Una nuova terza cosa

Non può esistere, per me, se non “una terza nuova cosa”, che non è sintesi di nulla, ed è invece sghemba e strana, è uno spazio alieno ed esiguo in cui il fenomeno continua. Vale per la scrittura così come per ciò che si produce e per come si vive. Nel suo facimento, una terza nuova cosa sembrerà discostarsi da qualunque ortodossia metafisica, anche se pensare a un’ortodossia metafisica significa non avere compreso nulla di metafisica. Nel pensare e nel realizzare una terza nuova cosa, invece, ci si troverà costretti a conoscere il proprio campo, a essere contadini di se stessi, a toccare i propri limiti e le altrui limitazioni. A fronte del collasso trasformativo a cui economia, politica, lavoro ed esperienza del senso stanno andando incontro, addirittura anticipandone le evenienze, la nuova terza cosa è l’irregolarità fatta norma di azione, ovvero di distacco pratico da ciò che si fa, mentre lo si fa. Questo passaggio è introdotto da una somma incertezza e da una tenebrosa paura, da un sisma interiore e dalla disperazione di una riuscita qualunque. Sembrerà che nulla abbia senso e tutto sia incapacitante. Tale nichilismo non lo è: è soltanto terrore ed è il carburante per la trasmutazione del piccolo “io” che tutti siamo.

Il nuovo libro, ora facentesi

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Il nuovo libro, ora facentesi, che sarà mondadoriano, mi sembra assuma i caratteri dell’accelerazione che, soltanto come occasione narrativa, racconta in modo intermittente. L’accelerazione, tecnologica e profondamente antropologica, non è riguardata quale momento faustiano e neppure messa in connessione con eventi o svolte della storia. Per chiarire: ritengo che l’apparizione Hitler abbia determinato una svolta tecnologica imprescindibile, che condiziona i nostri giorni e i decenni recenti che abbiamo trascorso, tutti vissuti sotto il segno di una supposta sconfitta di Hitler stesso. Nel libro nuovo, facentesi, questa è una funzione che non spiego, anzitutto perché non sto scrivendo un saggio. Che mi ponga il problema di come raccontare non elude la questione di cosa racconti. Mi ha fatto riflettere una conversazione con uno scrittore che stimo tanto e che ho incontrato per qualche ora a Milano l’altro giorno. Mentre enunciava che l’autentico scrittore non utilizza la letteratura per indagare o escavare il presente, mi avvertivo in una colpa fetida e in un’insufficienza personale davvero radicale. Inizialmente il nuovo libro, ora facentesi, si sarebbe svolto all’incirca come un “romanzo” che nel frattempo è uscito – ho dovuto mutare tutto. Intendevo occuparmi della smaterializzazione dei canoni, degli immaginari. Volevo raccontare l’inoltramento di noi tutti in una zona esigua e strana, che viene dopo l’umanismo in cui sono cresciuti i pre- o para-digitali, una fascia anagrafica a latitudini geografiche in cui sono cresciuto. Non intendevo ovviamente redigere in tempo reale il digesto di un’epoca storicamente nuova. Mi interessava altro. Mi interessava denudare l’uomo, spiritualmente e fisicamente, denudando i personaggi, mettendoli a contatto con una materia caustica che trascende la storia. Sarebbe come dire, altrimenti, che Burroughs si occupava dei drogati o Dick della telepatia nel futuro. Questo presente è privo di generi, narrativi anzitutto (poco importa che nelle classifiche di lettura trionfino prodotti di genere). Sempre il fenomeno umano ha esplorato la possibilità di non essere fenomeno e, quindi e forse, non essere umano. Il presente è sempre servito come chiave per la penetrazione di questo movimento. Oggi la domanda arriva diretta, proprio dal presente storico, nella sua costumanza mainstream: è fondamentale, per la tecnologia che sta accelerando, la domanda su cosa sia la coscienza. Quella domanda è il filo non tanto rosso di tutto ciò che ho pubblicato (lasciamo perdere il valore eventuale dei miei libri: intendo ravvisare un movimento che c’è nel testo) e quella stessa interrogazione era ricavabile da qualunque presente o passato del quale andavo occupandomi. Il residuo, cioè cosa resta della pagina, era ciò che mi interessava e, per quanto sentivo facendo i testi, si trattava di qualcosa che, pur avendo a che fare con le parole e le frasi e i versi nascosti e i timbri e i ritmi e le vibrazioni foniche, nelle parole non stava. Io tentavo di raccontare quello che nelle parole non stava, poiché faceva le parole stesse. Questa è la materia pura di cui vado a occuparmi nel nuovo libro, facentesi. Non so se sia esotica o letteraria a pieno titolo. Non so se sia appassionante. Mi pare che si ponga in uno svolgimento a iperbole: ogni iperbole inizialmente pare una linea retta, si scosta progressivamente molto poco dall’ascissa – poi all’improvviso, ma in continuità con il percorso antecedente, impenna, va asintoticamente, in convergenza parallela con l’asse delle ordinate. Questo andamento è certamente strutturale tanto quanto storico. Il punto, tuttavia, è cosa sia l’origine da cui emergono ascissa e ordinata. Potevo raccontare con qualunque genere. Potevo studiare l’impossibile, per discostarmi fantasticamente dal fatto avvenuto storicamente, accertato cronachisticamente, registrato da ogni tipo di media. Ho invece preferito partire dalla prima persona, che avrà una sua storia, chissà che gran storia che avrà, vero? L’andamento, inizialmente sembra lento, in realtà è acceleratissimo, ma è trascorso, è passato, e la sedimentazione del passato conferisce un’idea di stabilità e immobilità tipica delle statue più icastiche e sapienziali, che sono mute. Poi la narrazione si scompone, inizia a pullulare di molecole “io”, non sembra esserci un disegno generale. A questo punto inizia una storia, che forse continua ciò che in precedenza si è dato, magari ordina ex post quel movimento disordinato e molecolare che si sviluppava dopo l’esordio. Ecco, all’incirca va così. Siccome temo di perdere la consistenza del me stesso che scrive, siccome il tempo stringe,siccome mi è utile il dialogo tra me e me stesso, magari in forma diaristica pubblica, l’ho scritto qui, l’ho pubblicato qui – sperando di accedere in qualche modo a una dignità anche se sembra che mi occupi del presente e di ciò che sta accadendo, che sta per accadere.
Buonanotte, bambino – buonanotte, Giuseppe.

PS. L’immagine allegata è opera del Professor Bad Trip, cioè Gianluca Lerici, di cui in questi giorni è aperta a Palazzo Velli a Roma una mostra a lui dedicata, a dieci anni dalla sua scomparsa. Gianluca Lerici diede copertina al mio esordio, avvenuto nel 1996 con il fake Luther Blissett e pubblicato negli Oscar Mondadori col titolo “net.gener@ation”.

Prodromi difficoltosi del libro n°16

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Il nuovo libro, il sedicesimo da autore singolo: si sta facendo? Come è difficile confrontarsi con una genialità contemporanea! Sono nella fase in cui infuria lo scrittore – e tace. Tace anche perché si doveva confrontare, quello scrittore, con una materia e una modalità che un genio ha sbaragliato, scrivendo un capolavoro. Avvertire la propria insufficienza è una medicina, è un avviso della salute. La propria individualità si mette a vibrare sulla soglia che distingue ciò che non è da ciò che è: una piccola meteora, trascorsa in pochi anni. Il senso di fare poetica, dopotutto, è anche questo: vivere nella scrittura, di momento in momento, facendo il senso, non solo per se stessi, ma per i coevi, eventualmente, ed eventualmente pochi, pochissimi. Vivere in questa crema di latte, che emerge in superficie nella bottiglia, sarebbe un privilegio, se non fosse poco gioiosa la rivelazione che si può crollare ben sotto l'”io”, anziché trascenderlo. Vivere nel divenire con le parole che si supponevano scolpire il proprio divenire: è un’umiliazione, ma è una nudità. Il denudamento in sé è un’umiliazione per il moralista, per il piccino attaccato alle proprie pudenda o che sta apprendendo a esserlo. E’ francescanesimo ineluttabile: sei sempre nudo, anche sotto i vestiti. Fare questo libro, essendomi schiantato contro il padre che non sa di esserlo e nemmeno gli frega un bruscolino del fatto che esisti, ecco un’impresa degna in ogni tempo, prima del trascendimento finale del parto, della nascita, di ciò che chiamavamo biologia – il che precisamente è l’oggetto su cui si misura quel capolavoro che è e fa il padre, e al contempo ciò su cui si esperisce ciò che tu avverti insufficiente, drammatico, senza che nessuno veda o ritenga che sia minimamente degno esercitare lo sguardo, Giuseppe.

La potenza della mente

Sviluppiamo la nozione di: illusione. Una delle potenze delle parole, se prese solitarie, è la fioritura della retorica tutta. Per esempio, si potrebbe dire che “gratitudine” è un ossimoro, il che è impossibile per una parola sola, oppure che “amore” è una metafora, il che anche è impossibile: e tuttavia è possibile. “Illusione” esprime una metonimia, in quanto essa sta sempre e comunque per significare il movimento con cui la mente ritiene che qualcosa sia mentre non è. Illusione, dunque, è metonimica della scorretta percezione dell’essere e indica dunque una domanda: cosa è? Per fare un esempio: se mi muovo alla velocità della luce, vedo tutto fermo, statico, consistente e dunque penso che esso sia, mentre in effetti diviene. E’ uno stato illusorio quello in cui percepisco una cosa per un’altra, il che è il movimento stesso della metonimia o, forse, dell’intera retorica, la potenza con cui l’inanellarsi di lessico e grammatica fa sì che essa esprima i movimenti dell’animo, nel momento stesso in cui non si sa cosa sia un animo. Alla base dell’intera mobilitazione linguistica sta l’illusione: unità di codice in luogo di qualcos’altro. Cosa è il qualcos’altro dalle unità di codice? Sono unità di codice le singole parole: cosa c’è di altro dalle parole? Ovviamente qualcosa che è altro dalla parola. Cosa è altro dalla parola? Il silenzio? Quale silenzio? Il silenzio del parlare? Del pensare? Del sentire? Il silenzio rotto dalla parola equivale al silenzio rotto da una nota o da una frequenza? Cosa c’era prima e dopo quella nota? Durante quella nota, se ci stabilizziamo alla velocità del suono, la nota c’è? Ecco, questa è la mente, cioè l’illusione: di questo scrivo da anni, continuo a scrivere: di questo silenzio in cui accade l’illusione, poiché c’è una mente che ritiene di percepire.

Dal fantasma morto al fantasma non nato

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Appunti per il libro che si sta facendo. Per come e dove mi trovo, la questione si pone in questi termini: sostituire il fantasma del passato con il fantasma del futuro. Qui risiede l’epistemologia di un’opera che, in quanto desidererebbe essere tale, non avrebbe proprio da sorreggersi su epistemologie, a meno che l’epistemologia non fosse un elemento della poetica: esiste forse un’epistemologia di Hugo o di Kafka? In Aristotele, per esempio, l’epistemologia è certamente una questione di poetica, poiché si tratta di declinazioni di una medesima sostanza, che è l’ontologia: la metafisica. Fatto sta che, per condurre a termine l’opera, è fondamentale scrivere anche del tempo che vivo, il che non significa imitarlo in qualche modo, per esprimerlo o rappresentarlo. Continua a leggere “Dal fantasma morto al fantasma non nato”

Concepting del nuovo libro a cui lavoro

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Appunti in corso sul nuovo libro. Agglutinare e strutturare. Secondarietà della lingua di superficie. Non forma. Transitorietà del meme. Abolizione del mito centrale. Nuvola e vaporizzazione, dove è acclusa la corporeità, la cosalità, la toccabilità. Scelta tra orrore e momento aureo. Esposizione dell’io come antilirica. Rinuncia al modulo epico e adozione di un modulo collettivo diffuso. Orizzontalità attraverso verticalità multiple: picchi isolati, che sembrano lirici e paiono perturbanti, ma sono soltanto momenti di intensità. Continua a leggere “Concepting del nuovo libro a cui lavoro”

“Alfredino Rampi”, 35 anni dopo

Il 10 giugno, nel canone privato, che sta vaporizzando come tutti i canoni e le memorie, è l’inizio del mio centro di gravità impermanente, che è stato Alfredino Rampi. A lui è dedicata la convoluzione testuale che ho intitolato “Dies Irae”. Lui è stato rinnovato nell’ultima delle immagini sostenibili per me, quella del volto disfatto dalle torture di Stefano Cucchi, nell’evoluzione testuale che ho titolato “Fine Impero”. Alfredino è arrivato a essere il Babau, il Bambino che è la fine di tutti i bambini (al video qui sopra, la mia lettura del breve brano). E oggi, mentre vanamente penso al movimento testuale a cui non riesco a lavorare, è ancora Alfredino il centro: che sparisce. Ovvero: mi trovo per la prima volta nella mia vita orfano di lui, della maglietta a righe che è l’immagine postuma scattata prima. Continua a leggere ““Alfredino Rampi”, 35 anni dopo”

L’epica ultraletteraria: “2001” di Kubrick

Al di fuori della letteratura, per trovare l’epica sussuntiva di un intero tempo umano, e cioè quello che ho vissuto e sto vivendo: “2001 – Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick come Opera tout court, accumulo vertiginoso di simboli che vengono svuotati improvvisamente.

L’ambiguità e l’intensità con cui un’opera si propone e propone domande, di cui la risposta non è certa, è per me un metro di valore artistico. Vedo, per quanto concerne la scrittura, una continuità tra Sacre Scritture e poi epica e poi tragedia e poi lirica e poi racconto, romanzo. E’ una tesi tra le tante, ampiamente motivata da molti teorici e cursori critici, e non è qui la sede di stare a filologare su una convinzione personale.
E’ invece su un’impressione persistente che vorrei ragionare.
Se penso a un arco relativamente non brevissimo di tempo, cioè il Novecento e questo primo decennio del nuovo secolo, trovo una moltitudine di opere scritte che mi immergono in intensità e ambiguità. Trovo Scritture Sacre che ancora non sono state riconosciute pacificamente tali (per me, Ramana Maharshi vale i Vangeli, tanto per dire), ma non trovo ciò che totalmente è epico – cioè in grado di sussumere i caratteri di un campo di senso e di una vastissima collettività qual è l’occidentale (quindi: non l’italiana; qui non intendo discutere di New Italian Epic). Se dovessi accennare a ciò che ritengo essere l’unica autentica opera epica della contemporaneità (fatto salvo il corpus di T.S. Eliot, che però per me non è propriamente epico: è qualcosa di superiore all’epica), allora dovrei compiere, per quanto concerne me, un passo abbastanza disdicevole per uno scrittore: uscire dalla letteratura. Per me, intendo, l’unica opera epica, quanto a potenza sussuntiva di un’intera civiltà è 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick.
Il proposito del film è evidentemente epico: ricorre il titolo di una delle fondazioni dell’epica occidentale, cioè Odissea. Però il film è ambiguo: poiché se l’odissea è nello spazio, va detto che, come in ogni epica, l’itinerario avviene in tutto lo spazio – dallo spazio iniziale terrestre (le scimmie primati scoprono lo strumento e compiono il salto alimentare e sociale) a quello cosmico (stazione, Luna, Discovery) a quello interiore (confronto psicologico con la macchina e superamento dello psicologico attraverso attività coscienziale) a quello archetipico (visione di sé identificato con la propria forma incarnata nello spaziotempo liquido) a quello assolutamente non linguificabile (apparizione del Bambino nell’astro luminoso). Lo spazio è dunque non tanto uno spazio fisico: è uno spazio coscienziale. I personaggi, tra cui manca l’eroe, il che determina il ruolo secondario dell’eroe nel processo di epicizzazione di una storia, includono un’attività apparentemente coscienziale (e invece soltanto intelligente ed emotiva) come Hal 9000, il robot di bordo dell’astronave Discovery. La funzione eroica è stilizzata attraverso un inconsultamente novecentesco (linea Kafka, Walser, Beckett, etc.) e antinovecentesco (emersione dell’arcaico come forma del contemporaneo) ricorso alla stilizzazione antipsicologica: i volti immobili e inespressivi degli astronauti David Bowman e Frank Poole, l’impossibilità empatica dello spettatore rispetto ai primati se non attraverso item emozionali basali ma non fisiognomici (rabbia, reazione, aggressività) – il trascendimento dello psicologico verso il vuoto coscienziale che si manifesta è dato dal fatto è che qui è in questione la totalità assoluta della specie, cioè l’autentico eroe implicito, che è un eroe coscienziale. Coscienziale come è il simbolo a-simbolico del monolito: radiante vibrazioni sonore, puro ente geometrico che non ricorre ad alcuna stratificazione culturale pregressa.
I salti temporali sono propriamente le lacune e gli intermezzi tipici dell’epica e, prima, del racconto orale per come codificato da Ong. Questa storia non è verbale (45 minuti di parlato a fronte di 146 minuti di svolgimento): l’epica dunque può prescindere dalla parola, non dal segno – verità implicita che sembra essere scordata dalla critica in questo presente. La fantascienza non è più un genere di appoggio né uno schermo comunicativo – è spazio puro, non soltanto cinematografico. E’ la possibilità della totalità del discorso umano, riassumibile in questa affermazione pronunciata dalla totalità della specie: “Noi siamo esistiti, esistiamo, esisteremo in altre forme”. La circolarità, l’occhio eccentrico, l’elencazione (si pensi alla lunghissima sequenza di epifanie mentali verso Giove), la logica dello sporgimento extraumano, le divagazioni: tutto è funzionale a una naturale circolarità, ma non cade nello stilema, non si percepisce come stilema ed è evidentemente incalcolabile per chi assiste al racconto.
Tuttavia il racconto è qui oltre il simbolico. La circolarità viene direttamente esperita e ciò che è figurale avviene come emersione di polarità tra cui possono scoccare archi voltaici (per esempio: il passo incerto dei primati è in connessione col passo incerto della hostess nella navicella di collegamento e poi coi passi degli astronauti sia sulla Luna sia fuori dalla Discovery e infine nel tempospazio liquido della visione delle tre età). Il passo è simbolico nel senso culturale soltanto in certi contesti, per esempio nel contesto dell'”itinerario”, ma qui l’itinerario non è quello del contesto che fornisce al passo il valore simbolico culturale – tali contesti sono cioè negati e il simbolo acquisisce una dinamica e una potenza di veicolazione aperta del discorso coscienziale. Tutto è vuoto e ogni simbolo culturale cristallizzato viene emesso e trasceso: viene denudato. Per esempio: il simbolo dell’allineamento dei pianeti non ha alcuna valenza astrologica, sebbene in partenza ce l’abbia – tale valenza viene disgregata dal procedere del racconto e dal processo esperienziale dell’ascolto e della visione del racconto. Oppure si pensi a ciò che compare, ed è difficile da intercettare, nel momento in cui i primati toccano il monolito dal basso, con paura: visto dal basso, il monolito si erge verticale, sopra il suo bordo il sole è pieno e sopra il disco luminoso appare orizzontale la falce della luna. Questo è il simbolo del Rebis (rebis), in codici ermetici, ma anche egizi – e questa emissione culturale del simbolo è distrutta dalla presenza vibratoria delle radiazioni ultracustiche del semplice monolito, che rimette in moto altro simbolismo – un simbolo aperto, dinamico, energetico in quanto vuoto e vuoto in quanto fatto di compossibilità che pressano l’universo in cui si manifesta la specie umana.
Non è plausibile trattare 2001 di Kubrick, qui, se non per minimi accenni. Non intendo interpretare, ma soltanto ragionare su questa mia percezione: non trovo una letteratura contemporanea in nessuna lingua che io conosca (nemmeno con l’ironico e fondativo Omeros di Derek Walcott) capace di sussumere la questione metafisica (cioè: radicalmente materiale e coscienziale: e cioè ancora, la questione del tutto e quindi del “sé” che la specie umana si pone) come il film di Kubrick, che, per me, non è un film più di quanto sia un libro: è l’Opera.

Pena di ciò che mi accingo a fare

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Ciò che mi accingo a scrivere e su cui sto lavorando, ovvero il nuovo libro, è sorprendente per me: già mi sono abituato alla sensazione di fallimento, di povertà della cosa che faccio, una povertà che non è per nulla povera in quanto è poverina, una povera cosa insufficiente, da subito sbagliata, del tutto fuori dal raggio di quanto avrei voluto dire e fare. Questo non ha nulla a che vedere con la mia psicologia e, quindi, con l’autostima. E’ proprio la prosa per come la sento, il romanzo per come lo sento, nella sua inenarrabile distanza dalla declinazione delle cose in poesia. Anche la poesia non va bene, è così fallimentare rispetto al nucleo di scaturigine della poesia stessa… Però non mi era capitato mai di entrare in un simile sentimento del mio disastro e della mia incapacità, come da quando mi sono messo sul progetto a cui attendo ora. Continua a leggere “Pena di ciò che mi accingo a fare”