Recensione e intervista sul romanzo Hitler sulla Gazzetta del Sud

hitlercovermedia.jpgE’ per me un onore che uno dei più importanti quotidiani del Sud, la Gazzetta del Sud, abbia deciso di dedicare uno spazio tanto esteso a considerazioni e domande al sottoscritto a proposito del romanzo Hitler. Come già detto, è fondamentale che la militanza culturale, soprattutto da parte degli autori, per quanto possibile, includa ed esalti il Sud del Paese, laddove le rilevazioni delle classifiche di lettura sono piuttosto incerte, mentre la fame di cultura, e di letteratura, è altissima, da come si desume se solo si osserva la quantità di eventi culturali organizzati a ciclo continuo in ogni regione. In questo caso desidero ringraziare Antonio Prestifilippo, che ha scritto giudizi lusinghieri e mi ha posto domande (anche sul futuro della mia scrittura, sui rapporti con gli altri scrittori, sull’effetto che mi fanno le critiche) a cui è stata una gioia rispondere, instaurando un dialogo che, almeno per quanto mi riguarda, è l’elemento essenziale che deve irradiare dal libro.
Non disponendo del file pdf, risproduco pezzo e intervista di Antonio Prestifilippo in html, qui di seguito.

Parla Giuseppe Genna, il giovane scrittore che si è cimentato in un’opera ciclopica eppure straordinaria

Hitler, il “non romanzo”

«Avevo un’urgenza sociale e poi c’era un vuoto scandaloso nella letteratura»
di ANTONIO PRESTIFILIPPO
gazzettadelsud.jpgGiuseppe Genna è un giovane scrittore. C’è chi lo ha definito l’ex ragazzo prodigio della letteratura italiana. Ex, non nel senso che egli non abbia più le carte in regola per costituire comunque un esempio nel panorama della narrativa contemporanea, ma per la circostanza che si avvia a diventare un quarantenne. E quindi, un uomo.
Ora, questo quasi quarantenne ha scritto un romanzo che ha disorientato più di un frequentatore di premi letterari e di salottini esclusivi che non ha potuto ignorarlo (soprattutto per la casa editrice che gli ha stampato il lavoro e che è la signora Mondadori) e che allora lo ha affrontato tentando spesso di banalizzare e ridicolizzare le sue 600 e passa pagine dedicate a Hitler. Lui, Genna, un po’ se ne è infischiato e un po’ s’è arrabbiato per qualche veleno di troppo (i cosiddetti critici spesso invidiano gli scrittori) sparso qua e là tra una recensione e l’altra.
Romanzare la vita di Adolf Hitler come ha fatto Genna (Mondadori, pagg. 623, euro 20,00) dev’essere stata, al di là del risultato, obiettivamente un’opera ciclopica, anche perché in queste pagine non c’è un solo fatto inventato. Allora sapete che significa compiere un’operazione del genere? Prendere la storia di un uomo (anzi «un non-uomo, una persona vuota, dentro una bolla vuota»), studiarla tutta senza tralasciare una fonte, un documento, una memoria, appena una traccia e quindi smontarla, rimontarla e darle forma di romanzo, dilatando e sceneggiando anche i momenti, dalla culla della sua nascita al bunker della morte, che apparentemente sembrano insignificanti. Una cosetta da nulla…
Avvertenza: l’ex ragazzo prodigio, oltre a Hitler, ha undici altri libri alle spalle e un paio in gestazione.
Genna, cominciamo da questo librone di oltre seicento pagine. Come le è venuto in mente di romanzare la vita di Hitler?
«Era un vuoto scandaloso nella letteratura mondiale. E un’urgenza sociale che avvertivo con particolare intensità. Hitler è la terza parola più ricercata su Google, è parte integrante dell’immaginario collettivo. L’obbiettivo diventava dunque disgregare questa mitologia, che si autoalimenta e garantisce una vittoria postuma a Hitler. La letteratura non poteva abdicare, mentre il cinema e le altre arti si sono impegnati in quest’opera di demistificazione. C’era quindi da raccontare: romanzare qui non significa inventare, significa dare vita sulla pagina a eventi reali, cosa che la storiografia non può fare».

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Wu Ming 1 su “l’Unità”: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSono onorato di riprodurre ciò che è accaduto sulle pagine culturali de l’Unità domenica: un’intera pagina di riflessioni teoriche acutissime a firma Wu Ming 1. Sono amico di Wu Ming 1. Non basta: Wu Ming 1 è un collega scrittore. Soprattutto questo secondo dato è significativo. Nelle recensioni di cui è autore, soprattutto quelle che concernono i libri di conoscenti, WM1 non è tenero mai: è obbiettivo e forse più severo del dovuto, perché giustamente pretende livelli che riconosce a interlocutori che operano sul suo stesso piano, che è duplice – letterario e teorico. Anche in questo che, più che una recensione, è il più attento e denso saggio che sia mai stato scritto su qualcosa di mio, WM1 esprime alcune riserve. Ma è indubitabile che si tratta di un lavoro di intuizione e acribia senza pari, almeno per ciò che riguarda la mia produzione. In tutta la mia carriera di scrittore soltanto Valerio Evangelisti (a proposito di Ishmael) si era spinto così in profondità nell’osservare, a proposito dell’esito letterario, pregi e difetti, non secondo una prospettiva personale e impressionistica, ma motivando attraverso la teoria della letteratura ciò che veniva enunciato. Così Wu Ming 1 intercetta non soltanto le intenzionalità dell’autore, senza appoggiarsi minimamente ad alcuno dei materiali dell’officina teorica dedicata al romanzo Hitler, ma si sprofonda nella lingua, che è anche struttura, tentativi di retorica, impiego particolare dell’allegoria e destrutturazione di una mitopoiesi, aggiungendo osservazioni decisive sul piano poetico, politico e della realizzazione dell’immaginario. Le sue formule dubitative contribuiscono ad aumentare la coscienza dell’autore, poiché sono motivate. Nulla è dato per scontato: l’incipit dell’intervento, che sembra apparentemente pop e leggero, è una perfetta descrizione di cosa io intenda per “mito” quando ne assalto l’essenza incarnata oggi dall’icona metafisica di Hitler. Dicevo che è significativo che uno scrittore vada a esercitare una critica tanto ricca di riferimenti teorici e pregna di esattezza dal punto di vista fenomenologico, e intendo perfino nei momenti in cui tale critica mette in luce le mancanze del romanzo: sta accadendo che alcuni scrittori sono ormai i critici contemporanei più affidabili e acuti, capaci cioè di eviscerare cosa sia la complessità della letteratura, e questo a vantaggio degli autori stessi e soprattutto dei lettori. Si tratta di un passaggio storico decisivo: fossi un critico di professione, smetterei di cercare sedie a cui incollarmi e mi metterei a studiare. Vorrei controintervenire (e lo farò) per delucidare ancora meglio alcune nozioni messe in campo da Wu Ming 1 – sapendo però, che non è certa una risposta dal membro del collettivo bolognese, che, oltre a provenire da un anno in cui Wu Ming ha imposto un autentico tsunami editoriale anche in termini di catalogo, tutto il gruppo è alle prese con il massacrante tour (nazionale e internazionale) relativo al prolungatissimo lancio di Manituana.
Non mi resta che ringraziare Wu Ming 1 per la lezione di visuale, già impartita nel caso di quel microsaggio che è stata la recensione a Littell, e, del pari, ringraziare i responsabili delle pagine culturali
l’Unità per l’attenzione dedicata al mio libro.
La pagina integrale de l’Unità col saggio di Wu Ming 1
Il nuovo romanzo di Giuseppe Genna è l’unico testo in cui un autore auspica che il proprio personaggio, in questo caso Hitler, si tolga di mezzo. Un libro che sogna l’impossibile: non essere mai stato scritto, né immaginato

wuming1.jpg«Spàrati, Adolf
Spàrati adesso»

di WU MING 1
“Non riesco ad ascoltare Wagner tanto a lungo. Dopo un po’ mi viene voglia di invadere la Polonia”. E’ una celebre battuta di Woody Allen, densa e folgorante. L’allusione è chiara: la musica di Richard Wagner – colonna sonora prediletta dei crimini nazisti – è stata per molto tempo proibita in Israele. Nel 2001 il pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim ruppe il tabù e le reazioni furono violente, si discusse a lungo, si riaprì il dibattito su “Wagner precursore del Terzo Reich”. Intervennero intellettuali prestigiosi, Edward Said difese la scelta di Barenboim e scrisse che la musica di Wagner (“ricca e straordinariamente complessa”) andrebbe in parte separata dal suo compositore (“personaggio oggettivamente ripugnante”). Vecchio e irrisolvibile dilemma, il rapporto tra autore e opera.
Oggi possiamo apprezzare un’ouverture di Wagner senza patemi d’animo, ma nel mondo tedesco fin-de-siècle le sue opere, miscelate ad altri reagenti, ebbero un effetto politico e mitopoietico, contribuirono ad alterare la chimica della mente sociale.
Lo stesso Adolf Hitler, com’è noto, era un grandissimo fan di Wagner. A conquistarlo era la titanica teatralità di Wagner. Si esaltava per la rappresentazione maestosa, andava in trance per la grande e percussiva messa in scena. Wagner calza scarpe chiodate, parte alla carica, ti assalta e frastorna finché non ti domina totalmente. Francis Ford Coppola si riferiva a questo quando, in Apocalypse Now, mostrò gli elicotteri USA calare sui villaggi vietnamiti al suono della Cavalcata delle Walkirie.
Nel suo ultimo libro, intitolato Hitler (Mondadori, pp. 624, € 20), Giuseppe Genna sfrutta quell’impeto per avviare la narrazione della vita del Führer. Dopo un classico inizio ab ovo (dal concepimento del protagonista) e un po’ di preludio familiare, vita e carriera di Hitler partono con la scoperta di Wagner, nel mezzo di un’adolescenza vissuta “da cretino” sullo sfondo dell’intorpidita provincia austriaca. “Wagner è un genio, l’uomo più grande che la stirpe tedesca abbia mai partorito!” dice Adolf al piccolo Kubizek, suo unico amico. “Abbiamo incontrato l’opera di un eroe, di un gigante, di un uomo che ha una visione! Tutto è una visione e sta a noi realizzarla! Tutto ha inizio in questo momento!”.
La catastrofe europea del periodo ’39-’45 fu il risultato di una lunga percolazione di sostanze tossiche nelle falde della cultura. Fior di storici, sociologi e filosofi hanno ricostruito i processi che formarono ideologia e immaginario del nazismo, risalendo le genealogie, mappando le ascendenze, ingrandendo ogni dettaglio del grande quadro. Alcune scoperte sorprendono, come l’influenza – indagata da George L. Mosse – dei film d’alpinismo durante Weimar. In quelle pellicole si distinse come attrice Leni Riefenstahl, in seguito regista e grande apologeta del regime.
Eppure non ha torto Claude Lanzmann quando, in una delle frasi riportate da Genna in exergo, dice che queste sono “semplici condizioni. Se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. Io dico che c’è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro”.
In questo iato si muove Hitler. Dopo il piccolo orrore della borghesia italiana dei nostri giorni (L’anno luce, 2005), dopo lo sguardo all’indietro sulle miserie degli anni Ottanta (Dies irae, 2006), dopo l’elegia medianico-stalinista per il padre morto da poco (Medium, 2007), in questo libro Genna si confronta con il grande orrore, l’orrore per antonomasia, di quando l’Europa divenne, per usare un’immagine trovata nel libro, “un immenso occhio che serra la sua palpebra, stritolando carne ossa membrane ricordi”.
Carne, ossa, membrane. Leggendo Hitler mi figuravo una lezione di chirurgia in un teatro anatomico, sezionamento di cadavere di fronte a un pubblico, a scopo didattico o di ricerca. L’autore lavora di sega vibrante, scalpello, encefalotomo, e intanto commenta ogni mossa, ogni fase, illustra i risultati.
E’ l’improba autopsia morale di Adolf Hitler, condotta dopo sei decenni su un corpo ormai ridotto a evanescenza. Oggi più che mai, Hitler sfugge alla comprensione. Sfugge, benché sia l’uomo del Novecento più discusso e analizzato. Sfugge, a dispetto di inchieste, biografie monumentali e perizie psichiatriche postume. Hitler è “non-persona”, simulacro, nebulosa di immagini e parole, icona per fantasticherie d’ogni ordine e grado.
A pag.133, Genna si rivolge direttamente al suo personaggio e lo invita a suicidarsi: “Spàrati, Adolf. Fallo”. E’ l’unico romanzo il cui autore, a nemmeno un quinto del percorso, si auspica che il protagonista si tolga di mezzo, scompaia, e con lui tutto ciò che gli sta intorno. Il libro sogna l’impossibile: la propria estinzione, non essere mai nato, non essere mai stato scritto e nemmeno immaginato. Con quest’artificio retorico Genna rimarca che Hitler non è il “suo” personaggio. Non c’è alcun tentativo di immedesimazione, nemmeno una frazione di secondo di empatia. L’autore mantiene distacco e straniamento, lotta per rimanere ancorato all’adesso e al senno di poi, e per questo adotta alcune strategie: usa parole che sono platealmente di oggi (“surfing”, “supermarket”, “beauty farm”); esprime netti giudizi di valore senza mimetizzarli nella narrazione (“Ed è un cretino. Uno zero assoluto che crede di avere una visione”); interrompe più volte il flusso delle storie per rivolgersi ai lettori (“Abituatevi a questo destino: a ogni crisi, il corso dei giorni riporta a galla Adolf Hitler”) e ricorre con frequenza alla prosopopea, interpellando enti astratti o inanimati (“Canto. Visione. Unitevi nel dolore che si annuncia, che si perpetra”).
A un certo punto, Genna arriva a celebrare la propria vittoria personale (non soltanto storica e simbolica) contro Joseph Goebbels, soprannominato “la scimmia”. Lo scrittore ci mostra i roghi di libri “infetti” organizzati dal ministro della propaganda, poi infligge la stoccata: “Io [descrivo Goebbels] in questo libro. Questo libro esiste, la scimmia no”. Il romanzo che sognava di non esistere esiste e si dichiara vincitore.
Una caratteristica di Hitler che pochi noteranno è la continuità col ciclo narrativo di un altro romanziere, Valerio Evangelisti. Il mondo di Hitler è lo stesso di Metallo urlante, Black Flag e Antracite, un mondo di licantropi e metallo senziente, che Evangelisti usa come metafore – rispettivamente – della borghesia e del capitale. Lupi mitologici e uomini-lupo affollano le pagine del libro di Genna. L’artiglieria tedesca è “metallo che chiede sangue e desidera da sé marciare sui territori che a quel metallo spettano”. Hitler è “l’uomo che ha dato l’anima al metallo, che al metallo ha inoculato il desiderio: di divorare, di bere sangue”. Alla firma del Patto Molotov-Ribbentropp, constata l’autore, “il lupo si è fuso con l’acciaio”.
Hitler, come tutte le opere di Genna, è un libro di eccessi. A tratti eccede nell’acribia documentale (avrei evitato gli stralci del diario di Rommel) e a volte indulge in riferimenti oscuri ai più, in una sorta di caccia al tesoro per iniziati. A pagina 310, l’autore camuffa nel testo versi da “The Waste Land” di Eliot; più avanti infila un omaggio alla canzone “Stalingrado” degli Stormy Six, dall’album Un biglietto del tram (1975), interamente dedicato alla Resistenza; in apparenza non c’è relazione, e invece l’omaggio retroagisce sull’utilizzo di Eliot. Tra i brani di quell’album, infatti, c’è anche La sepoltura dei morti, che fin dal titolo riprende “The Waste Land” e contiene i versi: “Quel corpo che tiene sepolto in giardino / di fiori ne dà o non ne dà? / Tenga lontano il suo cagnolino: / se scava lo ritroverà”. Se scava lo ritroverà. Pochi capitoli dopo, un soldato tedesco in ritirata inciampa e spezza un braccio nudo che spunta dalla neve, trovando una fossa comune.
Di questo libro non si può dire che sia discontinuo, anzi, è di una coerenza marziale, la prosa porta avanti un proposito granitico. La tesi – Hitler come personaggio del tutto vacuo – è svolta in modo inesorabile, e in fondo è questo il vero limite del romanzo: in nome della coerenza, Genna è costretto ad alternare capitoli formidabili ad altri di puro transito, di mera giuntura tra momenti-chiave. Poco male, se dopo i transiti ci attendono capitoli commoventi come quello dedicato a Van Der Lubbe (plagiato esecutore dell’incendio del Reichstag), squassanti come quello del bombardamento di Coventry, elettrizzanti come quello della controffensiva “siberiana” che allontana i tedeschi da Mosca. Genna, poi, è prodigo di immagini e scene memorabili: i fiori lanciati dagli abitanti della Saar in festa si seccano in volo prima di raggiungere i militi di Hitler. I paracadutisti appaiono come spermatozoi che cadono dall’alto. La Siberia è una regina di termitaio che copula con Stalin e depone le uova dei soldati che sconfiggeranno il Führer.
In mezzo a un tale frastuono, inattesa, si isola e si svolge una scena-madre di quiete e silenzio. Hitler, a Parigi, tocca il sarcofago di Napoleone e non capisce, è sordo al monito della storia. Non capisce, e attaccherà la Russia. Sarà l’inizio della fine, ma quella fine dura ancora, il pericolo non è scampato, quel ventre è ancora fecondo, è sempre fecondo, e anche libri come Hitler contribuiscono a ricordarcelo. Da leggere, e da capire.

Subsonica: nel nuovo album, L’ECLISSI, una canzone dedicata a Saviano e una ispirata dal Miserabile



[Ho ripetutamente affermato una sconfinata ammirazione per quanto i Subsonica stanno facendo, in questi anni, per la cosiddetta “società civile”, per la ripresa dell’impegno e per la nuova letteratura italiana. Apprendo oggi dal Corriere della Sera (mentre bevo il cappuccino informativo) che nel nuovo album dei Subsonica, L’ECLISSI, un pezzo è dedicato a Roberto Saviano e Gomorra, mentre un secondo è ispirato a un libro del sottoscritto (si intitola Canenero ed è ispirata a un episodio del Dies Irae). I Subsonica producono anche nuove band e nuovi talenti, attraverso CasaSonica, che ha realizzato la colonna sonora di Manituana di Wu Ming. In proprio, pubblicano: Boosta è autore di uno splendido romanzo tarantiniano, Un’ora e mezza, che ho recensito qui.
Vorrei pubblicamente ringraziare i Subsonica, invitando i Miserabili Lettori a visitare in profondità il loro sito ufficiale e a considerare che ciò che questo gruppo sta facendo è la letteratura.
Riproduco il trafiletto del Corriere della Sera. gg]

dal Corriere della Sera, 20/11/07
MILANO — Un omaggio a Roberto Saviano e una canzone sugli abusi sessuali sui minori ispirata da un romanzo di Giuseppe Genna. C’è tanto della nuova letteratura italiana nelle canzoni di «L’eclissi», ultimo album dei Subsonica che esce venerdì.
«Dopo gli Anni 90 i musicisti hanno rinunciato alla sfida di confrontarsi con l’esterno. Il vuoto lo hanno riempito gli scrittori», spiega Max Casacci, chitarrista e mente della band torinese.
«Saviano ha fatto sentire una realtà della camorra vicina anche a chi geograficamente è lontano», aggiunge Samuel Romano, il cantante.
Il titolo del cd?
«Una metafora sul nostro tempo che fatica a percepire il futuro», dice Casacci.
Musicalmente c’è un ritorno all’elettronica: «Per la prima volta la usiamo in funzione narrativa», conclude il tastierista Boosta. ( a. laf.)

Spiritual Manituana

spiritual_manituana.jpgOberato dalla correzione delle bozze, dall’ennesima parainfluenza imperante, da impegni non classificabili che rovinano su di me, ho strappato alle ore notturne il lavoro su un’installazione particolare: è un cut-up dal bestseller dei Wu Ming, Manituana (qui il sito ufficiale), che ho titolato Spiritual Manituana. La ragione del titolo è che, nel romanzo, sono nodali i momenti in cui appare e agisce il sovrannaturale – una prospettiva che meriterebbe un saggio. Il cut-up che ho effettuato dal testo dei Wu Ming è quindi una suggestione prospettica: è un climax che parte dalla vicenda storica per risalire alle evocazioni concernenti l’immaginario che, in WM, è sempre realistico, storico e attivo. Non c’è una metafisica staccata dalla fisica, ma i fantasmi esistono, si muovono e muovono (tà fantàsmata erano per Aristotele, nel De Anima, le immagini mentali).
Una precisazione circa un trittico che si vedrà apparire dopo la frase su Betlemme: trattansi di illustrazioni di William Blake. Gli oggetti rituali sono produzioni dei popoli delle Sei Nazioni indiane. Il simbolo finale è quello di Manitù nella sua fase di manifestazione.
La colonna sonora è il pezzo Sacrifice di Lisa Gerrard e Pieter Bourke, dall’album Duality.
L’installazione è visibile per Mac e per Pc se si sceglie la versione html oppure direttamente il file in Flash da scaricare e aprire col browser, mentre il file eseguibile è visionabile solo per Pc (basta downloadarlo e, perché l’installazione sia a schermo pieno, cliccare la freccia obliqua arancione nella barra in basso).
Si consiglia il download a chi dispone di banda larga o adsl.
In calce, di seguito ai link per il download, il testo della poesia.
• Per Mac e Pc: SPIRITUAL MANITUANA – versione html
• Per Mac e Pc: SPIRITUAL MANITUANA – file.swf da aprire col browser [6.4M]
• Per PC: SPIRITUAL MANITUANA– file .exe – [7.3M]

Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell

benevolelittell.jpgGrandissimo libro-mondo, Le benevole di Jonathan Littell è un caso estremale, per due motivi: affronta l’estremalità del secolo – cioè la mobilitazione totale bellica nazista che ha la sua apicalità obbrobriosa nello sterminio ebraico; e il punto preciso in cui la letteratura e la realtà si distaccano, perché la letteratura si fa morbosa. Riproduco qui di seguito due recensioni al romanzo a-storico di Littell, che mi paiono contrapposte nelle prospettive assunte: quella di Alessandro Piperno uscita sul Corriere della Sera e quella di Wu Ming 1 uscita su L’Unità. La questione che fa da perno è, per Piperno, letteraria; per Wu Ming 1, politica e letteraria nello stesso tempo. Il relativista blasé Piperno arriva a enunciare, proprio laddove non sarebbe il caso, un assolutismo della letteratura di invenzione che, come osserva all’inizio del suo articolo, sulla questione dell’Olocausto avrebbe indotto Primo Levi a trovare “rivoltante” il libro di Littell. Essendo lontano da una concezione assoluta della letteratura, Piperno cade a mio avviso nella posizione opposta, secondo un movimento che fu proprio delle avanguardie storiche italiane: l’invenzione iuxta propria principia, l’abbassamento che può tutto, la comunicabilità del tutto. Letterale da Piperno: la letteratura “da sempre, si è sobbarcata l’onere di cercare la verità attraverso la desacralizzazione”. Si tratta di un’affermazione censurabile nel momento in cui, a pronunciarla, non tanto è un intellettuale (peraltro un amico) che sa di letteratura, ma una persona che non ha la benché minima idea di che cosa sia il sacro (censurabile e scandaloso, dal mio punto di vista, un suo intervento, ancora sulle pagine del Corriere, circa la rivolta dei monaci buddhisti in Birmania, dove Piperno si mette a dare una definizione di pratiche buddhiste a partire da ciò che vede in tv, senza minimamente sapere che tipo di riflessi “karmici” ha l’ahimsa su chi la compie in quel modo, cosa voglia davvero “rovesciare la ciotola delle offerte”, su piani di cui Piperno non è disposto ad ammettere nemmeno lontanamente l’esistenza). In questo caso, come già meditato e reiteratamente espresso da Claude Lanzmann (anche violentemente, su Le Monde, a proposito di Littell) si viene a ricoprire una posizione oscenamente morbosa. Se ci si vuole divertire delle varianze inventive della letteratura su un fatto storico che è costato la vita, tra indicibili (e l’aggettivo non è casuale) orrori a 6 milioni di persone, si è liberi di farlo. Non contesto né la grande operazione stilistica né la qualità del romanzo-universo di Littell, sia chiaro: mi oppongo allo sguardo finzionale che ad Alessandro piace molto, fino a essere elevato come assoluto della narrazione. Avrei volentieri risposto a Piperno – ma si sa: non dispongo di sedi pubbliche per ingaggiare un dibattito tanto alto, e il Corriere è una di queste sedi.
D’altro canto, la precisissima analisi e le molteplici prospettive richiamate da Wu Ming 1 mi sembrano ricoprire la mia posizione in merito. E’ proprio per l’adozione inventiva dello sguardo in prima persona che il libro di Littell è un atto che tracima dalle buone intenzioni di un fan del Novecento, che pretende di scrivere il romanzo definitivo sul nazismo (ambizione, questa, non francese: americana, semmai). Littell si fa sfuggire di mano, anche grazie all’immensa competenza filologica e storica, il racconto di una realtà che, in quanto estremale, non può cadere nelle gabbie del romanzo storico e tuttavia non vuole essere un saggio: il problema è irrisolto, ma la conclusione è che si esce dalla lettura di questo libro avendo adottato un protocollo mitologico sbagliato, morboso e osceno.
Littell, a proposito del titolo che ha dato al suo libro, richiama l’Orestea, e fa male: qui non c’è nessuna mimesi (appare come mimesi, ma, essendo filtrata dallo sguardo finzionale, non è mimesi) e nessuna catarsi (sulla quale non c’è meditazione: si assume che la catarsi sia l’effetto dell’identificazione, il che significa non avere compreso Platone, Aristotele e la tradizione umanistica che ne discende). C’è semmai l’adozione di una mitologia che va negata – non c’è mitologia nell’Olocausto ed è immorale sostenere il piacere di averla esperita, seduti in poltrona a sfogliare un libro. Con felice intuizione filologica, Wu Ming 1 individua in Melville e in Moby Dick il modello letterario che Littell cerca vanamente di fare deflagrare: e, siccome ci riesce solo in parte (ed è la parte sbagliata), la questione si fa politicamente grave, e letterariamente consona a una vittoria postuma concessa a Hitler proprio sul piano in cui Fackenheim chiede che sia negata. Mentre la Balena Bianca (si veda il 42 capitolo di Moby Dick) è il mito vuoto e potenziale, la Balena Bruna e Novecentesca di Littell rischia di essere il mito pieno – una posizione che non letterariamente, ma umanamente eticamente e in assoluto giudico come l’avrebbe giudicata Primo Levi: “rivoltante”.
Tutto ciò meriterebbe un dibattito in sede adeguata. Lancio qui un appello a chi voglia riprenderlo o, eventualmente, organizzarlo.
Di seguito, gli articoli di Alessandro Piperno e di Wu Ming 1.

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