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L’universalità nel nuovo thriller

Si medita, in questi giorni, sul nuovo thriller. La necessità di un congegno narrativo parallelo all’indagine storica, di cui vorrei occuparmi, è per me il dato attualmente più sconcertante e inibente. Gli stilemi di genere impongono solitamente l’individuazione dei personaggi dal punto di vista psicologico ed esistenziale (ossessioni, manchevolezze morali, corruttela, traumi, etc.), che sono la restanza più acuta di quanto fu il romanzo di formazione. Tutto ciò diviene meccanico, la personalizzazione è ormai depersonalizzante, poiché si tratta di stilemi giunti a consunzione, dopo secoli di utilizzo, se non di abuso. E’ ciò che già mi capitò di osservare all’uscita della prima stagione di “True detective”, rispetto alla scrittura di “Nel nome di Ishmael” anni prima, il mio thriller meglio riuscito. La difficoltà si pone anche a un altro livello: dove andare a creare spaccature nella storia, in modo che sia concessa la chance di narrare l’universale? La struttura mitica, sottesa dal genere nero, è ancora attiva o attivante? Da un lato il thriller contemporaneo sembra fottersi di questo problema artistico e letterario, piuttosto che di pura affabulazione: il Male è sempre il male, anche se si sbandiera velleitariamente l’assolutezza degli elementi in gioco. Il punto cruciale, per me, è proprio questo: cosa è assoluto nella narrazione odierna? E ciò vale non solo per la scrittura di genere: vale per tutto. Quando una psicologia risulta emblematica di una generalità? Dove spira il perturbamento metafisico? L’impatto tecnologico, nel genere nero, laicizza tutto, rende tutto meccanico – si tratterà quindi di prescindere dall’oggi e *tornare indietro*, piegando al genere storico l’anima nera del racconto, per esempio come fa Ellroy?…

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L’ascia, la madre

Nel nuovo libro, che Mondadori pubblicherà a settembre, si legge:

“Cosa vuoi che sia il mondo? Sopportate l’ironia della feccia, in qualche modo intenti a propiziarla, trattenete dentro di voi un grande pianto, un unico grande pianto di tutto, arrivando a ridere con mente vuota; salutate persino a mani giunte gente dalla mente ottusa di ricchezza torpida. Questo lo chiamate mondo. E quanto ancora siete disposti a danzare con la speranza inane e l’illusione di morire soltanto una volta per sempre?
Chiunque di voi è stato soltanto l’ascia che ha tagliato il bosco della giovinezza della madre.”

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La matrice mentale e narrativa di Terrence Malick

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Tra i fumi di un’influenza bronchiale abbastanza devastante, misuravo ierisera come alla mente continuano a tornare folate di immagini, rappresentazioni della vita e del presente, di cui ho fatto esperienza esponendomi a un’opera cinematografica, che è “Knight of cups” di Terrence Malick. E’ un film impressionante, che può annoiare mortalmente, ma per me è il capostipite di una narrazione che non smette di impressionarmi: non di interrogarmi, ma semplicemente di impressionarmi. E’ come se il regista americano mi avesse attivato recettori cerebrali in stato di latenza. La prima volta che ho visionato KoC, mi sono chiesto se Malick fosse impazzito. Non tolleravo un’immagine di più. Desideravo che un drappello di Schutzstaffeln entrasse nella pellicola e prendesse a calci nel culo i protagonisti, le loro espressioni corrucciate o enfaticamente stupefatte dal nulla delle loro vite. Soltanto un maoismo potrebbe salvarci da questa teatralità cazzuta e decadente – la semplice pronuncia di questo aggettivo, “decadente”, a cui mi sono sforzato di oppormi nella vita, mi fa sentire in colpa, mi schiaccia nella congerie del reazionariato, che considero un nemico, interiore ed esteriore, da quarantasette anni. Tuttavia è questo passaggio verso un’umanità astratta, che trascorre le sue giornate occidentali fottendosene della realtà e del politico, a essere oggettivamente decadente. Rispetto a quando? Rispetto a prima. Poi ho compreso quanto mi stessi sbagliando. Le immagini del film non mi uscivano dalla mente. E non mi uscivano dalla mente,perché erano una rappresentazione della mente stessa. La mossa di Malick, geniale ancorché incompresa, è adeguare la narrazione a questa rarefazione angosciante a cui l’uno per cento ha accesso, ma anche all’andamento ondivago e autoreferenziale della mente che dà forma all’esistenza. La camera si muove lenta e ariosa, continuamente, l’accelerazione ha in questo movimento aereo un emblema certo e solido, qualcosa di orripilante e che tuttavia, più o meno misteriosamente, riconosciamo come una cifra nostra: occidentale, appunto. Di fatto è il teatro della mente a essere rappresentato: un palcoscenico ovunque, un palcoscenico interiorizzato, dove prende semivita una zona perturbante, che è il rapporto tra attore e personaggio: recita, in qualche modo, questa unità binaria, l’attore-personaggio, ma è fuori dalle dinamiche del copione e, al contempo, della vita vissuta da parte della persona attore. Donne su donne, storielle su storielle, un padre, la cui potenza è abnorme e ispirata alla tragedia classica, un lutto, un fratello debole, il protagonista vacuo, continuamente vacuo, che spende il tempo frequentando i penetrali alti dell’alto occidente, tra party e erotismi stanchi, tra finti drammi e aborti reali – e tutto ciò non è raccontato, bensì desunto dal grado di atmosfera narrativa, in cui Malick iscrive lo spettatore, un’ulteriore vacuità in rapporto con attori e ruoli. L’espressione astratta del mondo viene a concretezza e sospensione di questo normale delirio mentale soltanto in due momenti: a contatto con la natura – il primo è un terremoto e il secondo è la contemplazione della geologia e dell’orizzonte fisico, privo di elemento umano. Tutto il resto è ciclico: si torna sempre sulla spiaggia, come in uno spot, a correre con le scarpe dentro il mare, si torna in decapottabile a prendere vento tra i capelli, si torna alle feste, si torna a urlare contro il ciclopico padre (all’interprete, Brian Dennehy, dovevano dare l’Oscar, non si ricorda una simile interpretazione nel cinema contemporaneo americano…). Si va in un vento vano, un vento della mente, in una Los Angeles mentale, mai vista, mezza “Gattaca” e mezza Zaha Hadid, un agglomerato dove la gentrificazione è assoluta, persino gli homeless sono elemento di gentrificazione. In tutto il film non si vede un libro. La storia arriva a folate minime e, in quanto minime, potentissime. E’ un altro modo di raccontare, è una scalata a un K2 espressivo, si sale privi di bombole di ossigeno. Il film annoia moltissimo. Ciò accade perché la mente, ciclica, annoia tantissimo: è sempre la stessa storia. L’occidente pone il momento politico nell’accesso: alle tecnologie e alle relazioni non più umane, che prendono forma dal momento politico stesso.
Quindi, mi sono accorto, “Knight of Cups” è il principio generatore del libro che ho consegnato a Mondadori all’inizio del mese: ho raccontato secondo lo stesso principio narrativo impegnato da Malick.

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L’eterna fine della vicenda orrenda del piccolo potere umano

2chapospaventato-kchg-u432801730489879e-1224x916corriere-web-sezioni_416x312Questo uomo detiene personalmente la responsabilità diretta dell’uccisione di tremila persone. Sono decine di migliaia le vittime di cui è indirettamente responsabile. Si parla di uccisioni, di eliminazioni cruente, sangue necessario a erigere il più importante cartello degli stupefacenti nel mondo. E’ El Chapo, ieri acclamato dalle detenute fan di un carcere statunitense di massima sicurezza, in cui è stato rinchiuso. Le sue fughe hanno fatto impazzire l’immaginario criminale. Qualcuno si è avventurato, al solito, in un’interpretazione politica degli atti esecrabili, di cui è responsabile questo uomo noto per un soprannome. Lo scatto lo ritrae nel momento della transizione oltre il confine Usa. Il suo sguardo è eloquente ed è un allegato mai troppo indagato di quella vertiginosa fola che è il potere, una narrazione vacua a cui mi sembra dedita la specie. A quante cadute di potenti ho assistito nel corso della mia esistenza di quasi cinquentenne? E sempre questo sguardo semifinale, sempre questa creaturalità di chi ha trascorso la vita tra omicidi e tirannia, tra complotti e distanza dall’inermità che è il tratto più angelico del fenomeno umano. Ogni potente è una potente allegoria, un potente emblema. L’ambigua narrazione dei vani sforzi per conquistare e mantenere il potere, un tempo, mi tentava. Al di sotto di questa narrazione, l’interesse poetico andava all’indifferenza della realtà nei confronti di queste sagome intermittenti, che ritenevano di detenere il tempo e il mondo, per un arco né lungo né breve: si confrontavano con la storia e la storia li macinava. Questo sentimento della storia mi interessa sopra tutte le altre possibilità di narrazione. L’empatia verso il colpevole e la sua immersione in una inestricabile dualità si confrontano con un momento storico in cui il controllo sulla storia sembra altissimo e invece è altissimamente inapplicabile alla realtà. Il libro appena consegnato a Mondadori e in uscita nel 2017 affronta questa grande muraglia.

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“Poltronieri” e la morte della referenza

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E’ morto il giornalista sportivo Mario Poltronieri, una delle voci della mia pubertà. Era vestito sempre di marrone cammello, con una faccia a gonfiamenti e degli occhi con un esoftalmo, qualcosa di bovino e rassicurante, un bravo zio che ti racconta non una favola, ma una storia vera. La sua voce tra i motori era una presenza, la domenica del gran premio. C’era questa voce marrone di Poltronieri, non efficiente e comunque capace di una competenza che spiegava i misteri tecnici e il lato umano, e che diceva che moriva infinitamente Gilles Villeneuve e gli incidenti di Pironì, le stranezze artigianali della Formula1 e molte mitologie che trapassavano, veloci a una velocità di cui non mi accorgevo, bambino che ero e sempre in cerca dello scoop di una sorpresa, una morte improvvisa di un eroe malinconico o un sorpasso da inserire nel museo della memoria di tutti. Era un tempo diverso, andava così. La voce del telecronista amplificava l’estasi del momento, creava una mitologia, degli accoliti, l’adeptato di noi tutti in una leggenda immaginaria, sportiva e politica, cronachistica, era una voce complessa. Poi, adesso, mi ritrovo: solo. Tu dici “Poltronieri” e nessuno capisce più, la parola mi muore in bocca, nessuno riconosce il nome e la referenza mi è morta. Come comunico con l’altro ora? Se mi riferisco a una storia, che fu comune, misuro che la distanza è abissale. “Poltronieri” non è il trentennio che è passato, è molto di più, è come un secolo addietro, nessuno lo ricorda, l’oblio ha dilagato sulle radure della mente e della storia: mie e di tutto. La storia pare un autismo. Di questo, anche, mi occupo nel libro che ho appena consegnato a Mondadori: di uno svisamento della storia, di un autismo nostro che cresce, di una musica astratta e strana in cui siamo immersi, sempre più accelerando verso cosa?: verso cosa?

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Termine radioso: consegnato il nuovo libro

In data 8 gennaio corrente anno, con piena vertenza e deliberato consenso, nel pieno delle mie facoltà e informato circa le conseguenze dell’atto, ho consegnato all’editore Mondadori il nuovo libro.
Non è cosa bella e davvero non mi piace parlare del me stesso e di quello che il me stesso fa. Tuttavia devo dire che la furibonda tirata con cui ho completato questa narrazione mi ha molto colpito. Il libro in sé mi pare costituire il tentativo letterario più ambizioso da quando scrivo.
E’ evidente che molto, in editoria, è mutato in questi pochi, ultimi anni, perciò sono consapevole dell’irrilevanza di un libro rispetto alla nuova antropologia in cui dimoro e che, occasionalmente, provo a descrivere in questo testo – tuttavia spero che in qualche modo incontri lo sguardo, clemente o meno, dei venerati lettori.

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Dialogo sul libro che si sta facendo

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“Il tuo è un romanzo sulla singolarità?”
“La singolarità fa terminare il romanzo.”
“Dopo questa singolarità esisteranno le storie?”
“Non esiste un ‘dopo’. Comunque, sì, per quanto riguarda me e la mia scrittura esisteranno nuove storie, strane fiabe.”
“Come la vita dopo il giudizio universale, quando verrà ricapitolato il mondo?”
“Come la vita dopo il giudizio universale, quando verrà ricapitolato il mondo.”
“C’è un protagonista, un antagonista?”
“No, sono annullati, solo per lo spazio di questo libro, che in un certo senso è ultimo, perché oltre questo punto, per quanto concerne la mia scrittura, non è proprio possibile raccontare. Non si può raccontare perché il racconto si sviluppa esternamente alla fine del tempo e l’ingresso nella fine del tempo non prevede alcuno sviluppo. Al contrario, dentro la fine del tempo, governa un’altra logica e un altro tempo, di cui abbiamo avuto anticipazioni per l’intera storia della letteratura, dalle favole alla tragedia fino a certo romanzo e alle narrazioni kafkiane, che al momento, a mio avviso, sono l’esempio più acuminato di ciò che accade narrativamente al di là della fine del tempo.”
“Si venera qualcuno, qualcosa?”
“Non c’è più spazio per i culti.”
“Quindi è una narrazione apocalittica?”
“Più personale che apocalittica”.
“Ci divertirai?”
“No.”