Il racconto Forget Domani

igino.jpgdi IGINO DOMANIN
Siamo nell’estate cinquantotto. Siamo nella Versilia post-dannunziana, Pelè ha diciotto anni e ha segnato tre gol alla Svezia : il Brasile ha vinto il suo primo mondiale. Sono nato a Milano, mio padre ha un potere illimitato: somme di denaro ingenti guadagnate con il riciclaggio della rottamazione industriale. Può spendere cifre di soldi nei ristoranti e negli alberghi. Io vado a Forte dei Marmi. In villeggiatura con tutta la famiglia: mia madre, mia sorella più piccola, la cagnetta. Vado in una casa con nove stanze, una piscina, un apparecchio per ascoltare i settantotto giri americani che colleziono. Sto imparando a bere. Scolo Strega & Negroni. Fumo Camel. E’ la Swinging Era negli anni cinquanta dell’Italia centrista. Il paese sta crescendo, sta decollando, sta arrampicandosi sul dorso imbizzarrito dell’Occidente capitalista. Anch’io sento crescere dentro di me una voglia matta, una scarica di adrenalina, voglio sciare a Cortina e dormire all’Hotel Cristallo. Voglio fare il bagno a Capri, e scopare al Quisisana. Voglio un mondo dove tutto è possibile, voglio trovarmi su un Boeing a bere whiskey con Porfirio Rubirosa, King Faruk e Fred Buscaglione.
Li vedo chiaramente mentre giocano a tresette col morto, stanno come tre mummie, come Buster Keaton e Von Stroheim giocano a Bridge in Sunset Boulevard. Io sono lì, loro non mi vedono. Io sono vivo, mentre loro sono morti.

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‘Forget Domani’

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FORGET DOMANI
di Igino Domanin, Giuseppe Genna
peQod
€ 11.30
2002

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Agenti segreti in blazer apprendono i segreti di antiche bevande narcotiche micidiali. Lo stupro di una donna di Neanderthal causa la mancata evoluzione di una differente specie ominide. Il sesto uomo della strage di via Fani guarda un documentario commovente sul Biafra. Misteriosi attentati kamikaze vengono compiuti nella hall dell’albergo The Venetians di Las Vegas. Si festeggia un’orgia chill out nell’Isola di San Pietro. Fenomeni di ipermetropia sapienziale deflagrano sulle terrazze della Torre Velasca. La rovina economico-finanziaria di Hugh Hefner, fondatore di “Playboy”, si abbatte su un’incredibile festa milanese. Un inspiegabile attacco Ufo si abbatte su una nave da crociera italiana. I gagà della Bussola di Viareggio impazziscono per il Tipitipitipso… Racconti e fulminanti aforismi, saggi incendiari e visioni allucinate firmate da Giuseppe Genna (già noto al pubblico italiano per il thriller Nel nome di Ishmael) e da Igino Domanin (saggista e narratore avantpop): Forget domani, titolo desunto da un successo musicale cantato a più riprese da genii come Frank Sinatra e Perry Como, è un’epifania assolutamente sconcertante nel panorama della letteratura italiana d’oggi. Da Fantasilandia agli ologrammi parlanti di Star Wars, dalla resurrezione di Elvis Presley all’atterraggio dell’Apollo sulla luna, come due corsari della nostra narrativa, gli autori impazzano in scorribande feroci nella mitologia collettiva planetaria, riuscendo a tendere improvvisi fili rossi tra Las Vegas e Mino Pecorelli, tra la casa discografica Virgin e il crollo delle Torri Petronas di Kuala Lampur. Sandokan e Piero Angela, il Settantasette e l’era del Cinghiale Bianco, i dribbling di Garrincha e il cannibalismo di Bokassa. Il primo testo lounge italiano ricerca l’estasi cosmica e trascendentale, il Paradise now o l’Instant karma. Nel Lounge l’immagine non è rappresentazione, ma simulazione ambientale e nessuna presa di distanza è consentita. Jungle, rituali hawaiiani, carte da parati e moquette sono l’ecologia della percezione lounge. Ma anche lo spartano, l’essenziale e, in generale, ogni detrito dell’arcaico da cui scaturisce il presente e che permette al futuro di farci giungere una promessa messianica: la sospensione del tempo, l’estasi materiale, l’assoluto vissuto coscientemente qui e ora.

Valerio Evangelisti su ‘Ishmael’

valerioevangelisti.jpgdi Valerio Evangelisti

Esistono libri che patiscono
le conseguenze di un lancio editoriale paurosamente sbagliato. Nel
nome di Ishmael
, di Giuseppe Genna, ne è un esempio da manuale.
Presentato come un thriller, inserito in una collana di romanzi
teoricamente destinati a un grande successo commerciale, è stato
subito dopo abbandonato a se stesso, senza una promozione adeguata
a farne anche solo intuire al potenziale acquirente il vero contenuto.
Peccato, perché è un libro non solo bello, ma importante. Il precedente
romanzo di Genna, Catrame (di recente ripubblicato negli
Oscar, dopo una prima apparizione nei Gialli Mondadori), aveva già
offerto un saggio delle capacità dell’autore, però non evadeva dai
confini del noir. Sorprendente invece il libro successivo,
Assalto a un mondo devastato e vile (Pequod, 2001). Non un
romanzo, questa volta, bensì un accatastarsi di brevi racconti,
di materiale saggistico, di riflessioni filosofiche, fino a comporre
un quadro generazionale impietoso, sospeso tra angoscia e sarcasmo.

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‘Nel nome di Ishmael’

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NEL NOME DI ISHMAEL
Oscar Mondadori
€ 8.40
2002

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1962-2001: corre lungo questi quarant’anni la storia di due poliziotti, David Montorsi e Guido Lopez. Dagli ideali incorrotti e di promettente carriera l’uno, sbiadito dall’usura del mestiere l’altro. Ma è anche la storia di due uomini di Stato: Enrico Mattei, che col suo jet solca le speranze degli italiani, e Henry Kissinger, abile signore della pace e della guerra. Passato e presente si riallacciano anche in una serie di inspiegabili morti infantili. Chi uccide innocenti vittime, facendone il presagio di altre morti? E’ lui, Ishmael – potente, grande, infallibile – il vero protagonista del romanzo. Si muove nell’ombra, agisce al ritmo insospettabile dei grandi del Male. Perché “Ishmael, il più occulto, è davanti agli occhi di chiunque e nessuno lo vede”.
ishmaelitahardcover.jpgUn thriller denso di riferimenti alla storia più recente. Un noir dalla trama fitta, il contrappunto martellante del passato che ritorna, del presente che replica ciò che è già accaduto [a destra, la copertina dell’edizione hardcover originale]. E poi l’amore, il sesso, la politica, gli intrighi internazionali. La storia è quella di due poliziotti, David Montorsi e Guido Lopez, dagli ideali incorrotti e di promettente carriera il primo, sbiadito dall’usura del mestiere, l’altro. E di due uomini di Stato, Enrico Mattei e Henry Kissinger. Mentre il vero protagonista sta nell’ombra, artefice occulto e implacabile di un complotto inquietante. Un romanzo mozzafiato, che attraverso “un vertiginoso percorso iniziatico” conduce il lettore a un sorprendente finale.
Un thriller che ha conquistato l’estero, acquistato in USA dove ha avuto due edizioni, hardcover e tascabile, in Europa e nell’Est, con riconoscimenti critici da testate internazionali come Der Spiegel, The Guardian e il NY Times Books.

Recensioni ad ‘Assalto’

Andrea Bajani, l’Indice
Giuseppe Genna appartiene a quella schiera di scrittori inesausti, adrenalinici, iperproteinici non tanto – o non soltanto – nella forma quanto nella rabbiosa e inappagabile spinta a mettere in campo (e a prendersi la responsabilità di) una voce autentica, la propria voce. Scindere, erigere palizzate tra il furore del Genna critico letterario sulle pagine telematiche di clarence.com e il periodare vitaminico, teso, eccitato dell’autore di Assalto a un tempo devastato e vile non renderebbe giustizia all’operazione intellettuale, ancora prima che artistica, dello scrittore milanese. La silloge di racconti, riflessioni e contributi critico-speculativi di Genna restituisce l’immagine di un autore appassionatamente anacronistico, se anacronistica oggi è la negazione appassionata di un’euforia del presente. Lungi da qualsiasi agiografia dei diseredati, l’autore di Catrame (Mondadori 1999) china il suo bisturi nelle periferie metropolitane degli anni Settanta, in territori di degrado e violenza, tra le piaghe italiane del terrorismo, tra le pieghe ignorate di una Milano torpida. Il risultato è un libro ibrido, cattivo di quella cattiveria indispensabile a chiunque voglia tentare inversioni a U nell’ora di punta, eppure in qualche modo denso di sentimento, di partecipazione.

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‘Assalto a un tempo devastato e vile’

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ASSALTO A UN TEMPO DEVASTATO E VILE
Oscar Mondadori
€ 6.80
2002 [edizione peQuod: 2001]

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Periferie chimiche e degradate tanto quanto le vite che le abitano, figure di attori anonimi e feroci di una vita metropolitana che sta sotto gli occhi di tutti e che nessuno osserva, rifiuti tossici, fame, lotte occulte: è il teatro disumano di cui si parla in questo libro. Gli snodi della tangenziale milanese assistono impassibili a vicende impressionanti di sottovita; Primo Moroni muore e con lui un intero universo; un uomo viene disseppellito davanti agli occhi di un bambino, a dieci anni dalla morte, ed è spaventosamente intatto; un commesso della Rinascente prende a schiaffi Pippo Baudo in un punto imprecisato degli anni Settanta; in una Sicilia diafana si consuma la più bella storia d’amore della Prima Guerra Mondiale… In questo nuovo libro, composto da racconti in parte autobiografici, in parte di pura fantasia, in parte a metà strada tra il saggio e le proiezioni post-cyberpunk, Giuseppe Genna ci narra di una realtà grottesca e durissima, quella in cui viviamo, che dietro le apparenze di una scontata normalizzazione nasconde le crepe del dissenso e della ribellione. Per raccontare il presente, Genna sente il bisogno di fare i conti con quelle generazioni – oramai del tutto estinte – che per decenni sono state la coscienza morale e sociale del nostro Paese: riscopre quindi il retaggio prima contadino e proletario poi dei nonni; la voce forte e chiara di Franco Fortini e del suo mondo, in tutto l’impatto storico e poetico, nel racconto dedicato al ricordo dell’anarchico Primo Moroni; o anche l’umanità disperata e titanica che lavora nei centri di smistamento dei corrieri internazionali; oppure quella gioventù disperata, tossica e autodistruttiva ma alla ricerca di un’insostenibile libertà “pagata con orribili morti violente”, che in alcuni casi estremi ha affrontato il vortice del terrorismo armato.
Al termine di questo viaggio, Genna arriva alla consapevolezza che “un diorama di tempi non miei continua a vorticare alle spalle”: attratto dalla conoscenza di questo “mondo sepolcrale”, di “quanti uomini morti dormono in noi”, trova in esso un rimedio contro la noia e l’indifferenza. Da questo ripercorrere un passato drammatico a noi molto vicino, raccontandolo con disincanto e onestà, l’autore ricava, nonostante tutto, una lezione di “enorme speranza”.

Milo De Angelis: poesie

LA SOMIGLIANZA
Era
nelle borgate, quell’assolutamente
oltre
che dai libri usciva nella storia
radendo le bancarelle, d’estate.
Domanderemo perdono
per avere tentato, nello stadio,
chiedendogli di lanciare un giavellotto
perché ritornasse l’infanzia.
Non si poteva
ma la somiglianza era noi
nell’immagine di un altro, ravvicinato,nel sole
volevamo trattenere il nostro senso
verso lui
In un gesto da rivivere: chi poteva sancire
Che tutto fosse al di qua?

Prese la rincorsa, tese il braccio…

***

1. NEL CUORE DELLA TRASMISSIONE

Di sera ti sanguina la bocca
e ti aggiri frenetico
nel cerchio della tua necessità
nel dormitorio senza finestre
mentre interi popoli guardano i bei quadri, tu
rivedi i passi giovanili
con gli occhi sbarrati della fine:
non l’idea reggente, ma quell’immobile
raffica che ti esige fino all’ultimo,
ti chiede l’esatta versione e l’esatto
andare a capo, te lo chiede interamente
mentre ti aggiravi a un centimetro
dai corpi ed eri ciò che resta muto
quando due si lasceranno presto
quanta poca vita rimane in un saluto
tu eri questo.

***

2. LA BUONA NOTTE

a Franco

 

Arrivammo a piccoli gruppi
in una periferia di autocarri e brina
per dare la parola
alle ossa, alla lieve mussolina,
epopea dei santi e delle bocche
straziate oscuramente, in un silenzio
di altiforni, suoni disadorni del tuo ritmo imprigionato e vivente.
Morire è l’infinito presente
di ciò che non si coniuga, una goccia
sporca sui nostri visi ricomposti
il medesimo stupore che tu fosti vivo tra i vivi in fila indiana, luce
calcinata, stridere
delle lenzuola, l’arcana musica abbreviata nella mente
ritorna all’ora del prodigio, e il cielo
è solo una stesura differente, che non apre
le sue porte. Tu
di nessun bacio, nessuno nei secoli
dei secoli. Tu di qualsiasi morte.

***

3. SEMIFINALE

La Doxa mi chiede per chi voterò. La voce
è di un ragazzo che, dall’altra parte, respira.
Non so quale chiarezza dentro la rovina. Tutto
ritorna qui, confine del luogo. Quel non parlato
di chiodi per terra. Il Professor D’Amato spiegava
un pronome… nemo: nessuno, non nemo: qualcuno Nessuno
giungerà oltre le vene, è semplice, ragazzi. Qualcuno
è scomparso o comunque non dà notizie. Il postino
mi consiglia di guardare meglio nella buca,
anche in quelle vicine. Guarderò. Neminem
excipi diem: per nessun giorno ho fatto eccezione. Morire
è dunque perdere anche la morte, infinito
presente, nessun appello, nessuna musica
di una chiamata personale. Oltre le vene che furono rito
e dimora, milligrammo e annuncio, grido infinito
di gioia o di soccorso, nessuno mai
oltre queste vene. E’ semplice, ragazzi, nessuno.

***

4. PAOLETTA

Il forte silenzio
gettato sul tuo corpo
mi accompagna in questo paesaggio
di metano e di palestre
ecco il golf di lana spessa
sulle braccia vittoriose
della fanciulla campionessa
la cintura nera sul kimono
l’asfalto imbevuto
di peso buio.
Tutto è ancora qui
nelle segrete espansioni nella ginocchiera
che ci siamo scambiati
a fine gara: piove sul Fossati
e l’acqua ci sta accanto, l’acqua vera
del battesimo e del pianto
che spense la prima candelina,
quel polso leggero,
quel prendere netto.
Così finisce, così ci si inchina
colpo di grazia
nel corpo benedetto

***

CARTINA MUTA

Ora lo sai anche tu
lo sappiamo
mentre siamo per rinascere

Franco Fortini

 

Entriamo adesso nell’ultima giornata, nella farmacia
dove il suo viso bianco e senza pace non risponde al saluto
del metronotte: viso assetato, non posso valicarlo,
è lo stesso che una volta chiamai amore, qui
nella nebbia della Comasina.
Camminiamo ancora verso un vetro. Poi lei
getta in un cestino l’orario e gli occhiali,
si toglie il golf azzurro, me lo porge silenziosa. «Perché fai questo?»
«Perché io sono così», risponde una forma dura della voce,
un dolore che assomiglia
solamente a se stesso. «Perché io…
né prendere né lasciare.» Avvengono parole
nel sangue, occhi che urtano contro il neon
gelati, intelligenti e inconsolabili,
mani che disegnano sul vetro l’angelo custode
e l’angelo imparziale, cinque dita strette a un filo,
l’idea reggente del nulla, la gola ancora calda.

«Vita, che non sei soltanto vita e ti mescoli
a molti esseri prima di diventare nostra…
vita, proprio tu vuoi darle
un finale assiderato, proprio qui, dove gli anni
si cercano in un metro d’asfalto…»

Interrompiamo l’antologia
e la supplica del batticuore. Riportiamo esattamente
i fatti e le parole. Questo,
questo mi è possibile. Alle tre del mattino
ci fermammo davanti a un chiosco, chiedemmo
due bicchieri di vino rosso. Volle pagare lei. Poi
mi domandò di accompagnarla a casa, in via Vallazze.
Le parole si capivano e la bocca non era più impastata. «Dove sei stata
per tutta la mia vita…» Milano torna muta
e infinita, scompare insieme a lei, in un luogo buio
e umido che le scioglie anche il nome,
ci sprofonda nel sangue senza musica. Ma diverremo,
insieme diverremo quel pianto
che una poesia non ha potuto dire, ora lo vedi
e lo vedrò anch’io… lo vedremo,
ora lo vedremo… lo vedremo tutti… ora…
…ora che stiamo per rinascere.

***

DONATELLA

La danza fiorisce, cancella il tempo e lo ricostruisce
come questo sole invernale sui muri
dell’Arena illumina i gradoni, risveglia insieme agli anni
gli dei di pietra arrugginita. «C’è Donata De Giovanni?
Si allena ancora qui?» «Come no, la Donatella,
la velocista, la sta semper de per lé.»

Mi guardava fisso, con l’antica dolcezza milanese
che trema lievemente, ma sorride. «Eccola, guardi,
nella rete del martello… la prego… parli piano…
con una mano disfa ciò che ha fatto l’altra mano.»
«Chi è costui? Un custode, un’ombra, un indovino…
quali enigmi mi sussurra?» Si avvicinò
a Donata, raccolse una scarpetta a quattro chiodi.
«La tenga lei, signore, si graffia le gambe…
povera Donata… è così bella… Lei l’ha vista…»

«Forse il punto luminoso della pista
si è avvitato a un invisibile spavento, forse
quest’inverno è entrato nella gola insieme al cielo:
era sola, era il ventuno o il ventidue gennaio
e ha deciso di ospitare tutto il gelo»

«O forse, si dice, è successo quando ha perso
il posto all’Oviesse, pare che piangesse
giorno e notte… per non parlare di suo padre…
i dottori che ha chiamato… mezza Milano»

«Io, signore, sbaglierò, le potrà sembrare strano
ma dico a tutti di baciarla, anche se in questo
quartiere è difficile, ci sono le carcasse dell’amore
c’è di tutto dietro le portiere. Sì, di baciarla
come un’ orazione nel suo corpo, di baciare
le ginocchia, la miracolosa forza delle ginocchia
quando sfolgora agli ottanta metri, quasi al filo
e così all’improvviso si avvera, come un frutto»

«Lo dica già stasera, in cielo, in terra, dappertutto
lo dica alle persone di avvicinarsi: ne sentiranno
desiderio – è così bella – e capiranno che la luce
non viene dai fari o da una stella, ma dalla corsa
puntata al filo, viene da lei, la Donatella.»

***

“T.S.”

I
Ognuno di voi avrà sentito
il morbido sonno, il vortice dolcissimo
che si adagia sul letto
e poi l’albero, la scorza, l’alga
gli occhi non resistono
e i flaconi non sono più minacciosi
nella luce chiaroscura del pomeriggio
mentre mille animali
circondano la lettiga, frenano gli infermieri
il disastro del respiro sempre più assopito
nei vetri zigrinati
dell’autombulanza, appare
il davanzale di un piano, il tempo
che sprigiona i vivi
e li fa correre con la corrente nelle pupille,
l’attimo dell’offerta, per scintillarle.
E improvvisa, la quiete
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio,
il desiderio che nasce, il gesto.

II
E poi avrete sentito, almeno una volta
quando il liquido, delicatissimo,
esce dalla bocca, scorre giallo nel lavandino
e la sonda e le sirene sempre più lontane.
Il respiro si affanna, finisce, riprende
quanta pace nella spiaggia gelata dal temporale:
una canoa va verso l’isola corallina
e sotto l’oceano si accoppiano le cellule sessuali
non ci sono eventi irreparabili
ma solo le spugne cicliche,
gli insetti che hanno coperto l’aria:
ecco un colore di madreperla, una roccia nella sabbia,
l’accappatoio che toglie con un solo gesto
solennità della luce, la meraviglia, la prima
e la femmina del pellicano
chiama la nidiata sparsa nella tempesta
e forse vede qualcosa, tra gli scogli,
qualcosa che si muove
domani correrà con i suoi bambini
mescolata, per respirare
nel turchese profondo della marea
che sale in superficie, sta rinascendo adesso
e trova una terra diversa, un’altra voce.

***

SOLTANTO
Soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fronte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.

***

ORA C’È LA DISADORNA

Ora c’è la disadorna
e si compiono gli anni, a manciate,
con ingegno di forbici e
una boria che accosta
al gas la bocca
dura fino alla sua spina
dove crede
oppure i morti arrancano verso un campo
che ha la testa cava
e le miriadi
si gettano nel battesimo
per un soffio.

***

LE SQUADRE

Siete pur sempre nelle tenaglie
di una polvere, di una
promessa del 1961, quando
i giardini diventano un rasoterra
del numero otto, con i calci nell’arte.
Sì, una promessa
diceva: sarete fatali al correre
come il ritmo di una strada è
fatale alla piazza che porta in sé
tutti
nelle forze del prato che, spelato,
diventa questo
essere tenuti nella montagna.
E sarete
questa musica del sottomondo
che sopraggiunge a fare bianco il cibo e
darlo silenziosamente alle squadre
nessuno
può sbagliare un passaggio, nessuna chiacchiera
che non piglia i fili,
i fili delicatissimi
della cosa
nessuno, ve lo ordino, nessun abbraccio in pausa
gli arpioni della lana
vivono sulla pelle,
uccidono le stupide scivolate:
freccia,
portaci tu i piedi
verso la vittoria, e in questo spiazzo
fa’, unico dio, unica gioia del pomeriggio,
fa’ che tutto sia immenso, fa’ che non
piova.

***

“VERSO LA MENTE”

Prima che dormissero le mirabelle
e la vera carta diventasse cieca
indietreggiò sentendosi
colpita e non riconobbe
il cane nell’acqua…
era suo padre…
corse via dalla cucina
fece un cenno
dove capitò il cielo
stracciando la carta carbone
lavando i bicchieri con la cenere
anatre come patriarchi
sorvegliano che tutto sia in ordine
tirò fuori il costume da bagno
e lo mostrò alla notte
bilance rincorrono bilance
la benda odora forte di
zuppa di pesce
e il grembiule è rinchiuso nella testa:
attese sul platano che
un lungo pensiero finisse
poi si affacciò alla finestra
e mentre l’erba aspettava
erano passati nove giorni di
giugno.

***

STORIOGRAFIA

Non abbiamo visto niente se non quel vedere
sfioriti i versi e la morte, fallimento muto
degli occhi per noi estratti a sorte.
Nostra Signora delle nebbie perenni e del minuto
di’ quale vita abbiamo vissuto, in quale dimora
la musica delle sfere non scende su Greco e i millenni
sono un metro d’asfalto, naviglio celeste
tra gli altiforni e il capogiro.
“Nell’uomo che liricamente li sveste
i morti trovano consiglio.”

***

L’OCEANO INTORNO A MILANO

I
L’oceano lì davanti lì
davanti come un’idea a perpendicolo
o uno sbocco di sangue
nell’intervallo più piccolo
tra le tempie.
Il grigio soffre. Il gùgio non è un colore
ma un voltarsi, scrutare per terra
l’assoluta metà di ogni cosa, piegare in quattro
i pianeti della fortuna,
che dentro la tasca ci danno un confine,
come questa fila di case, d’inverno,
significa camminarci accanto, essere d’inverno.
II
Nostra Signora dei naufraghi,
I millenni non scendono più qui, viscere abbreviate,
capolinea dell’alta velocità.
Insegnando l’alfabeto con l’identica voce
che ci oscura dall’altra parte
siamo caduti dalla sedia
per un movimento sbagliato della biro
viaggiando quarantadue anni
in una scatola dello spazio, scrutando
i tempi finali dell’ossigeno,
non abbiamo chiesto l’acqua ma la sete.