“I vivi e i morti” di Andrea Gentile

E’ in libreria I vivi e i morti di Andrea Gentile, edito da minimum fax (qui la pagina dedicata). Ne scriverò prossimamente in maniera più complessa e meditata, ma inizio a segnalare l’eccezionalità del testo e dell’autore, del quale fui editore per il suo titolo di esordio, L’impero famigliare delle tenebre future (il Saggiatore), sorprendente e letterario a un livello intenso, in qualche modo rivoluzionario.
Ho avuto la fortuna di scrutare all’interno de I vivi e i morti, quest’opera che è summa, ovverosia universo che non si comprende se sia in espansione o in infinito collasso: la leggevo, vocalmente indistruttibile e certa, quando ancora germogliavano parole violente e visioni di tenerezza struggente, su cui Gentile andava costruendo la struttura del tremendo. E’ un capolavoro dell’epica italiana, una scrittura tra le più affascinanti di questi anni, un immaginario impossibile e coerente, una collettività di fantasmi faulkneriani, continuamente smentiti dal mondo, continuamente capaci di smentire il mondo. Tra sotterranei carcerari piranesiani, galee che solcano un mare che non esiste, tratturi su cui si avventurano giganti e bambine, apoteosi di quel personaggio rabelaisiano che è Gianni Sannio, i senzaterra arrivano a popolare Masserie di Cristo, un ipostatico paese del Centritalia colpito dai fulmini dell’apodissi, una delle figure centrali nella prosa di Andrea Gentile. E’ da leggere, non so come essere più persuasivo di così: è necessariamente da leggere, per esserne necessariamente invasi, per partecipare all’epopea di un’umanità derelitta, in cui Béla Tarr incontra Franz Kafka, più che László Krasznahorkai. E’ un torrido, glaciale momento della prosa italiana contemporanea, della narrazione che si rinnova in forma sorprendente e granitica, del sogno materico che mette in luce uno scrittore importante, un libro imprescindibile, trasformativo, integralista, fondamentale e fondamentalista. Questa, secondo me, è la letteratura. Cibatevene, bevetene: questo è il suo corpo e il suo sangue, offerto in memoria di voi stessi.

Finisce l’esperienza al Saggiatore. Un ringraziamento ai saggiatoriani

saggiatore_twitter_400x400Termina la splendida esperienza che mi è stato permesso di compiere al Saggiatore. Da fine marzo non sarò più consulente ed editor della narrativa italiana. Sono stati anni esaltanti, a contatto con un gruppo umano eccezionale, sotto la regia accorta del presidente Luca Formenton, l’editore, personalità capace di un illuminismo d’eccellenza e di intuizioni folgoranti, oltreché dotata di un amore sconfinato per la letteratura e la sua declinazione editoriale: un intellettuale che non smetterò mai di ringraziare per le possibilità datemi e le esperienze concessemi. Ho avuto l’occasione di lavorare con autori diversi tra loro e ognuno capace di segnare la narrazione con profondità e stile, lavorando sui generi e oltre: desidererei ringraziare ciascuno scrittore saggiatoriano, ma la lista, dopo più di cinque anni, sarebbe troppo lunga per un post. Mi sia permesso di ringraziare lo staff del Saggiatore, dal direttore editoriale Andrea Gentile agli editor Andrea Morstabilini e Matteo Battarra, così come i componenti della redazione e dell’ufficio stampa e diritti, di quello tecnico e di quello commerciale, oltre che dell’amministrazione. Un ringraziamento ammirato e grato va alla mente che concepisce la grafica d’insieme della casa editrice. Si è trattato di uno dei periodi più arricchenti e dinamici della mia vita professionale. Il Saggiatore, lo dico senza remore e sospetti di malizia, mi sembra in questo momento una delle realtà migliori e più continue del panorama italiano, non c’è cedola editoriale che non contenga testi fondamentali e/o interessantissimi. Un ringraziamento finale, ma che non è ultimo in importanza, alle lettrici e ai lettori che hanno scelto di seguire le scelte e il lavoro che sono state effettuate in questi anni presso i tipi de il Saggiatore.
E ora? Ora si va in mare aperto, intuendo i contorni dell’isola che non c’è e che sta per esserci.

Da “Etere Divino”: Etere Divino Incatenato

Etere-divino

ETERE DIVINO INCATENATO

di ANDREA GENTILE e GIUSEPPE GENNA
[da Etere Divino, il Saggiatore, 2015 – http://amzn.to/1mLEIoQ]

Con tutti quelli che deve sopportare, inchiavardato alla roccia finale delle Scizie infernali dopo di cui finisce tutto il mondo e è vuoto, ridotto dalle chiavarde di Efesto e nudo al vento, infisse nella roccia dura insieme a Ermete, dopo tutto quello che ha fatto, per ordine di Giove Pluvio che lo vuole lì in castigo, e per di più i rapaci vanno a mozzicargli l’epa, ché tanto di fegato ce n’è sempre in sovrappiù, come dimostrano i fegatini dentro la minestra di brodo e di riso con i pezzetti di prezzemolo verde scuro tra i fegatini che non vuoi, bambina, e dopo che la vacca Iò è venuta a raccontare a lui, proprio a lui, che l’attizza un punziglione di bombo da qui alla fine del mondo solo perché con Giove Pluvio lei proprio non voleva dare la carne, ti pare che al Prometeo Incatenato dopo tutte queste cosalità gli arriva lì davanti, come se nulla fosse, e in effetti è nulla, e in effetti nulla è, il nostro Etere Divino, reduce da una escursione tra dolomie e da una curiosità di mitologia greca? No, lui è qui venuto su per il sentiero tra alpestri spezzettate e ciuffi di prezzemoli e si pianta lì, senza colpo ferire, davanti al Prometeo Incatenato e gigantesco, cui l’aquile non risparmiano il tessuto soporoso di sabbia di rognone e d’interiora che è il fegato: non sente niente, non ha l’innervatura, come il cervello, un falchetto può beccarlo spora per spora e lui non sente niente: è un organo cretino, come il cervello. Per di più è marrone e ci passa la vena porta. Si rigonfia se t’infurii, se lo invidii sprizza bile, tra l’erbe in un aere marzolino vedi le viscere verdiviola e screziate di rame di un qualche animale notturno tra stecchi a croce di legnetti e la vescica tutta d’oro: questa è la natura, delle cose. Per questo crescono comodi a tradimento i cancri. Si possono magnetizzare con terapia frazionata e cauterizzare con degli spilloni elettrici lunghi che ti si infilano per cauterizzarli quei pallini epatici così morbidi e letali, così a vedersi, nelle ecografie. Forse Etere Divino Prometeo Incatenato lo scambia per una roccia un poco adunca a forma grezza umana del granito scizio: sta lì e non gli dice niente. Ma la scoscesa d’un K2 per caso urla così? Fa rimbombare le brezze verso la conca del metallo in Cielo, con quelle urla epatiche di dolore vero, eschileo, Incatenato, Prometeo. Che cecità quando si urla, quando si prova il dolore vero. Bada te che non si pensa niente, quei gravi istanti che dura. Lo scorticano strigiformi con i becchi adunchi che indagano tra i fegatelli e l’urlo arriva fino a Crescenzago e oltre, rimbalzando dalle colze occluse dei cieli a bitumi, sopra le città degli uomini, cui rubò il fuoco. Vedi: il brando mistico lo portava a noi e, fedele spennato arcangelo, cade nel vano. Ghiacciato è il fulmine, le Meteore pallide, pianeti spenti, piovono tutti gli angoli da tutti i firmamenti nella materia che mai non dorme e tiene l’impero nel lampo tremulo e umido provoca e insiste. Questo era Prometeo prima che fosse Incatenato.
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Prodromi alla rivista “Il Saggiatore”

Schermata 2016-01-25 alle 18.18.30Qualche tempo fa ho chiesto a quanti sarebbe interessata una rivista culturale fatta seriamente. Risposero in più che seicento persone. Da oggi sto lavorando a questo progetto. La rivista sarà editata presso Il Saggiatore e si chiamerà “Il Saggiatore”. A pensarla e dirigerla sarà un comitato a quattro, composto dal direttore editoriale della casa editrice, Andrea Gentile, dagli scrittori e intellettuali Giorgio Vasta e Giancarlo Liviano D’Arcangelo e dal sottoscritto. Si tratterà di un quadrimestrale cartaceo, accompagnato da un sito ad aggiornamento continuo. L’oggetto cartaceo sarà pensato come un’opera, con fattezze di libro ogni volta concretamente spiazzante, come nel caso di riviste americane a cui si è guardato. I numeri saranno monografici, con interventi inediti di intellettuali e artisti, spesso stranieri, altrettanto spiazzanti. Si porterà avanti il discorso del contemporaneo, che noi intendiamo come presente avanzato, sguardo sul futuro, complessità, discipline divergenti e convergenti in dialogo reciproco e in osmosi continua, dall’intelligenza artificiale all’economia alla nanotecnologia alla letteratura alla neobiologia al cinema ai big data all’arte alla nuova politologia alla musica alle scienze della psiche. La rivista è saggiatoriana anzitutto in questo: esprime il discorso del contemporaneo che stiamo cercando di rappresentare con scelte di catalogo. Sguardi sul futuro e dirottamenti del passato fungeranno da modalità essenziali a un discorso che vuole consistere, vuole avere consistenza: che cos’è il contemporaneo. L’abbonamento annuale ammonterà a una cinquantina di euro per tre numeri e un libro in omaggio. A quota 100 abbonamenti si avrà la sostenibilità del progetto, sul quale inizio da oggi a lavorare, per allestire una realtà di rete che comunichi approccio e rigore dei contributi. Chiederò in un post, prossimamente, una volta volta realizzati alcuni significativi numeri zero, quante persone sono effettivamente disposte ad abbonarsi. Detto ciò, un’osservazione del tutto personale, che non impegna le altre menti al lavoro su questo progetto. Nell’impegnarmi in prima persona su una simile iniziativa, parto dall’insoddisfazione che genera in me constatare da anni che le pubblicazioni italiane, suppostamente di livello, non lo sono affatto. Sarei stufo e stremato dall’indecenza contenutistica che si sta proiettando da anni in un àmbito editoriale, quello delle testate culturali, che, se pure può sembrare non fondamentale, mentre è davvero fondamentale, arreca tuttavia avvilimento per assenza pressoché totale di valore e di adeguatezza culturale. Come detto, è un’osservazione che pertiene me e, giuro, è l’unico momento a carattere *destruens* che mi concedo. La rivista “Il Saggiatore”, e questa è una posizione comune, e dell’editore e dei realizzatori, lavora al positivo, all’espansione, all’analisi e alla sintesi. Fate sapere se la cosa vi interessa e fatelo sapere a chi può essere interessata/o.

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Su Blow Up: Giossi su “Etere Divino”

Si parla di “Etere Divino”, il libro di Andrea Gentile e me, appena pubblicato presso il Saggiatore. Io sono abbastanza commosso da questa intercettazione di Giacomo Giossi su “Blow Up”. Giacomo Giossi è un intellettuale che stimo e non da oggi. Uno dei momenti qualificanti della scrittura è l’impatto con lo sguardo altrui, che è uno sguardo altro, uno dei molti sguardi altri possibili. Qui io e Andrea Gentile veniamo visti nelle intenzioni e negli esiti di quelle intenzioni. Se ciò bastasse a decretare che si tratta di letteratura, la letteratura non esisterebbe. La letteratura è una proposta dell’impossibile, da parte dell’impossibile, potenza che utilizza il materiale umano che trova, il quale si mette a disposizione dell’impossibile, volente o nolente. Un neurone è per sempre: al servizio della letteratura. Ora, né io né Gentile né Giossi sappiamo se l’impossibile ha utilizzato questi poveri neuroni, non sappiamo se la letteratura parla in “Etere Divino”. Sappiamo soltanto che Etere Divino parla in “Etere Divino”. Etere Divino è personaggio e non personaggio, mondo e più che mondo e meno che mondo – questo è certo. Non esiste nemmeno il problema se “Etere Divino” sia bello o meno. Al massimo, può essere perturbante. Dal mio punto di vista di autore, che ovviamente è molto sospetto e anzitutto per il fatto che può essere inquinato dalle tossine del narcisismo, si tratta della proposta poetica e affabulativa e narrativa più radicale che io ho effettuato nella mia vita. Il giudizio va allo sguardo altro, che sono le lettrici e i lettori, nel tempo e cioè fuori dal tempo, tra i quali è certissimo che Giacomo Giossi è stato ed è stato uno dei più amati, e non perché abbia parlato bene del libro. Il punto non è questo: il punto è l’amore.

Etere Divino su Blow Up

Con Andrea Gentile: il poema latente “Etere Divino”

E’ in tutte le librerie da oggidì “Etere Divino”, poema latente e romanzo nascosto di cui sono autori Giuseppe Genna e Andrea Gentile, edito presso i tipi de Il Saggiatore, fabbrica letteraria e intellettuale radicata in Milano, sotto l’egida di Luca Formenton. Qui la lettura di un brano, “Bambino”, ovviamente per Alfredino: https://www.youtube.com/watch?v=HGn_SJnZbsQ. Il testo della quarta di copertina, di cui è autore Andrea Morstabilini, a cui il libro è dedicato:

“Etere Divino nasce, e nascendo genera il mondo in cui viene al mondo. Etere Divino, astro di terracotta, singolarità gravitazionale, si muove in questo mondo creato da sé medesimo – un po’ Walser un po’ flaneur – e il mondo si fa intorno a lui, così che tutto si dispiega davanti al lettore un universo che nasce, si espande, va morendo; un universo a cui capita, per clinamina imprevedibili, di essere il nostro. Al centro di questo poema cosmogonico, punto omega delle sue costellazioni immaginali, sta appunto Etere Divino: incontra la morte ma la dimentica, sperimenta il sacro rigettando però il barocco, saetta furioso sopra mari salgariani e infine – protagonista della più celebre e imitata delle catabasi letterarie – rinasce al mondo pronto per l’esperienza del tragico che, dell’esistenza innocente degli inizi, è il puntuale, necessario, doloroso controcanto.
Etere Divino è un congegno testuale che, ora aprendosi in diastole vertiginose e immaginifiche, ora contraendosi nelle sistole di una lingua densissima ma pronta ad accogliere il proprio sfacelo, porta il lettore a fare, attraverso la lettura, esperienza di sé nel tempo. E di quel tempo assoluto in cui le categorie di presente, passato, futuro, prima e dopo, smettono di avere significato che è il tempo della letteratura: vivono allora in queste pagine Esiodo e Kafka, Eschilo e Melville, poi Omero, Dante e Shakespeare, Leopardi, Carmelo Bene, tappe erratiche di un’odissea contemporanea che è anche, e prima di tutto, odissea della lingua.
Prosa se la natura della poesia si identifica nel suo darsi per versi; poesia se la radice della poeticità è la «sublime esitazione fra il senso e il suono», Etere Divino stupisce per l’imprevedibilità dei toni e delle soluzioni, dimostrando per virtù stessa della propria esistenza l’imperfezione e l’obsolescenza di generi e registri letterari, diaframmi che dividono, veli che separano la lingua dall’assolutezza che, sola, è vera cifra della letteratura.”

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Spizzichi editoriali dai Novanta e dagli Zero

Stasera passeggiavo con Andrea Gentile per le vie umide e squallide della Neomilano, che altro non è se non Milano più i neon. Si parlava di Dioniso Zagreo e del tragico, di un viaggio nel nulla a Valencia e dell’anemotività del popolo danese, del servizio Enjoy di car sharing e di Advaita. In corso San Gottardo incrociamo l’editore Leonardo Pelo (http://www.noreply.it) e con lui si constata l’orizzonte attuale, si condividono notizie sofferte e aneddoti vivaci e leggeri, si ricorda l’editoria dei Novanta e degli anni Zero manco stessimo parlando dei mercoledì Einaudi, anzi proprio osserviamo che i mercoledì esistono ancora ma l’Einaudi non si sa. Rievochiamo i tempi bellissimi di “Biblioteca in giardino”, la manifestazione che Leonardo organizzava nelle biblio comunali di periferia a Milano: una volta, centinaia di persone in Tibaldi ad ascoltare Valeria Parrella, un’altra io con Sandrone Dazieri al Lorenteggio a parlare di Scerbanenco. Era un tempo orrendo e in qualche modo bello. E’ stato bello parlare così, casualmente, nell’affetto, ricordando cosa facevano in Mondadori Michele Monina ed Edoardo Brugnatelli, o il caro Marco Mondadori e le prime applicazioni del lingubot Eliza. Ecco: se Neomilano fosse un poco più Milano, con – non dico tanto – qualche momento di aggregazione realmente culturale, come c’erano a tutti gli effetti nel 2004, anche uno cresciuto a Intrapresa di Gianni Sassi e MilanoPoesia di Antonio Porta si sentirebbe meglio. Al momento non c’è nulla: nulla. Certo, c’è BookCity, vanno avanti da anni a cercare di farsi affidare la “Casa delle letterature” milanese, ci sono spazi autogestiti. Però qualcosa è subentrato. Uno sente che manca il collante. L’esperienza si fa meno bella e compatta. Il 2.0 esistenziale dei bocconiani che stanno dietro dove abito non mi segna esperienzialmente, con quei mohito 2.0 e quei negroni giusti, mai sbagliati, sempre troppo giusti. A volte mi pare di attraversare questa folla come un ultracorpo e di avvertire il diaccio vuoto in cui si estendono le regioni più remote dell’universo. Non ci vuole ambizione, semplicemente si chiede qualche risorsa, scarsissima, per organizzare, discutere, condividere ed entrare in una propria memorabilità intima in quanto un poco collettiva anche. Ciò non toglie nulla all’atto di scrittura e nemmeno aggiunge alcunché. A ben vedere, nemmeno all’esistenza toglie nulla. Però sarebbe ugualmente bello se ci fossero, le biblioteche fiorite di maggio a Milano.

Tre narrazioni italiane eccezionali

Esiste un certo orgoglio nel collaborare con il Saggiatore. E’ l’orgoglio che coglie chi ha partecipato a un circo bellissimo e scoppiettante, che fu l’editoria. Oggi non esiste più l’editoria. Esiste, certamente, ma è come se si fosse passati da una mappa continentale a quella di un arcipelago. Sicuramente il Saggiatore è un’isola di questo arcipelago. E’ un luogo di confronto e di eccellenza del lavoro editoriale. Capita così che siano pubblicati, nell’arco di un mese, tre narrazioni italiane secondo me pazzesche. Ritengo che in nessuna casa editrice sarebbe accaduto. Sembra antieconomico e anticomunicativo e trascurabile, in quanto il Saggiatore non è una casa editrice di grandi dimensioni o con una fetta di mercato ampio. Invece è significativo. Proprio nel momento in cui si denuncia crisi economica, abbandono dei lettori, opponendo strategie da editor che sono surreali indegne irrazionali e cretine, ecco in libreria tre testi italiani che, almeno a me, tolgono il fiato e mi bombardano di domande, mi sfidano a oltrepassare le poetiche che sottendono, mi spiazzano e mi mostrano quanto ampio e vivente sia l’agone letterario, cioè il campo di battaglia universalistico a cui la letteratura autentica espone e l’autore e il lettore. Davvero, non sto facendo pubblicità, altrimenti direi: scusate, faccio un po’ di pubblicità. No, sto cercando di condividere lo stupore di un dramma privato esposto in pubblico, cioè lo stupore che scarnifica quando si legge un testo che è romanzo e poema allo stesso tempo. Di questi tre romanzi che stanno uscendo in libreria io non so quanti giornalisti o critici scriveranno. Ciò che è fondamentale, però, è che il Saggiatore tiene in catalogo tutti i titoli che edita, e quindi anche queste narrazioni che, ad altezza 2014, io giudico abbastanza cruciali. Siccome al Saggiatore faccio anche l’editor della narrativa italiana, si potrebbe pensare che sono titoli scelti da me e che per forza venga a dire che sono narrazioni centralissime. Ecco, non è così. Dei tre titoli, uno è arrivato in redazione attraverso Serena Casini; uno attraverso Luca Formenton direttamente ed è stato intensivamente lavorato da Andrea Morstabilini, mentre io e Andrea Gentile stupivamo nel sovrintendere silenziosamente alla tenuta della lingua, dell’esplosione di personaggi tempi e immagini; il terzo è stato scritto da un traduttore e poeta di valore assoluto, che stimo da circa vent’anni. Nei prossimi post vorrei soffermarmi un minimo a discettare su ognuno di questi libri, che qui soltanto annuncio e sui quali richiamo la vostra più affettuosa attenzione: sono tutti e tre la smentita alla finta narrativa cialtrona con cui certi editor ritengono di rispondere alla crisi, producendo cialtronerie in quantità industriale; e sono la dimostrazione che vividdio non è morto il romanzo, non è morta la poesia, non è morto il pensiero e non è morto l’incanto – è morta invece quella forma calcarea e un poco disumana che si fa il selfie con l’autopublishing e l’orrore televisivo che ha introiettato in sé. La guerra del Genio contro la Bêtise continua e a perdere è sempre quest’ultima. Ecco, dunque, le opere e gli autori che vorrei celebrare: Arrigo Arrigoni è autore di “Persona informata sui fatti” (http://bit.ly/1jHgjdl), romanzo-mondo sconcertante, una delle narrazioni italiane più sconvolgenti che abbia mai incontrato; Davide Orecchio è autore di “Stati di grazia” (http://bit.ly/1eOjrUM), iper-romanzo in forma labirintica, capace di un’oltranza linguistica impressionante (si veda qui); Massimo Bocchiola è autore de “Il treno dell’assedio” (http://bit.ly/1l3qj2i), praticamente un poema epico e lirico in prosa. Nei prossimi post, qualche parola su ognuno dei testi e degli autori, anche se il galateo editoriale imporrebbe una certa discrezione da parte mia. Però quell’editoria e quel galateo non ci sono più, il mondo cambia, soltanto l’arte muta restando identica.

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Ponso: su L’IMPERO FAMILIARE di Gentile

di ANDREA PONSO

Se la narrazione è una linea che  – volente o nolente, e anche attraverso le vie più impervie e inusitate –  congiunge un inizio e una fine, il lavoro di Andrea Gentile, in qualche modo, contraddice e potenzia tutto questo, accelera e immobilizza tale percorso. Il punto di partenza, infatti, è una fine che non finisce, sfinita ma tenace quanto l’estinzione del genere umano  –  mentre quello di arrivo è la presunta scomparsa, l’irreperibilità di un inizio, di una genesi, di una nascita che, se diventa fantasmatica nel suo punto di estinzione, sembra possedere anche la capacità retroattiva di cancellare le sue conseguenze fino al punto della sua nascita.

Si comincia infatti dall’agonia immobile del Vicario di Cristo, spiata e quasi sostenuta respiro dopo respiro dai mezzi d’informazione e, quindi, anche dalla parola – e si prosegue (se la parola ha ancora un senso all’interno di questo sismografo narrativo), con la ricerca della madre, del suo corpo o del suo irrigidimento tragico in cadavere, presentito come già presente, già accaduto ma impossibile da certificare e da toccare. È questa l’ossessione che guida la protagonista ma, come sappiamo, ogni ossessione non è mai progressione quanto piuttosto un girare a vuoto, come una trivella che affronta le asprezze e le stratificazioni della terra portando inevitabilmente con sé il corpo, i contorni e l’io di chi la incarna dolorosamente ma, anche, amorosamente, senza volersene staccare  –  come se solo in questa unica ossessione fosse possibile protrarre, anche se in negativo, come una corteccia che lentamente e metodicamente si scortica, la propria terremotata consistenza, la propria impossibile unificazione.

Tutto è vuoto in questa rincorsa che ha il ritmo e l’ictus pulsante di un buco nero; eppure, come in un buco nero, al suo limite percepibile, che viene chiamato, non a caso, orizzonte degli eventi, tutto assume un peso e una consistenza materica senza precedenti. Tutto è vuoto, certo, ma è un vuoto che ha un peso insostenibile, tanto che potremmo dire parimenti che tutto è pieno, pesante  –  e che ogni movimento è impedito da una forza di gravità schiacciante, opprimente: tanto quanto quella del corpo del Vicario di Cristo, il cui ictus è la sola misura metrica, atona, da cui si diramano le scosse, scheggiate e doloranti oltre la stessa percezione del dolore, che “s-muovono” questa scrittura letteralmente refertuale.

In questa spaccatura tra ritmo e silenzio si apre la voragine della scomparsa della madre: vero e proprio spazio di nascita, ventre che letteralmente dà luogo all’ossessione e, quindi, come già abbiamo detto, alla possibilità di una seppur minima consistenza del soggetto protagonista. Siamo in un territorio che, per certi aspetti, potremmo avvicinare alla condizione di “terrore della lingua” segnalato per la poesia di Andrea Zanzotto. La ricerca di immagini, di specchi che possano in qualche modo, anche solo per un attimo, mostrare il riflesso della protagonista, viene continuamente cercata e fuggita  –  tra l’impossibilità di un fondamento ontologico (il Vicario di Cristo) e la responsabilità nei confronti del desiderio e, quindi, del nascere e soprattutto dell’essere nati (la madre). Se nella lingua e nello stile del poeta di Pieve di Soligo l’etichetta di “letteratura” aveva ancora la sua forza di consistenza, già comunque inevitabilmente e profeticamente compromessa con il suo contrario, vale a dire con il rigor mortis e il blocco asfissiante della Norma  –  la lingua e lo stile di Gentile non posseggono più nemmeno questa infernale e paradisiaca sicurezza: sono infatti una sorta di alfabeto morse, un continuo sussulto come di chi procede a tentoni  –  sono la registrazione del respiro sempre più flebile e intralciato del Vicario di Cristo, un respiro sorvegliatissimo, che assume volumi universali e si espande in tutto il paese in trepidante e tragica attesa come il pulsare stesso di un millenario e sfinito universo; un respiro che è come lo stile di Gentile, perché ad ogni scossa ulteriore si va verso la morte e l’estinzione (anche la liberazione?)  –  ma si va anche verso la madre e l’origine, forse già morta o irreperibile.

Ma, in fin dei conti, non si può, nonostante tutto, non chiedersi “dov’è ora, adesso, la madre?”. La risposta, o le risposte, non sono univoche, non lo possono proprio essere; come non può e non vuole essere univoca, mi pare, l’interpretazione di questo scritto: si è chiamati, infatti, ad entrare in queste pagine lasciandosi accadere e cadere, e incespicare, senza la pretesa di ricostruire, di segnare sentieri già percorsi. Si è chiamati piuttosto a farsi anche noi sismografi, cercando di registrare quello che in noi si scuote e ci squassa in questa immobilità di pietra sorda e opaca. Allora, per tornare alla domanda sul luogo della madre: dov’è? Io posso dare la mia risposta, corrispondere la mia vibrazione, la mia screpolatura, lasciando cadere in mille pezzi il mosaico che forma la mia percezione, la mia cultura, la mia esperienza. E la risposta che riesco a darmi è proprio il cadere di tale mosaico, e non posso non vederlo provando profonda misericordia. A mio modo di sentire la madre è ovunque in questo libro, mentre il cercarla è solo un espediente per allungare la vita (o la non-vita della protagonista): è ovunque perché è il grembo sterile che continua a far nascere il mondo morente che la protagonista attraversa nella sua ossessione; è ovunque, ma non vista dall’interno dell’ossessione stessa  –  perché è la stessa madre a generarla, a distaccarsene per darla alla luce  –  quasi come se ogni consistenza oggettuale o soggettiva non fosse altro che l’effetto di una ossessione omnipervasiva che siamo soliti chiamare “realtà”. Una luce che, tuttavia, la protagonista sembra non potere o volere vedere, tanto è accecante e calcificata in ogni cosa, ad ogni passo, in una prossimità insostenibile, come quella della morte stessa che nasce  –  e, in questo, forse le differenze tra la madre e il Vicario di Cristo non sono più così grandi; anzi, in certi punti esse tendono tragicamente alla coincidenza  –  come quando padre e madre generano biologicamente un figlio, anche un figlio abortito, mai nato.

È la mancanza tragica e tuttavia del tutto grigia e consueta di relazione, di relazioni, che impedisce all’ossessione in cui è richiusa la protagonista di vedere e percepire qualcosa di “umano”, di poter davvero parlare, di sciogliere le scaglie balbettanti del suo terrore in undiscorrere piano  –  lasciandola invece in uno scorrere granuloso, a sbalzi, a scalini duri e secchi  –  ansimando in agonia, in sintonia solo con il respiro del Vicario morente e di un mondo che si fa deserto strettissimo, cunicolare, venoso ma senza la vita impetuosa del sangue. Per questo “tutto è museo”, un “museo” fatto per non essere visitato da nessuno, come ci dice la protagonista in uno dei suoi incontri che non sono mai veri incontri,  ma scontri abrasivi e, in fondo, inconsistenti: è questa contiguità tra abrasività e inconsistenza, mi pare, una delle trovate più interessanti e sconcertanti della scrittura di Andrea Gentile.

Ma, allora, cosa rimane a chi scrive e al lettore? Sembrerebbe, una sorta di “stanza dei relitti fonico-visivi” che la protagonista, nella sua ricerca, visita all’interno dell’ospedale deserto dove lavora la madre. Forse la madre è lì? Forse la letteratura è diventata un immenso reparto ortopedico, dove ogni postura della lingua si sbriciola e viene fantasmaticamente conservata come si fa con le cose che ci hanno colpito nel profondo, nel nucleo, nelle ossa disarticolate o spezzate o anche solo incrinate? Si sta, immoti, anche in questo “qui”, senza possibili e facili risposte  –  oppure con risposte fabbricabili all’infinito, come opere di ortopedia, tentativi di ristabilire posture, cenni, ictus, modi di deambulare o di rimanere in equilibrio. Ma la protagonista sembra voler rinunciare o non poter approfittare del rollare di questi infiniti relitti fonico-visivi: nella loro fluttuazione, distruzione e ricomposizione, essa rimane “ferma”, non acconsente con la sua persona al gioco dell’infinito intrattenimento, alla modalità difensiva e, tutto sommato, salvifica, di certo postmoderno. Forse solo un crocifisso, nel coacervo di immagini e relitti fonico-visivi assume, agli occhi della protagonista, una consistenza che si può dire “immagine pura”, forse un “segno”, che vuole dire qualcosa: “cosa vuole”  –  prima che tutto riprenda ad esplodere all’infinito. Tutto questo, oltre al deposito della Norma zanzottiana, richiama alla mente il guardarobato beniano, quello da lui stesso definito “obitorio delle lettere italiane” o, anche, gli ingranaggi stridenti della poesia di Amelia Rosselli: amati e odiati insieme, attraversati pericolosamente e umilmente per non rimanerne per sempre imprigionati. Infatti, anche questa scrittura punta, mostrando tutta la sua debolezza e finitezza, ad un oltre, ad una unità che non si dice ma si sente, c’è  –  tragicamente incistata su se stessa, dietro ogni relitto, ogni frase, ogni accelerazione o immobilità.

Il finale è e deve rimanere di calce (un tempo) viva  –  magari da grattare, in-utilmente, con gli artigli dell’arte, fino alla loro completa e lentissima erosione che, come una peste, prenderà progressivamente anche le mani e tutto il resto dell’immagine dell’uomo. Nel libro del Levitico si dice che, una volta che la malattia ha preso tutto il corpo, esso viene ripulito e sanato, di nuovo reso puro e santo. Il finale deve rimanere bianco.

Andrea Gentile: L’IMPERO FAMILIARE DELLE TENEBRE FUTURE

Arriva in libreria, per la narrativa del Saggiatore, l’esordio letterario di Andrea Gentile, L’impero familiare delle tenebre future (€ 14), un testo che mi rende orgoglioso di svolgere opera di editor presso la casa editrice milanese. Riproduco la quarta di copertina e un passaggio del libro, già comparso su Affaritaliani.it:

In un centrosud fantasmagorico e in un presente dilatato, mentre l’anziano Papa R sta morendo in diretta su tutti gli schermi della nazione, una ragazza è preda della narrazione di un calvario psichico, fatto a sbalzi come la geografia immaginifica che si trova ad attraversare. Dalle case di un’anonima quanto sapienziale frazione, Masserie di Cristo, la protagonista trascina un titanico racconto alla ricerca di un corpo scomparso – quello della madre, recatasi all’ospedale dove è infermiera e sicuramente uccisa, già uccisa, nella certezza psicotica della testimone che tutto narra. Errabonda, disperata e veggente, tra incontri mitologici ed esperienze apocalittiche, questa ragazza in preda a un disturbo ossessivo compulsivo attraversa rade, campi calvi, dirupi, balze, torrenti, si inerpica su chine pericolose, penetra clandestina in antri magici arredati misteriosamente, mentre in video il morente Vicario continua a sopravvivere, ipnotizzando il suo popolo con il semplice ritmo del suo cuore indebolito e sciamanico. Fatti sconvolgenti, apparizioni che aprono brecce nel tessuto della realtà, architetture non euclidee colpiscono a raffica il lettore: obelischi eretti in memoria di stragi mai avvenute, sculture di pietre ferine, cimiteri dalle tombe cancellate, animali mutanti, fatti indicibili e un profluvio di carne pronta al proprio destino di putrefazione graduale e immedicabile. Nella marea montante di questa carne, si aggira come uno spettro la protagonista disperatissima e impossibilitata a mettersi in contatto con la madre: il più semplice e amoroso dei rapporti che si complica in una quête metafisica e ostacolata dall’incrocio di molti destini, cani licaoni e personaggi trapassati che riprendono corpo non avendo perduto l’anima, mentre al centro del libro dorme un sonno segreto l’immane animale che regge le sorti del cosmo…
In questa discesa per infera ad infera, si erige uno dei più sorprendenti esordi letterari dell’attuale narrativa italiana. Andrea Gentile impegna allo stremo la propria tenuta emotiva, catapultandoci in un’abnorme descrizione del territorio cerebrale e del significato della storia e degli universali, stracciati in quanto bersagli della narrazione e venerati in quanto sacre reliquie del fenomeno umano. Ricorrendo a una lingua conturbante per musica e sapienza, si costruisce un diario perpetuo che somiglia alle «croniche» fantastiche da territori dove il sogno si intesse col dramma mortale, cruento e mai defi nitivo. Talento immaginifico e plurilinguistico, Gentile si allinea alla nostra contemporaneità, che produce oggetti narrativi non identificati, rovesciando le strutture e alterando le percezioni: ponendo la volta delle stelle sotto i nostri piedi di viaggiatori mentali, ovverosia di lettori legittimati dall’autore a tornare a lande di incubo e di trasognate verità.

Tutt’attorno nulla giace. Bisogna correre. Sterpaglie si affastellano, escrementi di cavalli si ammonticchiano, paglia su paglia su paglia. Tu mi hai generato, mamma.
E, ora, io, sono, qui.
Era di gennaio, ed era il giorno della grande nevicata.
Eri su un letto bianco. Nessun lenzuolo rosa attorno a te: solo il verde melmoso e ospedaliero.
Non del tutto eutocico il parto.
I medici ti ronzano attorno, accennando a problemi di sofferenza fetale.
Stare a un passaggio a livello e aspettare: tutta la vita: nessuna possibilità di retromarcia. Dietro: la vallata infinita dei mondi infiniti.
Il display del cardiotocografo non è ottimista. Intanto i medici e gli infermieri appoggiano il trasduttore sull’addome, registrano le contrazioni uterine, valutano la loro frequenza.
Bisogna fare il cesareo. È un parto cesareo quello che ci vuole.
Rinunciare alla via vaginale e andare convintamente su quella addominale.
Anestesia: così possiamo ridurre la morbilità perioperatoria.
Il tuo corpo diviene museo. Si muove mummificato, madame Tussauds, senza magnetica, senza neanche dissipazione.
Stando, tu avversi il genere umano.
Una schiera di uomini e donne in mascherine e guanti bianchi ti accerchia. Sono tanti, e tu sei sola.
Ti spalmano un liquido sulla pancia.
Procedono.
L’incisione è longitudinale. È un taglio. Ora l’adipe sottocutaneo è attraversato, la lama raggiunge la fascia muscolare.
Sei museo, sei a metà tra l’essere e il non, né luna né stelle né lampi.
Respiri.
Ti aprono, tu vedi, vedi nello schermo buio del tuo stato indefinito, del tuo essere nel non, un’opera, la vedi lì di fronte a te, in quell’ospedale, tra bisturi e ferri e lame e odore di lattice e spirito, lo spirito, vedi, la Natività mistica di Sandro Botticelli, non alla National Gallery, qui e ora è qui, nel luogo indefinito del tuo stare, dodici angeli nel loro carosello vorticoso, uomini e donne qui, dodici angeli, un brano di paradiso, fulgente, il taglio è compiuto, il taglio che me svelerà, te squarcerà, il medico apre, taglia la fascia a destra e sinistra sotto il piano adiposo sottocutaneo, allarga la fascia in senso cranio-caudale, vede i muscoli divaricati, tocca, apre con le mani, come il macellaio sventra pollame, come lo svelamento di un gorgo vaginale, dischiava, che gli angeli danzano e ballano e tengono in mano ramoscelli di ulivo, e scendi con il viso, mentre io non ho, non sono, sinuosi gli angeli, scendi verso la caverna, è una bocca la caverna, la tua pancia, liquido amniotico fluisce sulle lenzuola, verso il basso, come un ruscello del presepio, sgorga sillabico e frammenti liquidi di una vita che fu, un impasto amniotico di amnios e cruore scorre verso le gambe, si distende sfilacciandosi, distanziandosi dalle viscere, e tu lo senti, lo guardi quel dipinto, è acqua sangue tempo, in te ripieghi, vuoto di forze, guardi ma non guardi quella grotta, forata nel retro, e vedi il bosco e la tettoia di paglia retta dai tronchi e il Bambino e il giaciglio e la vergine e il Padre e le fiere, ti aprono, in due, in quattro mani spalancano, una è dentro alla ricerca di me, me che non sono, me che, qui e ora, vivo, vivrò, vissi, scava, il Bambino nel dipinto si illumina spento, la mano del medico scava, afferra la mia testa, mi spinge verso l’esterno, verso questo gelo, il giorno della famosa nevicata, dei corpi polari e distanti, che eludono il calore dei corpi degli altri, le vite degli altri, è tutto qui, e io, nel momento che sarà, che fu, vengo afferrata per la testa, angeli, dodici ballano e cantano nel paradiso dorato, afferrata e tirata fuori vengo, io, qui e ora, sarò, io.
La Natività mistica subisce un colpo. Si squarcia. Svanisce il canto, l’abisso di caverna.
Svanisce il Bambino.
Si svela l’opera, si squarcia e svela.
Guardo fuori. È la neve, per prima, a tumefarmi, a gelarmi.
Una pozza di meconio vischioso ed escrementale mi segnala cosa sarà.
Non è straniante ora percepire il cordone ombelicale, continuazione del me.
Si svela l’opera, si squarcia e svela.
Svanisce il canto, l’abisso di caverna.
Svanisce il Bambino.
La madre può vederlo. Sulla tela, ora, qui, solo radici putrefatte.
Con un taglio netto e metallico, l’infermiera recide il cordone ombelicale, che ancora mi legava al mondo altro.
Sulla tela, ora, qui, solo radici putrefatte.
Nasco, io.
Sono, io, qui e ora, una radice putrefatta?