che gettino la segatura sul sangue perché l’impasto genera un tanfo terribile come di carne tritata andata a male, che fa crollare ogni resistenza al vomito.

Non capisco perché accetto sempre di venire sui posti degli agguati. Mi chiamano, qualcuno vuole che vada a vedere, che vada a capire, che magari possa trovare formule letterarie che diano corpo a qualche verità che sappia traghettare il meccanismo di morte, la scossa del dolore estremo. La guerra di Scampia ha generato in due mesi oltre quaranta morti, almeno venti ne avrò visti, per terra, inzaccherati dal sangue, sfigurati in volto dai colpi, addormentati dalla morte. Non è importante mappare ciò che è finito, il dramma terribile che è accaduto, è inutile osservare i cerchi di gesso intorno ai rimasugli dei bossoli, che quasi sembrano un gioco infantile di biglie smarrite. È necessario invece riuscire a capire se qualcosa ancora è rimasto. Questo forse vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia d’umano ancora e se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una vera risposta che dia il reale senso di ciò che sta accadendo. Il corpo di Attilio è ancora per terra quando arrivano i familiari. Due donne, forse la madre e la moglie, non so. Nel percorso si stringono, camminano avvinghiate, spalla incollata all’altra spalla, ormai sono le uniche a sperare che non sia come ormai già hanno capito e sanno benissimo. Ma sono allacciate, si mantengono l’un con l’altra, un attimo prima di trovarsi dinanzi alla tragedia. È in quegli attimi, nei passi delle mogli, delle madri verso l’incontro con il corpo crivellato, che si intuisce un’irrazionale, folle, balorda fiducia nel desiderio umano. Sperano, sperano, sperano e sperano ancora che ci sia stato un errore nella comunicazione, una bugia nel passaparola, un fraintendimento nelle parole del maresciallo dei carabinieri che annunciava l’agguato e l’assassinio. Come se ostinarsi maggiormente nel credere qualcosa possa davvero mutare il corso delle cose. In quel momento la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta senza minima alcuna. Ma non c’è nulla da fare. Le urla, i pianti mostrano la forza di gravità della realtà.

Attilio e lì per terra. Lavorava in un negozio di telefonia e poi per arrotondare in un callcenter. Lui e sua moglie Natalia non avevano ancora un bambino. Non era ancora il momento giusto, non c’era forse la possibilità economica di sostenerlo e perché no, magari aspettavano prima di generarlo la possibilità di farlo crescere altrove, magari al nord. Le giornate si almanaccavano di ore di lavoro e quando c’è stata la possibilità e qualche risparmio Attilio ha creduto buona cosa poter diventare azionista di quel negozio dove ha trovato la morte. L’altro socio però ha una lontana parentela con Pariante un capozona di Bacoli, un colonnello di Di Lauro, uno di quelli che si sono messi contro il boss. Attilio non sa o quantomeno sottovaluta, si fida del suo socio, gli basta sapere che è una persona che vive del suo mestiere, faticando molto, troppo. Insomma in questi luoghi non si decide della propria sorte, il lavoro sembra essere un privilegio, qualcosa che una volta giunto si tiene stretto, quasi come una fortuna che ti è capitata, un destino benevolo che ha voluto centrarti, anche se questo lavoro ti porta fuori casa per tredici ore al giorno, ti lascia mezza domenica libera e mille euro al mese che a stento ti bastano per pagare un mutuo. Comunque sia venuto il lavoro, bisogna ringraziare e non fare troppe domande a sé e al destino. Ma qualcuno fa cadere il sospetto. E il suo corpo rischia di venire sommato a quello dei soldati di camorra ammazzati in questi mesi. I corpi sono medesimi, le ragioni della morte sono però diverse anche se si cade sullo stesso fronte di guerra. Sono i clan che decidono chi sei, quale parte occupi nel risiko del conflitto di camorra. Le parti sono determinate indipendentemente dalle volontà, quando gli eserciti scendono per strada non è possibile tracciare una dinamica esterna alla loro strategia, il senso lo concedono loro, i motivi, le cause. In quell’istante quel negozio dove Attilio lavorava era espressione di un’economia legata al gruppo degli spagnoli, coloro che volevano in silenzio spodestare il boss Di Lauro, gli scissionisti, che quando sentono chiamarsi così sogghignano. Si combatte nelle strade di periferia e i soldati, come in ogni guerra, sono i disperati che ammazzano con un indennizzo di 2.500 euro a omicidio, che prendono salari di 700 euro mensili e che sperano di arrivare agli stipendi dei dirigenti militari, quelli che possono intascarsi anche ventimila euro al mese. Ma le economie in palio sono astronomiche, quella dei Di Lauro supera i 500 milioni di euro annui, e possiedono i perimetri dei continenti, si muovono con i money transfer in Canada, Australia, Gran Bretagna, Svizzera, come dimostrano le inchieste della Dda di Napoli del luglio 2004, investendo in aziende, negozi, ristoranti, alberghi. I dirigenti di queste economie hanno i profili dei finanzieri, degli imprenditori internazionali, non hanno la foggia dei criminali dei quartieri degradati, risiedono nelle città europee, a Tenerife, Monaco, Varsavia, viaggiano da Pechino a Bogotà e investono negli Usa, in Germania, in Francia. Fabbriche di vestiario, indotti di pezzi d’alta tecnologia, aziende di trapani. Qui si combatte solo la guerra. A questi quartieri è lasciata la feccia della trincea, altrove però ci sono i tavoli dove si decidono le strategie aziendali e gli snodi finanziari. La Cina è il paese con più investimenti delle imprese della camorra napoletana. Di Lauro controlla nei dintorni di Pechino le fabbriche di macchine fotografiche, telecamere e strumenti ad alta tecnologia. È arrivato in Cina dieci anni prima che confindustria si accorgesse della necessità di investire in Catai. Le macchine fotografiche vengono prodotte dagli stessi indotti delle grandi case di produzione. I clan si appropriano solo del marchio finale, per meglio introdursi nel mercato ma il prodotto è il medesimo. Ormai i mercati dell’Est Europa sono invasi con potenza da monopolio dai prodotti delle aziende dei clan che di falso hanno solo il marchio di cui si appropriano abusivamente. Lo stesso accade con il vestiario. Valentino, Ferragamo, Alcott, Prada, Ferré: la camorra, dopo averne gestito gli indotti per anni nei paesini del napoletano, ha iniziato a produrre essa stessa i capi ultimati e a porre marchi falsi. I prodotti sono i medesimi anche in questo caso, manca solo l’ultimo passaggio, l’autorizzazione da parte dell’azienda a porre la propria firma sul capo. Ma questa autorizzazione le fabbriche dei clan se la danno da soli. Il centro delle attività imprenditoriali della camorra in Italia è soprattutto al Nord. Castelnuovo del Garda è il posto dove i clan di Secondigliano hanno installato le loro maggiori attività legali legate alle imprese tessili. Ma i magazzini che raccolgono i vestiti delle aziende della camorra per venir successivamente distribuiti al dettaglio sono disseminati in ogni parte del mondo, dalla Spagna al Brasile passando per la Germania e l’Inghilterra. La cosa però che risulta più strana è che le aziende che vengono falsificate non denunciano. Fingono di non vedere, o forse questo mercato non gli è poi così d’intralcio. Il motivo è semplice. Centinaia di negozi, di centri commerciali, centinaia di ditte di trasporto, di magazzini sono gestiti dai clan, mettersi contro il loro potere economico significherebbe avere prezzi aumentati, trattamenti sfavorevoli, distribuzione complicata. Oltre a ciò la camorra ha in mano le fabbriche nell’Est Europa e la possibilità di intervenire su quelle italiane, in breve i bassissimi costi di produzione sono garantiti anche dall’intervento dei sodalizi camorristici. In fondo quindi alle grandi griffe e alle grandi aziende sembra convenire spartire la propria fetta di mercato ancor più perché i marchi usati sono i propri e quindi non si crea una concorrenza a vantaggio di un’altra azienda. Il guadagno è comune e dove tutti ricevono profitto non c’è motivo di lamentela, lo dice anche Bill Gates. Ma i clan napoletani facendo così hanno conquistato il mercato tecnologico rumeno, polacco, ungherese e quello del vestiario in Provenza, in California e in Germania. Paradossalmente ha molto meno a che fare la periferia di Scampia e Secondigliano con la camorra che Pechino, Los Angeles, e il Veneto dove l’economia camorristica trionfa e fattura capitali astronomici falsando il libero mercato, potendo godere del plusvalore criminale e trasformandosi essa stessa in gruppo imprenditoriale che fagocita concorrenza e tenta, attraverso il proprio preziosissimo valore aggiunto, di infiltrarsi nei più potenti e noti gruppi economici. Ma è nella periferia napoletana che scorre il sangue, saltano in aria negozi e si ammazzano quattro persone al giorno. È qui che si tagliano le teste con il flex, si riempie la bocca di benzina e si mette uno stoppino tra i denti cosicché quando si dà fuoco le guance e la calotta cranica possano esplodere. È qui che la fantasia più barbarica trova il suo laboratorio d’avanguardia. Quindi è qui che si guarda e non altrove. È qui che con colpevole ingenuità si crede risieda il problema.

Natalia, Nata come la chiamava Attilio, è una ragazza stordita dalla tragedia. Si era sposata appena quattro mesi fa, ma non viene consolata, al funerale non c’è presidente della Repubblica, ministro, sindaco che le tiene la mano. Meglio così forse, si risparmia la messa in scena istituzionale. Ma ciò che aleggia sulla morte di Attilio è una ingiusta diffidenza. E la diffidenza è l’assenso silenzioso che viene concesso all’ordine della camorra. L’ennesimo consenso all’agire dei clan. Ma i colleghi del callcenter di Attila, come lo chiamavano gli amici per la sua violenta voglia di vivere, organizzano fiaccolate, e si ostinano a sfilare anche se sul percorso della manifestazione avvengono ancora agguati, il sangue ancora traccia la strada. Procedono, accendono luci, fanno capire, tolgono ogni onta, cassano ogni sospetto. Attila è morto sul lavoro e con la camorra non aveva rapporto alcuno. In realtà dopo ogni agguato il sospetto grava su tutti. Troppo perfetta è la macchina dei clan. E non c’è errore. C’è punizione. E così è ai boss che viene data fiducia, non ai familiari che non capiscono, non ai colleghi di lavoro che sanno, non alla biografia di un individuo. In questa guerra le persone vengono stritolate senza colpa alcuna, vengono rubricate negli effetti collaterali o nei probabili colpevoli. Un ragazzo, Dario 26 anni, ucciso nel dicembre 2004, di sera viaggiava sulla sua vespa quando viene sparato in faccia, al petto, lasciato morire a terra nel suo sangue che ha avuto il tempo di impregnare la camicia. Non aveva parenti camorristi, due fratelli entrambi con un passato da carabiniere. Un ragazzo innocente, gli è bastato essere di Casavatore, un paese martoriato da questo conflitto perché divenuto una sorta di feudo simbolico degli spagnoli. Questa è stata condizione sufficiente per divenire bersaglio, obiettivo, messaggio di terrore da urlare con la sua morte stessa, busta innocente di carne da inviare ai camorristi del suo paese. Per lui ancora silenzio, incomprensione. Nessuna epigrafe, né targa, né ricordo. «Quando si è uccisi dalla camorra, non si sa mai», così mi dice un vecchio postino che si fa il segno della croce nei pressi del luogo dove Dario è caduto. Non si sa mai, così come non si è saputo per Gelsomina, 22 anni, ammazzata nel novembre 2004, presa nel mucchio, aveva frequentato per qualche tempo un ragazzo che dopo un po’ era entrato nel clan, come molti in questa città, piccoli lavori, autista, corriere. Poi questo ragazzo ha deciso di partecipare col suo capozona al golpe contro Di Lauro e per Gelsonima quelle giornate trascorse con lui per qualche giro in vespa, quelle ore di frequentazione sono bastate per condannarla a morte. Torturata, uccisa, bruciata. Gelsomina lavorava, e duramente perché la sua famiglia era in seria difficoltà. Suo padre aveva perso il lavoro e la malinconia l’aveva divorato. Eggià perché anche chi abita qui, chi abita a Scampia e Secondigliano divenute ormai quasi archetipo dell’aberrazione, quando perde il lavoro, finisce con l’ammalarsi l’anima. E non ti alzi più dal letto, e senti di non farcela perché al Nord il tuo curriculum neanche lo leggono e poi a ricominciare tutto daccapo così lontano non ce la fai, e qui non sai a chi rivolgerti per campare e non hai né la voglia né il coraggio di entrare in un clan. Anzi neanche ti affiliano perché sei troppo vecchio o troppo inaffidabile, perché per troppo tempo hai avuto diffidenza verso la camorra e ora loro hanno diffidenza verso di te. E allora fai dire a tua moglie o a tuo figlio, alle persone che chiedono di te, che sei finito in carcere. Non esci dalla tua stanza per un anno, meglio far credere che sei andato a finire dentro per una rapina al Nord, magari ai camion, meglio far sapere che ti hanno beccato dopo un furto che invece far sapere che sei depresso, fermo a letto senza neanche la forza di accendere la luce. Ma è difficile vedere questo negli oltre ottocento colpi di pistola, mitra e fucile a pompa sparati in questa guerra, avere la pazienza di capire, di scremare, di comprendere chi e cosa nell’inferno non è inferno. E quasi sembra una difesa trovare una colpa, dire che in qualche modo il morto è colpevole della sua sorte. Se l’è cercata. Faceva parte del suo mestiere. Così si allontana la paura, la possibilità che possa accadere a chiunque vive in terra di camorra, in economia di camorra. Dare una colpa a chi non ce l’ha concede il senso del falso che però conforta. Qui non si muore per caso o errore, si muore perché il sistema camorra decide della morte e soprattutto della vita di tutti. In questo momento la cinetica del potere ha il volto di Cosimo Di Lauro, il leader della cosca, il rampollo che da solo ha sventato il golpe. Erano in minoranza, suo padre e i suoi uomini. I colonnelli, i fedelissimi del clan volevano gestire da soli l’azienda, ma Cosimo – secondo le accuse – ha imbastito una guerra basandola sulla spietatezza. Tutti devono morire, parenti, amici, vicini di casa di chi ha ordito e osato pensare di spodestare suo padre dal vertice. Come nella guerra in Bosnia, come a Sarajevo, quando era impossibile alle bande capire a quale ceppo di presunta razza appartenevi, bastava uccidere il tuo vicino, il cane, l’amico o un tuo familiare. Una voce di parentela, una somiglianza di pregiudizio è condizione ragionevole per diventare bersaglio. Bastava che passassi per una strada per ricevere subito un’identità di piombo. L’importante era concentrare il più possibile dolore, tragedia e terrore. Indiscriminatamente con l’unico obiettivo di mostrare la forza assoluta, il dominio incontrastato, l’impossibilità di opporsi al potere vero, reale, imperante. Non vi è altro motivo che disseminare un terrore capace di far sentire la propria volontà come un congegno di cui temere e quindi agire e pensare sempre guardandosi bene da come verrà interpretato il proprio comportamento. E così ci si trasforma sino ad abituarsi a pensare come coloro che potrebbero risentirsi di un gesto o una parola. Stare attenti, guardinghi, silenziosi, per salvarsi la vita, per non toccare il filo ad alta tensione della vendetta. Le bande serbe che scorazzavano in Bosnia del resto hanno imparato dai clan camorristici. Come un’informativa del Sismi del 1994 segnala, Zeljco Raznjatovic, meglio conosciuto come la tigre Arkan, mandò il suo fidato Radovan Stanisc in Italia a prendere accordi con diversi personaggi tra cui il boss di Casal di Principe nel casertano, Francesco Schiavone, il capo di uno dei gruppi imprenditoriali e camorristici più potenti d’Europa, i casalesi. Arkan è stato uno dei criminali di guerra serbi più spietati, ammazzato nel 2000 in un albergo di Belgrado capace con le sue scorribande di radere al suolo interi paesi musulmani di Bosnia, fondatore di un gruppo nazionalista, i Volontari della guardia serba, che quando una giovane inviata della Cnn in Erzegovina lo citò per un’intervista a una donna bosniaca questa svenne di colpo. Arkan – secondo le indagini – volle stringere patto con Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, la tigre della Malesia. Le due tigri si allearono, Arkan chiese armi per i suoi guerriglieri e soprattutto l’intervento di Schiavone per due cruciali problemi: far star buoni i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinargli la sua guerra, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi, e aggirare l’embargo che gli impediva di commerciare con l’estero e ricevere i capitali riciclati sul piano internazionale. Sandokan acquietò i suoi alleati albanesi facendo passare serenamente i carichi di armi, concedendo ad Arkan una tranquilla guerriglia e un pacifico sterminio di slavi islamici. Mosse poi i suoi contatti bancari per aggirare l’embargo e far arrivare il danaro in Serbia sotto forma di aiuti umanitari. In cambio gli imprenditori amici del clan (che vanno da Treviso a Capua) acquistarono ad ottimi prezzi aziende, imprese, negozi, masserie, allevamenti, disseminando così in mezza Serbia la vincente impresa italiana. Arkan prima di entrare nel fuoco della guerra ha interpellato la camorra e ha preso da essa armi, droga, metodi d’affari e strategie per aggirare l’embargo. Cosimo Di Lauro ha invertito la rotta, prima di dettare la sua strategia militare ha appreso dalla Bosnia, dagli stermini etnici degli ustaša e dei nazionalisti serbi la condotta vincente da far tenere ai suoi eserciti.

Quando lo hanno arrestato Cosimo si nascondeva in un buco di quaranta metri quadri, dormendo su un letto quasi sfondato. L’erede di un sodalizio criminale capace di fatturare esclusivamente con il narcotraffico un milione di euro circa al giorno, e che aveva fatto progettare una villa pompeiana da tre milioni di euro nel cuore di uno dei quartieri più miseri d’Italia, era costretto a rintanarsi in un buco fetoso e microscopico. Quando Cosimo sente sbattere gli anfibi dei carabinieri, rumoreggiare i fucili, non tenta di scappare, non si arma neanche. Si mette davanti allo specchio. Bagna il pettine, tira indietro i capelli dalla fronte e poi li lega nel codino all’altezza della nuca, lasciando la zazzera riccia cascare sul collo. Poi indossa sopra il dolcevita scuro l’impermeabile nero. Cosimo Di Lauro s’imbandisce da pagliaccio del crimine, da guerriero della notte, scende per le scale impettito. È claudicante, qualche hanno fa è caduto rovinosamente dalla moto e la gamba zoppa è la dote avuta da quell’incidente. Ma quando scende dalle scale ha pensato anche a questo. Poggiandosi sugli avambracci dei carabinieri che lo scortano riesce a non mostrare il suo handicap, riesce a fingere di camminare con passo felpato. Ha passato come molti ragazzi della sua medesima età a fissare i fotogrammi di Matrix, forse avrà avuto nella sua stanza il poster del film Il Corvo, e avrà sognato di dimagrire per somigliare a Brandon Lee. È chiaro che ha questi modelli in mente, è a loro che il boss si ispira, i nuovi sovrani militari dei sodalizi criminali napoletani non si atteggiano da guappi di quartiere, non hanno gli occhi sgranati e folli di Cutolo, non pensano di doversi atteggiare come Luciano Liggio o come caricature di Lucky Luciano e Al Capone, non si fanno crescere l’unghia del mignolo sinistro, mostrando che non lavano neanche il piatto dove mangiano. Matrix, The Crow, Pulp Fiction riescono con maggiore capacità e velocità a far capire cosa vogliono e chi sono. Sono modelli che tutti conoscono e che non abbisognano di eccessive mediazioni. Lo spettacolo è superiore al codice sibillino dell’ammiccamento o alla circoscritta mitologia del crimine da quartiere malfamato. Cosimo fissa le telecamere e gli obiettivi dei fotografi, abbassa il mento, sporge la fronte e tira le pupille in alto. Non si è fatto trovare come Brusca con un jeans liso e una camicia sporca di salsa, non ha il volto terrorizzato come quello Riina, né è stato arrestato in pigiama nascosto dietro un armadio come capitò a Misso. È un guerriero che si è imbattuto, da incensurato, nella sua prima sosta. Paga per il troppo coraggio, l’eccessivo zelo nella guerra che ha condotto. Non sembra che sia tratto in arresto ma semplicemente che muti il luogo del suo comando. La gente del quartiere al solo guardarlo si sente bruciare lo stomaco. Inizia la rivolta, rovesciano auto, riempiono bottiglie di benzina e le lanciano. La crisi isterica non serve a evitare l’arresto come potrebbe sembrare, ma a scongiurare vendette. Ad annullare ogni possibilità di sospetto. A segnalare al principe Di Lauro che nessuno lo ha tradito. Che nessuno ha spifferato, che il geroglifico della sua latitanza non è stato decifrato grazie ai suoi vicini di casa. È un enorme rito quasi di scusa, una metafisica cappella di espiazione che le persone del quartiere vogliono costruire con le volanti dei carabinieri bruciate, i cassonetti posti a barricate, il fumo nero dei copertoni. Se Di Lauro posa il suo sospetto su di loro, non avranno neanche il tempo di fare le valigie, la mannaia militare si abbatterà sul quartiere come l’ennesima spietata condanna. Due settimane dopo l’arresto del rampollo del clan, il volto arrogante che fissa le telecamere campeggia sugli screen saver dei telefonini di decine di ragazzini e ragazzine delle scuole di Torre Annunziata, Quarto, Marano. Certo gesti di mera provocazione, di banale balordaggine adolescenziale. Ma Cosimo sapeva. Così bisogna agire per essere eletti capi, per raggiungere il cuore degli individui, bisogna saper usare anche lo schermo, l’inchiostro dei giornali, bisogna sapere annodare il proprio codino e fissare gli bene gli obiettivi. Perché sin quando non sarai temuto non riuscirai mai a essere realmente rispettato.

Mentre sono sul bus, mentre mi allontano i pensieri iniziano a pesare come sfere d’acciaio nel vuoto del cranio. Inizi a capire perché non c’è mattina che tua madre ti guardi con sospetto, non capendo perché non te ne vai dal sud, perché non fuggi via, perché continui a vivere in questi luoghi d’inferno. Cerco di almanaccare da quando sono nato quanti sono i caduti, gli ammazzati, i colpiti. Non bisognerebbe contare i morti per comprendere le economie della camorra, anzi sono l’elemento meno indicativo del potere reale ma sono quanto meno la traccia più visibile e quella che riesce d’immediato a piagare lo stomaco. Inizio la conta: 100 morti nel 1979, nel 1980 140, 110 nel 1981, 264 nel 1982, 204 nel 1983, 155 nel 1984, 107 nel 1986, 127 nel 1987, 168 nel 1988, 228 nel 1989, 222 nel 1990, 223 nel 1991, 160 nel 1992, 120 nel 1993, 115 nel 1994, 148 nel 1995, 147 nel 1996, 130 nel 1997, 132 nel 1998, 91 nel 1999, 118 nel 2000, 80 nel 2001, 63 nel 2002, 83 nel 2003, 142 nel 2004, 12 nei primi due mese del 2005…. Tremilacinquecento morti. Mi sovviene in mente un’immagine. Quella della cartina del mondo che spesso compare sui giornali, soprattutto su quelli francesi. Campeggia sempre in qualche numero di «Le Monde Diplomatique» quella mappa che indica con un bagliore di fiamma tutti i luoghi della terra dove c’è un conflitto. Kurdistan, Sudan, Kosovo, Timor Est. Mi viene spesso di gettare l’occhio sull’Italia del sud. Di sommare i cumuli di carne che si accatastano in ogni guerra che riguardi la camorra, la mafia, la n’drangheta, i sacristi in Puglia o i basilischi in Lucania. Oltre diecimila morti. Ma sulla cartina non c’è traccia di lampo, non v’è disegnato alcun fuocherello. Qui è il cuore d’Europa. Qui si foggia la parte maggiore dell’economia della nazione. Quali ne siano le strategie d’estrazione di ricchezza poco importa. Necessario è che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie, schiattata nei grovigli di cemento e mondezza, nelle fabbriche a nero e nei magazzini di coca. E che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni. E allora comprendi anche il ghigno dei tuoi amici che sono emigrati, e tornano da Milano o da Padova e non sanno tu chi sia diventato per continuare a vivere dove vivi. Ti squadrano dall’alluce alla fronte per cercare di soppesare il tuo peso specifico e intuire se sei un chiachiello o uno bbuono. Un fallito o un camorrista. E dinanzi alla biforcazione delle strade sai quale già stai percorrendo e non vedi nulla di buono al termine del percorso.

Scendo dal bus e inizio a correre. Forte, sempre più forte, le ginocchia si torcono, i talloni tamburellano i glutei, le braccia sembrano snodate e si agitano come legni di burattino. Corro, corro, corro ancora. Il cuore batte, in bocca ho la saliva che mi annega la lingua e sommerge i denti. Mi fermo. Sento il sangue che gonfia la carotide, tracima nel petto, non ho più fiato, dal naso prendo tutta l’aria possibile che subito rigetto come un toro. Riprendo a correre, sento le mani gelide, il viso bollente, chiudo gli occhi. Sento che tutto quel sangue visto a terra che ho sentito perso come rubinetto aperto sino a spanare la manopola, l’ho ripreso, ora lo risento nel corpo. Maledetta terra, maledetti luoghi, maledetto me stesso che non soffoco in un bolo sordo il dolore ma lo frammento e moltiplico con le parole. Arrivo finalmente al mare. Salto sugli scogli, il buio è impastato di foschia, non si vedono bene neanche i fari delle navi che scorazzano nel golfo. Il mare si increspa, alcune onde iniziano ad avvicendarsi, sembrano non voler toccare la fanghiglia della battigia ma non tornano neanche nel gorgo lontano dell’alto mare. Rimangono immobili nell’andirivieni dell’acqua, resistono ostinate in un’impossibile fissità aggrappandosi alla loro cresta di schiuma. Ferme, non sapendo più dove il mare è ancora mare.

Atti digradanti di violenza telescopica

[Questo racconto è stato pubblicato all’interno dell’antologia Patrie impure, edita da Rizzoli] 

Atto primo: il contatto

2001, anno del contatto, fine agosto tempestosa, senza amore, solitario come sempre, la testa reclinata obliqua mentre l’acqua sfrigola nella gola, la bocca aperta come un cammello, osservando le crepature verderame della ruggine calcarea all’imbocco del rubinetto sul lavello concavo per l’usura, e fuori piove nel caldo che termina, a Milano, di fronte alle case popolari di via Calvairate, prima del pancreas in cemento del macello, verso piazzale Ovidio.
Metamorfosi. Choc casalingo. Tutto è in attesa. Tutto sta per accadere. Io non so nulla. Tutto è quieto fuori sotto la pioggia rovente: le macchine insabbiate dal vento caldo che porta rena desertica, i pazzi ai portoni malvestiti appoggiati sul legno appiccicoso, la colonnina mercuriale all’angolo della strada, le pozze, i cavi orizzontali nei mattoni delle case popolari.
Solitario come sempre, rialzo la testa, il sangue ribolle, è balordo, mi dà alla testa. Vacillo. Sono a casa di un amico. L’amico sta guardando la televisione. A un certo punto, urla.

Urla di venire. Entro nella stanza soffoca, il mio amico sembra un bove a riposo, reclinato su un lato, sul divano spoglio, la maglia sdrucita che puzza di sudore rancido, in mutande, accanto a un ramo secco spezzato di un albero colpito da un fulmine, infilato in un’enorme boccia blu. Si nuota, nella stanza, nella luce verdeblu fosforescente irradiata dallo schermo.
“Guarda!” mi dice l’amico. “Guarda! E’ incredibile!”. Mi indica le immagini sul teleschermo. La nausea, solitario come sempre, mi stringe come un anello in titanio la strozzatura prima che si apra la sacca gastrica.
Non capisco. Chiedo: “Cosa devo guardare?”
Lui lancia il telecomando verso lo schermo, per poco non lo scheggia. E’ furibondo. Quando è furibondo gli si gonfia un bubbone sulla fronte esagonale. “Porcodio, guarda! Guarda te dove finiscono i nostri soldi!”
“Quali soldi?”
“I soldi del canone!” (Non ha mai pagato il canone. Nemmeno io: ma è perché da dieci anni vivo senza televisione) “Ma vaffanculo!, che schifo! Guarda! Guarda! Ma si può mandare in onda, la Rai, una roba simile?” E indica il teleschermo, che è silenzioso, mentre sagome luminose natano come pesci a morto su di sé rimbalzando e rotolando durante la lessatura nell’acqua che bolle. “Ma questi della Rai sono pazzi! Ma chi è il regista di questa roba? Un albanese?” fa, “Ma vaffanculo!, non si possono spendere soldi per produrre una roba simile! Ma guarda!, ti dico, guarda! E’ degna di Teletirana!”. Non si placa, è una furia, il telecomando è in pezzi a terra, sul parquet polveroso, sotto l’arco per la pesca, sotto il quadro buio appeso alla parete bianca.
E ancora: “Ma vaffanculo!”. E ancora: “Ma io telefono alla Rai!”. E ancora: “Ma chi è il regista di questa merda?”.
Il regista di quella merda è Gilberto Squizzato. Questo lo vediamo nei titoli di coda. Nei titoli di coda vediamo che quella merda si intitola Atlantis, quattro puntate in onda su Raiuno. Noi abbiamo visto la quarta.
Prima dei titoli di coda c’è un enorme silenzio. L’amico infuriato si fa meno infuriato. Io sono sbalordito da quanto sento e quanto vedo. Non capiamo più nulla. La televisione spalanca per noi l’entrata in una tana azzurrina, labirintica, fatta ad angoli acuti, scalena, idiota, prima di aprirsi verso la superficie aperta, l’aria, la luce, l’erba, il ghiaccio del pac, la pista azzurra battuta dai cani da neve, lupi striati di argento che zoccolano cauti e veloci, e, all’orizzonte, un uccellaccio nero che parla, spalanca il becco, e noi ci entriamo, fin giù, giù nelle viscere del corvo, dove la voce non è più voce e rimbomba l’aria prima di raggiungere le corde stridule, dove si agitano vermi eiettabili nell’intestino compresso, dentro i vermi, dentro, più dentro, muti e assorti in questo andare dentro fatto di pieni e vuoti e pareti e organi, e pulsazioni, fino a sfondarlo, il dentro, a fuoriuscire dalla parte opposta a quel dentro, a ritrovare l’inattaccabile serenità della bianca luce, consapevole e silenziosa, in uno spazio bianco.
Questo ci accade, soltanto osservando attoniti venti minuti della quarta puntata della fiction Atlantis, soggetto sceneggiatura e regia di Gilberto Squizzato.
Scossi dall’ipnosi, terminati i titoli di coda, entrambi telefoniamo al centralino della Rai: il mio amico per protestare e mandare affanculo Squizzato, io per complimentarmi e chiedere un contatto con Squizzato.
Da allora, io e il mio amico non ci siamo più visti, ci siamo persi di vista.

Atto secondo: che cos’è Atlantis

C’è – è la prima scena che ho visto – c’è un uomo. E’ alto. E’ pelato. Indossa un impermeabile inglese. Ha ciglia nere e folte. E’ sgradevole. Dice soltanto due parole. Avanza lento, meccanico, un robot, un burattino a grandezza d’uomo, una creatura di Tadeusz Kantor, una bambola asintotica, oscura e vile. L’uomo pelato incede con lentezza meccanica, non esasperante. E tuona: la grana della voce è irregolare, un asfalto granuloso di pece e catrame, un suono senza suono grave, baritonale, un’escoriazione acustica. L’uomo dice: “So tutto”. Egli è l’uomo-che-sa-tutto.

C’è una ragazza madre che diventa protagonista di un videogioco, Trash Girl. Il suo bambino non parla mai. Se lo porta sulla schiena come una squaw in altri tempi e in altri luoghi. Il videogioco è cavernoso, Doom più la metropoli. Qualcuno le spara, incessantemente, proiettili di fuoco in forma di bolle roventi e letali, che rotolano nell’aria del videogioco, pixel incandescenti che si scompongono e ricompongono, come balle di fieno incendiate lanciate orizzontalmente nell’aria satura di cordite, dentro il videogioco. Fuori del videogioco, nella televisione, la ragazza con il bambino sulla schiena cammina sotto pontili bui e umidi, striature di piscio ai muri, fabulistici navigli intatti e lutulenti, a specchio, piazzali circolari congestionati da automobili in accelerazione. Vede luoghi, li attraversa: locali da parrucchiera, immensi magazzini riadattati a location pubblicitarie, immensi magazzini dismessi dove hanno luogo violenze drammatiche e incomprensibili e in cui pendono catene arrugginite da soffitti altissimi, night club, strip bar, supermercati, appartamenti privati deprivati di tutto, case famiglia, fienili periferici, centri d’assistenza, camper, centri sociali, bar dell’hinterland, appartamenti altrui ed estranei.

In tutto ciò, ci sono gli uomini. Non sono più uomini. Sagome vestite come, che si comportano come, che desiderano come, che pensano come, che parlano come, che agiscono come. La moralità della superficie è bidimensionale come la superficie stessa. Le parole rotolano di bocca in bocca, aeree e sopite, formule prive di, che non tendono più a. Le parole navigano nell’aria, scendono in picchiata, atterrano, come aeroplani, cambiano le prospettive al mondo, voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili. Così, proprio così: sono materia aerea e inorganica, disanimata, che cala in forma di vapore acuto e veloce nelle bocche, attraversano come una scossa elettrica il corpo del parlante, fuoriescono, vanno ad abitare altri corpi. I corpi sembrano vuoti. Si muovono con automatismi non perfettamente consolidati. I corpi sono bidimensionali: si affacciano dai poster, dai cartelloni pubblicitari. I corpi nei cartelloni pubblicitari sembrano più vivi dei corpi viventi che si muovono osservandoli.
Questo non è il mondo in cui Dio è morto; questo è il mondo in cui è morto l’uomo.

C’è il denaro. Il denaro è importante. Non c’è più scambio di parole, di sentimenti, di emozioni, di idee, di intuizioni, di balenii, di spirito. Non c’è più scambio nemmeno di materia. La materia sembra essersi volatilizzata, nell’aria rarefatta. Ci sono soltanto scambi di banconote: vecchie lire, unte, bisunte, a migliaia: una, due, tre, quattro, sette, venti, cinquanta volte. In tutta la serie Atlantis il gesto di scambiarsi il denaro di mano in mano viene ripreso in primo piano una cinquantina di volte. Sono inserti muti. Il gesto è lento: ecco la mano che tiene in mano i soldi e li porge all’altra mano che le si avvicina e prende in mano i soldi. Gli inserti di queste scene in primo piano sono montati disarmonicamente, un secondo troppo prima o un secondo troppo dopo. La lentezza e la meccanicità raggiungono sideralità paradossali. Un pezzo di umano che passa roba inanimata a un altro pezzo di umano.

La testa esiste, ma è staccabile dal corpo. Tutta la serie Atlantis ha questo motivo che ritorna tautologicamente, monotonamente su di sé. La ragazza col bambino continua a vedersi la testa tagliata. Continua a essere proiettata fuori: nel videogioco, nel cartellone pubblicitario. Le tagliano continuamente la testa in Photoshop. E’ sottoposta a un continuo taglia&incolla. Poco conta che alla fine, come le dice la sua amica garzona di parrucchiera, “ora tutti ti riconosceranno: a Novate, a Trezzano, a Garbagnate Milanese”. Riconosceranno la sua testa. No, non la sua testa: per essere più precisi, la superficie della sua faccia.

A un certo punto, le propongono di fare filmini porno: tanto lo fanno tutte! Mentre le amiche le parlano, le dicono com’è fare un filmino porno, si vede sullo sfondo un televisore acceso: sta trasmettendo un filmino porno, probabilmente uno di quelli di cui si sta parlando. Si capisce che ci sono due uomini e una donna. Ma le riprese sono di una lentezza ammorbante, invalicabile, non percorribile: sono oltre la fruizione dell’immagine. La donna bacia lenta e pastosa l’uomo, che si vede di schiena, lo bacia a una lentezza improbabile e assurda, non è eccitante, per niente, non si può girare un filmino porno in questo modo! Poi si vede la donna in piedi, in mezzo ai due uomini che la baciano: ma la baciano troppo lentamente, è impossibile che mantengano l’erezione a quella lentezza che abolisce lo stimolo anziché provocarlo! La pornografia incombe, ma su altri livelli: nel discorso delle ragazze alla ragazza madre; la pornografia effettiva, quella proiettata sullo schermo, non incombe nemmeno, sta lenta ed esasperante nel cerchio magnetico e catodico, mentre nessuno la osserva, mentre nessuno la degna di uno sguardo.

I cattivi vengono uccisi dai cattivi, i buoni vengono uccisi dai cattivi, il più cattivo di tutti non muore, il più buono di tutti nemmeno. Ma nessuno è buono, e nemmeno cattivo. Questa fiction è più realistica della nostra realtà ormai fittizia.

Ci sono silenzi. Le cose si muovono piano. Le persone sono lente, meccanicizzate. I dialoghi sono apoftegmatici, al limite dell’oracolarità, ma sono intessuti essenzialmente di comunicazioni standard, o paradialettali: il minimo, sempre, per ottenere il massimo. E’ come stare in uno sconfinato macello a macellazione avvenuta: dall’alto pendono, ovunque, a perdita d’occhio, gli scheletri integri e bianchissimi dei manzi, ripuliti di ogni brandello di carne, ridotti a ossi di seppia, ma più complessi e strutturati: vuoti. Qui siamo nel vuoto, apparantemente pieno. Siamo nella grande valva. Siamo nella placenta seccatasi, fossile, ormai disabitata dalla vita.

Le geometrie sono essenziali, perfettissime: sembra, piuttosto che di assistere a una fiction televisiva, di osservare un Melotti in movimento. Anzi, a un certo punto, inaspettatamente, vediamo la ragazza madre tra nitidissime sculture di Melotti, a una mostra. Come in Melotti, in questa fiction che supera la fiction e la dissolve nell’inanimato, la risoluzione dell’equazione ultima non è algebrica: è spirituale.

E’ un giallo. Inizia dalla fine: quando chi doveva morire è morto. Peggio: inizia da dopo la fine. Alla fine, nemmeno più è un giallo. Viene esaurito tutto il magnetismo di cui si è caricata la forma giallo. Ci si scorda letteralmente del giallo, come se si superasse il muro del suono. Allora, si accede all’ultima forma: l’epica spiritualista in forma di realismo assoluto.

Il padre degenere, la madre morta, la matrigna pentita, la ragazza madre, il figlio senza padre, gli amanti crudeli, l’eroe silenzioso che attende fin oltre la fine del dramma, gli amici traditori, l’uomo-che-sa-tutto: questa non è una fiction, è la riedizione in forma televisiva della tradizione tragica greca o shakesperiana.

A un certo punto, spunta un benzinaio. E’ sporco, la barba non rasata, i capelli arruffati. Vive nella stazione di rifornimento. Dorme lì. Poche battute alla ragazza madre: le dice che aveva una donna che ha fatto miracoli per lui, che lui era stato in galera e la donna lo ha convinto a provarci, a stare con lei e – scuotendo la testa – “dopo neanche un mese se ne era andata, si era stancata”. L’interprete è Maurizio Tabani, che un anno prima della messa in onda di Atlantis aveva recitato come protagonista nella serie precedente di Squizzato, I racconti di Quarto Oggiaro. Quella che narra Tabani, benzinaio in Atlantis, è la trama condensata dei Racconti: condensata a un grado di magnetismo prossimo al collasso della supernova psichica. Tutto è legato. Tutto è legato a tutto, orizzontalmente, senza trascendimento: senza apparente trascendenza.

E alla fine, mentre non si vede nemmeno più un corpo, per minuti la sigla di chiusura inquadra il traffico della tangenziale milanese, un fiume fangoso di auto in coda, a velocità naturale, col sonoro naturale che strepita in sottofondo, sirene e clacson e marmitte ed emissioni rumorose di gas di scarico, una processione antisacra di automi in movimento non libero, la messa in abisso della statale di Brazil, Milano che fuoriesce da se stessa in forma idiota e meccanica, disarticolata e disumana. Questa è la fine: non un sussurro, non un bisbiglio – la rutilante emivita di un rettile di ferraglia che si perde chissà dove.

Atto terzo: enter Squizzato

L’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle stanno crollando. Milano è in paralisi ipnotica: una metropoli davanti al piccolo schermo televisivo, ossessivamente onnipresente, ovunque, nei bar, addirittura vedo un televisore per strada, negli uffici. Gli uomini sono bianchi, ovoidali, fatti di plastica, sagome magre annerite nel trapassare della luce televisiva irradiata dagli schermi, ovunque. Perforo Milano al solito, circolarmente. La percorro in moto perforando le periferie con giri spiraloidali, che convergono al centro occulto, in accelerazione, come il bilanciere armillare di un orologio che prescinde dal tempo, e lo misura. Tutti gli uomini sono stupiti. Le Torri crollano continuamente, reiteratamente. E’ un ciclo vizioso: uno, due, tre, sette, venti, cinquanta replay. La televisione italiana non esiste più: replica le immagini e i commenti della televisione americana. Lo stupore si autoalimenta di stupore, sembra non digradare, la violenza telescopica che sfrutta la lontananza illude, tramuta la lontananza in una prossimità inerme e stupefatta. Le esplosioni ritornano, si catapultano su se stesse, si fagocitano a vicenda. C’è soltanto una prospettiva e viene ripetuta senza sosta: ecco, lontane, le Torri, una già in fiamme e fumo, ecco il boeing, ecco lo schianto, l’impatto, ecco l’inferno di cristallo, ecco l’arma letale, ecco il crollo dell’impero americano, tutto già visto, già premasticato, predigerito, pervicace, che non se ne vuole andare più. Ecco la differita: l’enorme differimento della morte, ripetuta senza esorcismo. Ecco: le polveri, gli uomini stracoperti di polveri, i negri finalmente bianchi e infarinati di polveri, ecco Ninive e Gerico, ecco le Babilonie che tornano, ecco la rassicurante ondata di ritorno delle antiche leggende, la moquette calda su cui poggiare gli sfinteri per osservare finalmente la morte: da fuori. I taxisti sembrano impazziti. Il traffico è bloccato, immobile, otturato. E io sto perforando questo fantasma che è Milano immobile e sospesa. Ho in vista il palazzo Rai, in corso Sempione. Vado lì.

Il palazzo Rai in corso Sempione è il palazzo della Giustizia sventrato, ricomposto e dimenticato: sembra la fronte di un ciclope sepolto, che emerge a fiore di terra con prospettive rasentanti idiozia o pregressa grandezza, una fronte corrugata di marmo cattivo, l’occipite di qualcosa che fu mostruoso, disertato dalla vita e ora riabitato da forme organiche schiacciate dalla gravità, piccole e voracissime, frenetiche, inevolute. Uomini microscopici, da lontano, vedo, escono ed entrano lì. C’è la passerella per i disabili. C’è il controllo. Lascio i documenti, mi devono identificare. Dentro, nell’atrio, sono tutti fermi, incanutiti, incurvati sotto il peso del replay delle immagini delle Torri Gemelle incendiate, sventrate, violentate. Sei schermi per otto schermi compongono un megaschermo e tutti sono lì, vedo, lì davanti, ingobbiti come omìni di Kafka, omìni di burro che si scioglie all’esposizione dei raggi luminosi, una luce d’acquario rifatta, prodiga, cosmetica, quasi spirituale.
Si apre un ascensore.
Ne esce un gigante triste.
E’ Gilberto Squizzato.

Gilberto Squizzato è alto uno e ottantasette. Cammina lento, quasi programmatico, lievemente incurvato nelle spalle, il volto triste, slavo, una Russia spirituale ed enorme sembra avergli premuto dall’interno negli anni le ossa del cranio. E’ biondo di un colore simile alla saggina. E’ schivo e pericoloso, quest’uomo: una forma psichica che tempera la cauta letalità del cobra con l’abbandono nostalgico del pachiderma. Sprigiona un’aura di secolarità improvvisa. Secondo un induista, potrebbe essere stato in esistenze precedenti un contadino o un graduato della cavalleria zarista. L’osso parietale stesso, evidente e pressante, esprime una qualità magnetica e spirituale che ha incontestabilmente a che fare con un Est medianico, ultrapsichico. Lo sguardo è spesso inabissato in pieghe laviche interiori. L’attenzione mulina dall’interno: torrenti e fiumi e paesaggi compositi e cave piranesiane e grotte ancestrali – il tutto eiettato con baluginii improvvisi dello sguardo, di colpo attento, repentinamente uscito di sé e ficcante, augusto, amabilmente fisso nello sguardo dell’altro. Gilberto Squizzato parla con lentezza calcolata o calcolabile: il suo monologo cade sotto leggi precise, ricavabili matematicamente, un’ondulata frequenza di toni bassi e confortanti, una nenia sveglia in cui ci si potrebbe accomodare, farsi cullare nel calore uterino di una voce senza inciampi, senza peristalsi, senza drammatiche o inattese violenze. Il suo potere acustico mutua da una matrice primordiale la qualità materna. Eppure l’eloquio è spietato. Ho davanti a me un uomo che deve essersi processato più volte, impietosamente – e si è sempre condannato. Un uomo messo a nudo che tenta di ricordare, che tenta di nuotare controcorrente nel flusso di memorie che non gli appartengono. La sua stabilità è di natura sovrumana. Questo volto di pietra e carne, questo sembiante che cambia sensibilmente davanti ai miei occhi, questa faccia antica e bambina non sarebbe dispiaciuta a Cioran. C’è del Beckett in Squizzato: una caratura aliena, extraumana, da marziano capitato suo malgrado su questo pianeta. Ce ne ricorderemo, di questo pianeta?

Allora Gilberto Squizzato mi accompagna nel suo ufficio. L’interno dell’immensa scatola cranica, svuotata e irreale, del palazzo Rai di corso Sempione: saliscendi, curve a gomito, tunnel esili, corridoi ampi, scalini, ascese, discese, ritorni su di sé, passaggi in ascensori idraulici, solai da cui si passa, falsi piani, montacarichi carrucolati, passamani, ringhiere, vertiginose scalinate, vetrate ad angolo ottuso, valichi tra armadi e scaffalature enormi in alluminio temperato, atrii…

Nel tempo. Arriverò ad aderire a questi film e a queste immagini come una seconda pelle, come la sabbia alla sabbionaia dove giocano infanti regali. Arriverò a un grado di osmosi mai prima sperimentato, alla febbre che divora tutto, allo sguardo che non è più mio, ma è più largo, senza emozioni, che constata la piazza dall’alto e scende, in silenzio. Arriverò alla perfetta compenetrazione. Succhierò le immagini create da questa televisione tornata umana come balocchi significativi ed estatici, alla vertigine sufica di danze psichiche, con i ritorni e i dolori, sulle rovine del tempo che fu degli uomini. Scenderò nelle catacombe spalancate sotto il manto terrestre, una discesa senza inferi che va comunque compiuta, la grande ombra che da me non spicca. Erosioni in serie, penetrando le scene e le svolte narrate con incoscienza perfetta: una televisione che abolisce la televisione, lo schermo che collassa, si autoassorbe, non esiste più. La potenza del tutto, pieno, magnetico, un polo in perfetta rotazione su se stesso: il tutto è empatico col tutto. L’etere, detto televisivo, ritornato a farsi etere, detto metafisico. Io penetro nella sostanza amniotica per porte imaginali, io scavalco gli emblemi che si muovono sul piccolo schermo, sento come punti neri e duri e lucidi allo sterno le parole che si muovono in dialoghi falsi, trappole tese con infinitudine prodigiosa. Si va, si scende, si osserva quanto di bianco e sublime e femmineo non si potrà strappare dall’ombra. Si torna. Ci si volta. Si perde il perdibile. Si è muti e melanconici. Si è saturi del mondo. Allora, si muore. Si rinasce a una vita perfetta, un orizzonte distaccato e vuoto in cui tutto ciò che è, è, è al suo posto. Ecco, l’istante: qui e ora. Se il Vedanta fosse riducibile a una finta fiction televisiva, sarebbe questa serie di scene silenziose, staccate e incoerenti, che scruto ora con impassibile distacco.
Gilberto Squizzato mi apre la porta della cabina di montaggio. Siamo arrivati.

Atto quarto: l’occhio che tutto vede

La sala del montaggio: tutto è buio e numinoso. Qui si vede tutto. Qui si sa tutto. E’ un acquario alchemico: siamo in acidi di sviluppo, la sostanza fosforica da cui fuoriesce il cosmo immaginifico e prodigioso, tra i sali argentati, nel magnesio che allumina. Qui siamo dietro l’occhio. Qui si vede la palpebra calare, si aziona il muscolo della palpebra, la si fa calare. Lo schermo irradia nel silenzio. Si officia. Gilberto Squizzato è muto, lascia fare. Si sta montando la nuova serie, detta La città infinita. Fuori della cabina di montaggio, in miliardi di schermi si ripete il crollo numinoso delle Torri Gemelle.

La prima puntata della nuova serie si intitola: Memoria. E’ la storia di un manager della New Economy, uno che fa transazioni di borsa in tempo reale, su tutte le piazze del pianeta, in perpetua connessione di Rete. La sua fidanzata, esperta in matematica, sta completando un programma basato su algoritmi che cercano di ordinare il caos e che si sono rivelati virtuosi per la speculazione finanziaria che sostanzia la nuova economia (l’equazione è quella di Döblin: scrittore e matematico – alchimista). Il padre della ragazza è un ex operaio della Falck, che ora lavora per conto terzi alla dismissione dell’enorme complesso industriale in cui ha speso la sua vita. L’azienda per cui il padre della ragazza presta opera di indotto è al centro di una speculazione da cui il manager cercherà di trarre profitto. Con i profitti derivati dalla speculazione su quell’azienda, per cui il padre della ragazza perderà anche l’ultimo suo lavoro, il manager intende aprire un’assicurazione pensionistica al vecchio. Il manager vuole tutto. Questo condurrà alla catastrofe. Il tutto si svolge nell’impianto delle Torri Gemelle di porta Garibaldi a Milano: un’emulazione fallita delle Torri Gemelle newyorkesi che ora, nel momento in cui sto osservando la macchina del montaggio, stanno crollando. Chi vede tutto – la storia, i personaggi, le vicende, gli inciampi – è un cieco: fa il portinaio alle Torri Gemelle, insieme alla figlia, che si chiama Ifigenia.

Il manager parla al cugino napoletano, che vuole investire nella nuova economia: tecnologia e speculazione. Il cugino, da Napoli, vuole salire a Milano. Il manager parla con lui, camminando per la città, il computer portatile in mano, connesso in Rete, l’auricolare del cellulare inserito nel padiglione acustico, cammina e digita e parla al cellulare e dice al cugino napoletano: “Tu pensi di arrivare a Milano, ma è nell’universo che stai entrando”.

La ragazza del manager viene raggiunta dal fidanzato sul ballatoio della casa popolare in cui abita col padre. Il manager chiede a che punto sta l’elaborazione algoritmica che gli permetterà di accedere a profitti altissimi e a favolose speculazioni. Lei dice che è complicato. Lui osserva la casa popolare, non fatiscente ma umile, dove la ragazza vive: la prende in giro, dice che i ricordi la stanno frenando. Lui le consegna il dischetto su cui salvare il programma e si allontana sprezzante. Lei gli urla dietro: “Non hai abbastanza memoria per questo”.

Il cieco lancia l’oracolo. Il profeta è sempre cieco. L’etimologia di “profezia”: parlare per altri, prestare la propria voce a una voce estranea, che invade, entra nel mondo.

I manager dell’azienda per cui lavora il padre della ragazza ricevono la visita del compratore straniero. Guardate come camminano, incrociandosi, secondo geometrie robottiche, esoteriche, acuminate. Guardate come questi uomini sono privati della prossemica e dell’attonica che distingue la specie umana dalle altre. Guardate come questi uomini non sono uomini.

L’Italia è questa cosa. Questa cosa è la globalizzazione. Questo viene detto in dialetto milanese.

Si inaugura un museo della Memoria, intitolato a un operaio della Falck che ha perso la vita nelle fucine di quell’industria, a Sesto San Giovanni. E’ qui, all’interno del museo della Memoria, che la ragazza lascerà il dischetto per il manager, contenente il programma per le speculazioni. Lo nasconderà nel cassetto del desco di lavoro operaio: aprendolo, il manager si sporcherà le mani.

Ovunque, fotografie. Ovunque, poster.

Non c’è ovunque. Tutto converge all’interno delle Torri Gemelle milanesi.

Gli operai sono patetici.

Una colonna sonora sincopata e dolce al tempo stesso. La puntata si sta chiudendo. Si vede il primo piano di un ex operaio della Falck. Dov’è? In un antro mostruoso. Cos’è quell’antro? E’ la fucina della Falck. La macchina da presa allarga la visuale, si allontana dall’uomo. Vediamo l’uomo rimpicciolirsi, all’estremo, mentre la fucina si allarga: rifiuti, anche tossici, macchine in disuso, giganteschi ganci pendenti alle pareti. E’ la fucina di Vulcano. Alla fine, indefinitamente, la macchina da presa si allontana al punto che l’uomo scompare, c’è ma non si vede più, si vede soltanto l’enorme antro disossato, la camera di carburazione dell’immenso polmone meccanico.

Atto finale: la fine

E nell’ultima puntata della serie La città infinita, intitolata La donna di cristallo, una donna è in coma irreversibile, in ospedale. Un uomo la va a trovare, ogni giorno. Cerca di stimolarla affinché si risvegli. Lo accompagna la figlia, Ifigenia. Per stimolare la donna in coma, l’uomo usa la televisione. L’uomo è cieco. Chiede alla figlia di alzare il sonoro della televisione: è sicuro che l’audio della tv porterà la donna a risvegliarsi, a uscire dal coma. Si sente allora il sonoro di ciò che la tv sta trasmettendo, nella stanza d’ospedale. Si ascoltano voci indistinte. C’è rumore. Questo è il tappeto sonoro di una ripresa dal vero, dal vivo. Allora la camera da presa di Gilberto Squizzato si volta, inquadra la televisione, si vede cosa stanno vedendo, si vede la trasmissione che dovrebbe risvegliare la donna dal coma, riportarla in vita: sono scene confuse, di panico. E’ la diretta del crollo delle Torri Gemelle. Si vede la colonna di fumo e polvere, l’enorme nube di fumo e polvere e metallo avanzare, i newyorkesi scappare, scappano in preda al panico, urlano, il bordo tumultuoso della nube di fumo e polvere e metallo si avvicina, disanimata violentissima piovra inorganica, ecco, arriva, il cineamatore la sta riprendendo, si rifugia dietro un incavo di un palazzo, arriva la nube, arriva, copre tutto, tutto è buio.
Non si vede più niente.