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• INIZIAZIONI. DIES IRAE, DEMIURGO CATTIVO
di FRANCESCO PACIFICO
Lo gnostico Genna da Vermicino
Sono andato in cerca di opinioni su Dies Irae di Giuseppe Genna (Rizzoli 24/7, 17,50 euro), perché un libro di 760 pagine non si compra a scatola chiusa. Al salone del libro, investigando, ho scoperto che scrittori e editori possono dividersi, nelle loro opinioni su Genna, in due schieramenti. I detrattori dicono che è sciatto, fumoso, spesso scritto male e poco editato, e non se lo leggono.
I sostenitori ribattono che è un grande scrittore, con una potente visione, che non si può criticare il singolo paragrafo mal riuscito: e che, per dire, Dies Irae è stato scritto in pochi mesi, il che dimostra che il suo autore è un genio. Le due visioni non si incontrano mai, e i detrattori colleghi di Genna continuano purtroppo a non leggerlo, mentre i sostenitori continuano a fargli del male non criticandolo.
Il motivo per cui ciò avviene è che Genna è uno scrittore gnostico.
Secondo gli gnostici, il mondo è stato creato da un demiurgo cattivo oppure stupido, che ha imitato malamente Dio fornendo un prodotto malfatto e privo di luce. Sia l’anima che il corpo dell’uomo sono intrappolati dalle leggi soffocanti istituite dal demiurgo per tenere insieme il mondo. L’unica parte buona dell’uomo, che è leggera e tende quindi a salire, tutta aneliti, verso lo spirito divino, è lo spirito che è dentro di lui. Questo spirito non può servirsi dell’anima razionale per elevarsi e ricercare la pace, la felicità, l’armonia spirituale, così come ovviamente non può servirsi del corpo, ha perciò bisogno di essere illuminato dalla luce dello spirito divino, che non pervade il mondo. Il possesso di una certa conoscenza segreta, rivelata e salvifica, permetterà all’iniziato di liberare il suo spirito dalle gabbie di corpo e anima e salvarsi. Sarà una conoscenza non razionale, la rivelazione di una chiave, di un’illuminazione, un mistero da tramandare.
Dies Irae si presenta come un oggetto che se letto per intero dischiuderà, inizierà, sarà sorgivo, iniziale, decisivo, farà uscire il lettore dal pozzo artesiano di un mondo cattivo. Il romanzo racconta di uno scrittore, Giuseppe Genna, la cui vita è sconvolta da una rivelazione: il piccolo Alfredino Rampi è stato messo volontariamente nel pozzo artesiano in cui morirà, ci è stato sistemato da poteri occulti e fortissimi. Lo scopo è distrarre l’opinione pubblica nel giorno in cui vengono alla luce le prime rivelazioni sulla P2 e sul fatto che l’Italia è retta da una loggia filoatlantica, antidemocratica e sfuggente. L’Italia, ipnotizzata davanti alla tv da Alfredino e dal pozzo, per lo più ignorerà le rivelazioni sulla P2. Genna è un iniziato, e la sua illuminazione è la seguente: la sua vita è come quel pozzo artesiano, tutto converge e rinasce da quel pozzo. Qualcuno ha calato Genna col dolo nel buco di dolore che è la sua vita (il suicidio della nonna, i cento problemi fisici, l’inadeguatezza caratteriale, le colpe del padre e della madre, lo squallore-Milano). La realtà sputata fuori dall’illuminazione televisiva della notte di Vermicino rivela la matrice: da ora in poi, nel romanzo, ogni fatto negativo diventerà il pozzo artesiano di chi lo subisce, il pozzo in cui il creatore cattivo ha messo l’Alfredino che è in noi.
Il mondo di Genna è un mondo sordido e spacciato come quello degli gnostici, e tutto ciò che di bello trascende questo mondo è spirituale, e tutto ciò che invece è contaminato da questo mondo non può produrre salvezza. La sola immagine mistica di Alfredino nel pozzo salva dall’esterno l’anima intrappolata nel mondo malato. Genna disprezza la Milano da bere in cui vive la dittatura televisivo-pubblicitaria degli anni Ottanta e piano piano riemerge con un’intuizione nuova. La P2 e il demiurgo fanno il mondo orribile, il pozzo di Vermicino e il pozzo della sua vita sono i luoghi da cui riemergere alla luce. Il protagonista, Genna, è un io «stolido, incapace, intelligentissimo» che non riesce a penetrare il mondo, a causa di «larve immaginali neroviola», sorta di atomi del mondo caduto. Dolori fisici, impotenza, il sistema economico persecutorio che tende alla distruzione dell’uomo, la fatale accondiscendenza dei pubblicitari che lo implementano gridando «La Uno è comodosa» come nelle pubblicità Fiat degli anni Ottanta, gli anni «del paese che muore Italia». Ecco in che corpo e in che anima l’ha ricacciato il demiurgo cattivo. L’illuminazione è: uscirai dal pozzo, troverai la pace, ti ci hanno messo loro qua dentro.
Allora: i detrattori dicono che Genna è sciatto e i sostenitori lo ritengono un genio. I primi dicono che ci sono molti paragrafi tirati via, poca cura. I secondi, che il disegno di fondo è incredibilmente complesso e ricco. Entrambe le cose sono vere, e lo gnosticismo dimostra perché. La scrittura è un prodotto dell’anima razionale, perciò un prodotto imperfetto. Non solo, ma dal punto di vista gnostico è un prodotto che non potrà mai dare nessuna forma di salvezza. Tranne che per un fatto: lo spirito cerca di infilarsi nella scrittura, di erompere e ottenere sciamanicamente l’illuminazione. Se è così, correggere un libro non è importante quanto scriverlo, gettarcisi dentro.
Dies Irae è una trance durata pochi mesi, che ha prodotto un monstrum che è la storia di un’illuminazione («Pace. Pace. Pace», il finale delilliano), scritto in un modo esagerato, avvolgente, everything-must-go, che vuole dare illuminazione sfruttando come trampolino lo squallore del mondo spacciato. È un oggetto imperfettissimo e ricco di grandi intuizioni e immagini. Cominciando a leggerlo mi sono infuriato per quanto certi capitoli sono evidentemente ancora allo stadio della scrittura di getto, e mi chiedevo come mai si fosse così sbrigato a pubblicarlo, che fretta c’era, ne pubblica talmente tanti di romanzi. Poi mi sono reso conto che probabilmente, se lo scopo è l’illuminazione, non è necessario correggere un libro. Quella di Genna forse non è sciatteria. La sua è una trance rivelatrice. Cosa che però la scrittura non è per altri, per molti altri i quali vedono invece nei prodotti dell’anima qualcosa di negoziabile, di riscattabile poco a poco, con la cura, con una differente concezione dell’amore e dell’anima.
La letteratura gnostica in Italia ha conquistato una posizione rilevante e bisogna farci i conti. Si è imposta con i Canti del Caos di Moresco e ha guadagnato uno status definitivo con Dies Irae. Propone in modo molto forte il problema della salvezza attraverso l’arte, una salvezza totale che prescinde dalla sintassi. La sintassi di Genna è ora volutamente sbilenca, ora non corretta, lasciata nello stadio del primo getto «sorgivo», «sciamanico». Che criteri bisogna usare per criticare libri di questo tipo? È corretto per uno scrittore non gnostico affermare che dentro Dies Irae non si trova l’amore e la cura che sono componente imprescindibile dei romanzi? Forse no. Ma forse, allora, va detta anche un’altra cosa: se emergesse una critica altrettanto gnostica, in cerca di letteratura per lo più sciamanica, letteratura dell’illuminazione, gli scrittori che non la sentono propria si sentirebbero costretti a introdurre raffazzonate cavalcate sintattiche verso una salvezza in cui non credono? Secondo me è per questo che molti scrittori non leggono Genna: perché Genna è anche critico, dai suoi blog, con la sua passione rumorosa, con i suoi giudizi voluminosi, e certi scrittori non vorrebbero finire in un mondo di giudizi e valori costruito da critici letterari gnostici, in cui chi non cerca l’illuminazione è un reazionario, un «restauratore» o un inetto: questo mondo assomiglierebbe troppo a un pozzo artesiano.
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