Il romanzo HITLER: fare ed evitare La caduta

hitlercovermedia.jpgUno dei protocolli rappresentativi che potevano interessarmi, nel rappresentare in forma di romanzo quel buco nero che è Hitler, non è letterario, poiché non avevo alle spalle letteratura che mi sostenesse: è un protocollo rappresentativo cinematografico. Si tratta del film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, del regista Oliver Hirschbiegel, dove Hitler è interpretato da uno strepitoso Bruno Ganz. Ciò che mi interessava erano i momenti che potevano risultare (ma non erano) documentaristici, mentre rigettavo tutto ciò che di collaterale e inventato veniva inserito. Il film fu realizzato con la consulenza di Joachim Fest, sulla traccia della testimonianza resa dalla segretaria personale del Führer, Traudl Junge (testimonianza peraltro contestata). Soltanto un hitlerologo può comprendere un’operazione come quella che Hirschbiegel compie a tratti – e sono i tratti per me decisivi: è dagli ultimi filmati in cui si scorge Hitler e dalle foto finali che partono alcune delle sue scene, le quali, sviluppandosi, si attengono al dettato di Fest (per esempio, il momento in cui Hitler esce coi gerarchi dal bunker, per premiare i bambini della Hitlerjugend che difendono Berlino: un calco dell’ultimo filmato originale che riprende in vita il dittatore). Lo storico si chiudeva nel camerino con Ganz per due ore, prima che una scena venisse girata. A risultato concluso, Joachim Fest ritirò la firma della consulenza. Perché? Non si conoscono i motivi, anche se si sospetta che coincidano con le ragioni che spinsero Wenders a contestare duramente la pellicola: ne veniva fuori un Hitler troppo umano. Ed è vero: per cui, La caduta si pone come possibile modello rappresentativo e anche come il suo opposto – cioè ciò che non si deve fare, la concessione empatica a Hitler. Questa empatia viene soprattutto enfatizzata dal soffermarsi della cinepresa sul tremito parkinsoniano della mano che Hitler nasconde dietro la schiena. La si vede troppe volte, è un segno che Hitler è umano ed è il corrispettivo dell’appello dell’SS Max Aue, in incipit delle Benevole di Littell: “Fratelli umani”. Nego questa fratellanza. Questa fratellanza va negata. L’impostazione della Caduta diviene, tramite empatia, il dramma di un uomo, aspirando a rappresentarne la tragedia. Non riesce a rappresentarne la tragedia perché il tragico è altra cosa, ma riesce a rappresentarne il dramma, che presuppone una continuità tra Hitler e l’umano che, per lo stesso Hitler, non esisteva (Hitler stesso disse all’ambasciatore spagnolo, Espinosa: “Sono un uomo, ma di altra specie” – si deve partire di qui, a mia detta).
Il problema di rappresentazione di Hitler, a mio parere, può attenersi soltanto al movimento di dilatazione oculare circa ciò che è accaduto, affinché sia mostrato il vuoto che Hitler incarna. Questo vuoto è non-essere, negazione dell’empatia e apertura della faglia e della ferita tra umano e umano. Si tratta di qualcosa di estremamente contagioso, che funziona per metastasi, e a cui soprattutto l’artista deve opporsi. Non però con i mezzi dell’umanesimo occidentale che figlia Hitler, realizzandosi nell’opposto di se stesso: nell’antiumanesimo. C’è da ragionare circa il perché Hitler appare in Occidente: io non credo nella determinazione da parte della tecnologia, nella destinalità della tecnologia che figlia Hitler (la questione dei campi come possibilità tecnologica che, prima di Hitler, non era data: non è questo il cuore del problema, per me – e non soltanto per me). L’umanesimo occidentale accumula nubi per secoli, finché le nubi non scaricano sulla terra un fulmine – qualcosa di elettrico, impulsato, che lascia sentore di ozono dove cade, dove cade brucia tutto e lo annichila, separando anziché unire il cielo e la terra: è, insomma, qualcosa di totalmente altro dall’umano.
A ciò si aggiunga una difficoltà ulteriore: rappresentando Hitler nel modo in cui vado dicendo, sfumerebbe la possibilità di dire che nessuno è immune dall’essere nazista. Io non credo a questa celebre massima: è la linea di discrimine in cui l’umanità si trova sempre. Alla prova dei fatti, quando era possibile diventare nazisti, molti non lo diventarono e pagarono con enormi, o insuperabili sul piano ontologico, sofferenze e orrori la propria scelta – a riprova che bisogna rovesciare questo ulteriore truismo in una verità meditata: ciascuno è libero di scegliere di non diventare nazista, conoscendo ciò che comporterà per lui tale scelta che ribadisce l’umano e la libertà autentica.
Infine, un’altra distanza dalla Caduta. Il film si erge come LA pellicola definitiva sulla fine di Hitler. Questo sogno di unicità è esattamente l’umanismo rovesciato, è un sogno artistico demiurgico che esprime la retorica precisa con cui Hitler appare e si impone. Quindi, il romanzo Hitler ha predisposte in sé le difese, tutte annidate nel testo, per evitare tale retorica: lo Hitler che ho scritto non è il romanzo finale su Hitler, anche e soprattutto perché è il primo a essere scritto.
Riproduco una sintetica ma puntualissima recensione cinematografica a La caduta, pubblicata su Cinemavvenire, a firma Guido Vitiello: concordo su ogni punto evidenziato dal critico, a parte il giudizio dato sulla biografia hitleriana di Fest, che definirebbe il Führer come figura “eroica e plutarchiana”: tutt’altro, se è vero che il lungo capitolo centrale è una rigorosissima meditazione su Hitler come “Non-Persona”, e non esiste altra biografia che testimoni della vuotaggine e dell’abulia idiota di Hitler lungo tutta la sua esistenza.

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Avvicinamenti al romanzo HITLER: Sebald e Austerlitz

hitlercovermedia.jpgTre sono le dedicatarie del romanzo Hitler. Una è Helena Janeczeck, che ha messo in moto, con il suo “romanzo” Lezioni di tenebra, nove anni orsono, il progetto necessarissimo (per me, ovviamente) di osservare letterariamente Hitler: questo volto a cui gli scrittori si sono appoggiati senza guardarlo in faccia, senza scoprire che questo volto (iconizzato, reclamizzato, mitologizzato) è un volto bianco, vuoto, privo di caratteristiche – come ribadito ossessivamente, il volto che non è, il volto di una bolla di non- essere, il volto della non-persona. Un’altra delle deicatarie è Babsi Jones, l’autrice di Sappiano le mie parole di sangue. La spinta meditativa che mi ha fornito, nel momento in cui, dopo anni di studio, mi accingevo tra mille incertezze a scrivere, è stata fondamentale. Così come quella, ancora più decisiva, poiché mi è stata allestita una fucina teorica e pratica su forma e struttura e poetica, che Donata Feroldi, la terza dedicataria del libro, mi ha dato con una generosità da lasciare allibiti. Babsi Jones, tuttavia, e proprio in linea con la poetica dello sguardo da un tempo assoluto, che è il qui e ora, è riuscita retroattivamente a imporre uno sguardo confermativo e ulteriore sul <del<romanzo Hitler.
sebald_austerlitz.jpgQuesta estate, in condizioni personali assai penose, in un luogo indicibile (che sarà tra l’altro il soggetto, lo sfondo e la sostanza del “romanzo” che verrà pubblicato presso Mondadori dopo Hitler, prevedibilmente a fine 2009 o inizio 2010…), mi ero portato molti libri da leggere. Tra questi, Austerlitz di W.G. Sebald. Non riuscivo a sfondare la lettura, mi respingeva. Storia naturale della distruzione lo lessi in un giorno. Austerlitz mi opponeva come un muro. Raffinato, warburghiano – eppure spaventoso, in qualche modo – in qualche modo ne avevo paura. Tornato a Milano, ne parlai con Babsi che mi spronò, dicendo che era fondamentale per me leggerlo. Lo feci. Era fondamentale.
A cominciare da qui: “Tutti questi oggetti inerti che mi circondano – penso – sono l’unica traccia della storia individuale delle persone imprigionate e uccise ad Auschwitz”.

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Avvicinamenti al romanzo: Giglioli su Littell

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
10. Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male
gigliolicover.jpg[Riprendo dalle pagine culturali de il Manifesto del 30 novembre un articolatissimo e per me assai condivisibile intervento su Le Benevole di Jonathan Littell, a firma di uno dei migliori critici di cui disponiamo, Daniele Giglioli, autore del bellissimo saggio All’ordine del giorno è il terrore (edito da Bompiani nella collana Agone; ne consiglio davvero a tutti la lettura), che non è soltanto uno dei migliori esempi di critica tematica apparsi in Italia: è anzitutto la critica per come uno scrittore contemporaneo desiderebbe venisse esercitata – un esercizio di pensiero che aiuta lo scrittore a pensare. Ovvero lo sforzo di ridefinizione delle coordinate critiche soltanto a patto che lo scrittore ridefinisca e pratichi la forma romanzo, in una modalità che spacchi o eluda la finzione che la realtà tenta di emettere, nascondendo il tragico del reale, che resta immutato, resta il reale… gg]
DIETRO IL MURO DELLA FINZIONE
di Daniele Giglioli
littellface.jpgCaso letterario dell’anno, Le Benevole di Jonathan Littell [a sinistra] sembra essere un libro capace di generare, tra l’altro, una sorta di dissonanza cognitiva: avendone letto sulla stessa pagina del «manifesto» la doppia recensione di Emanuele Trevi – che ne parlava bene, e di Massimo Raffaeli – che ne scriveva male, mi sono detto: hanno ragione tutti e due. Anzi, peggio: sono d’accordo con entrambi. Labilità di carattere? Può darsi, ma forse è implicato anche qualcos’altro, e più interessante: una crisi – non solo personale – di paradigmi critici.
Come spiegare altrimenti l’enorme investimento promozionale che ha accompagnato il lancio delle Benevole, e il vespaio di reazioni che ha suscitato? È un libro furbetto – si è scritto; no, è un capolavoro; è indecente, immorale, oltraggioso; macché, gli dobbiamo eterna gratitudine. Perché questa necessità di schierarsi così drasticamente, come se fosse una questione di vita o di morte?

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Avvicinamenti al romanzo: rappresentare le vittime del Male, rappresentare chi fa il Male

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
3. Avvicinamenti al romanzo: Paolin sulla recensione a Littell di Piperno
4. Avvicinamenti al romanzo: Solinas e la conferma dell’errore di Littell
5. Avvicinamenti al romanzo: io, Littell e Leopardi
6. Avvicinamenti al romanzo: le bozze
7. Avvicinamenti al romanzo: audio – Levi Della Torre e Mengaldo
8. Avvicinamenti al romanzo: da Autet su Littell
9. Avvicinamenti al romanzo: la rappresentazione del Male
Su suggerimento di Antonio Scurati, a proposito del romanzo, di cui qui si possono visionare i materiali di riflessione che hanno condotto alla stesura, ho visionato un testo fondamentale del filosofo e semiologo Hubert Didi-Huberman, Immagini malgrado tutto, uscito per i tipi Cortina. didi_huberman.jpgE’ a partire dalle sequenze di immagini scattate all’interno del campo di sterminio di Auschwitz (nel ’44, da un deportato noto col nome di Alex) che il filosofo francese, evitando la feticizzazione dell’immagine stessa, tenta di avvicinarsi alla possibile rappresentazione dell’orrore. La rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto è qui in questione. Qualcuno ricorda un monito di Agamben: se non fosse possibile immaginare quel Male, si darebbe ragione ai nazisti, che sostengono: “La storia dei lager la detteremo noi”.
Fatto sta che la storia dei lager non l’hanno dettata i nazisti e nessuno ha impedito a nessuno di immaginare cosa successe ad Auschwitz. E’ piuttosto nella disgiunzione tra il sentire metafisico e l’immaginarsi Auschwitz che avviene la sconfitta di tutto il protocollo umanistico occidentale – o, meglio, il suo inveramento, che è Auschwitz stessa. Poiché l’immaginare viene pensato dall’Occidente come connesso eventualmente all’emotivo, e l’emotivo non è il piano dell’ontologico, dove risiedono gli effetti del Male Assoluto. Quando scrivo “piano ontologico” non intendo qualcosa di differente rispetto alla storia umana. Se però la storia umana non è sacra in forza della pietas e dell’empatia, o se l’empatia e la pietas non giungono alla percezione dell’assolutezza del gesto umano, l’emozione e l’immaginazione e tutta la cultura divengono un campo di coltura delle premesse che giungono a una conclusione inevitabile, inevitabilmente voluta: il disgiungimento assoluto tra umano e umano. Quando Adorno sentenzia che “è impossibile scrivere dopo Auschwitz”, ha ragione – poiché ormai conosce bene il potere delle immagini, sganciate dal sacro e dal metafisico. E’ questo lo snodo fondamentale: se si perde la sacralità dell’empatia, l’umanesimo si rovescia nel suo opposto, l’antiumanesimo.
Non è perciò data, almeno per me, alcuna rappresentabilità degli esiti del Male Assoluto: non immagino, cioè non invento, l’orrore abissale avvenuto in quella breccia della storia umana che fu il campo di sterminio nazista. Se lo immaginassi, la storia dei lager verrebbe dettata dai nazisti. La rappresentazione del Male Assoluto è possibile soltanto quando la rappresentabilità stessa è nella sacralità, è nella metafisica: soltanto chi ha vissuto la storia del campo di sterminio può rappresentare. E’ questo a conferire l’unicità della Shoah. Altrimenti, all’unicità dello sterminio ebraico corrisponderebbe l’unicità di chi lo ha perpetrato – e questa è una vittoria postuma che non si può concedere ai nazisti.
A noi tocca creare all’interno di un cerchio ristretto di rappresentabilità: si esige una potente, lunga e ponderatissima meditazione sulla rappresentazione di chi ha commesso il Male, non del Male commesso. Questa rappresentazione esige lo sforzo di adoperarsi per una forma che annulli il primato ontologico di chi esercita il Male, per disgiungerlo dall’unicità dello sterminio. Se non fosse così, l’unicità della Shoah manterrebbe in vita il ricordo di chi praticò quel Male, mitologizzando. Di ritorno, l’unicità della Shoah rischierebbe di essere considerata alla stregua di un mito: ed è proprio il movimento che compie chi secerne vergognose tesi revisioniste. Bisogna andare al di là della nozione di persona, a proposito di chi compie il Male. Se è un unicum, si tratta di un unicum che non esiste, che non è, che non ha statuto di essere: bisogna sottrarre statuto di essere a colui che compie il Male assoluto. Questo zero, questa Non-Persona è una discontinuità nella storia umana: appare come umano e non è un umano. Quale forma di rappresentazione, dunque, utilizzare?

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Avvicinamenti al romanzo: Demetrio Paolin sulla recensione a Littell di Piperno

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
2. Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann
levisommersisalvati.jpg[Ricevo, e volentieri pubblico, questo accurato, breve e incisivo intervento di Demetrio Paolin, che è un profondo esperto di Primo Levi e dà voce a una delle mie perplessità su quanto Alessandro Piperno ha scritto a proposito de Le Benevole di Jonathan Littell. ncora una volta: non viene messa in discussione la qualità letteraria del romanzo di Littell, bensì il suo irradiamento etico politico e poetico, che Piperno recepisce in maniera per me preoccupante, poiché vi ravvede nuclei che lo entusiasmano, mentre a me sembrano, proprio quei nuclei, pericolosissimi. Tutto ciò abbisognerebbe di un dibattito serio – per ora osservo che, sull’ondata del successo commerciale de Le benevole, tale dibattito non si sviluppa in sedi cartacee e nemmeno in Rete. gg]
PRECISAZIONI SULLA ZONA GRIGIA
di DEMETRIO PAOLIN
Nel suo articolo apparso sul Corriere della sera Alessandro Piperno parlando di Le Benevole di Littell ad un certo punto scrive: “Intendiamoci: non sto facendo alcuna confusione tra vittima e carnefice (psicologismi da strapazzo!). Sto parlando della Zona Grigia, della complessità del Male.” Quando si parla di Zona Grigia è ovvio far riferimento a Levi e al suo libro I sommersi e i salvati. Ora nella frase di Piperno c’è qualcosa che stona rispetto alla vera definizione di Levi: “Da molti segni pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che separa (non solo nei lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo con mano più leggera e spirito meno torbido”.

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Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
INTERVISTA A CLAUDE LANZMANN
di BERNARDO VALLI
[da “La Repubblica”]
lanzmann.jpgParigi – L´incontro comincia male. Claude Lanzmann si impenna. Si inalbera, non tanto perché risentito dalle mie domande, ma perché le trova stupide. «Non capisco perché mi pone questi interrogativi storici stravecchi e supertrattati, io vorrei che lei parlasse di Shoah, del mio film che è un capolavoro cinematografico, un´opera d´arte riconosciuta come tale…». In altre occasioni ha parlato del suo film come di una sinfonia o di una grande opera architettonica, come se si trattasse di una tragedia shakespeariana. In fatto di umiltà c´è di meglio. In fatto di egocentrismo è difficile fare di più.
Ma Lanzmann ha ragione. I superlativi che ti riversa addosso sono giustificati. E´ stato detto che Shoah è una « fiction della realtà»: ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori, e al tempo stesso è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari. Simone de Beauvoir ha parlato di un´inimmaginabile «mescolanza di orrore e bellezza». La formula suona come un ossimoro. Non so se sia ben trovata, ma io ho rivisto di filata le nove ore e mezza del film-documentario di Claude Lanzmann, già visto anni addietro, con intatta emozione.

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Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

benevolelittell.jpgGrandissimo libro-mondo, Le benevole di Jonathan Littell è un caso estremale, per due motivi: affronta l’estremalità del secolo – cioè la mobilitazione totale bellica nazista che ha la sua apicalità obbrobriosa nello sterminio ebraico; e il punto preciso in cui la letteratura e la realtà si distaccano, perché la letteratura si fa morbosa. Riproduco qui di seguito due recensioni al romanzo a-storico di Littell, che mi paiono contrapposte nelle prospettive assunte: quella di Alessandro Piperno uscita sul Corriere della Sera e quella di Wu Ming 1 uscita su L’Unità. La questione che fa da perno è, per Piperno, letteraria; per Wu Ming 1, politica e letteraria nello stesso tempo. Il relativista blasé Piperno arriva a enunciare, proprio laddove non sarebbe il caso, un assolutismo della letteratura di invenzione che, come osserva all’inizio del suo articolo, sulla questione dell’Olocausto avrebbe indotto Primo Levi a trovare “rivoltante” il libro di Littell. Essendo lontano da una concezione assoluta della letteratura, Piperno cade a mio avviso nella posizione opposta, secondo un movimento che fu proprio delle avanguardie storiche italiane: l’invenzione iuxta propria principia, l’abbassamento che può tutto, la comunicabilità del tutto. Letterale da Piperno: la letteratura “da sempre, si è sobbarcata l’onere di cercare la verità attraverso la desacralizzazione”. Si tratta di un’affermazione censurabile nel momento in cui, a pronunciarla, non tanto è un intellettuale (peraltro un amico) che sa di letteratura, ma una persona che non ha la benché minima idea di che cosa sia il sacro (censurabile e scandaloso, dal mio punto di vista, un suo intervento, ancora sulle pagine del Corriere, circa la rivolta dei monaci buddhisti in Birmania, dove Piperno si mette a dare una definizione di pratiche buddhiste a partire da ciò che vede in tv, senza minimamente sapere che tipo di riflessi “karmici” ha l’ahimsa su chi la compie in quel modo, cosa voglia davvero “rovesciare la ciotola delle offerte”, su piani di cui Piperno non è disposto ad ammettere nemmeno lontanamente l’esistenza). In questo caso, come già meditato e reiteratamente espresso da Claude Lanzmann (anche violentemente, su Le Monde, a proposito di Littell) si viene a ricoprire una posizione oscenamente morbosa. Se ci si vuole divertire delle varianze inventive della letteratura su un fatto storico che è costato la vita, tra indicibili (e l’aggettivo non è casuale) orrori a 6 milioni di persone, si è liberi di farlo. Non contesto né la grande operazione stilistica né la qualità del romanzo-universo di Littell, sia chiaro: mi oppongo allo sguardo finzionale che ad Alessandro piace molto, fino a essere elevato come assoluto della narrazione. Avrei volentieri risposto a Piperno – ma si sa: non dispongo di sedi pubbliche per ingaggiare un dibattito tanto alto, e il Corriere è una di queste sedi.
D’altro canto, la precisissima analisi e le molteplici prospettive richiamate da Wu Ming 1 mi sembrano ricoprire la mia posizione in merito. E’ proprio per l’adozione inventiva dello sguardo in prima persona che il libro di Littell è un atto che tracima dalle buone intenzioni di un fan del Novecento, che pretende di scrivere il romanzo definitivo sul nazismo (ambizione, questa, non francese: americana, semmai). Littell si fa sfuggire di mano, anche grazie all’immensa competenza filologica e storica, il racconto di una realtà che, in quanto estremale, non può cadere nelle gabbie del romanzo storico e tuttavia non vuole essere un saggio: il problema è irrisolto, ma la conclusione è che si esce dalla lettura di questo libro avendo adottato un protocollo mitologico sbagliato, morboso e osceno.
Littell, a proposito del titolo che ha dato al suo libro, richiama l’Orestea, e fa male: qui non c’è nessuna mimesi (appare come mimesi, ma, essendo filtrata dallo sguardo finzionale, non è mimesi) e nessuna catarsi (sulla quale non c’è meditazione: si assume che la catarsi sia l’effetto dell’identificazione, il che significa non avere compreso Platone, Aristotele e la tradizione umanistica che ne discende). C’è semmai l’adozione di una mitologia che va negata – non c’è mitologia nell’Olocausto ed è immorale sostenere il piacere di averla esperita, seduti in poltrona a sfogliare un libro. Con felice intuizione filologica, Wu Ming 1 individua in Melville e in Moby Dick il modello letterario che Littell cerca vanamente di fare deflagrare: e, siccome ci riesce solo in parte (ed è la parte sbagliata), la questione si fa politicamente grave, e letterariamente consona a una vittoria postuma concessa a Hitler proprio sul piano in cui Fackenheim chiede che sia negata. Mentre la Balena Bianca (si veda il 42 capitolo di Moby Dick) è il mito vuoto e potenziale, la Balena Bruna e Novecentesca di Littell rischia di essere il mito pieno – una posizione che non letterariamente, ma umanamente eticamente e in assoluto giudico come l’avrebbe giudicata Primo Levi: “rivoltante”.
Tutto ciò meriterebbe un dibattito in sede adeguata. Lancio qui un appello a chi voglia riprenderlo o, eventualmente, organizzarlo.
Di seguito, gli articoli di Alessandro Piperno e di Wu Ming 1.

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