Genna USA: la stroncatura di Kirkus Review

[Se non me l’avessero già fatta, pagherei di persona perché qualche americano scrivesse una stroncatura simile di un mio libro… Secondo me, l’ha scritta Luttwak, o uno comunque affine… Ehi: comunque ha capito che il nome ‘Ishmael’ viene da Moby Dick!]
da Kirkus Review
Due indagini poliziesche – una nel 1962, l’altra nel 2001 – convergono verso uno scenario che metterebbe di fronte una minacciosa organizzazione politica che opera in Italia e, dall’altra parte, il resto dell’Europa. Un thriller che nel titolo ha il nome Ishmael, più che togliere il fiato, lascia perplessi così come, il che puntualmente accade, la trama, incentrata su un piano per assassinare Henry Kissinger. Kissinger non è De Gaulle e questo debutto letterario italiano in USA non è né Il giorno dello Sciacallo Moby Dick.

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Genna USA: il New Yorker su ‘Ishmael’

[Una recensione di In the name of Ishmael è uscita su The New Yorker. Non dispongo dell’intera versione, al momento. Ne traduco un estratto]
newyorker.gifishmaelusa2.gifQuesto thriller barocco, ambientato a Milano e in cui i misteri sembrano continuamente trasudare dal terreno, si apre con due eventi apparentemente privi di connessione: la scoperta del cadavere di un bambino assassinato e sepolto sotto una lapide di guerra, all’altezza della crisi missilistica di Cuba, nel 1962; e, quattro decenni dopo, l’omicidio di un uomo in una strada, mentre si sta preparando un vertice internazionale. I capitoli si alternano nel racconto dei due detective incaricati di investigare. Il tortuoso plot – che tra l’altro coinvolge club sadomaso, sette occulte e assassini – ha il suo perno nella figura storica di Enrico Mattei, uno dei condottieri industriali dell’Italia del ’62, morto in circostanze sospette per incidente aereo. (…) L’autore, poeta e giornalista, scrive con un’energia fibrillante e propulsiva, ed è capace di fermare l’attenzione del lettore agghiacciandolo anche soltanto con un’unica immagine – come accade quando descrive, sulla scena dell’incidente aereo di Mattei, gli alberi: intatti, che grondano sangue.

Il Manifesto su ‘Non toccare la pelle del drago’

L’Occidente di Chinatown
Pechino-Parigi «Non toccare la pelle del drago», il thriller di Giuseppe Genna
di MAURO TROTTA
[da il manifesto del 16.11.03]
Anno 1967, La Cina è vicina di Marco Bellocchio e La cinese di Godard raccontavano ai «buoni borghesi» sotto stress per la minaccia gialla (e rossa) quanto il maoismo contaminasse ampie fette del movimento del `68 e la contestazione alla società capitalistica. Ma la percezione di un «pericolo giallo» da parte della società occidentale, capace di destabilizzarla fin nelle fondamenta, rappresenta da oltre cent’anni una vecchia storia all’interno della cultura di massa. È negli anni Dieci del `900, infatti, che, attraverso i romanzi di Sax Rohmer, si impone il «cattivo» che incarna il mistero e l’astuzia del cinese-tipo, visto come assoluta alterità: il dottor Fu Manchu. Vissuto in numerose incarnazioni al cinema (da Boris Karloff e Christopher Lee al Dottor No di Licenza di uccidere passando attraverso la rivisitazione comica fattane da Peter Seller in Il diabolico complotto del dr. Fu Manchu del 1980) e nei fumetti (dal Mandarino, avversario storico di Iron Man a The Leaugue of Extraordinary Gentlemen scritta da Alan Moore per i disegni di Kevin O’Neill e ora trasformata in film). Oggi l’emergere del gigante cinese come possibile nuova superpotenza mondiale sembra aver rinnovato quel misto di diffidenza e attenzione che l’Occidente ha sempre riservato all’Estremo Oriente. Ed è proprio la visione della Cina incarnata dal personaggio del dr. Fu Manchu, naturalmente con una rivisitazione in chiave avant-pop più al passo con i tempi, al centro del nuovo noir di Giuseppe Genna, Non toccare la pelle del drago (Mondadori, pp. 390, € 15).

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Genna U.S.A: ‘In the name of Ishmael’

Reviewed by Judy Gigstad
[in Book Reporter]
IN THE NAME OF ISHMAEL (Giuseppe Genna, Miramax Books, Fiction, ISBN: 0786869402)
In Milan, Italy, in the fall of 1962, a small body in a bag is placed beneath the slab of a war memorial to Italian Partisans from 1945. Guiriati Field is the site of the crime. Inspector David Montorsi wades into the mud and fog at the field and conducts the investigation into the child’s murder.
Years later, in March 2001, a character called the Old Man tracks the movements of an American to 53 Via Padova, in Milan. Aided by directions from a boy and a Pakistani, he follows the American and shoots him. The Old Man has been fooled by an exact double. The American is free to meet his contact from Ishmael and proceed with his business. Inspector Guido Lopez is the detective first at the scene of the crime. He is puzzled by bizarre findings, in addition to the gunshot wounds found on the body during the autopsy. There is evidence of masochistic sexual activity.

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Roberto Saviano. “Scampia-Erzegovina”

savianomariospadadi ROBERTO SAVIANO

[Roberto Saviano è come un certo mohicano, e non lo dico per la foto lombrosiana che qui pubblico: è l’ultimo dei giornalisti. La sua scrittura è allucinatamente realistica e sconvolgente, ma la materia di cui tratta lo è ancor più. Leggere i reportage e le narrazioni di Saviano è una terapia che estenderei alla nazione. Il suo sguardo non è soltanto un bisturi umanista, poiché lo scrittore non è semplicemente un umanista, e non è nemmeno un ultraumanista: è ciò che la letteratura compie quando si trova di fronte alla realtà – la abbraccia, la pugnala e ne è pugnalata. Questo racconto-reportage di Roberto Saviano, pubblicato nell’antologia Generazioni. Nove per due (Ancora del Mediterraneo, 13.50 euro) mi è stato inviato da Piero Sorrentino: desidero ringraziare entrambi per l’onore che mi fanno. gg]

«Io la velocità della luce la so, ma la velocità del buio non ce l’hanno ancora insegnata…»
(Dino, 12 anni, Zagabria)

Quando sono arrivato era a terra, morto. Un nugolo di carabinieri camminavano nervosi dinanzi al negozio dove era avvenuto l’agguato. L’ennesimo. «Ormai un morto al giorno è la cantilena di Napoli», dice un ragazzo nervosissimo che passa di là. Si ferma, si scappella dinanzi al morto che non vede, ma sa che c’è e va via. Quando i killer sono entrati nel negozio stringevano già i calci delle pistole. Era chiaro che non volevano rapinare ma uccidere, punire.
Attilio ha tentato di proteggersi dietro al bancone. Sapeva che non serviva a salvarsi ma magari sperava che il gesto di nascondersi segnalasse che era disarmato, che non c’entrava nulla, che non aveva fatto niente, aveva capito forse che quei due erano soldati della camorra, della guerra voluta dai Di Lauro. Gli hanno sparato, hanno scaricato i loro caricatori e dopo il servizio sono fuggiti via, qualcuno dice con calma, come se avessero acquistato un telefonino piuttosto che massacrato un uomo. Attilio è lì. Sangue ovunque. Sembra quasi che l’anima gli sia uscita da quei fori di proiettile che gli hanno marchiato tutto il corpo. Quando vedi tanto sangue per terra inizi a tastarti, controlli che tu non sia ferito, che in quel sangue non ci sia anche il tuo, inizi a entrare in una psicotica ansia, cerchi di assicurarti che non ci siano falle nell’epidermide, che per caso senza che te ne sia accorto ti sei ferito. E comunque non credi che in un uomo solo possa esserci tanto sangue e sei certo che in te ce n’è sicuramente molto meno. Quando ti accerti che quel sangue non è tuo, non basta, ti senti svuotato anche se l’emorragia non è tua. Tu stesso diventi emorragia, senti le gambe che ti mancano, la lingua impastata, senti le mani sciolte in quel lago denso, vorresti che qualcuno sbirciasse sotto i tuoi occhi a constatare una crisi d’anemia. Vorresti fermare un infermiere e chiedere una trasfusione, vorresti avere lo stomaco meno chiuso e mangiare una bistecca, se riesci a non vomitare devi chiudere gli occhi ma non respirare. L’odore di sangue rappreso che ormai ha impregnato anche l’intonaco della stanza sa di ferro rugginoso. Devi uscire fuori prima che gettino la segatura sul sangue perché l’impasto genera un tanfo terribile come di carne tritata andata a male, che fa crollare ogni resistenza al vomito.

Non capisco perché accetto sempre di venire sui posti degli agguati. Mi chiamano, qualcuno vuole che vada a vedere, che vada a capire, che magari possa trovare formule letterarie che diano corpo a qualche verità che sappia traghettare il meccanismo di morte, la scossa del dolore estremo. La guerra di Scampia ha generato in due mesi oltre quaranta morti, almeno venti ne avrò visti, per terra, inzaccherati dal sangue, sfigurati in volto dai colpi, addormentati dalla morte. Non è importante mappare ciò che è finito, il dramma terribile che è accaduto, è inutile osservare i cerchi di gesso intorno ai rimasugli dei bossoli, che quasi sembrano un gioco infantile di biglie smarrite. È necessario invece riuscire a capire se qualcosa ancora è rimasto. Questo forse vado a rintracciare. Cerco di capire cosa galleggia d’umano ancora e se c’è un sentiero, un cunicolo scavato dal verme dell’esistenza che possa sbucare in una soluzione, in una vera risposta che dia il reale senso di ciò che sta accadendo. Il corpo di Attilio è ancora per terra quando arrivano i familiari. Due donne, forse la madre e la moglie, non so. Nel percorso si stringono, camminano avvinghiate, spalla incollata all’altra spalla, ormai sono le uniche a sperare che non sia come ormai già hanno capito e sanno benissimo. Ma sono allacciate, si mantengono l’un con l’altra, un attimo prima di trovarsi dinanzi alla tragedia. È in quegli attimi, nei passi delle mogli, delle madri verso l’incontro con il corpo crivellato, che si intuisce un’irrazionale, folle, balorda fiducia nel desiderio umano. Sperano, sperano, sperano e sperano ancora che ci sia stato un errore nella comunicazione, una bugia nel passaparola, un fraintendimento nelle parole del maresciallo dei carabinieri che annunciava l’agguato e l’assassinio. Come se ostinarsi maggiormente nel credere qualcosa possa davvero mutare il corso delle cose. In quel momento la pressione arteriosa della speranza raggiunge una massima assoluta senza minima alcuna. Ma non c’è nulla da fare. Le urla, i pianti mostrano la forza di gravità della realtà.

Attilio e lì per terra. Lavorava in un negozio di telefonia e poi per arrotondare in un callcenter. Lui e sua moglie Natalia non avevano ancora un bambino. Non era ancora il momento giusto, non c’era forse la possibilità economica di sostenerlo e perché no, magari aspettavano prima di generarlo la possibilità di farlo crescere altrove, magari al nord. Le giornate si almanaccavano di ore di lavoro e quando c’è stata la possibilità e qualche risparmio Attilio ha creduto buona cosa poter diventare azionista di quel negozio dove ha trovato la morte. L’altro socio però ha una lontana parentela con Pariante un capozona di Bacoli, un colonnello di Di Lauro, uno di quelli che si sono messi contro il boss. Attilio non sa o quantomeno sottovaluta, si fida del suo socio, gli basta sapere che è una persona che vive del suo mestiere, faticando molto, troppo. Insomma in questi luoghi non si decide della propria sorte, il lavoro sembra essere un privilegio, qualcosa che una volta giunto si tiene stretto, quasi come una fortuna che ti è capitata, un destino benevolo che ha voluto centrarti, anche se questo lavoro ti porta fuori casa per tredici ore al giorno, ti lascia mezza domenica libera e mille euro al mese che a stento ti bastano per pagare un mutuo. Comunque sia venuto il lavoro, bisogna ringraziare e non fare troppe domande a sé e al destino. Ma qualcuno fa cadere il sospetto. E il suo corpo rischia di venire sommato a quello dei soldati di camorra ammazzati in questi mesi. I corpi sono medesimi, le ragioni della morte sono però diverse anche se si cade sullo stesso fronte di guerra. Sono i clan che decidono chi sei, quale parte occupi nel risiko del conflitto di camorra. Le parti sono determinate indipendentemente dalle volontà, quando gli eserciti scendono per strada non è possibile tracciare una dinamica esterna alla loro strategia, il senso lo concedono loro, i motivi, le cause. In quell’istante quel negozio dove Attilio lavorava era espressione di un’economia legata al gruppo degli spagnoli, coloro che volevano in silenzio spodestare il boss Di Lauro, gli scissionisti, che quando sentono chiamarsi così sogghignano. Si combatte nelle strade di periferia e i soldati, come in ogni guerra, sono i disperati che ammazzano con un indennizzo di 2.500 euro a omicidio, che prendono salari di 700 euro mensili e che sperano di arrivare agli stipendi dei dirigenti militari, quelli che possono intascarsi anche ventimila euro al mese. Ma le economie in palio sono astronomiche, quella dei Di Lauro supera i 500 milioni di euro annui, e possiedono i perimetri dei continenti, si muovono con i money transfer in Canada, Australia, Gran Bretagna, Svizzera, come dimostrano le inchieste della Dda di Napoli del luglio 2004, investendo in aziende, negozi, ristoranti, alberghi. I dirigenti di queste economie hanno i profili dei finanzieri, degli imprenditori internazionali, non hanno la foggia dei criminali dei quartieri degradati, risiedono nelle città europee, a Tenerife, Monaco, Varsavia, viaggiano da Pechino a Bogotà e investono negli Usa, in Germania, in Francia. Fabbriche di vestiario, indotti di pezzi d’alta tecnologia, aziende di trapani. Qui si combatte solo la guerra. A questi quartieri è lasciata la feccia della trincea, altrove però ci sono i tavoli dove si decidono le strategie aziendali e gli snodi finanziari. La Cina è il paese con più investimenti delle imprese della camorra napoletana. Di Lauro controlla nei dintorni di Pechino le fabbriche di macchine fotografiche, telecamere e strumenti ad alta tecnologia. È arrivato in Cina dieci anni prima che confindustria si accorgesse della necessità di investire in Catai. Le macchine fotografiche vengono prodotte dagli stessi indotti delle grandi case di produzione. I clan si appropriano solo del marchio finale, per meglio introdursi nel mercato ma il prodotto è il medesimo. Ormai i mercati dell’Est Europa sono invasi con potenza da monopolio dai prodotti delle aziende dei clan che di falso hanno solo il marchio di cui si appropriano abusivamente. Lo stesso accade con il vestiario. Valentino, Ferragamo, Alcott, Prada, Ferré: la camorra, dopo averne gestito gli indotti per anni nei paesini del napoletano, ha iniziato a produrre essa stessa i capi ultimati e a porre marchi falsi. I prodotti sono i medesimi anche in questo caso, manca solo l’ultimo passaggio, l’autorizzazione da parte dell’azienda a porre la propria firma sul capo. Ma questa autorizzazione le fabbriche dei clan se la danno da soli. Il centro delle attività imprenditoriali della camorra in Italia è soprattutto al Nord. Castelnuovo del Garda è il posto dove i clan di Secondigliano hanno installato le loro maggiori attività legali legate alle imprese tessili. Ma i magazzini che raccolgono i vestiti delle aziende della camorra per venir successivamente distribuiti al dettaglio sono disseminati in ogni parte del mondo, dalla Spagna al Brasile passando per la Germania e l’Inghilterra. La cosa però che risulta più strana è che le aziende che vengono falsificate non denunciano. Fingono di non vedere, o forse questo mercato non gli è poi così d’intralcio. Il motivo è semplice. Centinaia di negozi, di centri commerciali, centinaia di ditte di trasporto, di magazzini sono gestiti dai clan, mettersi contro il loro potere economico significherebbe avere prezzi aumentati, trattamenti sfavorevoli, distribuzione complicata. Oltre a ciò la camorra ha in mano le fabbriche nell’Est Europa e la possibilità di intervenire su quelle italiane, in breve i bassissimi costi di produzione sono garantiti anche dall’intervento dei sodalizi camorristici. In fondo quindi alle grandi griffe e alle grandi aziende sembra convenire spartire la propria fetta di mercato ancor più perché i marchi usati sono i propri e quindi non si crea una concorrenza a vantaggio di un’altra azienda. Il guadagno è comune e dove tutti ricevono profitto non c’è motivo di lamentela, lo dice anche Bill Gates. Ma i clan napoletani facendo così hanno conquistato il mercato tecnologico rumeno, polacco, ungherese e quello del vestiario in Provenza, in California e in Germania. Paradossalmente ha molto meno a che fare la periferia di Scampia e Secondigliano con la camorra che Pechino, Los Angeles, e il Veneto dove l’economia camorristica trionfa e fattura capitali astronomici falsando il libero mercato, potendo godere del plusvalore criminale e trasformandosi essa stessa in gruppo imprenditoriale che fagocita concorrenza e tenta, attraverso il proprio preziosissimo valore aggiunto, di infiltrarsi nei più potenti e noti gruppi economici. Ma è nella periferia napoletana che scorre il sangue, saltano in aria negozi e si ammazzano quattro persone al giorno. È qui che si tagliano le teste con il flex, si riempie la bocca di benzina e si mette uno stoppino tra i denti cosicché quando si dà fuoco le guance e la calotta cranica possano esplodere. È qui che la fantasia più barbarica trova il suo laboratorio d’avanguardia. Quindi è qui che si guarda e non altrove. È qui che con colpevole ingenuità si crede risieda il problema.

Natalia, Nata come la chiamava Attilio, è una ragazza stordita dalla tragedia. Si era sposata appena quattro mesi fa, ma non viene consolata, al funerale non c’è presidente della Repubblica, ministro, sindaco che le tiene la mano. Meglio così forse, si risparmia la messa in scena istituzionale. Ma ciò che aleggia sulla morte di Attilio è una ingiusta diffidenza. E la diffidenza è l’assenso silenzioso che viene concesso all’ordine della camorra. L’ennesimo consenso all’agire dei clan. Ma i colleghi del callcenter di Attila, come lo chiamavano gli amici per la sua violenta voglia di vivere, organizzano fiaccolate, e si ostinano a sfilare anche se sul percorso della manifestazione avvengono ancora agguati, il sangue ancora traccia la strada. Procedono, accendono luci, fanno capire, tolgono ogni onta, cassano ogni sospetto. Attila è morto sul lavoro e con la camorra non aveva rapporto alcuno. In realtà dopo ogni agguato il sospetto grava su tutti. Troppo perfetta è la macchina dei clan. E non c’è errore. C’è punizione. E così è ai boss che viene data fiducia, non ai familiari che non capiscono, non ai colleghi di lavoro che sanno, non alla biografia di un individuo. In questa guerra le persone vengono stritolate senza colpa alcuna, vengono rubricate negli effetti collaterali o nei probabili colpevoli. Un ragazzo, Dario 26 anni, ucciso nel dicembre 2004, di sera viaggiava sulla sua vespa quando viene sparato in faccia, al petto, lasciato morire a terra nel suo sangue che ha avuto il tempo di impregnare la camicia. Non aveva parenti camorristi, due fratelli entrambi con un passato da carabiniere. Un ragazzo innocente, gli è bastato essere di Casavatore, un paese martoriato da questo conflitto perché divenuto una sorta di feudo simbolico degli spagnoli. Questa è stata condizione sufficiente per divenire bersaglio, obiettivo, messaggio di terrore da urlare con la sua morte stessa, busta innocente di carne da inviare ai camorristi del suo paese. Per lui ancora silenzio, incomprensione. Nessuna epigrafe, né targa, né ricordo. «Quando si è uccisi dalla camorra, non si sa mai», così mi dice un vecchio postino che si fa il segno della croce nei pressi del luogo dove Dario è caduto. Non si sa mai, così come non si è saputo per Gelsomina, 22 anni, ammazzata nel novembre 2004, presa nel mucchio, aveva frequentato per qualche tempo un ragazzo che dopo un po’ era entrato nel clan, come molti in questa città, piccoli lavori, autista, corriere. Poi questo ragazzo ha deciso di partecipare col suo capozona al golpe contro Di Lauro e per Gelsonima quelle giornate trascorse con lui per qualche giro in vespa, quelle ore di frequentazione sono bastate per condannarla a morte. Torturata, uccisa, bruciata. Gelsomina lavorava, e duramente perché la sua famiglia era in seria difficoltà. Suo padre aveva perso il lavoro e la malinconia l’aveva divorato. Eggià perché anche chi abita qui, chi abita a Scampia e Secondigliano divenute ormai quasi archetipo dell’aberrazione, quando perde il lavoro, finisce con l’ammalarsi l’anima. E non ti alzi più dal letto, e senti di non farcela perché al Nord il tuo curriculum neanche lo leggono e poi a ricominciare tutto daccapo così lontano non ce la fai, e qui non sai a chi rivolgerti per campare e non hai né la voglia né il coraggio di entrare in un clan. Anzi neanche ti affiliano perché sei troppo vecchio o troppo inaffidabile, perché per troppo tempo hai avuto diffidenza verso la camorra e ora loro hanno diffidenza verso di te. E allora fai dire a tua moglie o a tuo figlio, alle persone che chiedono di te, che sei finito in carcere. Non esci dalla tua stanza per un anno, meglio far credere che sei andato a finire dentro per una rapina al Nord, magari ai camion, meglio far sapere che ti hanno beccato dopo un furto che invece far sapere che sei depresso, fermo a letto senza neanche la forza di accendere la luce. Ma è difficile vedere questo negli oltre ottocento colpi di pistola, mitra e fucile a pompa sparati in questa guerra, avere la pazienza di capire, di scremare, di comprendere chi e cosa nell’inferno non è inferno. E quasi sembra una difesa trovare una colpa, dire che in qualche modo il morto è colpevole della sua sorte. Se l’è cercata. Faceva parte del suo mestiere. Così si allontana la paura, la possibilità che possa accadere a chiunque vive in terra di camorra, in economia di camorra. Dare una colpa a chi non ce l’ha concede il senso del falso che però conforta. Qui non si muore per caso o errore, si muore perché il sistema camorra decide della morte e soprattutto della vita di tutti. In questo momento la cinetica del potere ha il volto di Cosimo Di Lauro, il leader della cosca, il rampollo che da solo ha sventato il golpe. Erano in minoranza, suo padre e i suoi uomini. I colonnelli, i fedelissimi del clan volevano gestire da soli l’azienda, ma Cosimo – secondo le accuse – ha imbastito una guerra basandola sulla spietatezza. Tutti devono morire, parenti, amici, vicini di casa di chi ha ordito e osato pensare di spodestare suo padre dal vertice. Come nella guerra in Bosnia, come a Sarajevo, quando era impossibile alle bande capire a quale ceppo di presunta razza appartenevi, bastava uccidere il tuo vicino, il cane, l’amico o un tuo familiare. Una voce di parentela, una somiglianza di pregiudizio è condizione ragionevole per diventare bersaglio. Bastava che passassi per una strada per ricevere subito un’identità di piombo. L’importante era concentrare il più possibile dolore, tragedia e terrore. Indiscriminatamente con l’unico obiettivo di mostrare la forza assoluta, il dominio incontrastato, l’impossibilità di opporsi al potere vero, reale, imperante. Non vi è altro motivo che disseminare un terrore capace di far sentire la propria volontà come un congegno di cui temere e quindi agire e pensare sempre guardandosi bene da come verrà interpretato il proprio comportamento. E così ci si trasforma sino ad abituarsi a pensare come coloro che potrebbero risentirsi di un gesto o una parola. Stare attenti, guardinghi, silenziosi, per salvarsi la vita, per non toccare il filo ad alta tensione della vendetta. Le bande serbe che scorazzavano in Bosnia del resto hanno imparato dai clan camorristici. Come un’informativa del Sismi del 1994 segnala, Zeljco Raznjatovic, meglio conosciuto come la tigre Arkan, mandò il suo fidato Radovan Stanisc in Italia a prendere accordi con diversi personaggi tra cui il boss di Casal di Principe nel casertano, Francesco Schiavone, il capo di uno dei gruppi imprenditoriali e camorristici più potenti d’Europa, i casalesi. Arkan è stato uno dei criminali di guerra serbi più spietati, ammazzato nel 2000 in un albergo di Belgrado capace con le sue scorribande di radere al suolo interi paesi musulmani di Bosnia, fondatore di un gruppo nazionalista, i Volontari della guardia serba, che quando una giovane inviata della Cnn in Erzegovina lo citò per un’intervista a una donna bosniaca questa svenne di colpo. Arkan – secondo le indagini – volle stringere patto con Francesco Schiavone, conosciuto come Sandokan, la tigre della Malesia. Le due tigri si allearono, Arkan chiese armi per i suoi guerriglieri e soprattutto l’intervento di Schiavone per due cruciali problemi: far star buoni i mafiosi albanesi che avrebbero potuto rovinargli la sua guerra, attaccando da sud o bloccando il commercio di armi, e aggirare l’embargo che gli impediva di commerciare con l’estero e ricevere i capitali riciclati sul piano internazionale. Sandokan acquietò i suoi alleati albanesi facendo passare serenamente i carichi di armi, concedendo ad Arkan una tranquilla guerriglia e un pacifico sterminio di slavi islamici. Mosse poi i suoi contatti bancari per aggirare l’embargo e far arrivare il danaro in Serbia sotto forma di aiuti umanitari. In cambio gli imprenditori amici del clan (che vanno da Treviso a Capua) acquistarono ad ottimi prezzi aziende, imprese, negozi, masserie, allevamenti, disseminando così in mezza Serbia la vincente impresa italiana. Arkan prima di entrare nel fuoco della guerra ha interpellato la camorra e ha preso da essa armi, droga, metodi d’affari e strategie per aggirare l’embargo. Cosimo Di Lauro ha invertito la rotta, prima di dettare la sua strategia militare ha appreso dalla Bosnia, dagli stermini etnici degli ustaša e dei nazionalisti serbi la condotta vincente da far tenere ai suoi eserciti.

Quando lo hanno arrestato Cosimo si nascondeva in un buco di quaranta metri quadri, dormendo su un letto quasi sfondato. L’erede di un sodalizio criminale capace di fatturare esclusivamente con il narcotraffico un milione di euro circa al giorno, e che aveva fatto progettare una villa pompeiana da tre milioni di euro nel cuore di uno dei quartieri più miseri d’Italia, era costretto a rintanarsi in un buco fetoso e microscopico. Quando Cosimo sente sbattere gli anfibi dei carabinieri, rumoreggiare i fucili, non tenta di scappare, non si arma neanche. Si mette davanti allo specchio. Bagna il pettine, tira indietro i capelli dalla fronte e poi li lega nel codino all’altezza della nuca, lasciando la zazzera riccia cascare sul collo. Poi indossa sopra il dolcevita scuro l’impermeabile nero. Cosimo Di Lauro s’imbandisce da pagliaccio del crimine, da guerriero della notte, scende per le scale impettito. È claudicante, qualche hanno fa è caduto rovinosamente dalla moto e la gamba zoppa è la dote avuta da quell’incidente. Ma quando scende dalle scale ha pensato anche a questo. Poggiandosi sugli avambracci dei carabinieri che lo scortano riesce a non mostrare il suo handicap, riesce a fingere di camminare con passo felpato. Ha passato come molti ragazzi della sua medesima età a fissare i fotogrammi di Matrix, forse avrà avuto nella sua stanza il poster del film Il Corvo, e avrà sognato di dimagrire per somigliare a Brandon Lee. È chiaro che ha questi modelli in mente, è a loro che il boss si ispira, i nuovi sovrani militari dei sodalizi criminali napoletani non si atteggiano da guappi di quartiere, non hanno gli occhi sgranati e folli di Cutolo, non pensano di doversi atteggiare come Luciano Liggio o come caricature di Lucky Luciano e Al Capone, non si fanno crescere l’unghia del mignolo sinistro, mostrando che non lavano neanche il piatto dove mangiano. Matrix, The Crow, Pulp Fiction riescono con maggiore capacità e velocità a far capire cosa vogliono e chi sono. Sono modelli che tutti conoscono e che non abbisognano di eccessive mediazioni. Lo spettacolo è superiore al codice sibillino dell’ammiccamento o alla circoscritta mitologia del crimine da quartiere malfamato. Cosimo fissa le telecamere e gli obiettivi dei fotografi, abbassa il mento, sporge la fronte e tira le pupille in alto. Non si è fatto trovare come Brusca con un jeans liso e una camicia sporca di salsa, non ha il volto terrorizzato come quello Riina, né è stato arrestato in pigiama nascosto dietro un armadio come capitò a Misso. È un guerriero che si è imbattuto, da incensurato, nella sua prima sosta. Paga per il troppo coraggio, l’eccessivo zelo nella guerra che ha condotto. Non sembra che sia tratto in arresto ma semplicemente che muti il luogo del suo comando. La gente del quartiere al solo guardarlo si sente bruciare lo stomaco. Inizia la rivolta, rovesciano auto, riempiono bottiglie di benzina e le lanciano. La crisi isterica non serve a evitare l’arresto come potrebbe sembrare, ma a scongiurare vendette. Ad annullare ogni possibilità di sospetto. A segnalare al principe Di Lauro che nessuno lo ha tradito. Che nessuno ha spifferato, che il geroglifico della sua latitanza non è stato decifrato grazie ai suoi vicini di casa. È un enorme rito quasi di scusa, una metafisica cappella di espiazione che le persone del quartiere vogliono costruire con le volanti dei carabinieri bruciate, i cassonetti posti a barricate, il fumo nero dei copertoni. Se Di Lauro posa il suo sospetto su di loro, non avranno neanche il tempo di fare le valigie, la mannaia militare si abbatterà sul quartiere come l’ennesima spietata condanna. Due settimane dopo l’arresto del rampollo del clan, il volto arrogante che fissa le telecamere campeggia sugli screen saver dei telefonini di decine di ragazzini e ragazzine delle scuole di Torre Annunziata, Quarto, Marano. Certo gesti di mera provocazione, di banale balordaggine adolescenziale. Ma Cosimo sapeva. Così bisogna agire per essere eletti capi, per raggiungere il cuore degli individui, bisogna saper usare anche lo schermo, l’inchiostro dei giornali, bisogna sapere annodare il proprio codino e fissare gli bene gli obiettivi. Perché sin quando non sarai temuto non riuscirai mai a essere realmente rispettato.

Mentre sono sul bus, mentre mi allontano i pensieri iniziano a pesare come sfere d’acciaio nel vuoto del cranio. Inizi a capire perché non c’è mattina che tua madre ti guardi con sospetto, non capendo perché non te ne vai dal sud, perché non fuggi via, perché continui a vivere in questi luoghi d’inferno. Cerco di almanaccare da quando sono nato quanti sono i caduti, gli ammazzati, i colpiti. Non bisognerebbe contare i morti per comprendere le economie della camorra, anzi sono l’elemento meno indicativo del potere reale ma sono quanto meno la traccia più visibile e quella che riesce d’immediato a piagare lo stomaco. Inizio la conta: 100 morti nel 1979, nel 1980 140, 110 nel 1981, 264 nel 1982, 204 nel 1983, 155 nel 1984, 107 nel 1986, 127 nel 1987, 168 nel 1988, 228 nel 1989, 222 nel 1990, 223 nel 1991, 160 nel 1992, 120 nel 1993, 115 nel 1994, 148 nel 1995, 147 nel 1996, 130 nel 1997, 132 nel 1998, 91 nel 1999, 118 nel 2000, 80 nel 2001, 63 nel 2002, 83 nel 2003, 142 nel 2004, 12 nei primi due mese del 2005…. Tremilacinquecento morti. Mi sovviene in mente un’immagine. Quella della cartina del mondo che spesso compare sui giornali, soprattutto su quelli francesi. Campeggia sempre in qualche numero di «Le Monde Diplomatique» quella mappa che indica con un bagliore di fiamma tutti i luoghi della terra dove c’è un conflitto. Kurdistan, Sudan, Kosovo, Timor Est. Mi viene spesso di gettare l’occhio sull’Italia del sud. Di sommare i cumuli di carne che si accatastano in ogni guerra che riguardi la camorra, la mafia, la n’drangheta, i sacristi in Puglia o i basilischi in Lucania. Oltre diecimila morti. Ma sulla cartina non c’è traccia di lampo, non v’è disegnato alcun fuocherello. Qui è il cuore d’Europa. Qui si foggia la parte maggiore dell’economia della nazione. Quali ne siano le strategie d’estrazione di ricchezza poco importa. Necessario è che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie, schiattata nei grovigli di cemento e mondezza, nelle fabbriche a nero e nei magazzini di coca. E che nessuno ne faccia cenno, che tutto sembri una guerra di bande, una guerra tra straccioni. E allora comprendi anche il ghigno dei tuoi amici che sono emigrati, e tornano da Milano o da Padova e non sanno tu chi sia diventato per continuare a vivere dove vivi. Ti squadrano dall’alluce alla fronte per cercare di soppesare il tuo peso specifico e intuire se sei un chiachiello o uno bbuono. Un fallito o un camorrista. E dinanzi alla biforcazione delle strade sai quale già stai percorrendo e non vedi nulla di buono al termine del percorso.

Scendo dal bus e inizio a correre. Forte, sempre più forte, le ginocchia si torcono, i talloni tamburellano i glutei, le braccia sembrano snodate e si agitano come legni di burattino. Corro, corro, corro ancora. Il cuore batte, in bocca ho la saliva che mi annega la lingua e sommerge i denti. Mi fermo. Sento il sangue che gonfia la carotide, tracima nel petto, non ho più fiato, dal naso prendo tutta l’aria possibile che subito rigetto come un toro. Riprendo a correre, sento le mani gelide, il viso bollente, chiudo gli occhi. Sento che tutto quel sangue visto a terra che ho sentito perso come rubinetto aperto sino a spanare la manopola, l’ho ripreso, ora lo risento nel corpo. Maledetta terra, maledetti luoghi, maledetto me stesso che non soffoco in un bolo sordo il dolore ma lo frammento e moltiplico con le parole. Arrivo finalmente al mare. Salto sugli scogli, il buio è impastato di foschia, non si vedono bene neanche i fari delle navi che scorazzano nel golfo. Il mare si increspa, alcune onde iniziano ad avvicendarsi, sembrano non voler toccare la fanghiglia della battigia ma non tornano neanche nel gorgo lontano dell’alto mare. Rimangono immobili nell’andirivieni dell’acqua, resistono ostinate in un’impossibile fissità aggrappandosi alla loro cresta di schiuma. Ferme, non sapendo più dove il mare è ancora mare.

Atti digradanti di violenza telescopica

[Questo racconto è stato pubblicato all’interno dell’antologia Patrie impure, edita da Rizzoli] 

Atto primo: il contatto

2001, anno del contatto, fine agosto tempestosa, senza amore, solitario come sempre, la testa reclinata obliqua mentre l’acqua sfrigola nella gola, la bocca aperta come un cammello, osservando le crepature verderame della ruggine calcarea all’imbocco del rubinetto sul lavello concavo per l’usura, e fuori piove nel caldo che termina, a Milano, di fronte alle case popolari di via Calvairate, prima del pancreas in cemento del macello, verso piazzale Ovidio.
Metamorfosi. Choc casalingo. Tutto è in attesa. Tutto sta per accadere. Io non so nulla. Tutto è quieto fuori sotto la pioggia rovente: le macchine insabbiate dal vento caldo che porta rena desertica, i pazzi ai portoni malvestiti appoggiati sul legno appiccicoso, la colonnina mercuriale all’angolo della strada, le pozze, i cavi orizzontali nei mattoni delle case popolari.
Solitario come sempre, rialzo la testa, il sangue ribolle, è balordo, mi dà alla testa. Vacillo. Sono a casa di un amico. L’amico sta guardando la televisione. A un certo punto, urla.

Urla di venire. Entro nella stanza soffoca, il mio amico sembra un bove a riposo, reclinato su un lato, sul divano spoglio, la maglia sdrucita che puzza di sudore rancido, in mutande, accanto a un ramo secco spezzato di un albero colpito da un fulmine, infilato in un’enorme boccia blu. Si nuota, nella stanza, nella luce verdeblu fosforescente irradiata dallo schermo.
“Guarda!” mi dice l’amico. “Guarda! E’ incredibile!”. Mi indica le immagini sul teleschermo. La nausea, solitario come sempre, mi stringe come un anello in titanio la strozzatura prima che si apra la sacca gastrica.
Non capisco. Chiedo: “Cosa devo guardare?”
Lui lancia il telecomando verso lo schermo, per poco non lo scheggia. E’ furibondo. Quando è furibondo gli si gonfia un bubbone sulla fronte esagonale. “Porcodio, guarda! Guarda te dove finiscono i nostri soldi!”
“Quali soldi?”
“I soldi del canone!” (Non ha mai pagato il canone. Nemmeno io: ma è perché da dieci anni vivo senza televisione) “Ma vaffanculo!, che schifo! Guarda! Guarda! Ma si può mandare in onda, la Rai, una roba simile?” E indica il teleschermo, che è silenzioso, mentre sagome luminose natano come pesci a morto su di sé rimbalzando e rotolando durante la lessatura nell’acqua che bolle. “Ma questi della Rai sono pazzi! Ma chi è il regista di questa roba? Un albanese?” fa, “Ma vaffanculo!, non si possono spendere soldi per produrre una roba simile! Ma guarda!, ti dico, guarda! E’ degna di Teletirana!”. Non si placa, è una furia, il telecomando è in pezzi a terra, sul parquet polveroso, sotto l’arco per la pesca, sotto il quadro buio appeso alla parete bianca.
E ancora: “Ma vaffanculo!”. E ancora: “Ma io telefono alla Rai!”. E ancora: “Ma chi è il regista di questa merda?”.
Il regista di quella merda è Gilberto Squizzato. Questo lo vediamo nei titoli di coda. Nei titoli di coda vediamo che quella merda si intitola Atlantis, quattro puntate in onda su Raiuno. Noi abbiamo visto la quarta.
Prima dei titoli di coda c’è un enorme silenzio. L’amico infuriato si fa meno infuriato. Io sono sbalordito da quanto sento e quanto vedo. Non capiamo più nulla. La televisione spalanca per noi l’entrata in una tana azzurrina, labirintica, fatta ad angoli acuti, scalena, idiota, prima di aprirsi verso la superficie aperta, l’aria, la luce, l’erba, il ghiaccio del pac, la pista azzurra battuta dai cani da neve, lupi striati di argento che zoccolano cauti e veloci, e, all’orizzonte, un uccellaccio nero che parla, spalanca il becco, e noi ci entriamo, fin giù, giù nelle viscere del corvo, dove la voce non è più voce e rimbomba l’aria prima di raggiungere le corde stridule, dove si agitano vermi eiettabili nell’intestino compresso, dentro i vermi, dentro, più dentro, muti e assorti in questo andare dentro fatto di pieni e vuoti e pareti e organi, e pulsazioni, fino a sfondarlo, il dentro, a fuoriuscire dalla parte opposta a quel dentro, a ritrovare l’inattaccabile serenità della bianca luce, consapevole e silenziosa, in uno spazio bianco.
Questo ci accade, soltanto osservando attoniti venti minuti della quarta puntata della fiction Atlantis, soggetto sceneggiatura e regia di Gilberto Squizzato.
Scossi dall’ipnosi, terminati i titoli di coda, entrambi telefoniamo al centralino della Rai: il mio amico per protestare e mandare affanculo Squizzato, io per complimentarmi e chiedere un contatto con Squizzato.
Da allora, io e il mio amico non ci siamo più visti, ci siamo persi di vista.

Atto secondo: che cos’è Atlantis

C’è – è la prima scena che ho visto – c’è un uomo. E’ alto. E’ pelato. Indossa un impermeabile inglese. Ha ciglia nere e folte. E’ sgradevole. Dice soltanto due parole. Avanza lento, meccanico, un robot, un burattino a grandezza d’uomo, una creatura di Tadeusz Kantor, una bambola asintotica, oscura e vile. L’uomo pelato incede con lentezza meccanica, non esasperante. E tuona: la grana della voce è irregolare, un asfalto granuloso di pece e catrame, un suono senza suono grave, baritonale, un’escoriazione acustica. L’uomo dice: “So tutto”. Egli è l’uomo-che-sa-tutto.

C’è una ragazza madre che diventa protagonista di un videogioco, Trash Girl. Il suo bambino non parla mai. Se lo porta sulla schiena come una squaw in altri tempi e in altri luoghi. Il videogioco è cavernoso, Doom più la metropoli. Qualcuno le spara, incessantemente, proiettili di fuoco in forma di bolle roventi e letali, che rotolano nell’aria del videogioco, pixel incandescenti che si scompongono e ricompongono, come balle di fieno incendiate lanciate orizzontalmente nell’aria satura di cordite, dentro il videogioco. Fuori del videogioco, nella televisione, la ragazza con il bambino sulla schiena cammina sotto pontili bui e umidi, striature di piscio ai muri, fabulistici navigli intatti e lutulenti, a specchio, piazzali circolari congestionati da automobili in accelerazione. Vede luoghi, li attraversa: locali da parrucchiera, immensi magazzini riadattati a location pubblicitarie, immensi magazzini dismessi dove hanno luogo violenze drammatiche e incomprensibili e in cui pendono catene arrugginite da soffitti altissimi, night club, strip bar, supermercati, appartamenti privati deprivati di tutto, case famiglia, fienili periferici, centri d’assistenza, camper, centri sociali, bar dell’hinterland, appartamenti altrui ed estranei.

In tutto ciò, ci sono gli uomini. Non sono più uomini. Sagome vestite come, che si comportano come, che desiderano come, che pensano come, che parlano come, che agiscono come. La moralità della superficie è bidimensionale come la superficie stessa. Le parole rotolano di bocca in bocca, aeree e sopite, formule prive di, che non tendono più a. Le parole navigano nell’aria, scendono in picchiata, atterrano, come aeroplani, cambiano le prospettive al mondo, voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili. Così, proprio così: sono materia aerea e inorganica, disanimata, che cala in forma di vapore acuto e veloce nelle bocche, attraversano come una scossa elettrica il corpo del parlante, fuoriescono, vanno ad abitare altri corpi. I corpi sembrano vuoti. Si muovono con automatismi non perfettamente consolidati. I corpi sono bidimensionali: si affacciano dai poster, dai cartelloni pubblicitari. I corpi nei cartelloni pubblicitari sembrano più vivi dei corpi viventi che si muovono osservandoli.
Questo non è il mondo in cui Dio è morto; questo è il mondo in cui è morto l’uomo.

C’è il denaro. Il denaro è importante. Non c’è più scambio di parole, di sentimenti, di emozioni, di idee, di intuizioni, di balenii, di spirito. Non c’è più scambio nemmeno di materia. La materia sembra essersi volatilizzata, nell’aria rarefatta. Ci sono soltanto scambi di banconote: vecchie lire, unte, bisunte, a migliaia: una, due, tre, quattro, sette, venti, cinquanta volte. In tutta la serie Atlantis il gesto di scambiarsi il denaro di mano in mano viene ripreso in primo piano una cinquantina di volte. Sono inserti muti. Il gesto è lento: ecco la mano che tiene in mano i soldi e li porge all’altra mano che le si avvicina e prende in mano i soldi. Gli inserti di queste scene in primo piano sono montati disarmonicamente, un secondo troppo prima o un secondo troppo dopo. La lentezza e la meccanicità raggiungono sideralità paradossali. Un pezzo di umano che passa roba inanimata a un altro pezzo di umano.

La testa esiste, ma è staccabile dal corpo. Tutta la serie Atlantis ha questo motivo che ritorna tautologicamente, monotonamente su di sé. La ragazza col bambino continua a vedersi la testa tagliata. Continua a essere proiettata fuori: nel videogioco, nel cartellone pubblicitario. Le tagliano continuamente la testa in Photoshop. E’ sottoposta a un continuo taglia&incolla. Poco conta che alla fine, come le dice la sua amica garzona di parrucchiera, “ora tutti ti riconosceranno: a Novate, a Trezzano, a Garbagnate Milanese”. Riconosceranno la sua testa. No, non la sua testa: per essere più precisi, la superficie della sua faccia.

A un certo punto, le propongono di fare filmini porno: tanto lo fanno tutte! Mentre le amiche le parlano, le dicono com’è fare un filmino porno, si vede sullo sfondo un televisore acceso: sta trasmettendo un filmino porno, probabilmente uno di quelli di cui si sta parlando. Si capisce che ci sono due uomini e una donna. Ma le riprese sono di una lentezza ammorbante, invalicabile, non percorribile: sono oltre la fruizione dell’immagine. La donna bacia lenta e pastosa l’uomo, che si vede di schiena, lo bacia a una lentezza improbabile e assurda, non è eccitante, per niente, non si può girare un filmino porno in questo modo! Poi si vede la donna in piedi, in mezzo ai due uomini che la baciano: ma la baciano troppo lentamente, è impossibile che mantengano l’erezione a quella lentezza che abolisce lo stimolo anziché provocarlo! La pornografia incombe, ma su altri livelli: nel discorso delle ragazze alla ragazza madre; la pornografia effettiva, quella proiettata sullo schermo, non incombe nemmeno, sta lenta ed esasperante nel cerchio magnetico e catodico, mentre nessuno la osserva, mentre nessuno la degna di uno sguardo.

I cattivi vengono uccisi dai cattivi, i buoni vengono uccisi dai cattivi, il più cattivo di tutti non muore, il più buono di tutti nemmeno. Ma nessuno è buono, e nemmeno cattivo. Questa fiction è più realistica della nostra realtà ormai fittizia.

Ci sono silenzi. Le cose si muovono piano. Le persone sono lente, meccanicizzate. I dialoghi sono apoftegmatici, al limite dell’oracolarità, ma sono intessuti essenzialmente di comunicazioni standard, o paradialettali: il minimo, sempre, per ottenere il massimo. E’ come stare in uno sconfinato macello a macellazione avvenuta: dall’alto pendono, ovunque, a perdita d’occhio, gli scheletri integri e bianchissimi dei manzi, ripuliti di ogni brandello di carne, ridotti a ossi di seppia, ma più complessi e strutturati: vuoti. Qui siamo nel vuoto, apparantemente pieno. Siamo nella grande valva. Siamo nella placenta seccatasi, fossile, ormai disabitata dalla vita.

Le geometrie sono essenziali, perfettissime: sembra, piuttosto che di assistere a una fiction televisiva, di osservare un Melotti in movimento. Anzi, a un certo punto, inaspettatamente, vediamo la ragazza madre tra nitidissime sculture di Melotti, a una mostra. Come in Melotti, in questa fiction che supera la fiction e la dissolve nell’inanimato, la risoluzione dell’equazione ultima non è algebrica: è spirituale.

E’ un giallo. Inizia dalla fine: quando chi doveva morire è morto. Peggio: inizia da dopo la fine. Alla fine, nemmeno più è un giallo. Viene esaurito tutto il magnetismo di cui si è caricata la forma giallo. Ci si scorda letteralmente del giallo, come se si superasse il muro del suono. Allora, si accede all’ultima forma: l’epica spiritualista in forma di realismo assoluto.

Il padre degenere, la madre morta, la matrigna pentita, la ragazza madre, il figlio senza padre, gli amanti crudeli, l’eroe silenzioso che attende fin oltre la fine del dramma, gli amici traditori, l’uomo-che-sa-tutto: questa non è una fiction, è la riedizione in forma televisiva della tradizione tragica greca o shakesperiana.

A un certo punto, spunta un benzinaio. E’ sporco, la barba non rasata, i capelli arruffati. Vive nella stazione di rifornimento. Dorme lì. Poche battute alla ragazza madre: le dice che aveva una donna che ha fatto miracoli per lui, che lui era stato in galera e la donna lo ha convinto a provarci, a stare con lei e – scuotendo la testa – “dopo neanche un mese se ne era andata, si era stancata”. L’interprete è Maurizio Tabani, che un anno prima della messa in onda di Atlantis aveva recitato come protagonista nella serie precedente di Squizzato, I racconti di Quarto Oggiaro. Quella che narra Tabani, benzinaio in Atlantis, è la trama condensata dei Racconti: condensata a un grado di magnetismo prossimo al collasso della supernova psichica. Tutto è legato. Tutto è legato a tutto, orizzontalmente, senza trascendimento: senza apparente trascendenza.

E alla fine, mentre non si vede nemmeno più un corpo, per minuti la sigla di chiusura inquadra il traffico della tangenziale milanese, un fiume fangoso di auto in coda, a velocità naturale, col sonoro naturale che strepita in sottofondo, sirene e clacson e marmitte ed emissioni rumorose di gas di scarico, una processione antisacra di automi in movimento non libero, la messa in abisso della statale di Brazil, Milano che fuoriesce da se stessa in forma idiota e meccanica, disarticolata e disumana. Questa è la fine: non un sussurro, non un bisbiglio – la rutilante emivita di un rettile di ferraglia che si perde chissà dove.

Atto terzo: enter Squizzato

L’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle stanno crollando. Milano è in paralisi ipnotica: una metropoli davanti al piccolo schermo televisivo, ossessivamente onnipresente, ovunque, nei bar, addirittura vedo un televisore per strada, negli uffici. Gli uomini sono bianchi, ovoidali, fatti di plastica, sagome magre annerite nel trapassare della luce televisiva irradiata dagli schermi, ovunque. Perforo Milano al solito, circolarmente. La percorro in moto perforando le periferie con giri spiraloidali, che convergono al centro occulto, in accelerazione, come il bilanciere armillare di un orologio che prescinde dal tempo, e lo misura. Tutti gli uomini sono stupiti. Le Torri crollano continuamente, reiteratamente. E’ un ciclo vizioso: uno, due, tre, sette, venti, cinquanta replay. La televisione italiana non esiste più: replica le immagini e i commenti della televisione americana. Lo stupore si autoalimenta di stupore, sembra non digradare, la violenza telescopica che sfrutta la lontananza illude, tramuta la lontananza in una prossimità inerme e stupefatta. Le esplosioni ritornano, si catapultano su se stesse, si fagocitano a vicenda. C’è soltanto una prospettiva e viene ripetuta senza sosta: ecco, lontane, le Torri, una già in fiamme e fumo, ecco il boeing, ecco lo schianto, l’impatto, ecco l’inferno di cristallo, ecco l’arma letale, ecco il crollo dell’impero americano, tutto già visto, già premasticato, predigerito, pervicace, che non se ne vuole andare più. Ecco la differita: l’enorme differimento della morte, ripetuta senza esorcismo. Ecco: le polveri, gli uomini stracoperti di polveri, i negri finalmente bianchi e infarinati di polveri, ecco Ninive e Gerico, ecco le Babilonie che tornano, ecco la rassicurante ondata di ritorno delle antiche leggende, la moquette calda su cui poggiare gli sfinteri per osservare finalmente la morte: da fuori. I taxisti sembrano impazziti. Il traffico è bloccato, immobile, otturato. E io sto perforando questo fantasma che è Milano immobile e sospesa. Ho in vista il palazzo Rai, in corso Sempione. Vado lì.

Il palazzo Rai in corso Sempione è il palazzo della Giustizia sventrato, ricomposto e dimenticato: sembra la fronte di un ciclope sepolto, che emerge a fiore di terra con prospettive rasentanti idiozia o pregressa grandezza, una fronte corrugata di marmo cattivo, l’occipite di qualcosa che fu mostruoso, disertato dalla vita e ora riabitato da forme organiche schiacciate dalla gravità, piccole e voracissime, frenetiche, inevolute. Uomini microscopici, da lontano, vedo, escono ed entrano lì. C’è la passerella per i disabili. C’è il controllo. Lascio i documenti, mi devono identificare. Dentro, nell’atrio, sono tutti fermi, incanutiti, incurvati sotto il peso del replay delle immagini delle Torri Gemelle incendiate, sventrate, violentate. Sei schermi per otto schermi compongono un megaschermo e tutti sono lì, vedo, lì davanti, ingobbiti come omìni di Kafka, omìni di burro che si scioglie all’esposizione dei raggi luminosi, una luce d’acquario rifatta, prodiga, cosmetica, quasi spirituale.
Si apre un ascensore.
Ne esce un gigante triste.
E’ Gilberto Squizzato.

Gilberto Squizzato è alto uno e ottantasette. Cammina lento, quasi programmatico, lievemente incurvato nelle spalle, il volto triste, slavo, una Russia spirituale ed enorme sembra avergli premuto dall’interno negli anni le ossa del cranio. E’ biondo di un colore simile alla saggina. E’ schivo e pericoloso, quest’uomo: una forma psichica che tempera la cauta letalità del cobra con l’abbandono nostalgico del pachiderma. Sprigiona un’aura di secolarità improvvisa. Secondo un induista, potrebbe essere stato in esistenze precedenti un contadino o un graduato della cavalleria zarista. L’osso parietale stesso, evidente e pressante, esprime una qualità magnetica e spirituale che ha incontestabilmente a che fare con un Est medianico, ultrapsichico. Lo sguardo è spesso inabissato in pieghe laviche interiori. L’attenzione mulina dall’interno: torrenti e fiumi e paesaggi compositi e cave piranesiane e grotte ancestrali – il tutto eiettato con baluginii improvvisi dello sguardo, di colpo attento, repentinamente uscito di sé e ficcante, augusto, amabilmente fisso nello sguardo dell’altro. Gilberto Squizzato parla con lentezza calcolata o calcolabile: il suo monologo cade sotto leggi precise, ricavabili matematicamente, un’ondulata frequenza di toni bassi e confortanti, una nenia sveglia in cui ci si potrebbe accomodare, farsi cullare nel calore uterino di una voce senza inciampi, senza peristalsi, senza drammatiche o inattese violenze. Il suo potere acustico mutua da una matrice primordiale la qualità materna. Eppure l’eloquio è spietato. Ho davanti a me un uomo che deve essersi processato più volte, impietosamente – e si è sempre condannato. Un uomo messo a nudo che tenta di ricordare, che tenta di nuotare controcorrente nel flusso di memorie che non gli appartengono. La sua stabilità è di natura sovrumana. Questo volto di pietra e carne, questo sembiante che cambia sensibilmente davanti ai miei occhi, questa faccia antica e bambina non sarebbe dispiaciuta a Cioran. C’è del Beckett in Squizzato: una caratura aliena, extraumana, da marziano capitato suo malgrado su questo pianeta. Ce ne ricorderemo, di questo pianeta?

Allora Gilberto Squizzato mi accompagna nel suo ufficio. L’interno dell’immensa scatola cranica, svuotata e irreale, del palazzo Rai di corso Sempione: saliscendi, curve a gomito, tunnel esili, corridoi ampi, scalini, ascese, discese, ritorni su di sé, passaggi in ascensori idraulici, solai da cui si passa, falsi piani, montacarichi carrucolati, passamani, ringhiere, vertiginose scalinate, vetrate ad angolo ottuso, valichi tra armadi e scaffalature enormi in alluminio temperato, atrii…

Nel tempo. Arriverò ad aderire a questi film e a queste immagini come una seconda pelle, come la sabbia alla sabbionaia dove giocano infanti regali. Arriverò a un grado di osmosi mai prima sperimentato, alla febbre che divora tutto, allo sguardo che non è più mio, ma è più largo, senza emozioni, che constata la piazza dall’alto e scende, in silenzio. Arriverò alla perfetta compenetrazione. Succhierò le immagini create da questa televisione tornata umana come balocchi significativi ed estatici, alla vertigine sufica di danze psichiche, con i ritorni e i dolori, sulle rovine del tempo che fu degli uomini. Scenderò nelle catacombe spalancate sotto il manto terrestre, una discesa senza inferi che va comunque compiuta, la grande ombra che da me non spicca. Erosioni in serie, penetrando le scene e le svolte narrate con incoscienza perfetta: una televisione che abolisce la televisione, lo schermo che collassa, si autoassorbe, non esiste più. La potenza del tutto, pieno, magnetico, un polo in perfetta rotazione su se stesso: il tutto è empatico col tutto. L’etere, detto televisivo, ritornato a farsi etere, detto metafisico. Io penetro nella sostanza amniotica per porte imaginali, io scavalco gli emblemi che si muovono sul piccolo schermo, sento come punti neri e duri e lucidi allo sterno le parole che si muovono in dialoghi falsi, trappole tese con infinitudine prodigiosa. Si va, si scende, si osserva quanto di bianco e sublime e femmineo non si potrà strappare dall’ombra. Si torna. Ci si volta. Si perde il perdibile. Si è muti e melanconici. Si è saturi del mondo. Allora, si muore. Si rinasce a una vita perfetta, un orizzonte distaccato e vuoto in cui tutto ciò che è, è, è al suo posto. Ecco, l’istante: qui e ora. Se il Vedanta fosse riducibile a una finta fiction televisiva, sarebbe questa serie di scene silenziose, staccate e incoerenti, che scruto ora con impassibile distacco.
Gilberto Squizzato mi apre la porta della cabina di montaggio. Siamo arrivati.

Atto quarto: l’occhio che tutto vede

La sala del montaggio: tutto è buio e numinoso. Qui si vede tutto. Qui si sa tutto. E’ un acquario alchemico: siamo in acidi di sviluppo, la sostanza fosforica da cui fuoriesce il cosmo immaginifico e prodigioso, tra i sali argentati, nel magnesio che allumina. Qui siamo dietro l’occhio. Qui si vede la palpebra calare, si aziona il muscolo della palpebra, la si fa calare. Lo schermo irradia nel silenzio. Si officia. Gilberto Squizzato è muto, lascia fare. Si sta montando la nuova serie, detta La città infinita. Fuori della cabina di montaggio, in miliardi di schermi si ripete il crollo numinoso delle Torri Gemelle.

La prima puntata della nuova serie si intitola: Memoria. E’ la storia di un manager della New Economy, uno che fa transazioni di borsa in tempo reale, su tutte le piazze del pianeta, in perpetua connessione di Rete. La sua fidanzata, esperta in matematica, sta completando un programma basato su algoritmi che cercano di ordinare il caos e che si sono rivelati virtuosi per la speculazione finanziaria che sostanzia la nuova economia (l’equazione è quella di Döblin: scrittore e matematico – alchimista). Il padre della ragazza è un ex operaio della Falck, che ora lavora per conto terzi alla dismissione dell’enorme complesso industriale in cui ha speso la sua vita. L’azienda per cui il padre della ragazza presta opera di indotto è al centro di una speculazione da cui il manager cercherà di trarre profitto. Con i profitti derivati dalla speculazione su quell’azienda, per cui il padre della ragazza perderà anche l’ultimo suo lavoro, il manager intende aprire un’assicurazione pensionistica al vecchio. Il manager vuole tutto. Questo condurrà alla catastrofe. Il tutto si svolge nell’impianto delle Torri Gemelle di porta Garibaldi a Milano: un’emulazione fallita delle Torri Gemelle newyorkesi che ora, nel momento in cui sto osservando la macchina del montaggio, stanno crollando. Chi vede tutto – la storia, i personaggi, le vicende, gli inciampi – è un cieco: fa il portinaio alle Torri Gemelle, insieme alla figlia, che si chiama Ifigenia.

Il manager parla al cugino napoletano, che vuole investire nella nuova economia: tecnologia e speculazione. Il cugino, da Napoli, vuole salire a Milano. Il manager parla con lui, camminando per la città, il computer portatile in mano, connesso in Rete, l’auricolare del cellulare inserito nel padiglione acustico, cammina e digita e parla al cellulare e dice al cugino napoletano: “Tu pensi di arrivare a Milano, ma è nell’universo che stai entrando”.

La ragazza del manager viene raggiunta dal fidanzato sul ballatoio della casa popolare in cui abita col padre. Il manager chiede a che punto sta l’elaborazione algoritmica che gli permetterà di accedere a profitti altissimi e a favolose speculazioni. Lei dice che è complicato. Lui osserva la casa popolare, non fatiscente ma umile, dove la ragazza vive: la prende in giro, dice che i ricordi la stanno frenando. Lui le consegna il dischetto su cui salvare il programma e si allontana sprezzante. Lei gli urla dietro: “Non hai abbastanza memoria per questo”.

Il cieco lancia l’oracolo. Il profeta è sempre cieco. L’etimologia di “profezia”: parlare per altri, prestare la propria voce a una voce estranea, che invade, entra nel mondo.

I manager dell’azienda per cui lavora il padre della ragazza ricevono la visita del compratore straniero. Guardate come camminano, incrociandosi, secondo geometrie robottiche, esoteriche, acuminate. Guardate come questi uomini sono privati della prossemica e dell’attonica che distingue la specie umana dalle altre. Guardate come questi uomini non sono uomini.

L’Italia è questa cosa. Questa cosa è la globalizzazione. Questo viene detto in dialetto milanese.

Si inaugura un museo della Memoria, intitolato a un operaio della Falck che ha perso la vita nelle fucine di quell’industria, a Sesto San Giovanni. E’ qui, all’interno del museo della Memoria, che la ragazza lascerà il dischetto per il manager, contenente il programma per le speculazioni. Lo nasconderà nel cassetto del desco di lavoro operaio: aprendolo, il manager si sporcherà le mani.

Ovunque, fotografie. Ovunque, poster.

Non c’è ovunque. Tutto converge all’interno delle Torri Gemelle milanesi.

Gli operai sono patetici.

Una colonna sonora sincopata e dolce al tempo stesso. La puntata si sta chiudendo. Si vede il primo piano di un ex operaio della Falck. Dov’è? In un antro mostruoso. Cos’è quell’antro? E’ la fucina della Falck. La macchina da presa allarga la visuale, si allontana dall’uomo. Vediamo l’uomo rimpicciolirsi, all’estremo, mentre la fucina si allarga: rifiuti, anche tossici, macchine in disuso, giganteschi ganci pendenti alle pareti. E’ la fucina di Vulcano. Alla fine, indefinitamente, la macchina da presa si allontana al punto che l’uomo scompare, c’è ma non si vede più, si vede soltanto l’enorme antro disossato, la camera di carburazione dell’immenso polmone meccanico.

Atto finale: la fine

E nell’ultima puntata della serie La città infinita, intitolata La donna di cristallo, una donna è in coma irreversibile, in ospedale. Un uomo la va a trovare, ogni giorno. Cerca di stimolarla affinché si risvegli. Lo accompagna la figlia, Ifigenia. Per stimolare la donna in coma, l’uomo usa la televisione. L’uomo è cieco. Chiede alla figlia di alzare il sonoro della televisione: è sicuro che l’audio della tv porterà la donna a risvegliarsi, a uscire dal coma. Si sente allora il sonoro di ciò che la tv sta trasmettendo, nella stanza d’ospedale. Si ascoltano voci indistinte. C’è rumore. Questo è il tappeto sonoro di una ripresa dal vero, dal vivo. Allora la camera da presa di Gilberto Squizzato si volta, inquadra la televisione, si vede cosa stanno vedendo, si vede la trasmissione che dovrebbe risvegliare la donna dal coma, riportarla in vita: sono scene confuse, di panico. E’ la diretta del crollo delle Torri Gemelle. Si vede la colonna di fumo e polvere, l’enorme nube di fumo e polvere e metallo avanzare, i newyorkesi scappare, scappano in preda al panico, urlano, il bordo tumultuoso della nube di fumo e polvere e metallo si avvicina, disanimata violentissima piovra inorganica, ecco, arriva, il cineamatore la sta riprendendo, si rifugia dietro un incavo di un palazzo, arriva la nube, arriva, copre tutto, tutto è buio.
Non si vede più niente.

De Certeau: ‘La lanterna del diavolo’

E’ uscita, per l’editrice Medusa, una raccolta di saggi e interviste di Michel De Certeau, grande storico di scuola foucaultiana: La lanterna del diavolo. Cinema e possessione (6,50 euro). Ecco la mia postfazione.

De Certeau e il Satana laico: il frastuono dell’umanità
di GIUSEPPE GENNA

“Frastuono oceanico degli uomini”: forse Michel De Certeau non era consapevole, mentre à la Hugo sintetizzava la totalità dell’antropico, di sprigionare forze così antitetiche alla sua visione dell’umano. Visione dopotutto irenica: non perché non si facesse carico dell’inquietante – visto che nell’occasione si agitava nel cerchio magico del diabolico -, ma perché in De Certeau l’ecumenismo passa, in maniera ben più esplicita e ingenua che in Foucault, attraverso la considerazione assoluta dell’umano, del suo libidico, del suo emotivo, del suo mentale e anche del suo “sottile”. Il “frastuono oceanico degli uomini” è dopotutto ciò che importa a questo fenomenologo dell’impossibile e del quotidiano. Il punto focale dell’indagine di De Certeau circa le possessioni e il satanico è in realtà un’attenta ricognizione auditiva di quel frastuono: così nei testi che seguono, essenziali in ogni senso, vengono intercettate folgoranti e compromesse epifanie di Penderecki, di Bosch, di Monteverdi, le quali si accalcano, aeree come vapori sulfurei, accanto a parasacrali cerimonie i cui sacerdoti hanno nomi altrettanto parasacrali, da Russell a Polansky, da Boorman a Bresson – appunto mostri sacri, esattamente come si dice che siano mostri sacri Kali, Dioniso, il Guardiano della Soglia e, infine, Lucifero.
Detto questo, bisogna demolire De Certeau, se non altro dal punto di vista teoretico – direi ontologico –, poiché la contraddizione in cui cade l’autore di L’invention du quotidien corre come un brivido irrisolto lungo la colonna vertebrale di tutta la filosofia occidentale post-seicentesca. Il punto è questo: secondo De Certeau, ogni qualificazione – sociale, politica, libidinale – evoca per absentia il fantasma del suo contrario. Siccome il qualificato generico è, in questo caso, ciò che De Certeau etichetta come “sistema tecnocratico”, con valenze eminentemente scientiste, ecco la critica che dovrebbe risolvere l’annoso problema del Male: “L’assenza di uno spazio simbolico, in cui possano esprimersi lo smarrimento dell’immaginazione e gli esili degli spiriti in regioni non ‘sorvegliate’ dalla scienza, crea queste apparizioni diaboliche del fantasma ai margini e nelle crepe del sistema disciplinare. Se i segni di un’altra dimensione dell’esperienza umana si sono trasformati in demoni, ciò è avvenuto perché il lavoro della ragione ha assunto una forma dogmatica, totalitaria e, alla fin fine, irrespirabile”. Voliamo basso: l’assalto di De Certeau al Male, occultato con lo scetticismo ecumenico con cui il terapeuta guarda fatalista alla malattia del proprio paziente, equivale grossomodo all’aggressione al Bene formulata da Feuerbach. Sono antichi travestimenti del materialismo: un materialismo, certo, più spugnoso e atmosferico, parcellare, intrusivo e “spirituale” rispetto a quello volgarizzato dal senso comune. Comunque, materialismo. Sia ben chiaro: nella prospettiva qui adottata, risulta materialista anche la concezione prepuberale della Chiesa – diciamo da Nicea in poi – per cui il Male, che è anche esterno, diviene soprattutto esterno. Così lo spettro del Male evocato dal Sistema, individuato da De Certeau con abilità cognitiva impagabile, coincide con lo spettro che tanto spaventa il filosofo contemporaneo: il fantasma della propria fine, che è la rimasticatura laica di un’ulteriore categoria gnostica, quella della kenosis, della quale noi in Italia abbiamo avuto solare esempio grazie a quella barbogia pseudosapienziale di Sergio Quinzio.
Per questi e altri motivi, dobbiamo semplicemente accontentarci e sognare. De Certeau sarebbe stato un perfetto esegeta di Fight Club, il film che Fincher ha tratto dal capolavoro di Palahniuk: lì Satana non è effettivamente invocato, ma l’emersione dell’Arcaico nel contemporaneo si manifesta comunque, con esotismi da helter skelter che hanno affascinato soprattutto la generazione zeppata che fa da cliente ai vari “Space Trip” e alle librerie esoteriche di sincretico carisma. Bisognerebbe ragionare un po’ più criticamente sulla generazione che ha eletto Fight Club a proprio culto; si scoprirebbe, per esempio, che è la stessa generazione che ha eletto il culto a propria sessualità, consumando con agile nonchalance le pagine dedicate da Crowley e Randolph alla Magia sexualis. Insomma: ci manca un De Certeau, al giorno d’oggi. Tuttavia, non è l’unica mancanza che lamentiamo. Per esempio, ci manca un Eckart, una Porète, un Reghini e, in altri àmbiti, un Alighieri, un Bruno, un Bacone, uno Hugo. Davvero? No: non è che manchino i Maestri, come accusava Guénon: è che spesso non li si riconosce. Colpa nostra. In questa amissione sta tutta la verità sulla possessione, su Satana e sul Male che De Certeau non individua.
“Colpa nostra” è la verità più profonda, ma al tempo stesso banale e già disvelata, del mito sincretico della Caduta. Non è plausibile in questa sede motivare e svolgere a pieno il discorso che andrebbe fatto, evidenziando che, nel momento in cui percepiamo il satanico, dovremmo chiederci cosa in noi di simile al satanico risuoni – il che, sia chiaro, è il più profondo significato esoterico della “tentazione”. Possiamo soltanto limitarci a rilevare come la critica moralistica, la teoria delle cospirazioni, la batteria tradizionalista e cattolica (tutti avversari teoretici di De Certeau) ignorino di fatto che il Male è sempre una proiezione dell’Interiore – come del resto ogni universo che venga percepito. Eppure, come si diceva, anche De Certeau cade nella stessa illusoria trappola intellettuale: a lui interessa il “frastuono oceanico degli uomini” e non gli passa minimamente per il cervello di ragionare su chi è l’orecchio che percepisce quell’abominevole e gioioso roboare dell’umanità tutta.
Il problema, quindi, è angolatura, prospettiva, intenzione interpretativa (un’interpretazione molto diversa da quella che fa da perno ai foucaultiani e che pure produce categorie di straordinaria sostanza). Siccome l’argomento in questione tocca anche il cinema, a maggiore ragione dovremmo riflettere sul fatto che i massimi Rsi del Novecento – Ramana Maharshi in testa – segnalano proprio il cinema come allegoria totale del nostro rapporto metafisico con la realtà (e con la Realtà): noi vediamo il mondo credendoci, assentendo con tutti noi stessi, prestando fede per un atto di inconsapevolezza e ignoranza a cui supplisce un trasporto emotivo e intellettuale ad alta intensità, proprio come da spettatori guardiamo un film su grande schermo e ci dimentichiamo in ogni istante la domanda sul nostro statuto effettivo di spettatori (altrimenti non ci godremmo il film, dopotutto). E’ su questo trasporto proiettivo che lavorano i cineasti a cui De Certeau fa riferimento. Che il diavolo ci metta la coda è del tutto superfluo; ciò che importa è lo stato psichico – complessissimo, intricato e vibratorio – con cui ci si approccia alla visione. Non si riesce a spiegare come Satana faccia capolino dal grande schermo: domanda a cui De Certeau dà una risposta perfetta; nel frattempo, ci si scorda di chiedersi cosa sia in effetti Satana. La continuità tra Potere e Volontà di abbattimento del Potere si può spiegare soltanto in questo modo.
L’analisi di De Certeau – che pecca nel fatto di dare per scontato, in base a un’incontestabile effettualità, che l’uomo davvero esista – chiude nell’antropologico l’esplosione dei funghi atomici fatti deflagrare dal Male. Se stiamo a questa storia, che è per l’appunto una storia tra le moltissime che si possono raccontare credibilmente intorno al “frastuono oceanico degli uomini”, la vicenda mostra delle tappe irrinunciabili, a proposito delle quali De Certeau mostra una competenza assoluta: per esempio, la stregoneria “si propaga dall’ultimo quarto del XVI° secolo (1570, Danimarca; 1575-1590, Lorena, ecc.) al primo terzo del XVII° (1625, Alsazia; 1632, Wurtzburg e 1630, Bamberga, ecc.) con dei prolungamenti fino al 1663 nel Massachusetts, al 1650 a Neisse (Sassonia) e al 1685 a Meiningen (Sassonia). Essa imperversa in Francia (Bretagna, Franca Contea, Lorena, Alsazia, Savoia, Poitou, Béarn, ecc.), in Germania (Baviera, Prussia, Sassonia), in Svizzera, in Inghilterra, nei Paesi Bassi, ma non, sembra, in Spagna o in Italia (tranne che nella regione di Como). Durante il periodo che Lucien Febvre considerava come quello della grande ‘rivoluzione psicologica’, tra il 1590 e il 1620, la stregoneria sembra tagliare in due l’Europa: il nord, dove è presente in grande abbondanza, ed il sud, in cui compare raramente”; mentre la possessione diabolica “compare inizialmente in punta di piedi, con casi isolati, come quelli di Nicole Aubry, Jeanne Féry, e soprattutto Marthe Brossier (1599). Trova un modello nel processo di Gaufridy ad Aix-en-Provence (1609-1611), orchestrato ben presto dal libro che sarebbe circolato ovunque, definendo il nuovo genere: la Histoire admirable de la possession et conversion d’une pénitent a opera di padre Sébastien Michaelis (Parigi, 1612). Seguiranno altre ‘possessioni’: soprattutto quella di Loudun (1632-1640), quella di Louviers (1642-1647), quella di Auxonne (1658-1663), ecc.”.
Questa storia è sospetta. Anzi: questa è la storia del Sospetto. Chi volesse moltiplicare i sospetti, ignorando che già pane e pesci furono più autorevolmente moltiplicati, può compitare il Saggio sul satanismo a cura di Massimo Introvigne, il più prestigioso e competente tra gli esperti in nuove religioni che il nostro pianeta possa schierare attualmente. C’è da rimanere sconcertati davanti alla tesi di Introvigne: il satanismo non ha origini poi così arcaiche. Qui si discende in un edificio psichico piranesiano: quello del relativismo culturale, che è peraltro l’arma in mano a De Certeau – ma anche l’arma che gli viene puntata addosso. Lo sciamanesimo, per esempio, è satanico per la Chiesa? E per i rabbini? Il tantrismo sacrificale è diabolico? E se sì, per chi? La tradizione unica è il nemico del Vaticano? L’esorcismo secondo il rituale cattolico comporta scorie di Maligno per la massoneria esoterica? L’immondo bacio anale dei Templari è immondo per i curati di campagna, ma a Memphis, negli Usa, è ugualmente sconcio? La vicenda implausibile di Léo Taxil, che non si è ancora capito cosa fosse, se satanista massone o partigiano del cattolicesimo tradizionalista, vale come parabola laica della manifestazione del Nemico nel mondo. E ancora si deve comprendere fino a che punto consideri di natura satanica i demoni che ha incontrato Egon von Petersdorf, estensore di una Demonologia che riporta, di colpo, la Chiesa nel cuore del Mistero che sembra plurisecolarmente ignorare. Assistere al malinconico spettacolo di don Gabriele Amorth, a capo della congrega esorcista, mentre urla al diavolo a proposito della conversione di Milingo alla chiesetta di Moon è, in fin dei conti, pietoso. Un po’ come è pietoso mettersi ad ascoltare i severi moniti di padre Balducci che discetta di Beatles, Metallica e “backward masking”. In questo senso è molto meglio affidarsi alle parole di De Certeau, alla sua mappatura dell’immaginario concreto, alle indicazioni rigorose circa L’Esorcista, genialmente interpretato alla luce dell’antiscientismo piuttosto che del satanismo. Sarebbe tuttavia educativo interrogare De Certeau sui confini dello scientismo, che lo studioso sembra individuare come categoria fondante del nostro contemporaneo. A proposito del sequel dell’Esorcista, l’assai sottovalutato L’Eretico, De Certeau porta alla stretta finale il suo ragionamento: “Boorman ha voluto mostrare che l’anti-scienza poteva farsi strada proprio grazie agli stessi metodi scientifici. La tecnica ipnotica diventa così, nelle mani della dottoressa Tuskin, il mezzo col quale un progresso psicoterapeutico sfocia nel suo contrario, permettendo la comparsa di ciò che gli sfugge”. Non c’è tanto da essere sicuri riguardo a questo capitolo della storia dello scienticismo: le terapie funzionaliste, che nel giro di un decennio soppianteranno completamente il setting psicoanalitico, nascono da protocolli di ricerca sul cosiddetto “Mind control”. Oggi si sa che è così: basta consultare quel poco di documenti declassificati dal governo Usa per rendersi conto che il progetto “MK Ultra” fu effettivo e che ha figliato parecchie terapie inquietantemente benigne (per esempio, l’EMDR, acronimo di Eyes Movement Desensization and Reprocessing). La calata nello psichico è in stretto contatto, come è ovvio, con le apparizioni dell’Avversario. Un capitolo importante della teoria dei complotti, per esempio, segnala la mamma dell’antropologia, Margareth Mead, accanto a Charles Manson, omicida e satanista (almeno si dice così) di Sharon Tate, dolce consorte di Roman Polansky, a sua volta regista in odor di zolfo (si va da Rosemary’s Baby all’ultimo La Nona Porta).
Se si sta a ventre piatto sulle incursioni (od occursioni) del diabolico nel contemporaneo, si apre un libro che conta un numero di pagine equivalente alla somma dei giorni che ha visto l’umanità intera. Questo è un lavoro per fascinatori, per affascinati, per affascinandi. Del fascino De Certeau ha scritto, e parecchio. Forse è tra le sue parole più laiche, quindi, che potremo fare attraccare l’aggressivo e piratesco bastimento costituito dalle riflessioni sul satanico che seguono.