Una poesia del 1993: “Campana delle divisioni”

Foto del 02-04-15 alle 17.19
Continuo a pensare intorno all’eventualità di pubblicare un libro di poesia. Sono franate tante certezze, anche quella relativa all’incertezza, nel corso di molti anni, dal momento in cui, discutendo con amici poeti, decisi di non offuscare o intossicare un ambiente che mi pareva morente, con versi che mi sembravano mediocri. Fu fondamentale, in questo senso, l’appoggio di quei poeti, non propriamente miei coetanei: un po’ come l’antimessia nietzscheano, che aiuta il debole quando lo vede sul ciglio del burrone e gli dà una spallata. All’origine della poesia, del fare poesia io, c’era Antonio Porta: che mi diede una spinta, che proiettò me, una sorta di seconda inerzia, forte, una nuova fecondazione. Dopo Antonio Porta, in effetti, non ci fu più nessuno. Mi rende meditabondo la teoria di immagini di poeti o pseudotali o addetti ai lavori, che incoraggiarono in una determinata direzione la mia fragile autostima, tra i venti e i venticinque anni, periodo in cui arrivai alla conclusione che proprio non ero capace, lo dicevano i miei amici e certi poeti adulti si mostravano scettici o disinteressati, e pensai che era meglio per me sperimentare registri diversi e generi differenti di scrittura, la poesia no, dunque; fino a concludere poi, una decina di anni più in là, che di fatto non esisteva alcuna differenza tra poesia e prosa, per come avevo in mente la prosa. Le piccole prose di “Assalto a un tempo devastato e vile” iniziarono a scriversi nel 1995, in effetti. Questo testo che pubblico nell’immagine risale al 1993. Faceva parte di un libro, che si intitolava “Libro bianco”, il quale era nel ’94 in bozze presso un piccolo editore specializzato in poesia. Poi, per i fatti della vita, non fu più pubblicato. Il libro andò disperso. Salvai qualche verso, tra cui questi, che mi sono tornati in mano ieri notte, mentre tentavo di fare spazio all’ingresso di nuovi libri. La poesia, in sé, mostra errori madornali: che importa, ora? Potrebbe essere corretta? Sì. Sarà corretta? No. Un’anticipazione di “Libro bianco” uscì su “Poesia” e io ero tanto felice, tanto disperato in quel dicembre in cui credevo soltanto a un crollo di me nel mondo. In anni e anni, dunque, accendevo i molti personal computer e nel lucore azzurrato fissavo schermi e riempivo le credenziali delle mie insufficienze: un verso via l’altro, lentamente, secondo il mandato della sedimentazione che è una forma di resistenza alla negazione e un freno al rammemorare. E’ che per me, per via di molti fatti della vita, i quali persistono a intervenire nella vita stessa anche quando si auspica che ne capitino rari e la concentrazione richiede più naturalmente il compendio essenziale del silenzio, avviene che sia questo un momento di altissima fragilità rispetto a ciò che è stato, è e sarà sempre l’amore letterario della mia esistenza, ovvero la poesia. Vorrei chiudere proprio questo cerchio personale, a distanza di vent’anni. E continuo a pensarci e apro file risalenti a molti anni orsono e trovo fogli A4, e taglio e riscrivo, e ravvedo un principio di unità che, per quanto conosco me stesso, è ben comprensibile e, se proprio non comprensibile, è comunque plausibile. Quindi ritengo che pubblicherò, in qualche modo, questo libro che ho in mente, che nel “Dies Irae” appariva come “il manoscritto del ‘Dies Irae'” e nell’ultima narrazione, quella che io ritengo il libro mio più riuscito, e cioè “La vita umana sul pianeta Terra”, funziona come ciò che per certo sanscrito è “il transelemento”. Non avendo creduto mai, nemmeno per un istante, alla forma “romanzo”, tutto ciò che mi sembrava incoerente assume oggi una certa coerenza, ai miei occhi che iniziano a perdere diottrie. Mi è toccata molta carne, infinitudini di parole, tempeste di sollecitazioni. Erba, poca. Cielo, poco. Mente, molta. Ma l’aria, l’aria aprilina: quarantacinque alberi su cui pongo aperto il palmo della mano destra. Fino a quando l’ombra continuerà a tartassare le mie solitudini con la sua contabilità? Fino a quando questa abrasione, questè sinuosità sempre distanti, questi sguardi che non considerano l’etere e il vetro e straziano e la fibrillazione scuote le materie? Intanto vedo chi ha meno anni di me e fiorisce: ravvederlo ogni dì è una gioia, contemplare queste fioriture, le sorelle parole salutano i fasti della consunzione e abitano sguardi che non straziano, fendono il vento, spaziano. Essere scritti è stato bellissimo.

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Un’elegia

LUNGHISSIMA ELEGIA MAGRA

Giunti al termine degli scisti diciamo:
le famiglie sono state ripetute
e le infanzie erano occlusioni
noi di piombo, di allume, di scempio
con violenza hanno fatto santi
hanno fatto sangue
hanno aperto i bracci.
Sotto le Madonie di notte in circolo al fuoco scintillano
le braci violentemente, stavano in silenzio,
si cibavano delle fiabe azzurre.
Il corpo dell’amico dolcemente parla,
straparla dentro una azzurrità, dentro una violenza.
Ti riconosce la smorfia, s’indentra lo sguardo.
Ha guadato i ruscelli di argento sotto Tarcento in boschi
cedui.
Qualunque parola, sua, qualunque corso
di acqua era caratterizzato
dal greto, dalle parole a pronuncia blesa,
accostata con discrezione dalle mani pallide e un po’ smunte
le lunette delle unghie perfettamente
tenute ovoidali, di calcio e altri minerali,
i denti guasti, impianti un po’ così malfermi
istallati nell’osso mandibolare, nei crani aveva parlato
con dolcezza, inusitata, di Scardanelli
e della sua torre di legno e pietra sul Neckar.
Fiume chiaro e piano e dolce ai collinari
affluente in collinari verdi e gialli
prima della ripida valle.
Regime variabilissimo dei deflussi, con alternanza di portate piccole
o nulle e di piene violente,
parlerà ancora l’amico, l’anima, poetica,
avrà il silenzio torto nei suoi rigagnoli di sé pensieroso davanti al cielo dietro la finestra ancora?
Non è morto e vive in un cielo di sé e d’altri, contro il nostro bitume.
Sta angelo, sta fermo, sta a frangere
la speranza e le ore
in un attonimento di bellezza e dolce
come le fibre della carne morta
della carne lessa
delle verdure lesse e mantecate
nelle minestre dei premorti in ospedale
dove stanno spenti schermi, spente braci
ospedalizzati.
Se moriva, fosse morto, sembra morto
e è vivo e non sa splendidamente.
Incrocia un raggio ceruleo dal vetro
che dà verso l’aiuola di gaggìe e recita
la parte che fu di Scardanelli e di noi tutti forse.
Fosse morto celebrerei ceruleo il suo cadavere.
Lo carnificherei.
Avrei parole e versi, tre libri di poesia Mondadori
e i colori delle copertine
pastelli di bambina e questa pronuncia
di prima scolarizzazione.
Fosse morto lo decomporrei io.
Ore grigie del cadavere e del pasto
celebrato ai suoi piedi silenziosi masticando
il pane dei suoi denti sminuzzati
la farina delle unghie, le ghiere telefoniche
ruotate e pesanti e le maglie
della sua infanzia ricomposte a una a una sopra il suo corpo grigio
di papà. Sistema il cadavere,
pettina il cadavere, quei capelli spenti
e polverosi, la pancreatite faceva male
e i neutrofili crescevano
smaltandolo di piastre dall’interno.
Uomo di cielo sei stato uomo di terra.
Crepitare dei residui e delle scaglie,
crepitare delle cheratine nell’infanzia
progredivano le morte
schierate a file mute, in vesti nerofumo,
le labbra serrate e le mani a disfare la lana
delle maglie dell’infanzia.
Il morto era allora un bambino.
Lanciata la biglia la sabbia gli faceva attrito
e la salsedine adriatica incrostava le sue costole
e era tutto un polimero
un’infanzia di frammenti sognati: il biglione
di vetro pesante, la capsula
di vetro compatto ha le bollicine di aria dentro
e credere all’affanno era tutto
futuro, era credere all’affanno
e cadere indefinitamente verso davanti orizzontale il corpo in un turbine di anni
di fogliame ossidato, di ruggine di foglia, di perdurare.
Cibiamoci di lui davanti al cadavere mutilato di lui.
Padre che sei madre che sei fresa
al tempo, all’oro, al prato
la palla rossa di gomma e plastica è posata
sullo sterno a incavo
è sgonfiata
e l’artiglio ingiallito all’indice perdura
crescendo rachitica la vite sicula
mentre vedere Levanzo sfarsi nell’azzurro tra aria e mare in lontananza
non si dà più, era stato sguardo, ora, accumulo
e i miei morti sono viventi e premono
le porte dei posti più antichi.
Il membro eretto è tipico del morto
e il suo seme ingrigisce, un’aurora
non c’è, la frana dolce e italiana
di un paesaggio non c’è
l’elegia va lunga sulla tua cheratina
la membrana si tende, si buca, si sgonfia
i diaframmi sono cancellati:
vieni padre, vieni madre, vieni storia,
vieni fine che da sé luce si disnoda.

Poesia del 13 febbraio 2015 alle 08:30PM

*neurolab 13.2.2015*

Prendiamo della carta chimica e scriviamoci
sopra i nomi dei padri e poi li cancelliamo
grattando, incendiandola
per non lasciare le tracce.
I nomi dei morti non sono mai
stati veri. E’ tellurico, allucina.
Nel sangue è il vero nervo e vibra
fustigatore cieco e eroico
dall’interno, fatto d’oro. I bambini
fanno aderire le conchiglie agli orecchi
per ascoltare le profezie: queste utilità.
Lo sanno, impongono al regno il gioco
che vogliono: fare aderire il fosforo alle piastrelle
nella cucina o la calce sul pelo dei topi,
attendendo nella presera l’ombra dell’uomo-ratto
e svanire come piccoli fantasmi.
Urlano sempre che non ci sono stati.
Un sentimento oscuro vibra, vortica
e gli arcaici otturano le vene.
Così chiama la carne umana.
Dentro quel turbine si ricompongono le tracce,
i frammenti di carta chimica si ricompongono,
ricompaiono i nomi dei padri
e urlano con una gloria di ottave i piccoli fantasmi
che saranno nuovamente i bimbi.
Ma i danni frontali, i tumori, la eradicazione
dei denti… La tenerezza di questi custodi.
Non c’è più padre.
Luce di nessun secolo vai.

Una poesia: “Lo spirito ritorna nei territori”

Una poesia aritmica e sgradevole contemporanea di me:

LO SPIRITO RITORNA NEI TERRITORI

Contemplare scorrere vivere e facile
gesto la corona incrostata
pietre dure
arriva a fare azione immune senza barbarie
o le mummie faraoniche
crepitarono nei millenni
fatti di tumide ossa
sbriciolate a moda dei loro papiri, con fatica la proda
è infine il fondo inferiore
il sarcofago
la violenza
dello strappo è
i tuoi dentini nel buio
una piccola sorella di realtà
dove venerare le scelte, moltitudini, e uno strappo
dove cosa povera fu
infinita arroganza, materia quindi devastazione
quindi conchiglie perle pietre dure

Una poesia: “Povera cosa che fu”

Fulmicotone sguardo improvviso e ronzio
accanto a tutto, dolce settembre andare
è stato dolce, dolce. Questo il retaggio..
La carta cerulea che hai addosso
canta. Vedo pleistocene rovesciarsi
in una miriade presente, vedo
flesso il polso e salubre l’aria
che le ventole discretamente emettono riarsa
così secca
la nostra vita flessa tra angoli e fede
in un niente, a credito, le mosche
hanno qui interdetta la presenza.
E si sta. Hanno assunto le forme che potevano
i fogliami, i secoli, le orme e le altezze
sono ancora qui, principati deboli
e lunghe vertigini, acute.
L’acribia è stata discartata,
là uno che non è uno, non più, avanza
dalla vicinanza irretito non più povera cosa che fu
cratere d’occhi, verità
flessa verità.