Avvicinamenti al romanzo HITLER: Sebald e Austerlitz

hitlercovermedia.jpgTre sono le dedicatarie del romanzo Hitler. Una è Helena Janeczeck, che ha messo in moto, con il suo “romanzo” Lezioni di tenebra, nove anni orsono, il progetto necessarissimo (per me, ovviamente) di osservare letterariamente Hitler: questo volto a cui gli scrittori si sono appoggiati senza guardarlo in faccia, senza scoprire che questo volto (iconizzato, reclamizzato, mitologizzato) è un volto bianco, vuoto, privo di caratteristiche – come ribadito ossessivamente, il volto che non è, il volto di una bolla di non- essere, il volto della non-persona. Un’altra delle deicatarie è Babsi Jones, l’autrice di Sappiano le mie parole di sangue. La spinta meditativa che mi ha fornito, nel momento in cui, dopo anni di studio, mi accingevo tra mille incertezze a scrivere, è stata fondamentale. Così come quella, ancora più decisiva, poiché mi è stata allestita una fucina teorica e pratica su forma e struttura e poetica, che Donata Feroldi, la terza dedicataria del libro, mi ha dato con una generosità da lasciare allibiti. Babsi Jones, tuttavia, e proprio in linea con la poetica dello sguardo da un tempo assoluto, che è il qui e ora, è riuscita retroattivamente a imporre uno sguardo confermativo e ulteriore sul <del<romanzo Hitler.
sebald_austerlitz.jpgQuesta estate, in condizioni personali assai penose, in un luogo indicibile (che sarà tra l’altro il soggetto, lo sfondo e la sostanza del “romanzo” che verrà pubblicato presso Mondadori dopo Hitler, prevedibilmente a fine 2009 o inizio 2010…), mi ero portato molti libri da leggere. Tra questi, Austerlitz di W.G. Sebald. Non riuscivo a sfondare la lettura, mi respingeva. Storia naturale della distruzione lo lessi in un giorno. Austerlitz mi opponeva come un muro. Raffinato, warburghiano – eppure spaventoso, in qualche modo – in qualche modo ne avevo paura. Tornato a Milano, ne parlai con Babsi che mi spronò, dicendo che era fondamentale per me leggerlo. Lo feci. Era fondamentale.
A cominciare da qui: “Tutti questi oggetti inerti che mi circondano – penso – sono l’unica traccia della storia individuale delle persone imprigionate e uccise ad Auschwitz”.

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HITLER – romanzo: la quarta di copertina

hitlercovermedia.jpg[Per chi ha seguìto le riflessioni e letto i materiali allestiti nell’officina del romanzo HITLER, che, come detto, è in uscita presso Mondadori il 16 gennaio 2008 a 19 euro, la quarta di copertina non costituirà novità: è la sintesi dell’atteggiamento di poetica adottato nella difficoltosa opera di ricerca di un modulo per rappresentare il non-essere che appare, oltre che il tentativo di risarcimento amoroso che per sua natura oltrepassa quel non-essere e fa coincidere con le vittime della Shoah, che sono i rappresentanti dell’essere avvertito al suo livello più intenso. Per i lettori che non hanno mai messo naso nell’officina del romanzo, la quarta di copertina costituisce un’ideale summa di tutto quanto ho tentato di ragionare nel corso delle mie meditazioni – ogni frase potrebbe dare vita a una digressione che spieghi e dipani l’orrore e l’errore, e la colpa che la scrittura condurrebbe su di sé qualora fosse finzionale. gg]
Il personaggio che si muove attraverso snodi poco conosciuti oppure tristemente noti, il protagonista di queste pagine è di fatto Adolf Hitler.
E questo è il primo romanzo che sia mai stato scritto su tutta l’esistenza di Adolf Hitler.
Non ci sono discronie né invenzioni; Genna piuttosto dilata particolari e fatti reali della vita del Führer, dalla sua infanzia fino al suicidio nel bunker, con sguardo attonito di fronte allo scatenamento di uno tsunami di coincidenze che conducono al potere una nullità: l’omuncolo destinato a produrre la più efferata tragedia della storia.
Hitler è, secondo il suo biografo Joachim Fest, la “non persona”, un essere che irradia non essere e morte, banalità e follia, l’ uomo le cui donne – tutte – tentarono il suicidio. Ma qui non c’è quasi nulla della morbosità che affligge tanta storiografia hitleriana, né indagini fantasiose sulla sua vita sessuale né evocazioni di inverificate forze esoteriche: Hitler è irrevocabilmente consapevole e responsabile, gli eventi sono descritti per come è accertato che andarono. Ricamare con la finzione sulla ferita che ha marchiato a fuoco il Novecento sarebbe osceno.
Strutturato per capitoli concepiti come le metope di un frontone, il romanzo di Genna sorprende per come connette i fatti più risaputi con elementi assai poco noti della vita del Führer. Dall’incredibile labirinto familiare da cui fuoriesce il piccolo Hitler, con i suoi deliri di grandezza e le sue improvvise abulie, all’esperienza limite dell’umanità disfatta nel gorgo della Männerheim, l’ostello per poveri e criminali dove passa anni da nullafacente; dall’esposizione al fuoco e ai gas della Prima guerra mondiale al ricovero in ospedale; dal rapporto incestuoso con la nipote Geli Raubal al comporsi dell’abominevole, grottesca corte dei suoi scherani.
Quest’opera ispirata e severa smonta qualunque funzione mitica attribuita al Führer, è il canto che non può ma vorrebbe risarcire di amore e di pietà le vittime del suo sterminio. Senza nulla concedere a lui personalmente, all’essere che più di quaranta volte pensò di suicidarsi, non riuscendoci che alla fine, dopo aver trascinato con sé nel baratro milioni di vite.

Il romanzo è: HITLER

Dal 16 gennaio 2008 in libreria, per la collana SIS di Mondadori, a 19 euro:
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Ecco dunque svelato il soggetto del romanzo di cui si è attrezzata qui l’officina. Le bozze sono corrette, la copertina è decisa [cliccarci sopra per una versione ingrandita]. L’avvicinamento a HITLER continuerà fino al giorno della sua uscita e oltre, con materiali ulteriori di riflessione.
Pubblico qui di seguito una nota, che non sarà edita nel volume, in cui chiarisco gli elementi essenziali di poetica personale che ho cercato di realizzare in questo libro.
POETICA E COSTRUZIONE DEL ROMANZO
Questo libro, prima di essere scritto, ha subìto una gestazione di dieci anni precisi. E’ nato (di qui, una delle dediche) per uno scatenamento interiore provocato dalla lettura di un “romanzo”, che attualmente considero uno dei capolavori in assoluto della letteratura italiana contemporanea: Lezioni di tenebra di Helena Janeczek. Non soltanto la lettura, ma anche la frequentazione continuativa dell’autrice mi hanno spinto alla stesura di quello che, con mia somma sorpresa, si rivela essere al momento il primo romanzo al mondo su tutta la vita e gli orrori di Adolf Hitler. La mia sorpresa è dovuta al fatto che, mentre in altre arti sono state create su e contro Hitler opere di valore imprescindibile (e specialmente nel cinema: dal fluviale Hitler: un film dalla Germania di Syberberg fino all’ultimo in ordine di tempo, La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Hirschbiegel), la letteratura ha intrattenuto con la figura di Hitler un rapporto casuale e mitologizzante, facendo spesso sponda e non indagine veritativa su questa sagoma apparentemente umana, utilizzando la finzione e aumentandone l’aura livida e morbosamente piegabile a ogni invenzione (gli ultimi casi sono Il castello nella foresta di Norman Mailer, forse il suo peggior romanzo, e Le Benevole di Jonathan Littell, che è uscito in Francia mentre terminavo la scrittura del mio testo ed è del tutto naturalmente l’“avversario poetico” del mio libro).

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Avvicinamenti al romanzo: le bozze

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
Sono arrivate le bozze del nuovo libro, il romanzo, la cui uscita in libreria è prevista da Mondadori per il 15 gennaio 2008. Al momento torreggia sul mio tavolo di lavoro un blocco che ammonta a 588 pagine. La correzione è abbastanza impegnativa e, sicuramente, è la più complessa tra tutte quelle che finora ho affrontato. Già da ora vorrei ringraziare le persone che si stanno facendo in quattro per la lavorazione, i cui nomi appariranno sulla pagina finale, quella delle note e dei ringraziamenti.
Quando titolo e copertina saranno definitivi, ne darò comunicazione qui, mostrando, infine, il soggetto del romanzo, ormai intuibile a molti, ad altri ancora non chiaro – verrà svelata l’identità delle Non-Persona di cui ho discusso nella costruzione dell’officina che ha accompagnato la stesura del romanzo.
Nei prossimi giorni, comunque, nonostante la carenza di tempo imposta da un lavoro quotidiano assai pesante, continuerò nella serie di “avvicinamenti” che ho iniziato a pubblicare da qualche giorno.
Una buona giornata a tutti i Miserabili Lettori! gg

Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
C’è un passo dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi che, per metafora, colpisce esattamente quanto penso sia errato nell’atteggiamento etico che Littell sfodera nell’affrontare, ne Le Benevole, la questione ontologica degli esiti del nazismo, con tutta la sua poetica che fa perno su tale atteggiamento. Leopardi oppone due specie di filosofi, che vanno qui sostituiti con l’idea di “scrittore”. Siamo al momento iniziale, preiniziale della stesura: siamo al momento dell’assunzione di responsabilità rispetto all’intenzione di narrare quell’estremalità della storia. La prima specie di scrittori ben rappresenta, a mio parere, il tentativo di Littell. La seconda specie è la premessa necessaria invocata e praticata da Lanzmann, Fackenheim, Levi – ed è la mia personale posizione. Da questi diversi gradi di consapevolezza rispetto alla rappresentazione, segue tutto quanto può seguire, e sommamente quanto Wu Ming 1 afferma rispetto all’autore delle Benevole: cioè, che il romanzo gli è sfuggito di mano, ma non sul piano letterario – su quello ideologico e poetico.
Ecco il passo (Zibaldone/1085-6):
Parecchi filosofi hanno acquistato l’abito di guardare come dall’alto il mondo, e le cose altrui, ma pochissimi quello di guardare effettivamente e perpetuamente dall’alto le cose proprie. Nel che si può dire che sia riposta la sommità pratica, e l’ultimo frutto della sapienza.

Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
INTERVISTA A CLAUDE LANZMANN
di BERNARDO VALLI
[da “La Repubblica”]
lanzmann.jpgParigi – L´incontro comincia male. Claude Lanzmann si impenna. Si inalbera, non tanto perché risentito dalle mie domande, ma perché le trova stupide. «Non capisco perché mi pone questi interrogativi storici stravecchi e supertrattati, io vorrei che lei parlasse di Shoah, del mio film che è un capolavoro cinematografico, un´opera d´arte riconosciuta come tale…». In altre occasioni ha parlato del suo film come di una sinfonia o di una grande opera architettonica, come se si trattasse di una tragedia shakespeariana. In fatto di umiltà c´è di meglio. In fatto di egocentrismo è difficile fare di più.
Ma Lanzmann ha ragione. I superlativi che ti riversa addosso sono giustificati. E´ stato detto che Shoah è una « fiction della realtà»: ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori, e al tempo stesso è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari. Simone de Beauvoir ha parlato di un´inimmaginabile «mescolanza di orrore e bellezza». La formula suona come un ossimoro. Non so se sia ben trovata, ma io ho rivisto di filata le nove ore e mezza del film-documentario di Claude Lanzmann, già visto anni addietro, con intatta emozione.

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Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

benevolelittell.jpgGrandissimo libro-mondo, Le benevole di Jonathan Littell è un caso estremale, per due motivi: affronta l’estremalità del secolo – cioè la mobilitazione totale bellica nazista che ha la sua apicalità obbrobriosa nello sterminio ebraico; e il punto preciso in cui la letteratura e la realtà si distaccano, perché la letteratura si fa morbosa. Riproduco qui di seguito due recensioni al romanzo a-storico di Littell, che mi paiono contrapposte nelle prospettive assunte: quella di Alessandro Piperno uscita sul Corriere della Sera e quella di Wu Ming 1 uscita su L’Unità. La questione che fa da perno è, per Piperno, letteraria; per Wu Ming 1, politica e letteraria nello stesso tempo. Il relativista blasé Piperno arriva a enunciare, proprio laddove non sarebbe il caso, un assolutismo della letteratura di invenzione che, come osserva all’inizio del suo articolo, sulla questione dell’Olocausto avrebbe indotto Primo Levi a trovare “rivoltante” il libro di Littell. Essendo lontano da una concezione assoluta della letteratura, Piperno cade a mio avviso nella posizione opposta, secondo un movimento che fu proprio delle avanguardie storiche italiane: l’invenzione iuxta propria principia, l’abbassamento che può tutto, la comunicabilità del tutto. Letterale da Piperno: la letteratura “da sempre, si è sobbarcata l’onere di cercare la verità attraverso la desacralizzazione”. Si tratta di un’affermazione censurabile nel momento in cui, a pronunciarla, non tanto è un intellettuale (peraltro un amico) che sa di letteratura, ma una persona che non ha la benché minima idea di che cosa sia il sacro (censurabile e scandaloso, dal mio punto di vista, un suo intervento, ancora sulle pagine del Corriere, circa la rivolta dei monaci buddhisti in Birmania, dove Piperno si mette a dare una definizione di pratiche buddhiste a partire da ciò che vede in tv, senza minimamente sapere che tipo di riflessi “karmici” ha l’ahimsa su chi la compie in quel modo, cosa voglia davvero “rovesciare la ciotola delle offerte”, su piani di cui Piperno non è disposto ad ammettere nemmeno lontanamente l’esistenza). In questo caso, come già meditato e reiteratamente espresso da Claude Lanzmann (anche violentemente, su Le Monde, a proposito di Littell) si viene a ricoprire una posizione oscenamente morbosa. Se ci si vuole divertire delle varianze inventive della letteratura su un fatto storico che è costato la vita, tra indicibili (e l’aggettivo non è casuale) orrori a 6 milioni di persone, si è liberi di farlo. Non contesto né la grande operazione stilistica né la qualità del romanzo-universo di Littell, sia chiaro: mi oppongo allo sguardo finzionale che ad Alessandro piace molto, fino a essere elevato come assoluto della narrazione. Avrei volentieri risposto a Piperno – ma si sa: non dispongo di sedi pubbliche per ingaggiare un dibattito tanto alto, e il Corriere è una di queste sedi.
D’altro canto, la precisissima analisi e le molteplici prospettive richiamate da Wu Ming 1 mi sembrano ricoprire la mia posizione in merito. E’ proprio per l’adozione inventiva dello sguardo in prima persona che il libro di Littell è un atto che tracima dalle buone intenzioni di un fan del Novecento, che pretende di scrivere il romanzo definitivo sul nazismo (ambizione, questa, non francese: americana, semmai). Littell si fa sfuggire di mano, anche grazie all’immensa competenza filologica e storica, il racconto di una realtà che, in quanto estremale, non può cadere nelle gabbie del romanzo storico e tuttavia non vuole essere un saggio: il problema è irrisolto, ma la conclusione è che si esce dalla lettura di questo libro avendo adottato un protocollo mitologico sbagliato, morboso e osceno.
Littell, a proposito del titolo che ha dato al suo libro, richiama l’Orestea, e fa male: qui non c’è nessuna mimesi (appare come mimesi, ma, essendo filtrata dallo sguardo finzionale, non è mimesi) e nessuna catarsi (sulla quale non c’è meditazione: si assume che la catarsi sia l’effetto dell’identificazione, il che significa non avere compreso Platone, Aristotele e la tradizione umanistica che ne discende). C’è semmai l’adozione di una mitologia che va negata – non c’è mitologia nell’Olocausto ed è immorale sostenere il piacere di averla esperita, seduti in poltrona a sfogliare un libro. Con felice intuizione filologica, Wu Ming 1 individua in Melville e in Moby Dick il modello letterario che Littell cerca vanamente di fare deflagrare: e, siccome ci riesce solo in parte (ed è la parte sbagliata), la questione si fa politicamente grave, e letterariamente consona a una vittoria postuma concessa a Hitler proprio sul piano in cui Fackenheim chiede che sia negata. Mentre la Balena Bianca (si veda il 42 capitolo di Moby Dick) è il mito vuoto e potenziale, la Balena Bruna e Novecentesca di Littell rischia di essere il mito pieno – una posizione che non letterariamente, ma umanamente eticamente e in assoluto giudico come l’avrebbe giudicata Primo Levi: “rivoltante”.
Tutto ciò meriterebbe un dibattito in sede adeguata. Lancio qui un appello a chi voglia riprenderlo o, eventualmente, organizzarlo.
Di seguito, gli articoli di Alessandro Piperno e di Wu Ming 1.

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