“Lo spavento”: una poesia

LO SPAVENTO

Non della fame e della sete, della poesia
era il morso.
Verdeggiare nel nero dell’alba:
“Già ero bambino, già cadavere ero,
verdeggiavo nel nero dell’alba”.
Non leggere più o guardare
e non albo o libro, non ero io.
O madre, o cosa ultima, difficoltosamente.
Limpido Giordano ascolta: l’un, l’altro guarda
e del suo corpo e sangue, sul pomo della spada: appoggia il peso!
E cui sul capo imponeva la mano, limpido Giordano, lo sapeva, lo sapeva, lo sapeva…
Come sola lasciata cosa, come lume in periferia
rischiara, come volto da vicino di donna madre uccisa
dalla notizia del suo bambino. Era castano
il cielo, era di agosto, era tremendo.
In Ovidio la vidi accasciarsi, lo dissero là, si accasciava
come a vincastro si avviluppava al giorno: e era l’ultimo
come, dei giorni, limpido Giordano,
maestosamente, o mio Maestro,
il mio spavento cresce nel cuore di voi morti e sorti, sorti
a una regione nuova di strini sono io
fatto: qua sta l’errore, il fatto, il morso,
aurore non in terre e non in cielo a tentare
una madre sfinita, una morte, una densità.
E, ta-ta, lallava il bambino
morto prima di morire, ta-ta,
prima che l’auto infrangesse i limiti e ferrasse l’aria
e andando in Mondadori a esalare fiato invernale
dicevo: “Ho visto lei accasciarsi e la città avuta
tutta in uno sguardo”. Della poesia è il morso.
Era il Millenovecentonovantasei. Nevicava. Molto.
Chi sa di questa madre, ora, venti anni dalla notizia
in piazza Ovidio e io vado via, vado a zone, di inverno,
vado dove va che esalano i bimbi inverno e sto
di anno in anno commuovendo pena, via, perdono:
io vado a morire, bambino, molto.

NEL DECIMO ANNO

NEL DECIMO ANNO

a Gisella

Nel tuo decimo anno
sono avvelenate le date e
sconforti, fanno sera, su futuro e ieri
eri francamente, le mani, padre.
Sinuosamente non è mai figlio una stagione a sera
le sabbie nella cripta che è al cimitero
sabbia, sali, brine,
gemmee. Vito Genna è una turbata pianta
in accordo con me: e sfronda.
Povera piccina è. Tra i cespi soffia un trillo di leuto,
un’accomandita, è
imperativo avvitare se stessi lungo la calcìna secca
a orto, vite sicula, a secco
da padre a patrigno, dove?, da vite a vitigno.
Aria ovunque non nella cripta
dove la vela, dove liquido il limo? Di te.
Papà, papà: di mano in mano tocchi la mano franta
che è crisalide e cedua
a me larva, che parla, e dice:
Figlio. Figlio: fiumana, cinto, salici
di andare hanno abbastanza
e sono qui e me, qui e me e davanti
e dietro, qui e me e luna e morto.
Io sono morto, però.
Fratelli miei vi vedo accatastarsi.
Fungono della terra
i boschi verticalmente vanno ben altri, ben altri
putre fango di cielo in mano a me, o madre!,
larva!, io te vedo!, io ti vedo!
Disse e sparire era tanto,
era pianto.
Inutile cantare è resistere a tanto canto
amici di oggi, ora entrati, e non sapete, non sapete mai
di padre in padre cosa stella e vaneggiare
è ruggine, è rimasto: sono io qui.
Anima rara l’anima, è rara e tu, è tutto.

“Altra idea centrale”: una poesia per tre poeti viventi

miloantoniomario

Pensando a certi tre poeti dell’Italia mia, che ho vissuto, stranamente trapassando di tempo in tempo (è incredibile), tre ominazioni così distanti, per le parole e la vita di ciascuno di loro, dal mio 1981 in seguito entrandomi nella vita fino a questo giorno, quando sono esausto e in una felicità che dice: “Non entrare ora più in alcuna immagine, storia, stai soltanto dentro il meridiano, dentro la grande nube tossica senza corpo alcuno”, scrivevo una poesia pensando a loro, strane carni, strane radiazioni, eccola, scusandomi:

E poi l’idea centrale era uccidere
le mirabelle, o Milo,
e i reggimenti della ruggine
nelle screziature della mente e amarle,
quelle screziature, simili a una figlia
ad agosto sulle mattonelle in cotto siculo
a due anni, nemmeno, a fare un’arancia
a farla rotolare come il pianeta
senza asse, non più… “Non più di un secondo
arrivato quando è accaduto tutto,
quando è giunto il primo giusto e è accaduto tutto già,
la strage, la palinodia dei testimoni
e chi si è finto presente e non sa
quanto triste è l’ematocrito sulle mattonelle
dove la hanno strascinata
e lasciata lì, sui gradini, verso la tavernetta”
e fuori la vegetazione è polvere padana
qualsiasi la concentrazione dei poeti
qualsiasi lapide hanno fatto estetica
si sono dimostrati inverecondi e strani.
Meditano una traccia
di sé sulle gricce del pianeta
ovvero i rictus del pianeta.
O vero e tondo e grinzito spazio
dove avanziamo in uno stato di perennità che è poca
senza i biasimevoli, con poco padre,
con una infinitudine della madre materna,
o dubbio scaltro o dubbio vero
di immagine in immagini in immagine
e sotto la lingua pone la città
sotto una lingua muschiva e padre
io chiedo a te di fuoriuscire da uovo e stare male
da quel reparto protetto ti chiedo di uscire
dacci ancora i tuoi versi sottili e strani Mario
noi li condurremo al mondo.

da Facebook http://on.fb.me/1TRPnd9

“Altra idea centrale”

E poi l’idea centrale era uccidere
le mirabelle, o Milo,
e i reggimenti della ruggine
nelle screziature della mente e amarle,
quelle screziature, simili a una figlia
ad agosto sulle mattonelle in cotto siculo
a due anni, nemmeno, a fare un’arancia
a farla rotolare come il pianeta
senza asse, non più… “Non più di un secondo
arrivato quando è accaduto tutto,
quando è giunto il primo giusto e è accaduto tutto già,
la strage, la palinodia dei testimoni
e chi si è finto presente e non sa
quanto triste è l’ematocrito sulle mattonelle
dove la hanno strascinata
e lasciata lì, sui gradini, verso la tavernetta”
e fuori la vegetazione è polvere padana
qualsiasi la concentrazione dei poeti
qualsiasi lapide hanno fatto estetica
si sono dimostrati inverecondi e strani.
Meditano una traccia
di sé sulle gricce del pianeta
ovvero i rictus del pianeta.
O vero e tondo e grinzito spazio
dove avanziamo in uno stato di perennità che è poca
senza i biasimevoli, con poco padre,
con una infinitudine della madre materna,
o dubbio scaltro o dubbio vero
di immagine in immagini in immagine
e sotto la lingua pone la città
sotto una lingua muschiva e padre
io chiedo a te di fuoriuscire da uovo e stare male
da quel reparto protetto ti chiedo di uscire
dacci ancora i tuoi versi sottili e strani Mario
noi li condurremo al mondo.

Poesia – July 19, 2015 at 06:16PM

Ascolta, medico, ascolta, grande madre interiore:
fa su di me sera il defunto che sono.
Andò a ritroso della nostra corsa
il poeta ossuto che cantava in titanio i versi,
innamorato di futuro, lo annoiavano le donne
e si sparò nel cuore dello spavento un’anima
di graffetta arrugginita per raggrincire il padre.
Cosa fosse quel passato sovietico vedevo e non so
dire se tra forse e forse mi colpivano le nevi di Chlebnikov,
le equazioni, le sigizie orizzontali sopra i pattini di ghiaccio
e la paura dei viaggi e delle donne, sopra la terra che non è siderea.
Sempre giorno di pena oggi e domani ritornano,
amato da tutti, i sogni e i giorni
sono amati innocui serpenti di nero dipinti
tra scaglia e scaglia, tra l’erba di novembre
andare e morire un poco di amore come una volta si faceva, si faceva una volta.

Una poesia del 1994: “Apparizione e scomparsa”

Foto del 04-04-15 alle 10.38
Un’altra poesia, del 1994, dal “Libro bianco” che stava per essere pubblicato e non lo fu e il manoscritto andò perduto, salvandosi pochi versi, tra cui questi. E’ una poesia piena di errori! Strana poesia, strano anno, strana specialità ritornare dentro le settimane del dicembre 1994: le consunzioni risultano sorprendenti, ravviso ombre in una strana luce, se ripenso a quei momenti, a quegli atti, a quelle insensatezze di quando ero “io” ventiquattrenne e prendevo la mattina una metropolitana verso un niente dove stavo a lavorare: erano nebbia e bestialità, stolidità, esoftalmi, la messa in mora delle carni, mie e altre da me, a lavorare e produrre e disperare di qualunque mio futuro. Impacchettavo libri da spedire ad abbonati che amavano la poesia. Madre mia età giovanile, così turbata e disperante, mi chiedevo, sarà di me cosa? Ritornavo in una casa popolare e studiavo la estetica: Husserl, Brentano e strani filosofi, sotto un lampadario al neon accanto a un telefono a muro di bachelite nera, la cornetta pesante, pesantemente il trillo di quel telefono turbava il silenzio, povero di tutto: non chiamava nessuno, mai. Mangiavo sempre la pizza come ora. Tutte le case popolari sanno di conigli bolliti e passate di pomodori a fare il sugo umido. In quella redazione poetica stavo chino a curvare un poco di più le spalle, a incrementare la cifosi buona per ogni tempo, un uomo che si atteggia a punto di domanda, mi facevo domande sulla cassa previdenziale Inps. Non esisteva nessuna, nessuno. Andavo alla psicoanalisi in zona Brenta con la filobus 93. Lo psicoanalista era pallido, si tratteneva, diceva che la poesia era madre, non era vero. Rientrando nella casa popolare un mattino prestissimo era ammoniacale questo odore di ferro, ematico: al Macello Comunale ripulivano il sangue dei bovini abbattuti e ridotti in brandi di carne rossa sanguinolenta, ridotti a quarti di bue e congelati. Andavo a via San Felice a fare la doccia a casa di un amico. Pensavo a un amore finito e non era vero. Avevo ventiquattro anni, compivo gli anni, era freddo, poche le luci, pochissimi gli amici, quasi nessuno. Chi desideravo non era mai stato. Ulteriori ragguagli in seguito. Ulteriori ragguagli in seguito…

da Facebook http://on.fb.me/1CpcdOh

Una poesia del 1993: “Campana delle divisioni”

Foto del 02-04-15 alle 17.19
Continuo a pensare intorno all’eventualità di pubblicare un libro di poesia. Sono franate tante certezze, anche quella relativa all’incertezza, nel corso di molti anni, dal momento in cui, discutendo con amici poeti, decisi di non offuscare o intossicare un ambiente che mi pareva morente, con versi che mi sembravano mediocri. Fu fondamentale, in questo senso, l’appoggio di quei poeti, non propriamente miei coetanei: un po’ come l’antimessia nietzscheano, che aiuta il debole quando lo vede sul ciglio del burrone e gli dà una spallata. All’origine della poesia, del fare poesia io, c’era Antonio Porta: che mi diede una spinta, che proiettò me, una sorta di seconda inerzia, forte, una nuova fecondazione. Dopo Antonio Porta, in effetti, non ci fu più nessuno. Mi rende meditabondo la teoria di immagini di poeti o pseudotali o addetti ai lavori, che incoraggiarono in una determinata direzione la mia fragile autostima, tra i venti e i venticinque anni, periodo in cui arrivai alla conclusione che proprio non ero capace, lo dicevano i miei amici e certi poeti adulti si mostravano scettici o disinteressati, e pensai che era meglio per me sperimentare registri diversi e generi differenti di scrittura, la poesia no, dunque; fino a concludere poi, una decina di anni più in là, che di fatto non esisteva alcuna differenza tra poesia e prosa, per come avevo in mente la prosa. Le piccole prose di “Assalto a un tempo devastato e vile” iniziarono a scriversi nel 1995, in effetti. Questo testo che pubblico nell’immagine risale al 1993. Faceva parte di un libro, che si intitolava “Libro bianco”, il quale era nel ’94 in bozze presso un piccolo editore specializzato in poesia. Poi, per i fatti della vita, non fu più pubblicato. Il libro andò disperso. Salvai qualche verso, tra cui questi, che mi sono tornati in mano ieri notte, mentre tentavo di fare spazio all’ingresso di nuovi libri. La poesia, in sé, mostra errori madornali: che importa, ora? Potrebbe essere corretta? Sì. Sarà corretta? No. Un’anticipazione di “Libro bianco” uscì su “Poesia” e io ero tanto felice, tanto disperato in quel dicembre in cui credevo soltanto a un crollo di me nel mondo. In anni e anni, dunque, accendevo i molti personal computer e nel lucore azzurrato fissavo schermi e riempivo le credenziali delle mie insufficienze: un verso via l’altro, lentamente, secondo il mandato della sedimentazione che è una forma di resistenza alla negazione e un freno al rammemorare. E’ che per me, per via di molti fatti della vita, i quali persistono a intervenire nella vita stessa anche quando si auspica che ne capitino rari e la concentrazione richiede più naturalmente il compendio essenziale del silenzio, avviene che sia questo un momento di altissima fragilità rispetto a ciò che è stato, è e sarà sempre l’amore letterario della mia esistenza, ovvero la poesia. Vorrei chiudere proprio questo cerchio personale, a distanza di vent’anni. E continuo a pensarci e apro file risalenti a molti anni orsono e trovo fogli A4, e taglio e riscrivo, e ravvedo un principio di unità che, per quanto conosco me stesso, è ben comprensibile e, se proprio non comprensibile, è comunque plausibile. Quindi ritengo che pubblicherò, in qualche modo, questo libro che ho in mente, che nel “Dies Irae” appariva come “il manoscritto del ‘Dies Irae'” e nell’ultima narrazione, quella che io ritengo il libro mio più riuscito, e cioè “La vita umana sul pianeta Terra”, funziona come ciò che per certo sanscrito è “il transelemento”. Non avendo creduto mai, nemmeno per un istante, alla forma “romanzo”, tutto ciò che mi sembrava incoerente assume oggi una certa coerenza, ai miei occhi che iniziano a perdere diottrie. Mi è toccata molta carne, infinitudini di parole, tempeste di sollecitazioni. Erba, poca. Cielo, poco. Mente, molta. Ma l’aria, l’aria aprilina: quarantacinque alberi su cui pongo aperto il palmo della mano destra. Fino a quando l’ombra continuerà a tartassare le mie solitudini con la sua contabilità? Fino a quando questa abrasione, questè sinuosità sempre distanti, questi sguardi che non considerano l’etere e il vetro e straziano e la fibrillazione scuote le materie? Intanto vedo chi ha meno anni di me e fiorisce: ravvederlo ogni dì è una gioia, contemplare queste fioriture, le sorelle parole salutano i fasti della consunzione e abitano sguardi che non straziano, fendono il vento, spaziano. Essere scritti è stato bellissimo.

da Facebook http://on.fb.me/1IW4H3a