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Infanzia e Novecento in memoria di Stan Lee

Allora a nove anni io rubo una sigaretta dei Monopolio di Stato dal borsello in finta pelle di mio papà nell’anticamera tenebrosa, in fondo, verso la porta, nell’attaccapanni modellato in legno come un manichino di Savinio De Chirico e corro nella stanza di mia sorella e mia, oltre il poster del pittore di persone grasse rotonde esagerate Botero, un torero nell’arena circolare piccolina essendo lui enormemente tondo a toni morbidi, e verso il poster del funerale di Enrico Berlinguer del pittore del Pci Renato Guttuso, è mattina molto presto nella città cromata Milano, in questo evento di sabbia e sangue incrostato che è l’appartamento, la mia famiglia, io – e mastico la sigaretta. Succhio il tabacco, lo sminuzzo, muovo male la mascella, la lingua si irrita gonfiandosi, le sostanze tossiche sono assorbite, la saliva abbonda, la ptialina lavora la tossina, è tutto un metabolismo! Ecco la febbre. Se mastichi tabacco, viene oltre 37, è un trucco che si tramanda, l’alito emana febbre e sentore di tabacco che si sputa in certe tabacchiere con la calce dentro, annullandone il puzzo, è un acido amaro, un whiskey sbagliato, degli adulti nelle case ricche patrizie moderne americane del nord, vetrate al posto delle pareti, blended e sigaro con le piscine notturne fuori in quelle ville di uno strano Le Corbusier: tutto il tabacco è questo. La febbre cresce. Scotto. Viene a provarla la madre, la tumultuosa madre, bianca, renitente, mio padre cupamente è uscito con il borsello verso il lavoro impiegatizio comunale nella giunta rossa Carlo Tognoli. Sembra, io, che deliri. Il tabacco ha alzato le temperature interne, accelerando gli organi. E’ un tempo umanamente che esiste, lungo, di una lentezza fatta dalla meccanografia dei tempi, dei lavori di quel tempo. L’automobile è pesante, sono pesanti. Sono pesanti le prediche delle Pie Donne all’inizio dell’ora scolastica, dove non vado perché ho la febbre, sopra 38, la madre è stata ingannata, mia sorella mi invidia l’influenza e va verso le Pie Donne iniziali della preghiera all’inizio delle lezioni alle elementari, accompagnata da mia mamma. Tumultuosamente sto, solo nella casa cupa, dentro il letto ravvolto, da lenzuoli diacci e intrisi, di sudore, di tabacco. Ogni febbre era “cavallina”. Sei nel centro di un cosmo diaccio, intriso di rocce e fatuità, umane non prevalentemente, o immagini di febbre che infuocate dalla carta velina alzano i loro propositi nell’aria, carta velina incendiata. Torna la mamma, ha accompagnato nella scuola fatta dal Duce mia sorella piccina, con le gambe magre e le braccia piccoli legnetti, molto magra e sul labbro inferiore la bolla di saliva che splende, aurea. Mia sorella. Mia sorella è una bambina di grande ingegno a cui la sera fa sempre male la gamba per motivi di stanchezza e anemia mediterranea, una malattia sconosciuta che parte dalla Sardegna e invade tutto il Mediterraneo. Non ha mai problemi ai denti, carie. Si veste molto compitamente e ha una forte componente di socializzazione e altri giudizi scolastici così. La mamma rientrando si è fermata all’edicola, fatta di metallo pesante verde, ha acquistato i giornaletti, i Vendicatori l’Uomo Ragno i Fantastici Quattro La Visione Silver Surfer Hawk Iron Man e altri, perché io ho la febbre, per farmi passare il tempo. Allora una nuova febbre mi sale dentro, encefalica, nelle immagini in quella carta non patinata, cotta, dei giornaletti di un tempo, fatto precipuamente da questo Stan Lee che li inventa tutti, li disegna e li inventa e scrive i fumetti, un uomo tipo Burt Reynolds ma con i capelli rossicci, quindi ha i baffi, e gli occhiali, enormi. Genialmente inventa per tutti tutto, noi e gli altri, ovunque nella vita sul pianeta Terra. Negli spazi siderei accadono le cose, divinità né maschili o altro, ciclopicamente grandi da occupare settori del cosmo diaccio e intriso di robotica e demiurghi, di salinità delle terre e esopianeti che posso immaginare grazie a Stan Lee. La zia di Peter Parker è una nonna, non è una zia, ha lo scialle viola, il vestito verde e rammenda come una catanzarese e è a New York. Goblin nel numero trentasette appare con uno skateboard mostruoso meccanico nel cielo di New York. Ovunque escono colori nuovi, nell’ispirazione immaginata di Stan Lee. Ci sono i ciechi tipo Devil contro Bruce con un cognome straniero che diventa Hulk, diventerà Lou Ferrigno, trascorrendo gli anni, con dei capelli anni Ottanta spumosamente inadatti ai supereroi della Marvel, che ha inventato Stan Lee! Ha inventato anche la Marvel! Stan Lee inventa tutto, sui tovaglioli, riportando in redazione un supereroismo umano dal volto umano, problemi di tutti i giorni, lontano dalla semiotica e dagli adulti, solo per noi. Mentre Goldrake grida dentro il televisore, non lo ha inventato Stan Lee, ma i giapponesi che si oppongono a Stan Lee. La febbre cala. Voglio scrivere un libro sulla Visione, ma non me lo permettono nel 1996. Ieri è morto.

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Il più Crudeli dei mesi

Nel lontano 1992 ero disperato, come sempre, per via del lavoro – non sapevo cosa avrei fatto, non sapevo come fare. Allora risposi a un surreale annuncio di lavoro, apparso su “Secondamano”, che i più ricorderanno come epica istituzione del cercatrova in un’epoca pre-idealista.it. L’annuncio in questione consisteva nella ricerca di aspiranti giornalisti per una rete televisiva locale e nazionale. Incredibilmente risposero alla mia missiva cartacea, in cui illustravo un curriculum inesistente, quanto improbabile, contando io ventidue anni di vita. L’appuntamento era fissato nel cuore di Quarto Oggiaro. Mi chiedevo quale emittente locale e nazionale avesse sede o studi nel bel mezzo di uno dei quartieri più periferici e rischiosi di Milano. Andai al colloquio insieme al mio eterno amico Bruno, a bordo della sua auto aziendale, una Uno bianca, che in quel periodo era un modello à la page nel non tanto ristretto àmbito della cronaca nera italica. Ad accoglierci c’erno due giornalisti sportivi. Mi presero e mi misero davanti a una telecamera, dovetti leggere più volte una notizia riguardante un extracomunitario ucciso sulle strisce pedonali da un pirata della strada, risposi a quesiti imbarazzanti sul mio oroscopo e sulla giacca a dire poco lisergica che indossavo. La tv in questione era TvLL, ovvero Tv Libera Lombarda, facente parte del network Odeon tv. In quel momento, la proprietà della rete era incredibilmente del Partito Radicale – in seguito venne a trovarci Marco Pannella, che mi chiese su cosa intendevo laurearmi e rispose, quando gli dissi che stavo lavorando su Edmond Jabès: “Capperi! Cazzo!”. Al colloquio Bruno rimase sempre dietro gli operatori, sorridendo per rincuorarmi: era un incipit grottesco della mia vita professionale, nel momento in cui sembrava che io dovessi addirittura sposarmi, un intendimento che mi faceva meritare i calci nel culo da parte del mio eterno amico. Il tempo dilavò tutto: tutto. Purtroppo non dilavò il nome e il sembiante e il raffinato portamento di uno dei due giornalisti sportivi, che mi assunsero in nero: era Tiziano Crudeli. Che ieri, in occasione della sciagurata sconfitta interna del Milan con il Benevento, segna un momento assoluto dell’immaginario collettivo, il quale però nel frattempo è andato a farsi benedire, non c’è più immaginario collettivo. Che amiate il calcio o meno, vale la pena di spiare l’esacerbato omaggio all’umanismo che Crudeli offre a tutti gli spettatori. Il mio inizio persiste nei tempi finali, così come accade a chiunque.

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Improvvisa epifania della mia formazione andata

Al bar di Enrico, polivalente ventunenne di terza generazione italocinese, entra un sosia di Giacomo Giossi. La città è svuotata, luglienga. La cupola del cielo colore amianto dice: polluzione, tu sei l’animo milanese, sei futuro e sei passato, entra in me e ti farò conoscere la forma della perennità italiana. Il sosia di Giossi chiede le nuove Chesterfield con la capsula. Non so di cosa parli. Enrico risponde: non sono nuove. Il tizio le chiede da dieci. Enrico risponde: non le ho. Le Lucky al Mohito? Le ho. Giossi risponde: ma non mi piacciono. Le Camel? Capsula a che gusto? Lime.
Dietro di me si spalanca uno spettro del futuro passato. Esistevano queste sigarette al mentolo, costavano duemilacinquanta lire. Sgambettavo nella piazza, mi infilavo dal tabaccaio, le chiedevo. Sembravano Muratti, sigarette future con il filtro ai carboni attivi, come le suolette antiodore per le scarpe da tennis, fatte di un lattice strano, verde, con delle misure di un piede 52, linee curve continue o tratteggiate, per tagliarle a seconda del numero che avevi tu e, sull’altra faccia, un materiale kevlar sconosciuto e alieno, secondo la voga di quei tempi, quando esistevano degli After-Eight cancerogeni e li ritirarono dai supermercati, cioccolatini a sfoglia, separati da strane cartaveline della consistenza di strani fogli che usavi a scuola a educazione tecnica, per fare dei progetti tecnici ricalcando i fogli bristol, trasparenti della stessa plastica di carta scrivibile di questi cioccolatini nella scatola verde scurissimo con i caratteri troppo italic d’oro, e in mezzo alle sfogliette di cioccolato una crema lattescente che sapeva del mentolo delle sigarette, troppo tumorale per via di temibili addittivi che iniziavano con la “E-” maiuscola e poi numeri a tre cifre, gravissimi, quando li trovavi, in quanto sapevi che veniva il cancro, apparentemente come il formaggio Dover, in barattoli di vetro grandi al pari di quelli della maionese Calvé, un formaggio fuso alla consistenza di uno yogurt e ritirarono anche quello, mentre non ritiravano mai le Big-Babol, gomme a mattoncino del colore dell’epidermide caucasica, quadretti di pelle di una gomma sontuosa, che liquefaceva in bocca stimolando le salive di noi tutti, dal sapore “E-qualcosa” rosa, forse fragola, ma una fragola distantissima, una memoria di fragola, una fragranza. Nascostamente acquistavo queste sigarette Polo al mentolo e andavo a fumarle in piazza Martini, avevo quattordici anni, prima che costruissero il muretto e quindi esistessero i ragazzi del muretto, l’unico muretto che si sapeva esistere mi pare fosse a Viareggio. Mi sedevo sulla panchina, mattina presto, prima di andare al liceo classico con l’autobus 37, dalla parte povera della piazza, distante dai percorsi di mio padre, per paura di lui, e facevo lunghi tiri, aspettando il colpo portentoso del mentolo nei polmoni: un battito, un bussare dentro. Poi, confuso dal fumo di mentolo che faceva schifo, prendevo l’autobus e andavo nel ginnasio dove ero il più povero, ma non importa, avevo il Rocci Greco-Italiano di mia cugina Paola ricca, me lo prestava per quei cinque anni, preoccupato dall’aoristo e savio nelle versioni, per l’esattezza che quella lingua morta esigeva da noi tutti al banco, nella versione, cercando la soluzione più elegante, quasi algebrica o, peggio, geometrica, la geometria di una frase tradotta su carta da duemila e passa anni fa: che ressa nella mente, che fase oscura aurea della vita era, che primo amore ovunque nell’aria brunita del mio liceo classico. Mi acquattavo nelle scale verso la palestra, un ammezzato, con una bidella Noemi dalla voce roca per dei polipi in gola e le sigarette, in quanto ero bravo e dopo un’ora avevo già finito la versione, rimaneva un’ora, di noia e di scoperta della vita comune nei bagni di liceo, dove apparve la scritta di gioia per il suicidio del professor Quadrelli, di greco e latino della sezione H, che si era impiccato o buttato giù dal balcone o dal ballatoio, un erudito molto severo ai limiti del delirio, che aveva fatto molto male alla mia cugina, Paola, molto ricca, e sulle piastrelle sui muri del bagno del liceo Berchet esultavano alla sua morte, con un pennarello, Noemi non riusciva a cancellare, con l’alcol denaturato non veniva via. E era bello, tantissimo, sniffare la bottiglia di plastica molle dell’alcol denaturato, una plastica semitrasparente da cui vedevi l’alcol rosa quasi fucsia, più rosa delle Big-Babol e meno dell’orticaria: aprivo il tappo rosso ciliegia e c’era un foro per spruzzare precisamente un getto forte e magro di alcol denaturato rosa, aveva questo profumo fastidioso, penetrava le nostre froge e ci sembrava di drogarci, acuti, nitidi, immensamente complici, sulle scale degli scantinati, più ammoniacali e lucidi dei tossici, di eroina, rena morta, semivivente, come la rena quando turbo spira. Quando tornavo a casa la vita si sospendeva come ora sempre. Quindi trascorsero gli anni e fui io la perduta gente: io fui niente, se non questo sguardo, amato, consegnato, restituito sotto le fronde del salice piangente.

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Le vecchiette al voto amministrativo 2016 questa mattina

Con quale stanchezza, con quale renitenza al niente, con quale dolcezza severa e inattingibile ho visto oggi recarsi al voto le donne anziane, i capelli radi e gli strani spolverini celesti colore tendaggio, oggi, nella calma catastrofica di un giorno pressato tra ore di temporali e di monsoni, sospesa, i capelli radi tinti di biondo granaglia, di fienili visti con gli occhi delle madri e delle levatrici un tempo, nei loro passi sfrigolare le vene partigiane di un sangue rinnovato e latore di senso e di tempo in avanti, la prospicienza di un tempo con il senso che le borsette lucide e screpolate delle anziane dondolavano cullando un tempo antico, che è oggi, quando i passi malcerti in via Salasco, Continue reading “Le vecchiette al voto amministrativo 2016 questa mattina”

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KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA

Franz Kafka e Dora Diamant
Franz Kafka e Dora Diamant

KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA
Un raccontino di Giuseppe Genna

Kafka passeggiava nel parco Steglitz con la sua fidanzata, che si chiamava Diamante. Incontrarono una bambina, che piangeva: aveva perduto la sua bambola. La sua bambola si chiamava Carbone. Allora Kafka si chinò sulla bimba ed estraendo dalla tasca il suo fazzoletto in batista le asciugò la lacrima e le disse: “Carbone mi ha scritto una lettera per te, bimba. E’ colpa mia se la ho scordata a casa. Domani te la porto e te la leggo. Carbone ti ama sopra ogni cosa”.
La bambina si consolò un poco, ma il giorno dopo attendeva Kafka al parco Steglitz al Mitte e non lo vedeva: Kafka faceva ritardo. Aveva trascorso la notte intera in una eccitazione dei nervi eccessiva, pur di redigere una lettera definitiva, scritta per ipotesi da Carbone la bambola. La complessione dello scrittore la conosciamo. Egli sapeva bene di essere un bluff. Inoltre poteva perdere il lavoro sempre da un momento all’altro. Si sentiva badato da pochi e interrogato da meno ancora. Voleva fuggire a Saint Lucia Caraibica, ma era un pensiero irreale, una delle fumisterie sue, di sé con se stesso.
Più si avvicinava il momento dell’appuntamento con la bambina e più Kafka era nello spasimo, come me tutte le volte che accade quanto accade che accada. Inviò un telegramma a Diamante: “Vieni qui presto! Subito! Ahi!, è già troppo tardi!”. Continue reading “KAFKA E LA BAMBINA CHE AVEVA PERDUTO LA BAMBOLA”

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COSE DESIDERATE RICORDARE DI ESSERE STATO IO

Io provengo da un tempo elementare, delle elementari, quando si vedeva l’atomium essere un santo moderno e contemporaneo l’esame statale insieme e i militi iberici e le pastiglie al fosforo rosa a ottemperare l’ostacolo alla carie, molto prima dei diabeti e del vostro mondo secondo. Anime suicide si lasciavano andare rosate in abiti rosa, vestaglie, i presera lungo alberi metropolitani in viale Fulvio Testi e in strade deserte. Erano sulla terra a distanza dalla pozza di coagulo i suoi bigodini rosa ricordo. L’aria era un obbligo militare dei diciotto anni, erano i cugini e prima era sempre un prima, spiegato, diletto: le aule di legno biondastro dei piccoli tavoli a stecca larga orizzontale e nera, accanto al foro, di entrata dei calamai e noi eravamo seduti di fronte a una donna, spesso una madre, magistrale e tratteneva l’alterigia, con alcuni gioielli di poco conto lucidi sopra i vestiti colore ruggine a dire, che la natura è bizzarra e si oppone attrito all’amore che riesce, ci riesce. Di lì potevi infilare tra botri e scansare di balza in balza il baltico in quella pozza, l’angheria potevi infilare, ragazzo, tra carne e spirito e verità, facendo male a un altro e io l’ho fatto madre. Dentro alcuni schermi era una cosa elettrica, una forza, un’elettricità del grigio, senza colore tutto tranne che muta e italiana, sempre, quasi una malattia, una dolcezza di razze disseccate e fossili e, sinuosi, i rilievi e le planimetrie d’Italia dove eravamo noi, universali. Solo un tempo per redimersi era un tempo, mai la stima, la gloria e i tributi al genio tartassato dell’uomo Carmelo Bene. Fili alti di giudizi, ronzii, pali nella nebbia. La nostra campagna ruvida ammette bruttezza. Esonda male il Po. Filamenti e fettuccia di nero corroborano l’ago meccanico Singer, cucire, i grembiali dei bambini alle elementari in questo tempo unito a me amareggiato. Più perfetta della pietà è la mia vera memoria, più affilata, ed esondava, sempre, e bene, verso gole altre di altri: amici vizzi, brizzolati, giovani, che ho visto, giunoni a fumare in un locale francese accanto a mio padre e, desistente, condurlo bambino canuto in morbidezze e tepori là a Saint Michel. Quanto falso Nesquik si dà a noi poveri e quanti Aftereight allora. Quanta chimica stipata nell’ordigno ogni giorno atomico che esplode a scuola sulla lavagna a leccare la polvere di gesso e la grafite amara. A mordere la forchetta fredda con i denti freddi, con fiducia in un dolore stridulo e sentito. E di lì io vado, tempo solo, sono stato questo, alla nebula umana unito, tra parrocchie periferiche e, fuori, il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco, verso la Martesana. Così andavo e riflettevo la luce del presera meno dolce, milanese e amata, fino ai cortili, fino alle muggini e ai fumi di roditori alle popolari in una via degli Etruschi, rientrando, solo: nel gene dell’universo imitato io sono specchio a te, o splendore. Il volto del vero è coperto da uno schermo brillante e dorato; sollevalo, tu che aiuti a crescere, per la legge della verità, per la visione.

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

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1979 E DOPO IN PIAZZALE MARTINI A CALVAIRATE

Contavamo nello spazio della piazza aperta le auto che avevano le marmitte scassinate passando. Erano poche, erano Settanta/Ottanta. Guardavamo le targhe tra una macchina e un’altra con il pallone che andava sotto quei ventri meccanici, le pance, il fondo, delle macchine, come si chiama. Erano targhe pari e dispari, questo era il gioco, questo era gioco. C’erano le città, capivamo l’auto del Belgio dai caratteri rossi a bastoni sulla targa bianca. I francesi erano dei gialli, sempre saccenti come scriveva Enzo Biagi in un’enciclopedia delle persone e delle nazioni nella civiltà europea. Se pioveva era di una goccia calda dell’acqua di terme superiori romane, da sopra, immaginavo. Caleidoscopicamente tutto il cielo era; e stavo tra le erbe vecce e la sabbia con le siringhe: io. Se piove ora è incubo e tosse di polmoni morti, con dei lividi di edemi e fatti di uomini infelici e viola dove vedo la mattina, l’avanmattina. Si rende la pioggia stabile mutando i climi con una salinità iodata, zinco in una stratosfera, verso i bambini neonati in Cina andando nelle loro gole, nello spasmo bronchiale a fare nuovi uomini di argenti e silicati: siamo così. Avevo una corazza fatta di sapere delle parole, una pelle corazzata, si stabilizza con del sapere e vivere senza preoccupare il perdono o convocarlo, tra le tue braccia o madre
dove calore è cosa ultima e sulla tomba restino questi canti, bimba,
questi canti seguì mio padre giovane mia madre.
Nella piazza Martini a Calvairate era un sambuco, un salice che piangeva dove avevo la mia tomba, io speravo. Chiudevano di fantasia alle macchine la piazza, mi stendevo tra i fogliami fradici di autunno all’ombra verso la tomba in un chiarore azzurro a specchio molto lombardo, lì, in un’orgia, di vestiti borghesi e senza nessuno attorno, non visto come i cani e gli elefanti. Cimitero che portavo tra cervicali e cuore, cuore duro, quando a quattordici anni ero dio e cieco alla pietà verso di me data, data da chi? E era ammesso soltanto il matto di Lumumba a quella tomba, al funerale, uno di Calvairate con la calotta cranica in metallo, che si era lanciato dal quarto piano in via Visconti urlando la fine materiale di Patrice Lumumba di Katanga nei Settanta. Così fantasticavo ai giardinetti tra panchine di giada concrezionata e spazio a sabbionaia dedicato ai bambini delle madri con quei secchielli, gialli. Cuore petroso, di vertebre e peccato ero, di renitenza a tutte le cose amate, ricordate, a oblio, a tomba viva.
Se poi qualcuna di queste cose che contengono cose non solo vere ma esatte (e il lettore comprenderà anche qui: certe cose non s’inventano, anche a volere), ispirasse un più acuto ribrezzo del male, io, oh! non me ne terrei io, ma ne benedirei la memoria dei miei cari martiri, per i quali nessuno (nemmeno i loro assassini) soffrì, e che dalla loro fossa rendono anche oggi, per male, bene.
Diciamo i deboli, i devoti, i deserti.
Dèi memento sono: DIMENTICATE.