blog · Il nuovo libro

Scrivere oggi: scrivere l’oggi

Non vedo più il libro. Quest’oggetto energetico, che soltanto una miopia tutta contemporanea ritiene essere un veicolo di informazione o peggio di comunicazione, è una canalizzazione delle più angeliche e demoniche intercettazioni a cui l’umano possa arrivare. Mi ricordo gli opening credit de “La tempesta” di Greenaway, riadattamento semplicemente assoluto del dramma shakespereano: c’erano vari libri, aristotelici anzitutto, tra cui un volume che tremava sismicamente, trattenuto da una fibbia che allacciava copertina e quarta, foderate di cuoio: non stava fermo, scalpitava, vibrava di moto proprio. Ecco: il libro è questa cosa. Oggi, mi pare, non c’è più. Incrocio a iosa occasioni di presentazione, festival, esposizioni di miliardi di titoli, interventi di scrittori nel visibile ovunque – e tutto mi pare decadenza, fossilità, assenza di bradisismo, vuota maniera, impermanenza calcarea, musealità cerea. Questo passaggio storico tocca intimamente due perennità: quella biologica (macchine e artifici stanno entrando nel corpo: una forma radicale di biopolitico) e quella testuale (trascendimento e oblio del libro, a partire dal grande libro della natura). Dio stesso è un evento anzitutto testuale per l’occidente, che elabora un’ermeneutica infinita sulle Sacre Scritture – era davvero interminabile quell’interpretazione, quell’infinita conversazione? No, non lo era: finisce oggi. Affrontare il progetto di un nuovo libro, in questo tempo, significa tenere presente l’assenza stessa della categoria di immaginario, sostituita da un’attualità bruciante e in continua frenetica evaporazione. E si impone anche la necessità di considerare che, insieme a Dio, l’altra entità onnipresente e bugliolo di libido sfrenate e segreti altissimi è l’inconscio, che oggi non ha ruolo né nominazione in nessun discorso pubblico. La bidimensionalità, prima che si arrivi a una tridimensionalità bidimensionale, è imperante, così come l’abbattimento del confine e quindi della dialettica, nella surproduzione di storie, sempre più elementari e riguardabili come grottesche, se ci si assesta sul protocollo storico che preludeva a questa velocità. Il lettore era, come accennava Paul Virilio, il primo dromofobico, ovvero un individuo collettivo terrorizzato dall’accelerazione delle cose materiali e psichiche? Forse lo era, ma non è mai stato il *mio* lettore, anche se sembra che lo sia adesso, quando lo stremo con vomitate testuali che sono incongrue rispetto al presente, che è brachilogia purissima, paratassi continua e dimenticabile, semplificazione allo zero di Kelvin (DeLillo: “Zero K”) e barocchismo privo di vita vivente. Il fiore del male non è più tale, perché, davvero, cosa è il male? Il fiore della pietra o del metallo, piuttosto, è la norma civile e incivile di ciò che è compiutamente e storicamente odierno. Avvicinare una storia, imporla rispetto alle possibilità orizzontali e mai considerando quelle verticali, nell’abbattimento di ogni simbolo, mito, fabula, sedimentalità, voce e senso – un limbo narrativo, una nebula astratta e veloce, una radicalità della trascurabilità di tutto e di tutti, mentre emergono, inconnessi tra loro, elementi pesanti, metalli ignobili nel vaporoso genere steam, ottocenteschi e hugoliani, eppure non tematizzati, poiché la tematizzazione è una delle mosse interdette dal Cloud… Di questo e da questo credo si debba partire per narrare oggi – o, almeno, è ciò da cui parto *io*, questo schifo di pronome che si deve tornare a indossare, smentendo la sensazione di oscenità, di nudità angosciata, di mortalità comminata istante per istante. Da e di questo, dunque, scrivo. perché scrivo? Me lo hanno chiesto amici, l’altra sera, e io ho risposto: “Non scrivo per nessuna missione e quindi non per restare. Non scrivo per nessuna storia. Scrivo perché scrivo e, soprattutto, perché è accaduto Kafka”.

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La piazza di Salvini e la specificità italiana

C’è un grado del degrado, che non c’entra nulla, ma davvero nulla, con l’ideologia capitalista che impone il *decoro*, nelle città grandi e piccole, per portare un ulteriore colpo agli sfruttati, agli emarginati, agli abbandonati, che non hanno rinunciato ai propri diritti, bensì sono stati talmente pressati dalla “società”, dal mercato, dalla perenne lotta di classe, che si ritrovano isolati, polverizzati, preda di disperazione e capaci di reagire come possono a un movimento colossale di depredazione e impauperimento materiale e morale. C’è, appunto, un altro tipo di degrado, che non ha nulla a che vedere con il degrado reale, autentico, concreto, alla mano. Si tratta di un degrado politico ed etico e anche conoscitivo, che statuisce una sorta di nuovo patto sociale, facendo perno sull’incultura, sulla prospettiva per cui ogni ascensore sociale dovrebbe muoversi da solo, pneumaticamente conducendo i *chiunque* a un eldorado facile e tutto economico, addirittura finanziario, privo di qualunque spunto valoriale, desertificato quanto a conoscenze e intenzionalità. E’ l’alienazione contemporanea, che l’Italia propone, ben più di altri contesti nazionali, come via fatale da percorrere nell’era del sistema imperialistico delle multinazionali, per giungere ad autoverificare la distopia che si è immaginata da sempre e che forse nell’abitante medio della megalopoli di “Blade runner” (il primo) ha una sua filologica rappresentazione. Questa melassa in cui il fenomeno collettivo affonda è tutta la contemporaneità italiana, che l’ultimo rapporto Censis descrive in termini di “sovranismo psichico”, cioè di autopercezione fuori sesto, di incattivimento generale, di aggressione linguistica e fisica, di esclusivismo per via dell’egoriferimento assoluto e sballatamente narcisistico. In occidente, non esiste un luogo che abbia condotto a un simile avanzamento il processo di brutalizzazione delle menti e delle folle. E’ il vecchio adagio dell’Italia come laboratorio sociale all’avanguardia, poiché in retroguardia da sempre. L’emersione del carattere nazionale, che da secoli è riconosciuto e quindi nemmeno teorizzato bensì constatato, dice di questa perduta gente, i cosiddetti “concittadini”, che la nostra è una landa devastata, cariata, patologica, microfascista non come ma più delle altre popolazioni. Il suprematismo incongruo, la macchina della falsificazione a livelli inauditi, il presidio del proprio particolare – ecco alcuni degli ingredienti utilizzati nell’immonda ricetta, che prepara la mensa italiana, quel pane quotidiano che non è mai stato pane degli angeli, nonostante il Carosello nei Sessanta e Settanta del secolo scorso cercasse di mistificare, a uso e consumo delle borghesie italiote. Davvero c’è stata una borghesia in questo Paese? Davvero si è tentata la rivoluzione? La storia dell’accelerazione ha in questo lembo meridionale del continente un suo atto iniziale, continuamente ripetuto: è Piazza Fontana oppure è Aldo Moro oppure è Vermicino oppure è Tangentopoli oppure è Berlusconi oppure, ora, è il peggiore tra i populismi possibili. Il popolino, in quest’ultimo caso, non è affatto popolo, come da copione italiano. Siamo a Masaniello più il digitale. Siamo al crollo di educazione e sanità, con l’entusiasmo della folla che non dispone più di un padre molto reverendo che vada a “sopire, troncare, troncare, sopire”. L’imbarbarimento è un regresso alla natura, a queste latitudini. La volgarità di Stato ha il suo contraltare perfetto nell’oscenità di massa. L’assassinio politico risponde a un’esigenza di omicidio collettivo, da parte di una popolazione che desidera morbosamente la pulizia etnica a partire dal pianerottolo del condominio in cui abita, per arrivare a Mussolini appeso, Craxi esule col diabete che lo divora, Bossi sotto ictus per la gioia delle genti, Renzi che salta (Berlusconi sta evitando tutto ciò, gli va dato atto di essere stato ed essere tuttora un navigatore politico di altissimo livello). Conoscere gli italiani, non soltanto a questo punto, è un’opera di penosa compromissione di qualunque sistema etico, perché l’italianità è un contagio, una vaiolosi dell’anima, una sciatica della pietà, una nazione-emendamento. Il fare schifo, qui, sottintende un tale godimento dello schifo medesimo, da lasciare non tanto senza fiato, quanto con un’intollerabile alitosi. La piazza dell’altro giorno, cinquantamila persone e non di più plaudenti a quella Pasta del Capitano, supporter con elmi cornuti e terroni entusiasti di chi li disprezzava con il vergognoso epiteto, racconta una crassa classe sociale, né borghese né proletaria e non unicamente imprenditoriale, che era in cerca da tempo di una rappresentanza capace di esportare l’odio radicale su palcoscenici ambiguamente illuminati, magari internazionali. La specificità italiana gode nell’abominio e supera di molto la comorbilità francese, che dura dai tempi in cui le vecchiette cucivano assise in Place de Greve, assistendo alle pubbliche decapitazioni. Si sarebbe portati a pensare che la Francia illumini, sia pure tenebrosamente, la via all’eterna rivoluzione di popolo, ora con l’emblema del gilet giallo, mentre da noi l’opzione della mobilitazione è stata consumata da tanto tempo, quando cioè il popolo gambizzava giudici e giornalisti, andando di molto oltre e sacrivicando il suo Kennedy nazionale, ovverosia il presidente democristiano, l’artefice della Repubblica e il dispensatore di un discorso infinito e sfinente, con cui si teneva sotto ipnosi una nazione intera, che nazione non era mai del tutto, come di fatto non lo è oggi. La piazza salvina, imbottita di una psicofarmacologia a base di grassi polinsaturi derivanti da cassoele e pasta al forno, interprete di un’estetica da vichingo declinato alla principe di Salina, in piena confusione simbolica, ignorante in modo talmente saccente da considerare il ragionamento stesso un abominio e una colpa – questo assembramento ex nordico nella ex capitale italiana (Roma non lo è più da tempo, non immemore, ma comunque da tempo) è l’espressione più verace della nostra antichità, che è sempre un’anticaglia da spacciare nelle botteghine dei souvenir, con cui da anni fottiamo il portafogli ai bolsi turisti stranieri, spersi tra Totò Peppino e Bud Spencer, catatonici nel paradiso infernale che da sempre ci costruiamo, con i campanili così come le inarrivabili periferie italiane, in un luccicare di paillettes e di biografie di Umberto Smaila, reale successore dell’Umberto savoiardo, che fu il re prettamente italiano. La pavidità eletta a sistema di aggressione. La luccicanza del falso contro il vero, che non è mai arido, il che pure ci aveva prescritto come terapia il nostro maggiore poeta moderno. L’estinzione del dubbio, per porre termine a qualunque fatica. Il tirare innanzi a nord e a meridione. L’abilità a scagliare la prima pietra contro il figlio di Dio. L’esaustiva bruttezza della lingua più celestiale, applicata al commercio delle anime, il che significa al furto continuo. Qualunque stereotipo verificato. Qualunque malattia contratta e debellata. Qualunque visione stanca per via della perennità. Quella piazza del supposto popolo, in piena Roma, era tale non essendolo. Si riparte da qui: dalla fine, sempre, come prescrive il decalogo italiano, che il Mosè nazionale ha scritto di suo pugno, per spacciarlo come ordine del Supremo. Attendiamo il prossimo giro, aspettiamo il tramonto di questi qua e l’arrivo di quegli altri. Buonanotte, bimbe e bimbi nazionali: ci si rivede all’alba successiva, noi italiani siamo gli unici ad avere realizzato che c’è sempre un’altra alba e non dobbiamo fare fatica a costruirla e garantircela: ci è data e l’abbiamo rubata, indifferentemente.

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Il nuovo libro, ascoltando l’amico

L’altro giorno ero nella galleria Vittorio Emanuele, incongruamente, a prendere il primo aperitivo della mia vita nella galleria Vittorio Emanuele, in compagnia di un mio amico che stimo tantissimo, sotto ogni punto di vista, un intellettuale e una persona vibrante, un’umanità profonda messa al servizio dell’intuizione, soprattutto dell’intuizione di un Paese, il nostro, dalle passioni intense e dalle fragili strutture, ma anche dalle passioni repentine e dalle perenni strutture. Si parlava dell’invenzione. Questo mio amico è autore di un testo pazzesco, dove l’invenzione sembra non avere asilo, semplicemente perché è sostituita dalla perforazione della verità, che è il fondo del lavoro letterario. “Cosa contraddistingue lo scrittore?” gli chiedevo e lui: “Il vedere”. Quanto ha ragione l’amico, nel tempo in cui le storie entrano in crisi per sovrappiù di nonsenso e di produzione degli storytelling, dei plot, delle esercitazioni di genere? E’ un tempo in cui la cosiddetta creatività, che è un sostantivo da cui vorrei prendere le distanze da e per sempre, è spesa al servizio non del progetto e nemmeno della multidisciplinarietà, bensì del soddisfacimento istantaneo, uno sfregamento di mucose tra istrici. Non è questione tra realtà e finzione: è questione di verità o assenza di verità. Il progetto è una tensione al senso, un campo di forze in cui la casualità, lo scherzo, il gioco e soprattutto l’errore svolgono un ruolo imprescindibile e determinante. Questo mio amico non sa e non concepisce il fatto di essere al momento uno dei migliori scrittori della nazione, ma tant’è: perché perfora il vero e manda ad abissalità tutto l’esistente, a partire dalla memoria e dal cuore, che sono peraltro emblemi uno della finzione e l’altro dell’autenticità. Che si possa ancora dire tutto ciò, che lo sguardo ancora sia considerato un’opzione possibile e che la parola scritta si connetta per via di verità alle scritture più sacre – non è soltanto una consolazione: è anche questa una verità, che non smette di lavorare le teste umane, le pance umane, l’apparato circolatorio e nervoso degli umani, queste bambole fatte di angelo e di demone, questi ossimori su due gambe, queste oscenità tenerissime, queste sconfortanti irrealtà, che, come diceva Rino Formica (!!!) della politica, sono sangue e merda. E’ un tempo cupo e splendido, un’apertura sconvolgente di orizzonti che soltanto i cretinetti dell’usuale ritenevano e ritengono impensabili. Così palpita l’amore e il vero secondo il tempo insincero e feroce. E’ vita, è letteratura. Annuncio così il mio nuovo libro.

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La fine della Chiesa e la fine della letteratura: parola di Ravasi.

Ieri sul Corriere della Sera è apparsa una delle interviste più sconcertanti degli ultimi anni. Si tratta di un colloquio con monsignor Ravasi, sorta di ministro della cultura per il Vaticano, uno dei più colti biblisti al mondo, capace di letture sorprendenti di quella scrittura che sarebbe sacra per i non credenti anche solo per il fatto di avere creato l’occidente (qui l’intervista). In breve, Ravasi constata che i cattolici sono una minoranza, devono imparare a pensarsi minoritari, le chiese sono vuote, alla gente frega di Dio non più secondo i canoni, si è entrati in una polverizzazione spirituale che è la risposta al secolarismo, bisognerebbe che il prete riprendesse il kérigma, il nucleo carismatico dell’insegnamento, tornando a parlare di vita e morte, spiritualizzandosi nuovamente. Si tratta di considerazioni intorno al popolo cattolico, che mi interessano fino a un certo punto, pur coincidendo con un ragionamento che si sta facendo da molti decenni (un contributo, pubblico e personale: un reportage dalle chiese svuotate, pubblicato su “L’Espresso”). Ravasi tocca temi che consentono di percepire un massimalismo anche metafisico, di cui la Chiesa cattolica sembra essersi voluta privare da molto tempo. A queste considerazioni il cardinale aggiunge tuttavia osservazioni incredibili, sulla testualità, del tutto coincidenti con il problem solving allestito da Alessandro Baricco nel suo recente “The Game”. Viene sottolineata dal monsignore l’abilità comunicativa di papa Francesco, del tutto all’altezza dei tempi, poiché il pontefice utilizza la paratassi: frasi brevi, comprensibili, nessuna dipendente. Sembrerebbe di trovarsi in un confessionale con un publisher dell’attuale editoria. Se uno pensa ai Nomi o ai Re o anche soltanto al Cantico dei Cantici, sta male: chissà come mai, ai tempi, i profeti utilizzarono l’ipotassi e la struttura complessa delle frasi. In realtà, tutto si tiene. Appare più comico che ironico il fatto che le Sacre Scritture debbano essere divulgate da un San Paolo digit, che diffonde il messaggio via WhatsApp, visto che secondo Ravasi “San Paolo tradusse in greco il messaggio del Cristo, il greco era l’inglese, il digitale dell’epoca”. Così sembra più tragico che farsesco l’indubitabile processo di semplificazione stilistica e narrativa, che la fu industria culturale commina ai “lettori forti” e “deboli”, questa ossessione dell’agorà paolina 2.0, popolata di influencer e di autori che si ritengono letterari e non lo sono per niente. Cosa dovrebbe fare un’istituzione preposta alla gestione di una fede, che sia la Catholica o l’editoria? Questo: complicare, sintetizzare, eiettare il simbolo che è sintesi ben più radicale di qualunque paratassi. Trovare il messaggio nel Cristo e in Kafka. La scrittura, sacra o letteraria, non dismetterà a breve le sue capacità di persuasione occulta, al di là del riconoscimento collettivo e del ruolo sociale che sottintende: il prete è in decadenza quanto il poeta o il romanziere. Bisogna portare la scrittura da qualche parte? E’ necessario cogitare secondo intellezione collettiva su strategie o target, più o meno segreti e allegorici, per risvegliare l’ardore del credente, che è sempre lettore e lettrice? No.

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Il Questoquaismo di Matteo Renzi

Ciò che profondamente non mi colpisce affatto, nel contemplare la deriva poetica di Matteo Renzi, è l’insistenza sul suo periodo d’oro, che lo è stato soltanto per lui e per qualche aggregato alla sua esplosiva personalità, l’aggettivo riguardando un flatus vocis, cioè il soprannome “il Bomba”, ché di deflagrante in Renzi non c’era nulla, a partire dalla “rottamazione”, per continuare con la retorica del “sogno”, purissima eredità berlusconiana, che di onirico non aveva nulla, se non il fatto di essere un incubo liberista, in cui selvaticamente le masse avrebbero dovuto mutuare entusiasmo da una realtà erosa e da un contesto di sfruttamento generalizzato. La persistenza di Renzi nella recriminazione e nella memoria di statistiche che concernono il 2014, davvero, stipulerebbe un patto con la poetica del fanciullino che è più in lui che in noi. E’ tenero e umano nel tremolio e nella sempiterna riproposizione dei ruderi narrativi, che costituivano secondo lui uno storytelling e per tutti noi una riprova costante di come l’uomo di paglia non abbia grandi vantaggi nell’appiccare il fuoco. Fa molta impressione riflettere su cosa sia il passato politico italiano, le sue modalità e le sue ritologie estenuanti, le sue linguificazioni ai limiti del tollerabile e la varianza bizantina sul vuoto che veniva spacciato per un pieno, ma aereo, astratto, numinoso, un attendismo sfinito, un tempo dilatato, che Renzi e non Berlusconi ha inteso abolire, proponendo un modello alternativo del tutto fuori squadra e capace di sortire qualche effetto soltanto come premessa a ciò che sarebbe giunto dopo, ovvero la carica alinguistica attuale, la piattaforma valoriale della faccia come il culo, l’esasperazione dei visceri: tutte proposte antinarrative, come del resto quelle di Renzi. L’ultimo politico ad avere in mano le chiavi di una narrazione e la capacità di usarle, in effetti, è stato Berlusconi, ovvero la generazione del medesimo, ancora sensibile al racconto, per quanto falso, impudico, anticivile. Sto consigliando senza posa, in questi giorni, quel “mostro” antropologico che è la grande opera di Filippo Ceccarelli, “Invano. Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua” (Feltrinelli), invcentore dunque della memorabile categoria del Questiquaismo: e Renzi ci sta, tra “questi qua”, oppure avviene prima che essi giungano alla transitorietà dei poteri? Renzi appare del tutto omologo a costoro, è forse la prima apparizione in vita del Questiquaismo. Messa accanto alle personalità che fanno la storia parlamentare e politica in Italia, la sua statura appare quantificabile a quella di un soldatino in mano a Guido Crosetto: non sta sulle spalle dei giganti, gli sta tra le mani, è un giochino del futuro che i colossi del passato avevano previsto nonostante tutto, poiché il potere italiano e l’Italia stessa sono questa reiterata svuotata constatazione: “Nonostante tutto”. Tra le venerabili, esilaranti pagine che Ceccarelli dedica ai democristiani, questi figli di un partito donnone e gigantescamente materno, fa impressione mettere in relazione Renzi e la sua comunicazione con quella, che so?, di Arnaldo Forlani, un uomo capace di parlare per ore senza dire nulla e, proprio per questo, eternamente candidabile e impallinabile al Quirinale (definì “spinte dispersive” il voto di franchi tiratori che lo abbattevano a un passo dalla presidenza della Repubblica). Arrivava Fanfani, arrivava sempre, lo abbattevano a fucilate e lui rispuntava dopo qualche mese e lo soprannominavano non “il Bomba”, ma molto più genialmente “il Rieccolo”. Concetto Marchesi, uno dei massimi latinisti del Novecento, per Andreotti arrivò a coniare il detto “Chi non muore si risiede”, il che sarebbe impossibile rispetto a Renzi. Non mi ricorso quale politico o notista disse di Prodi che “gronda bonomia da ogni artiglio”: Renzi manco arriva a una simile segnatura di grande cinismo, poiché è cascato ingenuamente lui nelle trappole che pensava di allestire a danno degli altri. Renzi non ha compreso minimamente la storia del potere in Italia e ciò è fatale. Matteo Salvini da quella cultura arriva, tiene nascosto tutto, esclude proprio il discorso tradizionale del potere italiano dalla propria comunicazione, ma lo sa a memoria e, per questo, è uno sfidante formidabile e al contempo sfigatissimo, per chi ha la pazienza di attendere che la vicenda progressista trasformi per l’ennesima volta la marcia delle magnifiche sorti in questo Paese declinato al gerundio (“Stiamo lavorando per voi…”). Tutto il contrario, Renzi, ed è il motivo per cui uno come Enrico Letta ha milioni di chance più di lui di eternamente tornare. Alla luce di tutto ciò fa tenerezza, di Renzi, la difesa postuma delle vicende in cui è stato coinvolto il padre, alla luce e al buio del caso che costituirebbe di per sé il genitore di Luigi Di Maio, che secondo il senatore di Rignano dovrebbe chiedere scusa – come se, da Pajetta, il dc Donat-Cattin avesse pensato di chiedere scusa, perché il senatore pci aveva detto: “Pensavano di trovare i terroristi tra i nipotini di Marx, li trovano tra i figli di Donat.Cattin”. Abbiamo davvero rottamato Forlani, Fanfani, Andreotti, Pajetta, Donat-Cattin? No e non lo faremo mai. Chi non lo comprende, purtroppo, ha la vita politica misurata e breve, come sta capitando e probabilmente capiterà a Matteo Renzi, anche se si costruirà attorno un “nuovo partito”, un’altra eternità tutta italiana, che il Bomba non sa interpretare, sbagliando perennemente, declinandosi a un gerundio del tutto sbagliato.

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Sul Mostro di Firenze: un incontro a Milano

Giovedì prossimo, 29 novembre, dalle 18 alle 21, presso la sede milanese dell’università eCampus (via Chioggia 4, MM Turro), intervengo insieme al criminologo e docente Armando Palmegiani sul Mostro di Firenze, una delle saghe criminali più sconcertanti nella storia d’Italia – e non soltanto italiana: da Hannibal Lecter al serial killer Zodiac, i riferimenti internazionali al Mostro indicano come sia penetrato in un immaginario internazionale. Armando Palmegiani, anche con foto inedite delle scene dei crimini, affronterà la storia di questa incredibile serie di delitti e dei processi che (forse) hanno determinato gli esecutori se non altro materiali. Io mi occuperò di accerchiare la vicenda nera come cuore pulsante della storia nazionale: questa continuità thrilling che è l’Italia, dal caso Montesi fino a Bossetti. E’ necessario prendere il biglietto gratuito al link su Facebook o su Eventbrite.

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Aggressione alla lingua: “Smetti di scrivere difficile!”

C’è un’obiezione che non reggo più davvero: riguarda la lingua. La semplicistica affermazione che un intellettuale deve scrivere semplice, non risultare ostico e, se possibile, nemmeno ostile – no stile, no ostile. Una controaffabulazione che punta sull’estinzione della complessità linguistica, una mansuetudine all’eterna neolingua dell’eterno neocapitalismo. Peraltro, la difficoltà aumenta nell’istante in cui una lingua ridicolmente enfatica e implausibilmente neologistica (cspita: quanti aggettivi ho impegnato! E prsino una traiectio! Le figure retoriche fanno male!) la impegna un sarpedòne come il supposto filosofo suppostamente erotico Diego Fusaro. Ed è poi tra l’altro tutta una questione di fama e di successo: Massimo Recalcati utilizza liberamente Jacques Lacan e va benissimo, anzi, si istituisce una zona di popolarità attraverso un ricorso linguistico che accontenta l’ex borghese e il restante ceto riflessivo. Se ci si sposta nelle aree, disciplinari e *di mercato*, più propense alla produzione di ciò che fu la lingua letteraria, dall’editoria al giornalismo mainstream, si noterà un timore tremulo, un pallore essudato, una vaghezza ipocrita a fronte di qualunque emersione di ordine stilistico – è il midcult post-letterario (qua sembro davvero Fusaro!), è l’emissione ammansita, pretraumatizzata, morbidissima, piana, ai limiti dell’insignificanza, in quanto il lettore e la lettrice non vanno aggrediti, sono anime belle che non vedono su Netflix qualunque horror e splatter o, se lo vedono, quando poi entrano in libreria, sono fantasmi harmony, innocentissimi bimbi (nessun bimbo è innocente), pudicissime animulae vagulae blandulae, spaventabilissime larve di tenue umanità. Questo opposto della levità e del peso pretende che le mucche si facciano mungere secernendo latte scremato. E’ il contrario della natura *e* il contrario della cultura. Ti spaccano il cazzo, se tenti una lingua complessa per ambiguità complesse e, al limite, tragiche. Mi ricordo tanto tempo fa, in uno dei miei ripetuti esordi letterari, la discussione editoriale sull’aggettivo “lattescente”, che avevo sventuratamente inserito nella prima pagina di un mio implausibile thriller: c’era questa atmosfera da apocalisse in atto, questa violazione suprema del comandamento dell’alta digeribilità, questo imperio dell’estinzione della mente, degli inconsci, dei superconsci, degli archetipi. Di colpo, gli archetipi erano diventati non potenze qualificate e dinamiche, ma algoritmi della buona narrazione, patenti per la commerciabilità non dell’idea, ma dell’assenza di idea. La preclusione del ridondante, della retorica come persuasione, dell’indecenza automatica della scrittura in sé, che prescrive cinismi e morbosità a ogni livello, diventava un’ideologia pragmatica, un sentiment del mercato. E che fine faceva il mercato? Si estingueva. Si inventava che un lettore forte è colui che legge un libro al mese: la pochezza zodiacale del dodici, numero sacro e apostolare, un archetipo che viene letteralmente speso in tempi di black friday morale e tanto più intellettuale. Questi operatori del nulla, che imponevano il codice della lingua più anonima praticata nella storia umana, assistevano alla fine del mercato della cultura e lo corroboravano con un entusiasmo sospetto, privi di sanzione come erano e come sono, poiché, se la scrittrice o lo scrittore si incazzano, poi ci mettono due secondi e mezzo a denunciare la cospirazione del silenzio e del securitarismo (io lo feci in un libro titolato “L’anno luce” e mal me ne incolse 😀 ). Oggi questa pratica della semplificazione giunge a estremi tipici di un’evoluzione digitale, di un’accelerazione tecnica che impone l’azzeramento della componente emotiva e di quella cognitiva. L’imbecillità come valore non isola più i Bouvard e Pecuchet del 2.0, ma li porta in trionfo come eroi impliciti. E’ un pensiero unico, che quindi non è pensiero. Non si contano più le occasioni personali in cui, alla proposta di un testo un minimo ornato, arriva il rimprovero che l’intellettuale è contro il popolo, perché necessariamente il popolo è bue, il che viene rivendicato con forza in questi interventi censori: si è fieri di essere bovini, non di essere popolo. Della dialettica non resta traccia alcuna, poiché ciò che colpisce qualunque stile è al contempo ciò che colpirà qualunque contenuto. Del resto non c’è molto da sperare circa i destini del fatto linguistico – si va a nicchia, sempre più piccola, fino all’inesistenza, entra un paio di decenni. Si sottraggono a tutto ciò i successi clamorosamente mainstream, i macroggetti che si impennano nelle vendite, ma che recano con sé, dato il carattere dell’epoca, l’irrilevanza stessa dell’autrice o dell’autore, che pure potrà accedere alle emittenti unite in tv, ma non riesce a scalfire l’immaginario collettivo, poiché non c’è più immaginario, ma soltanto polverizzazione del medesimo, e sul collettivo andrebbe anche fatta qualche riflessione dubitosa, poiché la generalità non è affatto il collettivo. Questo moloch impoetico è la cifra dell’estinzione della mente, dunque: la mia, così come quella di chiunque ha avvertito nel testo uno strumento di interpretazione e di messa in forse del mondo. Una sovversione può essere reazionaria: sì, lo dimostrano questi giorni tossici e accelerati. Se chi scrive non è più sovversivo, chi allora determinerà una sovversione? Si va in giro con la lanterna, cercando la donna e l’uomo della sovversione, piccoli Diogene forse troppo illusi da se stessi e dagli altri: e se ne trovano tantissimi, di sovversivi. Il genio c’è ed è molto diffuso. Ciò che serve è l’innesco del genio e, se la lingua non è più un mezzo per fomentare ciò che già è antagonista nella realtà, non mancheranno certo i modi per sostituire questa antica sorella: la lingua. Addio, antica sorella.