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Da “History”: gli angeli custode

In “History” (Mondadori), verso la fine del libro, è scritto:

«Le nostre fedi cieche negli angeli custode…
Di notte, pensavamo uniti, piegati sulle ginocchia, di notte è risaputo quando sogniamo che ci sono gli angeli custode. Vegliavano, credevamo, su di noi, noi lo sognavamo. Traslucidi e rasserenati, essi trascorrevano una vita di culla, supremamente siamesi, non li avversava mostro alcuno e sempre erano intenti a leggere il libro scritto dal Buon Iddio. Noi dormivamo, gli angeli custode ci vegliavano. Fino all’alba eravamo assopiti, avevamo a che fare con le vastità notturne, con i dragoni, con le maglie vecchie. Questa lana del sogno era un impaccio e stentavamo a cavarcela di dosso perfino al risveglio: tendevamo spropositatamente le nostre leve corporee, distendendo le braccia e le gambe e il cingolo scapolare, allargando il torace in grandi respiri, rattrappivamo i pugni, incerottavamo il volto con cispe e lacrime, andavamo risvegliandoci. Eravamo bambini, dopotutto. Non c’è umano che non sia bambino, dopotutto.
Si discendeva dal letto pensando gli avi, mentre già quegli angeli custode, quei cuori alati dai sembianti pallidi e dagli immacolati riccioli d’oro, si allontanavano diretti a una geografia soltanto a loro nota, e al Buon Iddio, tra armoniche celestiali si involavano, avendo rapito tutti i nostri sogni. Smettevamo di credere al Buon Iddio, ma non cessavamo di essere spaventati dai morti. Vestiti di tutto punto dei nostri mestieri e delle arti apprese, ci facevamo da subito insinceri e con il cuore chiuso, impenetrabile, serrato nel nostro seno senza morbidezza alcuna, ci sviluppavamo abbandonando i giochi e le fantasticherie, un lustro prima che avessero sopravvento il codice civile e il lavoro, il lavoro redento con la durezza e la inflessibilità, dimentichi degli angeli custode e delle fole e cercando un poco di respiro nelle campagne e nelle vergogne…»

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“History”: la rassegna stampa

Alcuni contributi su “History” (Mondadori) usciti su stampa cartacea (ai link, i pdf originali) e on line, insieme a interventi in podcast:

  • Recensione su Il Corriere della Sera di Stefano Montefiori

    “L’autore di, tra gli altri, «Dies Irae», «Hitler», «Italia De Profundis» e «La vita umana sul pianeta Terra» sembra essere arrivato con «History» a usistema completo fondato sulle sue ossessioni (come la morte di Alfredo Rampi nel pozzo di Vermicino). Ossessioni, visione e stile fanno di Giuseppe Genna uno scrittore unico…”

  • Intervista su Vanity Fair di Silvia Bombino

    “D. Perché un romanzo ora su questo tema? R. Perché non scriverlo, piuttosto. Mi chiedo come mai all’estero scrittori come Don DeLillo e Michel Houellebecq se ne occupino e da noi nessuno scrive della realtà in cui viviamo: non è fantascienza, ma sociologia ormai. Riguarda noi e soprattutto i nostri figli, che tra 40 anni dovranno scegliere se ibridarsi…”

  • Intervista su Rai RadioTre a Fahrenheit

    “Genna, cosa verrà dopo «History»?”

  • Recensione su Repubblica di Fabio Galati

    “Non fantascienza, ma romanzo filosofico. Con un’altra importante protagonista. La scrittura: abbondante, sinuosa, volutamente ipnotica. E nel gioco di specchi dell’autofiction è lo stesso protagonista a ricordare la missione dello scrittore: «Rendere poetica la mente»”.

  • Recensione su il manifesto di Adriano Masci

    “Con un oltranzismo poetico e una profondità speculativa proprie solo di un grande scrittore, Genna si muove su una narrazione che dialettizza con il punto più avanzato del progresso…”

  • Recensione su Avvenire di Alessandro Zaccuri

    “Di libro in libro, la scrittura di Giuseppe Genna si è sempre più allontanata dalla forma romanzo per inoltrarsi in un territorio di indefinibile e ipnotica complessità…”

  • Recensione su PULP Libridi Elio Grasso

    “Proprio la scrittura fortemente votata di Genna alla difficile (ma premurosa) affinità con la ritmica del senso, quindi alla poesia, porta a trasformare questo libro in una specie di asteroide per ventura avvicinatosi al sistema letterario italiano…”

  • Recensione su Il Giornale di Fabrizio Ottaviani

    L’autismo di History è il simbolo di un sistema nervoso che smette di comunicare e si trasforma nel caveau di qualcosa che riusciamo a conoscere solo dopo la sua estinzione…”

  • Recensione su Libero di Ilaria Milella

    “«I tossici praticano l’anestesia sulle panchine screpolate verdi, caracollando da fermi, un dormiveglia salicilico che temiamo e a cui ambiamo, crepitandogli intorno con i nostri palloni troppo leggeri per essere calciati»…”

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“Rendere poetica la mente”: “History” su Repubblica

A firma di Fabio Galati, è apparsa su Repubblica una splendida recensione, nelle pagine dell’inserto culturale Robinson.

«Non fantascienza, ma romanzo filosofico. Con un’altra importante protagonista. La scrittura: abbondante, sinuosa, volutamente ipnotica. E nel gioco di specchi dell’autofiction è lo stesso protagonista a ricordare la missione dello scrittore: “Rendere poetica la mente”».

Eccone il pdf integrale

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Presentazione di History a Roma, il 17 ottobre, con Luca Briasco

Il 17 ottobre, che cade di martedì, sarò a Roma insieme a “History” (Mondadori), per parlarne insieme a Luca Briasco, storico editor della meravigliosa collana AvantPop di Fanucci e poi a Stile Libero e ora a minimum fax, una delle personalità editoriali più profonde e ammirevoli della nazione, a cui va tutta la mia gratitudine per avere accettato di partecipare. Romani, amici, cittadini, prestatemi le orecchie: martedì 17 ottobre ci si trova alle 18:30 presso la Libreria Notebook, all’Auditorium Parco della Musica (viale Pietro de Coubertin 30).

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Presentazione di “History” a Milano, con Enrico Mentana

A Milano, presso il megastore Mondadori Duomo, insieme a Enrico Mentana, abbiamo presentato “History”. Grazie, davvero grazie, a tutti coloro che sono intervenuti. Mentana mi ha fatto domande abbastanza cruciali, sono onorato della sua presenza e grato per le interpretazioni, in particolare sulla questione degli stupefacenti come anticipazione dell’ibridazione a cui si va incontro, sulla morte dei rituali di morte, sulla decisività e ultimità del testo per chi si è formato in epoca storica.

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Sul Foglio: “Padri”

In occasione della pubblicazione di “History” (Mondadori), viene ospitato da il Foglio un intervento narrativo sui padri contemporanei, all’interno della pagina “il Figlio”, curata da Annalena Benini, che ringrazio. Eccone il testo.

PADRI
di Giuseppe Genna

La testimonianza del padre è irrilevante. Me lo dico mentre salgo le scale verso il primo piano della scuola primaria dove educano la figlia, sbattendo contro i corpi degli altri genitori, nell’immensa migrazione che fa tutta la pedagogia contemporanea. La fiumana verrà stipata nelle aule, compressa in un angolo, di faccia ai bimbi coreuti, che canteranno con lievi stonature Feliz Navidad, tremuli per l’emozione, investiti da schermi di smartphone e tablet, le maestre riattate a direttrici d’orchestra, prima del buffet a base di torte non di pasticceria ma di supermercato, perché così vuole la Asl, dalle pasticcerie o da casa potrebbero penetrare nei visceri dei pargoli i vibrioni, le salmonellosi. I genitori discettano delle predilezioni dei figlioletti, ogni figlio è un prodigio, una sorpresa, un incanto. Si deve assistere al saggio stando a lato della LIM, la lavagna interattiva multimediale, che ha sostituito quella vecchia in 3D e in grafite. Il gesso non c’è più: questo è il progresso. Dalla LIM irradia un Rovazzi, i cuccioli assimilano da YouTube e tornano a casa tutti trapper, tutti Dark Polo Gang. Adesso, però, tornano a essere quello che deve essere un bambino: un’anima iridescente a cui vibra il gorgheggio per la paura dell’esibizione. I genitori registrano, gli schermi dei device sono retroilluminati, il 2.0 trasforma le persone e le cose. Sono all’ennesimo saggio della scuola primaria e segretamente la odio. Odio l’intero sistema scolastico e l’interezza dell’epoca in cui io invecchio e mia figlia si forma. Mi pare tutto un crollo, un abisso. Alle soglie della quarta elementare, sono in pochi i figli che sanno leggere l’orologio. Si sorbiscono tutti lo stress da test Invalsi. Il girone delle primarie è infernale. Imparano l’alfabeto grazie a una creatura semidisneyana, un pesciolino che introduce le lettere. Pare di vivere nella Melavisione, che rese tutti un po’ più scemi e irrealisti. Vige il terrore del trauma: i bambini non vanno stancati, non vanno sottoposti al regime naturale delle regole e del principio di realtà, tutto è un urto e una violenza. “Le braccia della madre sono fatte di tenerezza” scriveva Victor Hugo. Adesso la tenerezza si allarga ai pixel, all’esperienza anestetica del tablet in pizzeria: perché il bimbo non rompa col pianto e la noia, gli si piazza davanti alla faccia un Angry Birds. Padri e madri sembrano avere dimenticato che esistono le scarpe con le stringhe, si acquistano solo quelle col velcro, un decenne oggi a stento è in grado di allacciarsi le sneakers ai piedi. Il pensiero dei bambini passa attraverso le mani, ma oggi le mani non toccano la sabbia e il fango ai giardinetti (si rischiano malattie tropicali, il dengue è a portata di parchetto) e perfino il lego non è più composto da mattoncini generici con cui inventare forme (bisogna essere degli ingegneri, per giocare al lego specialistico oggidì). In classe, nella macrotelevisione connessa che è la LIM, non imparano nulla sulle emozioni, perché guardano Inside Out, blockbuster di animazione Pixar, in cui le emozioni sono ridotte a cinque. E’ lo tsunami dell’età accelerata tecnologicamente, una mutazione antropologica che si sviluppa sotto i nostri occhi di genitori digitali, i partecipanti alla teoria infinita dei saggi di musica, di canto, di danza. Mutano le afferenze cerebrali, si sviluppano altri istinti, vince tutto ciò che è schermo, illuminazione. Soltanto l’altro giorno la piccola è tornata a casa un poco bagnata, dichiarando di avere giocato coi gavettoni, ma spegnendo all’istante ogni mio entusiasmo perché, per giocare coi palloncini gonfi di acqua, lei e i suoi amichetti hanno consultato un tutor su YouTube: un video che ti insegna a fare un gavettone. A dieci anni non girano da soli: ci sono pedofili ovunque. Non sanno i nomi delle strade di quartiere. Non sono in grado di spendere, perché non hanno contezza degli euro. Tantomeno sono in grado di rubare al supermercato o all’edicola. E’ una rivoluzione istantanea. I padri e le madri mimano le parole che i propri figli devono cantare. Sono felici? I bambini sono felici? Torbido e pericoloso è il presente. Io testimonio, padre irrilevante, la trasformazione. Ecco, la natività è felice: sono nati gli algoritmi. Defluiamo fuori dalla classe, respiriamo ossigeno caldo al di fuori degli effluvi di sudore che impestavano l’aula. Siamo genitori dispersi. Il tempo è maggiorenne e noi siamo i disabilitati. Il complesso di Edipo è diventato il complesso di “E dopo?”. Accompagneremo il figlio dell’uomo, la nostra croce e delizia, i nostri Alex&co, la nostra correità con l’epoca. Noi genitori saremo rinnovati.