Una poesia di Geoffrey Hill

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«DOMINIO PUBBLICO»

In morte di Robert Desnos, morto nel campo di Terezin, 1945

Per ciò che riguarda la lettura, posso raccomandare
i Padri. Che attenzione,
che cura, per la carne che si corrompe:
una contemplazione goduta: con decoro
i vermi frollano la bile
a latte. Per esercizio, poi, la cancellazione
protratta di molti discorsi
impropri da tombe appropriate.
Se la terra si apre, devono forse aprirsi
le bocche umane? «Non sono nulla
se non mi salvi adesso!» oppure
«Cristo, che pantomima!» I giorni
della settimana sono sette fosse. Osserva,
Signore, ancora una volta
risorgiamo, e sopraggiungono i giudici.

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«DOMAINE PUBLIC»

i.m. Robert Desnos, died Terezin Camp, 1945

For reading I can recommend
the Fathers. How they
cultivate the corrupting flesh:
toothsome contemplation: cleanly
maggots churning spleen
to milk. For exercise, prolonged
suppression of much improper
speech from proper tombs.
If the ground opens, should men’s mouths
open also? « I am nothing
if not saved now! » or
« Christ, what a pantomime! » The days
of the week are seven pits. Look,
Seigneur, again we
resurrect and the judges-come.

(da “King Log”, traduzione di Giuliano Sabbadini e Janet Wing)

WM1 e “Un viaggio che non promettiamo breve”

foto-del-16-11-16-alle-12-03Oggi alle 18 Wu Ming 1 presenta a Milano, presso il c.s. Piano Terra, “Un viaggio che non promettiamo breve” (Einaudi), la più recente delle pubblicazioni soliste dell’avant-atelier WM (ne avevo già trattato qui). E’ certamente il racconto di un quarto di secolo di lotte e movimento NoTav e, già solo per questo, è un testo che andrebbe letto attentamente, per comprendere a quale alta velocità e a quale *grande opera* si è opposta una resistenza, immediatamente tramutatasi in repubblica felice e autonoma dai poteri consolidati e mostruosi, oltre che da pratiche del capitale nell’epoca della sua configurazione teratologica. Tuttavia un simile approccio non sarebbe sufficiente a cogliere la complessità e l’universalità del lavoro intrapreso da WM1 con questo libro, probabilmente il più focale della sua produzione letteraria. Ecco, l’aggettivo è giusto: letterario. Qui WM1 segna infatti un nuovo passo nell’indentramento del lavoro che concerne la raccontabilità della realtà, l’ingaggio nei confronti degli stili, l’utilizzo delle strutture. “Un viaggio che non promettiamo breve” è infatti un esempio del punto estremo a cui la lingua e la letteratura italiane, con impressionante coerenza e dispendio in intensità, sono riuscite a inoltrarsi. Non è secondaria l’importanza del lavoro di scavo, di evocazione e diffusione, che il collettivo Wu Ming ha praticato in questi due decenni. Non sto parlando di capolavori, sto parlando di tappe determinanti di un’autocoscienza letteraria e, dunque, politica. Si potrebbe dire che tale lavoro, condotto sugli universali concreti e sulla produzione di immaginari, si pone agli antipodi di un titolo che si aggiudicò lo Strega qualche anno fa, cioè “Resistere non serve a niente”. Insistere serve a qualcosa, se alla coriaceità si accompagna un indubbio lavoro di scavo in se stessi e nel mondo. Con quest’ultima espressione si arriva alla metà non ignorabile del libro di WM1: questo libro, una narrazione esplosa e di carattere epico e tragico e carnacialesco, a seconda dei momenti più opportuni, costituisce la prova provata di un’ascesi in se stessi attraverso gli altri e la storia. Tanto è fondamentale la resistenza contro l’Entità (il progetto Tav) per la collettività protagonista di questa storia che gronda storie, così è fondamentale il conflitto che l’autore intrattiene con un’entità mostruosa, che è il libro stesso, libro di libri, cronaca di cronache, poema e prosa, elenco e summa della lingua parlata, formidabile bordata al saggismo giornalistico. Ne risulta una sorpresa continua: i valsusini, e chi con loro porta avanti la lotta, presidiano e resistono; l’autore invece assedia e spinge un racconto dell’orrore. Non è un caso che, dopo un centinaio di pagine, arrivi sul lettore una mazzata di ordine letterario, ovvero l’invocazione alla Musa, in questo caso in forma di Maestro maschile: esasperato ed esausto davanti a una materia storica abnorme e a un archivio di dimensioni pazzesche, apparentemente insintetizzabili attraverso l’opera della narrazione letteraria, Wu Ming 1 chiede l’aiuto di “uno scrittore morto nel 1937”, che, per la sorpresa di qualunque lettore, è H.P. Lovecraft. E’ uno dei punti più profondi, rasentanti l’abisso, in cui lo scrittore di questo iperlibro dichiara intenzioni, poetica, possibilità di fallimento: si rivolge al maestro nella narrazione orrorifica e fantascientifica. E’ da questo punto iniziale (un inizio a pagina 100…) che lo sguardo deve rivolgersi, per desumere il desumibile: stiamo leggendo un testo altamente letterario. Il caleidoscopio allestito da Roberto Bui (ovvero Wu Ming 1) non ha attualmente pari nella letteratura che importiamo dall’estero. L’ingaggio di verità, collettiva e personale, è altissimo e domando, con finta ingenuità, quale altro lavoro internazionale ci conduce a tali latitudini. Sembra enfatico ed eccessivo mettere a confronto questo libro con la produzione di testi contemporanei e internazionali? Se si pensa questo, si provi a pensare se il movimento NoTav non costituisca un esempio parallelo di lotta locale che al contempo è nazionale e internazionale (i Mapuche sventolano bandiere NoTav in Patagonia…). Si badi bene: l’ingaggio veritativo non è di ordine ispirazionista. Qui si compie un duro lavoro, qui si mettono letteralmente le mani nel sangue. Chi fosse a Milano, oggi, ha agio di esporsi alle radiazioni di un’esplosione che continua da 25 anni per la nostra collettività e non so quanti anni per l’individualità dell’autore. E’ la storia, bellezza: si presenta sempre in farsa e in tragedia. Vi invito a entrare nella storia, si è oltre i generi, oltre “Jupiter and beyond the infinite”, è l’odissea nello spazio in cui capita il 2001, sono gli annus horribilis e la gloria dell’orda d’oro che sulla storia preme. Leggetelo.

Analfabetismo di massa: l’esperimento italiano e la lotta politica che ci aspetta

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L’ultimo rapporto Istat disegna la fine dell’Italia. Quasi l’80% dei miei connazionali è analfabeta, nel senso che non arriva alla comprensione di un testo di media difficoltà. Risulta che gli italiani, nella stragrande maggioranza, legge ma non capisce cosa sta leggendo, vede un video ma non riesce a interpretarlo, ascolta ma non capisce cosa gli si stia dicendo. Quella percentuale scandalosa è del tutto inconsapevole che la realtà non sia quella dell’incomprensione. Il 18,6% dei miei connazionali nel 2015 ha fatto questo: non ha comprato né letto un libro, non è andata al cinema o al teatro nemmeno una volta, non ha ascoltato un concerto che sia uno, non è nemmeno andata allo stadio o a ballare. Significa che viviamo in una nazione sottosviluppata, nemmeno più culturalmente, ma proprio relativamente alla vita vissuta. Mangiano e ci aggiungono consumi social e tv – ecco tutto. Nella graduatoria Ocse, per quanto concerne la qualità e la diffusione dell’educazione, siamo slittati al 34mo posto su 70. Tutto ciò è cominciato dalla riforma della scuola firmata da Luigi Berlinguer, durante il primo governo del centrosinistra, ed è stato coerentemente approfondito dalle riforme successive, quelle a firma Moratti e Gelmini. Non è prevedibile che la riforma, ironicamente e ossimoricamente detta “buona scuola”, di cui il firmatario è stato Matteo Renzi. L’emergenza centrale è l’educazione, ma sembra che non ci sia tempo per mettere mano, per fare sedimentare valori e saperi nell’attuale generazione in età scolastica, complice l’accelerazione tecnologica e il fronte continuativamente emergenziale in cui si esplica attualmente l’attività politica. Se ci aggiungiamo che l’intero sistema politico è stato mappato in 18.372 utenze intercettate ai massimi livelli istituzionali, abbiamo l’immagine di una nazione che si è addentrata nel cuore stesso di una trasformazione verso l’esausto, l’imbambolato, l’apolitico. Non c’è più poetica italiana, c’è solo un imbarazzante storytelling, che i due terzi della popolazione non riesce nemmeno a decifrare. In tutto questo, uno scrittore scrive un libro. Se ne traggano le ovvie conclusioni esistenziali. Questa fine non è apocalisse e non smetterà di finire tanto presto. La cifra italiana si mostra feroce e sempre più potente e istantanea, in coincidenza con l’accelerazione tecnologica e antropologica che coinvolge la vita umana sul pianeta Terra, ormai non più solo a occidente: persino la geografia è trascesa o stravolta. Non c’è da essere pessimisti, ma realisti e prepararsi adeguatamente alla battaglia più politica dei prossimi anni, quella che si gioca nell’accesso collettivo alle tecnologie e ai saperi. Fa specie e impressione che i miei coetanei non denuncino tale stato di cose, in cui sono travolte le legioni dei loro cuccioli d’uomo. L’inesistenza della base minima di tessuto collettivo dice che si è destinati a una minorità nel corso del combattimento che si sta inaugurando in questi anni: bisogna prendere atto di ciò ed essere inflessibili nel fare fronte ai tentativi di impoverire gli accessi a tecnologie e saperi. Già da oggi bisognerebbe inaugurare una rivoluzione scolastica – provateci, però, provate a intrattenere dei rapporti con i genitori di bambini e ragazzi che stanno andando a scuola in questi anni:provateci. Non so o non capisco cosa stiano facendo i movimenti, non dico i partiti, poiché i partiti vedo bene cosa stanno facendo. Da intellettuale, non smetterò di battermi per quello che ritengo il socialismo dell’era dell’accesso.
Buonanotte italiani, buonanotte bambini, fate ciao ciao all’uomo nero.

Termine radioso: consegnato il nuovo libro

In data 8 gennaio corrente anno, con piena vertenza e deliberato consenso, nel pieno delle mie facoltà e informato circa le conseguenze dell’atto, ho consegnato all’editore Mondadori il nuovo libro.
Non è cosa bella e davvero non mi piace parlare del me stesso e di quello che il me stesso fa. Tuttavia devo dire che la furibonda tirata con cui ho completato questa narrazione mi ha molto colpito. Il libro in sé mi pare costituire il tentativo letterario più ambizioso da quando scrivo.
E’ evidente che molto, in editoria, è mutato in questi pochi, ultimi anni, perciò sono consapevole dell’irrilevanza di un libro rispetto alla nuova antropologia in cui dimoro e che, occasionalmente, provo a descrivere in questo testo – tuttavia spero che in qualche modo incontri lo sguardo, clemente o meno, dei venerati lettori.

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Ancora su “The OA”

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Ancora su “The OA”, per confondere a un grado ulteriore quello che sento o penso. Non è un’opera d’arte e non mi attendevo di ridiscuterla (l’intervento precedente è qui). Tuttavia leggevo sui social alcuni giudizi che, pur inerenti alla serie di Brit Marling, coinvolgono in un discorso più ampio, perché sono denunce di uno stato estetico non soddisfacente, dilettantesco o improvvido. Discetterei soltanto di “Twin Peaks” o di “True detective”, francamente. Qualunque altra produzione per schermo piccolo mi sembra meno affascinante che disimpegnata, anche quando il lavoro di struttura narrativa o di ingaggio registico o recitativo sia complesso e stratificato. Da questo punto di vista, e soltanto da questo, “The OA”, come tutte le produzioni ingenue, appare più interessante che ben riuscito. Ha a suo vantaggio un’esperienza che mette in comune, che risiede nell’evasione dalle norme, in una stranezza disarmonica, una micropunta perturbante, che è dovuta alla naïveté, più che ai forum di Reddit. Esulare dai generi è molto difficile, quanto necessario, credo, e non lo credo per un’idea mia propria dell’arte, ma perché ho un sentimento della storia e dell’atto metafisico, che è diverso, contro cui l’arte dialettizza. E’ scabroso, certo, sbagliato e bizzarro. Posso concordare circa l’odore di indipendente, questo mi pare ovvio. Non esaltavo tanto OA, quanto deprezzavo Westworld, in ogni caso. Non mi pare incrociare i territori dell’arte né l’una né l’altra. Ci sono però, come è ovvio, differenti prospettive sull’arte, una delle quali giocosa o esistenziale o recitativa o combinatoria. Semplicemente ammiravo il tentativo di OA di smarcarsi, per trovare uno spazio nuovo. Ottavio Tondi, per restare a Pincio, è una figura tragica o dell’oggi o un mostro del fantastico, dipende da come lo si riguarda – invece, se lo si riguarda interamente, si resta stupefatti di fronte alla sua instabile irrevocabilità, una cifra à la Bartleby, qualcosa di inafferrabile che ci conquista e che riconosciamo laterale, o obliquo, e capace di mettere in discussione la frontalità con cui abbiamo guardato a una realtà irreale, però coerente, che percepivamo quando eravamo nello stato di veglia, pure intriso di reverie e di sogni. Così il movimento di chi va a conquistarsi territori impraticati o impraticabili mi sembra un tentativo degno di rispetto, al di là delle riuscite. Il resto, invece, mi sembra un gioco, privo però della serietà del gioco. Ciò che dico è che c’è più verità in un tentativo come OA che in una produzione colossale, con quel Macromedia, come Westworld. Poi è vero che io cerco momenti che mi incrocino, incrocino me, leggo e vedo con uno sguardo da scrittore bizzarro, non privo però di una sua coerenza interna. Io desidererei vedere opere video ad altezza Burroughs, ma è un pio desiderio e una empia illusione, che protraggo nel tempo che è mio e che non è di altri.

Dialogo sul libro che si sta facendo

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“Il tuo è un romanzo sulla singolarità?”
“La singolarità fa terminare il romanzo.”
“Dopo questa singolarità esisteranno le storie?”
“Non esiste un ‘dopo’. Comunque, sì, per quanto riguarda me e la mia scrittura esisteranno nuove storie, strane fiabe.”
“Come la vita dopo il giudizio universale, quando verrà ricapitolato il mondo?”
“Come la vita dopo il giudizio universale, quando verrà ricapitolato il mondo.”
“C’è un protagonista, un antagonista?”
“No, sono annullati, solo per lo spazio di questo libro, che in un certo senso è ultimo, perché oltre questo punto, per quanto concerne la mia scrittura, non è proprio possibile raccontare. Non si può raccontare perché il racconto si sviluppa esternamente alla fine del tempo e l’ingresso nella fine del tempo non prevede alcuno sviluppo. Al contrario, dentro la fine del tempo, governa un’altra logica e un altro tempo, di cui abbiamo avuto anticipazioni per l’intera storia della letteratura, dalle favole alla tragedia fino a certo romanzo e alle narrazioni kafkiane, che al momento, a mio avviso, sono l’esempio più acuminato di ciò che accade narrativamente al di là della fine del tempo.”
“Si venera qualcuno, qualcosa?”
“Non c’è più spazio per i culti.”
“Quindi è una narrazione apocalittica?”
“Più personale che apocalittica”.
“Ci divertirai?”
“No.”