“Io Hitler”: la nuova edizione

Mi pare di capire che sia oggi definitivamente in libreria. Ha ripreso il suo titolo originale, “Io Hitler”. C’è una postfazione inedita, che inizia così: «A distanza di dieci anni dalla pubblicazione questo libro rimane un alieno. Non è un romanzo e non è un saggio, non è cronaca e non è dramma. Questo libro è un alieno perché l’alieno è il suo oggetto, che è doppio. Ripristinando il titolo originale, “Io Hitler”, si mette in luce la natura bifida dell’oggetto: da un lato c’è l’io e dall’altro c’è Hitler. Distinti, essi sono una cosa sola. Nel luglio 1930 Hitler pubblica sul giornale di partito, il Völkischer Beobachter, un articolo in cui traccia il bilancio della crisi dei nazisti tedeschi, che lui ha risolto: si contano in questo intervento centotré occorrenze della parola “io”. Il pronome è legione, nel caso della prima persona, “il più lurido dei pronomi”. Il nome Hitler è il più lurido dei nomi? È legione? Se Hitler è la persona Hitler, si tratta dell’individuo, ma la tesi di molta storiografia e sicuramente della teologia della Shoah (che costituisce l’ago della bussola per quanto concerne il presente libro) è che Hitler sia allo stesso tempo Hitler e più che Hitler o, per dirla con lo storico Joachim Fest, egli è la “non-persona”: privo della basale empatia e della prova di realtà, questo io gonfiato invade la vicenda del Secolo Breve e la staglia nell’inferno che accoglie da sempre le tragiche prodezze della specie umana sul pianeta Terra…»

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La domanda che @beppegrillo pone, vincendo tutto

 

Il testo politico in questo momento mi sembra quasi più letterario del testo letterario. Sarà perché ho una concezione molto ampia e una sensibilità peculiare su quanto è letterario – qualunque azione è per me una retorica precisa e la retorica stessa non è che un ordinamento dell’azione. Fatto sta che, se dovessi leggere il testo politico attuale, da noi in Italia, non mi verrebbe in mente di definire lo stato delle cose in termini di crisi della democrazia. Tutt’altro. Il pieno risultato del populismo si apprezza per me in questo: che l’elettorato si sposta con la stazza della deriva dei contenti, ma alla velocità della fibrillazione atriale. Ogni steccato, ogni traccia e consistenza di coerenza sono aboliti. E’ per questo che alcuni pensano, e non del tutto a torto, che sia sufficiente il piano della comunicazione, il machiavellismo superficiale e d’accatto, l’inconsistenza etica come stella polare. Invece l’intelligenza del testo politico, quindi la sua tessitura, richiede calibri e qualificazioni più profondi e sedimentali. Per ciò che vedo, il quadro è dominato al momento da un’intelligenza politica molto irregolare, però ben più profonda e insistente delle altre in gioco, ed è quella di Beppe Grillo. Come sanno tutti coloro che mi conoscono, non inclino minimamente e anzi contrasto con ogni mezzo ogni tentazione populista, ogni sconfinamento oltre le competenze, ogni piaggeria alle bad vibes dei deliranti specifici di turno, il parafascismo della supposta democrazia diretta (entrambi i significati di “supposta”) contro quella rappresentativa, le derive gravissime in termini sociali e addirittura etnici che le istanze del M5S hanno portato e comportato. Qui però il ragionamento è diverso. Beppe Grillo ha inventato il populismo contemporaneo, lo ha imposto, lo ha inoculato e lo ha superato. Le decisioni di Matteo Renzi sono state possibili ed effettuali soltanto grazie a una intuizione di Grillo e non per un salto triplo compiuto da Rignano a Palazzo Madama. Grillo ha in mente una nuova cosa e questa è la ridefinizione della sinistra. Ciò che osservo: non sembra che in molti se ne accorgano, mi pare che l’interlocuzione verso Grillo non sia intensa e tantomeno continua. E’ un errore fatale. Grillo pone la domanda su cosa sia la sinistra, mentre in tanti ritengono che la risposta al quesito consista nel cercarla. Per quanto concerne me, ha vinto Grillo su tutta la linea, tranne che sulla risposta che non gli stanno dando.

Oltre la storia e al di qua della storia: narrare la larva spirituale

Mi capitava ieri di rimettere gli occhi, e assai poca testa, sul racconto per me più prodigioso de “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace. Il racconto si intitola “Lyndon” ed è una variazione shakespereana e post-postmoderna sul presidente statunitense Lyndon Johnson, quello che giurò in aereo a poche ore dall’attentato a JFK. L’impressione che mi ha fatto, a distanza di anni, e quindi conoscendo questi anni, che DFW non ha potuto conoscere e forse nemmeno pienamente prevedere, è che si tratti di un testo che permane, poiché *ha senso*. E ha senso, con tutta probabilità, perché in questa età ad avere senso, in un modo inaspettato, è la politica, che paradossalmente sembrerebbe privata di valori e di materialità e di memorabilità e di dialettica e perfino di atout estetico. Nell’esplosione dell’alta tossicità che, solo qualche tempo addietro, si poteva definire “infosfera” e oggi è del tutto “sfera” priva di “info”, la luce modulare e accecante che cuoce le carni dei potenti mette in ombra l’inessenziale, che è il tratto e la cifra a distinzione dell’attualità. Connettevo la narrazione ironicamente statuaria di DFW a quel capolavoro di stile e cognizione che è “Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio (è uscito due anni fa per minimum fax), una delle tessiture e uno degli arazzi più ipnotici della nostra letteratura contemporanea, variazione sul corpo e sull’idea di giganti storici (Lenin, Stalin, Trotskij), seduta medianica in cui si evocano larve spirituali, della cui veridicità e affidabilità non si saprà mai. “Veridico” e “affidabile”, insieme a “larva spirituale”, sono già tre istantanei poli di attrazione del discorso letterario nel nostro tempo. Il verisimile non regge, al momento, si dimostra una fola, se applicato alla letteratura, mentre si trattava di una profezia, se applicato all’epistemologia del presente, dove tutto si gioca sulla verisimiglianza, sull’avatarismo, sulla digitazione a cui non serve nessuno che digiti. Le larve spirituali sono la letteratura, invece, e lo sono per sempre. Io non credo affatto che la narrazione del politico costituisca una fonte di sopravvivenza a questo interessante e tragico momento, che tutti noi viviamo ricchi di quote di disattenzione e di gellificazione del desiderio. Tuttavia il corpo del re è un corpo né terrestre né celeste, quindi è più interessante di qualunque corpo che non sappia percepirsi e terrestre e celeste. In questo momento la modulazione lirica può passare attraverso le corde vocali di quel corpo, di quel re – oppure non passa, questo è un fatto, che definisce la crisi della poesia, prima che l’accartocciamento e l’irrilevanza dell’attuale narrativa. Il re, né celeste né terrestre, è il peccato originale di un’intera potenza storica, che inizia nella pietra, si trasla in cartapecora e poi in carta, quindi si sfalda nel dashboard immateriale, dove le storie sono quadri frammentari, volatilità frizzanti e buscianti, ma incapaci di larvalità: la larva, per quanto sia incerta, dispone di una sagoma. La letteratura è il male, ma il male non sempre è letterario. Bisogna andare a prendere quel differenziale: il luogo in cui il male non è letterario. Il Regno è questo.

[Per una non incredibile coincidenza, non sospettavo minimamente che oggi fosse l’undicesimo anniversario della morte di David Foster Wallace. Resta nei nostri pensieri, come è giusto e ovvio]

Renzi e Grillo. Manca Bisaglia

Se si dovesse effettuare una valutazione politica in senso tecnico, come strategia che si declina in tattiche, e quindi prescindendo da qualunque valore, secondo i modi del risiko che sempre si porta dietro un sistema prevalentemente proporzionale, questa crisi, che ritengo sia la più drammatica dai tempi del grande dissesto nel biennio 1992-94, ha due vincitori e un ovvio sconfitto. Quest’ultimo, facciamo così: nemmeno lo stiamo a nominare. Se hai a disposizione un fine testa politica e decidi di non ascoltarla, per rivolgerti a un odontoiatra bergamasco, hai commesso un errore che dice molto di te, della tua psicologia, della tua anagrafe e del tuo midollo spinale. Dopo non avere nominato, ecco i nomi, quelli dei vincitori, che hanno preso la Jacuzia e la Kamchatka. Essi vivono e sono Matteo Renzi e Beppe Grillo. L’opportunismo non coincide quasi mai con l’opportunità, ma in questo caso all’ex leader PD sono riuscite queste mistiche nozze. A Matteo, corrisponde Matteo, come del resto aveva copertinato L’Espresso tre numeri fa: tanto spazio lascia il teterrimo Matteo, quanto ne prende il Matteo ridens. Dal punto di vista del tempo, della velocità di esecuzione, della capacità progettuale e del sistema coordinato tra cause ed effetti, c’è un unico responsabile per il fatto che Salvini non sia più ministro dell’Interno: è Matteo Renzi. Il risultato non minimo, bensì massimo, davvero, era questo e resto sconcertato quando misuro che molte persone sottovalutino questo fattore, non più K ma M. Levare quel ministero a Quello Lì era e rimane essenziale, perché l’abnorme gonfiamento in termini di consenso, che non è riuscito a gestire né a comprendere in profondità, nasce anche dall’esposizione che il tizio è riuscito a dare alla sua proposta, più linguistica che valoriale. Matteo Renzi ha fatto qualcosa, quindi non è più quello del referendum, delle dimissioni, del 18%, delle ulteriori dimissioni. E’ un refresh, un restart, qualcosa che pertiene un motore, un pc, l’alito cattivo – è questo l’elemento politico meno spurio, il più rilevantemente visionabile, anche se non del tutto visibile. L’altro personaggio, che sale sul podio più ambiguo della fase più ambigua nella storia della più ambigua tra le Repubbliche, è Beppe Grillo. Se non si saldava l’asse Renzi-Grillo, non si aveva questo risultato. Il comico genovese ci ha messo del genio: ha puntato tutto sull’uomo a cui ne aveva dette di cotte e di crude mentre gli stringeva la mano a Palazzo Chigi – qualcosa di fisico, non soltanto discorso. Grillo posiziona il M5S sul Pd, realizzando un suo proprio antico sogno e scommettendo sulla possibile creazione di un soggetto che scardini definitivamente la storia secolare di un partito a cui ha guardato nella sua vita con malcelata propensione alla critica per amore deluso e non corrisposto. Ma Grillo non guardava al Pci, guardava ad altro. Ora si propone una possibilità che ci dice a tutti gli effetti quanto siamo poco distanti dal 1992. E’ il sogno della Casa Comune, per come la enunciò Claudio Martelli. Con l’operazione compiuta su 5S e Pd, Grillo occupa uno spazio in cui Renzi non riesce a entrare e che, nel caso, deve violentemente occupare, schierando i carrarmatini viola al confine. Se il progetto Grillo fosse realistico, non dico realizzabile, Renzi non ha più spazio, è la fine di Renzi. Viceversa, Renzi ha spazio, addirittura può andare a riprendersi l’antica creatura che lo ha creato, anziché pompare adrenalina in un cadavere. Cosa manca a tutto questo scenario? Mancano Giovanni Galloni, Antonio Bisaglia e Mariano Rumor – e coloro che potevano votarli.

Altroché #PiattaformaRousseau. La transizione

Che si vada verso una democrazia non rappresentativa, mi pare un consolidato di questi anni: lo svuotamento del Parlamento è sotto gli occhi di tutti, le spinte al clic e all’informazione in solitaria, passibile di equivoci e induzione al falso, provengono da larghi settori. La delega di rappresentanza è il target di un tiro incrociato, mediato da approssimazioni che hanno un enorme valore predittivo, il che ne fa elementi di altrettanto enorme valore politico. Ciò che è predittivo, a oggi, è ciò che ha valore politico. Si inscriva in questa riflessione l’utilizzo, ed eventualmente non tanto l’abuso quanto il voltaggio mediocre, che una trovata come la piattaforma Rousseau può sortire in termini di impatto. Le critiche alla gestione privatistica di un mulinello del digitale che sta ad altezza 1997 (esattamente come la logica e l’estetica html), per ciò che credo, non colgono in nulla il momento angolare che la esprime e mi sembrano del tutto fuori asse, se non fuori contesto, come le lamentazioni intorno a Berlusconi e a ciò che sottintendeva il suo regno interruptus – siamo andati avanti più di vent’anni a osservare come tali critiche, del tutto inconsistenti sul piano letteralmente politico, abbiano sbagliato bersaglio. Ciò che viene invece sotteso da Rousseau è altro: è Google, sono i dati, è il controllo dei comportamenti di intere comunità, è Facebook a cui si affaccia l’idea di battere moneta. Una delle categorie forti del periodo in cui mi sono formato, di fatto, è ciò che fu chiamato a fine Ottanta in questo modo: presente avanzato. O si apprende a ragionare e agire in termini di presente avanzato, che è la zona in cui avviene il politico in tempi di accelerazione tecnologica e dunque antropologica, o ci si ritrova ad amministrare l’esistente, in modo più tragico che mesto. La questione della delega e della rappresentanza va ripensata, ma in modo estremamente puntuale e veloce. Il chiacchiericcio intorno alla disintermediazione, nel momento in cui la distribuzione anche materiale si è già rivoluzionata e agisce attraverso colossi attivi nella nostra vita ogni giorno, appare di una vetustà intollerabile e di un barocchismo tipico di certe decadenze. Anche la questione della decadenza è mal posta, perché la trasformazione è accelerata e risulta necessario pensare in termini di appassimento della trovata, per imporre un arco progettuale più lungo, certamente sedimentale, ma capace di rispondere secondo una programmazione di tipo diverso. Tutto ciò che qui ho scritto presume una domanda ineludibile: che cosa è l’universale oggi? E non l’universale spirituale, o metafisico ça va sans dire, bensì politico, cioè attualizzabile nella manifestazione delle collettività e nell’azione che un tempo fu detta appunto politica. Le tattiche e le strategie sono sotto stress. Cambridge Analytica è una precognizione modesta. Il transito è altro, la transizione è altra.

Da Natta in poi (o del fare un governo antifascista)

Non essendo un tesserato e nemmeno un tifoso del Partito Democratico, corpo e struttura politici perenni e difficoltosi nella mia vicenda cinquantennale, dei quali cui mi aguro la diminuzione e l’estinzione quanto a egemonia a sinistra, almeno da Alessandro Natta in poi, mi atterrei al piano valoriale, senza illusioni e senza infingimenti. L’unico momento valoriale, nell’incertezza cronica che questo corpaccione ibrido è in grado di comminarsi e di comminare nei decenni, per cui non sai mai cosa pensi dello Stato e dell’ambiente e delle grandi opere e del mercato e del popolo e della difesa e della geopolitica e dello statuto dei lavoratori e delle esternalizzazioni e dei servizi segreti e dell’autoritarismo e della mansuetudine delle masse data per scontata e della diplomazia e della scuola e della sanità, per fare alcuni esempi – l’unico momento valoriale di questo monolito di sassolini dovrebbe essere, e lo è con profondissimi tremori delle vene e dei polsi: l’antifascismo. Quindi, nell’attuale trattativa per un governo di legislatura, alternativo a quello gialloverde, il perno intorno a cui fare ruotare l’eventuale accordo, dovrebbe essere per me: l’antifascismo. Nicola Zingaretti dovrebbe dire: siamo qui per fare un governo antifascista. La prima e non ultima cosa da fare è dunque spazzare via le ingenti scorie di fascismo che ha inoculato ovunque Quello Là, nello sterminio e nello stupro che ha somministrato alle istituzioni e al contegno morale della nazione. Vanno cancellati subito quegli ex decreti, diventati legge, che sono una bestemmia lanciata contro la democrazia, oltreché l’umana pietà. Non si dovrebbe, a mio avviso, accusare gli ex alleati di governo di Quello Là, che gli hanno garantito l’approvazione delle Nuove Leggi Razziali.Si dovrebbe dire loro: siamo antifascisti, il governo a cui partecipiamo è antifascista e come valore ha l’antifascismo, quindi si levano di torno i codici fascisti. Lo vogliono fare? Non lo vogliono fare? Intanto il piano valoriale diventa l’unico livello della dialettica. O si parte di qui o non si parte, non si va da nessuno parte, non si è partiti. Bisogna radicalizzare lo scontro in nome del valore unitivo, che tutto spiega e che tutto motiva: l’antifascismo. Le politiche del lavoro, l’impostazione economica, il pensiero sull’educazione e sul welfare, sulle alleanze internazionali e sull’ambiente, sulla sicurezza e sulle garanzie di legge – tutto, ma proprio tutto, va desunto da questo valore: l’antifascismo.

PS. Non è difficile, Nicola, dài…

#crisidigoverno

Il discorso è molto semplice, anche se un minimo si dovrebbe fare lo sforzo di comprendere i termini con cui funziona la nostra democrazia, che è parlamentare. La legislatura non si piega alle polaroid che vengono scattate mentre essa avviene e snoda i processi di discussione nel parlamento, che è un organo sovrano del popolo sovrano. Non si comprende, quindi, l’insistenza in merito alla formazione di un governo “di scopo”, “di transizione”, “del Presidente”, “di transizione”. Un eventuale governo, alternativo a quello balneare gialloverde (balneare nel senso che stavano sulla spiaggia a guardare le persone annegare), deve avere il coraggio di definirsi per ciò che è: un governo politico. In queste ore si manifesta palese la fragilità grottesca di Matteo Salvini, la cui scommessa politica è tutta steroidea o, se è in linea con il sentiment, lo è secondo la logica delle polaroid. La politica non è questa forzatura immatura e degna delle peggiori dittature latinoamericane. Va dato atto a Grillo e Renzi, ovvero due persone che non stimo, di tentare in questo momento di fare politica. Secondo me le clausole di salvaguardia e la legge di stabilità non coprono l’ampiezza di una manovra politica che è indubitabilmente tale: è politica ed è l’unica manovra possibile, se si sta nel quadro di una legislatura, che copre al massimo un arco quinquennale. E’ vero che il ragionamento politico si inceppa nel momento in cui i gruppi parlamentari non sono compatti o risultano riottosi a un accordo che, in ogni caso, è di carattere politico. Il passaggio storico che ci troviamo a vivere, a mio davvero modesto parere e immodesto sentire, è la crisi governativa più drammatica da Tangentopoli in poi. L’architrave del pensamento, sempre a mio modesto parere e immodesto sentire, è la cruciale elezione del successore dell’attuale Presidente, nel 2022. Ritengo che sia da scongiurare in ogni modo un’elezione di comodo da parte di un parlamento ridotto a duma, per evitare il rischio che, per la prima volta nella storia repubblicana, l’arbitro sia un giocatore in campo (Bagnai o Tremonti al Quirinale sarebbero questa cosa). Delle strategie da applicarsi in queste ore, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi (perché questo è il tempo della democrazia: la Costituzione è una modulazione di tempo), posso discettare in privato o in pubblico, ma mi pare che sia imprescindibile agire politicamente, trattare politicamente: compiere la navigazione, che in Platone si definiva “seconda”.