“Inner Space” di Federica Intelisano in finale al Celeste Prize

Sono orgoglioso che “Inner Space” di Federica Intelisano sia in finale al prestigioso premio di videoarte “Celeste Prize”. E’ la metà della dilogia filmica composta anche da “Outer Space”, il quale è visionabile qui. La pressione dell’immagine analogica (si tratta di riprese reali da reazioni chimiche), e del montaggio che ne deriva, costruisce uno spazio che per me fa tutto il contemporaneo ed è il punto critico, o la faglia, su cui mi pare che stiano lavorando le migliori menti delle generazioni attuali: è lo spazio non simbolico o, meglio, che trascende il simbolico. Sono onorato di avere contribuito a quest’opera con un testo che, per controcanto, gronda simboli in ogni rigo (non sono versi e non sono frasi). La parte “interiore” del dittico filmico verrà proiettato alla Bargehouse della OXO Tower di Londra dal 7 al 9 Ottobre.

Nuovo paradigma: il tempo metafisico e feroce

Entro il 2021 il 6% dei lavoratori americani sarà sostituito da algoritmi o robot intelligenti. Il mercato librario italiano è calato del 14% dal 2012. In metà degli Stati Uniti il 35% della popolazione risulta obeso ad altezza 2014. Dal 2008, anno di introduzione dello Human Fertilisation Embryology Act, più di 155 ibridi umano-animali sono stati creati in laboratorio. Dal 2001 al 2013 sono sestuplicati gli indici percentuali di consumo psicofarmacologico in Italia. Il tempo dunque non è più devastato e vile: si è trattato di vivere una mutazione di paradigma. Non esiste un filosofo né un sociologo né uno psicoanalista né un antropologo né uno scrittore né un economista né un giornalista né un accademico etc che abbia affrontato organicamente o poeticamente o scientificamente o teoreticamente o praticamente la questione di una tale mutazione. Ciò definisce due dati di base: la cultura legata alla parola è inefficace a interpretare il nuovo paradigma; i miei coevi sono fortemente imbecilli e mutati geneticamente a priori. Non oso nemmeno sperare che qualcuno osservi quanto, a fronte di una simile rivoluzione su scala planetaria (il pianeta è occidente), soltanto il nucleo metafisico rimanga intatto: la questione della consapevolezza, o della coscienza o dell’essere o qualunque sia la nominazione che si intenda attribuire, si pone nello stesso modo sempre ovunque.
Benvenute nel tempo metafisico e feroce, anime belle: si inizia da qui.

Interpretazione dell’allestimento all’amatriciana al Museo di Storia Naturale di Milano

triceratopo

Non mettevo piede al Museo di Storia Naturale di Milano da quando ero giovane. Ci sono stato ieri. Fa schifo. E’ esattamente quanto si evince dalla vicenda italiana e, se si vuole, occidentale negli ultimi decenni: è andato tutto a farsi benedire. Sarebbe un luogo di mistero e di incantamento e diviene la preconizzazione della realtà diminuita. Salta il legame causa ed effetto, che andrebbe sì trasceso, ma per trascenderlo dovresti viverlo e comprenderlo. Si misura, in questa specie di playmobil a uso di imbecilli, la nichilistizzazione in luogo dello stupore, la piccola moda predigitale che anticipa la deriva delle ricerche scolastiche fatte utilizzando le schede wikipediane, l’assenza totale dello stile e della letteratura, la voga cattolica dei preti in blue jeans, l’ipocrisia dei genitori che facevano finta di non sapere che i figli già scopavano e quella dei figli che facevano finta di non sapere che i genitori scopavano. Si assiste all’assoluta assenza di assoluto. Non esiste nessun luogo più metafisico del museo, per una civiltà secolare. Ci sarebbe il tempio, ma nessuno fa più templi, al limite fanno i posti di commemorazione, con quel gusto lugubre fatto di colore viola e piccole luci discrete e crocifissi laici, a cui hanno appeso l’uomo qualunque in vece del corpus domini. Nell’aberrazione totale, che definisce un tipo umano ben distante da quello che per migliaia di anni ha fatto da saprofita al pianeta, si notava come, negli stupendi diorami che un tempo stordivano e oggi non ispirano più i figli dell’uomo, ai piedi degli elefanti, congelati nell’attimo fatale ed eterno di una vita finzionale resa immota per abolizione del tempo, i curatori avessero posto degli animalini in vetro di Murano, come neanche tra i negozietti della via principale a Sansepolcro o a Garbagnate, dove si vendono velleitariamente i brand più alla moda a New York, quando oramai chiunque se li compera su Amazon. Che la grande illusione diventi il piccolo illusionismo era prevedibile, ma concede comunque una fitta viscerale all’osservatore che scruta e desume come sia crollato non solo un secolo, non soltanto due o tre secoli, ma quattro millenni. Del resto, sui quotidiani del giorno che era ieri, si leggevano le solite bituminazioni, tra le quali uno slogan demenziale per l’ultimo libro del giornalista tv: “Quando la storia anticipa il presente”. Fa tutto un po’ schifo, ma senza drammi, ovviamente. Nella seconda sala del Museo, infatti, in vetrina ci sta un rotolo di carta igienica, a dire che consumiamo troppa cellulosa e si inquina il pianeta. Lo pterodattilo è messo che manco lo vedi. Al triceratopo è impossibile girare attorno. Le ossa sono posizionate per non stupire. Gli scheletri non fanno paura. Tutto pronuncia la formula: “non più”. Si è del resto già visto Ben Stiller fare il custode in un museo consimile americano, in un film orrendamente prefigurativo delle stato delle cose, del presente e della storia che lo anticipa: l’attore è un coglioncello che deve essere serio e lavorare per impressionare il figlio dopo la separazione e allora vive la grande avventura e un complotto 5 Stelle all’interno di un museo, di storia, naturale. La bassa intensità a cui hanno costretto il popolo occidentale, che da par suo ha risposto fottendosene dello stato dei salari ed elaborando un inveramento paradossale de “Futuro zero” punk, asserendo pubblicamente e con stolida continuità che per “i giovani” “non c’è futuro” – questo ammanco di vita vivente, questo trionfo della morte in vita, questa danza macabra che non ha nulla del tip tap o del flamenco: tutto ciò è la norma, a cui i trentenni attuali non hanno derogato, che i ventenni attuali non si immaginano nemmeno esistere e tantomeno se lo immaginano gli attuali decenni. Detto che c’è da prendere a calci nelle terga, e puntalmente, qualunque allestitore che abbia immaginato uno scempio del genere, si deve aggiungere che andrebbe preso a colpi di machete qualunque responsabile dello scempio sociale e intercontinentale. Nessuno lo farà, tuttavia. Sono finiti i tempi in cui. Vige il tempo del non più. Ci si trascina, bovinidi, davanti alla ricostruzione del prebovinide. Il diorama, come spesso si è qui annotato, è dinamico ed esterno alla vetrina, indifferente a tutto e primariamente a se stesso.

Schermata 2016-09-09 alle 10.40.08E’ accaduta una cosa incredibile e da me del tutto imprevista, nei tempi che viviamo. Riguarda la letteratura, quindi sarà secondaria per molti. E’ da circa un decennio che non vedevo un riconoscimento tanto alto e intenso come quello che il critico Massimo Onofri ha testimoniato, nell’apertura di Avvenire, a un lavoro così alto e intenso come quello che Andrea Morstabilini ha pubblicato presso il Saggiatore: il romanzo “Il demone meridiano”. Si tratta di uno dei libri più decisivi di questi ultimi anni di lingua italiana. Onofri non compila una recensione: stende un saggio, identifica un’intera poetica, fenomenologizza una linea letteraria, coglie tutto e lo rilancia. A mio parere, ed è ovvio in quanto ne sono l’editor, il libro di Morstabilini è non raggiunto attualmente nel licenziamento di un intero patrimonio linguistico e di immaginario, ovvero dell’intero stilismo che procede da Dante e Petrarca fino a Leopardi e Carducci e Pascoli (e, se si vuole, Carmelo Bene), insieme alla tradizione che dalla tragedia elisabettiana ingenera il romanticismo e, quindi, la sua derivazione gotica. A chi fosse interessato alla letteratura autentica e, di conseguenza, al più autentico tentativo non di mediazione, ma di riflessione profondamente teorica, consiglio la lettura del microsaggio di Onofri (leggibile con un clic qui) e della narrazione di Morstabilini: siamo a livelli infernali e limbici e paradisiaci, cioè a quelli normali per una disciplina artistica complessa e veritativa, che si estende in teoria e pratica, in prosa e in poesia. Bentornata, letteratura.

Certe coetanee

barbie-doctor-1987-dottore-dottoressa-anni-80-superstarCerte coetanee coltivano colloidalità. Hanno giuocato con la Barbie disconnessa, erano quei tempi di cose solide di una plastica dura impenetrabile con delle gomme negli arti che potevano muoversi, erano così, con degli snodi anatomici dove snodavano delle articolazioni, i ginocchi, con un nervosismo di certe molle morbide di un nerbo segreto mai evidenziato dallo scorticare loro, delle coetanee ai tempi, le gambe braccia di queste Barbie stranamente morbide, stranamente occhi, azzurri con un nero di vernice dentro, a fissare le bambine bambini che erano lì a sentire questa colla di erotismo senza connessione elettrica di device iphone, senza elettricità, non è retroilluminata, la Barbie, allora stavano tutte sul pube liscio, di specie altra non umana inenarrabile, o lo sai o non lo sai, ?, accadeva così: pube liscio privo dell’organismo sessuale fatto di strani grappoli di ovulazione dentro, ma sopra, dentro nel buio, con del sangue a uscire in questo canale fatto a forma di toro stilizzato delle ovaie utero, gravissimo toglierlo, per i frequenti tumori, dovuti alla chimica di tutti noi coetanei che abbiamo assorbito, a particelle, a miliardi, depositatesi nelle circomvoluzioni cerebrali in sottostrati influenzando tutto, dalla carta automatica di alluminio del Philadelphia, città serissima statunitense incredibile azzimata dove si compiono decisioni secondarie ma serie, così via al DAS fatto di un alluminio eternit a fibre cancerogene che mirano alle ovaie, le Barbie automatiche di una plastica avversaria dell’alluminio, pronta a vincere, con questo pube liscio grande come un turbante tra una coscia e l’altra e anche le anche, a colloidare il turbamento mieloso di una ape regina dedita al sesso sempre, lento, crepuscolare, con una luce di goccia preserale attonita ma che sa tutto e ti strizza l’occhio, a te coetanea, che provi un piacere immenso diluito tanto, di origine ignota in quel pube che non è liscio, tumido, vaporoso nella fantasia lenta e dilatata di una plastica colloidale molle tipo mou o Bostik ma marroncino ambrato, nella misteriosa adornata di strane scarpe erotiche per incedere bambola, andando in bambola, prima del confronto con l’altro pube sempre nascosto da mutande con grande elastico stile Armani, ma dopo, di Big Jim e non Ken che è troppo liscio, recente, viene troppo dopo, non c’è, non ha, personalità, Big Jim invece, un erotismo di sfregamento che insiste pubico, puberale, un potlach, un pube in cambio dell’altro, una fantasia antropica, una preinstallazione, un format eterno, finché ci sei tu, una coetanea erotica in formazione tumida e lentissima, super-interessante, super interessata a questo dilatare di telefono della doccia lì, i getti lì, ma il telefono della doccia è cosa di ricchi, è di ricchezza, ma ti accade, spruzzi a stimolare, per capire comprendere tutelare, andando fuori in questo dentro inauditamente, in erotismo prescolare o alle medie inferiori, alle superiori, olfattivamente rendendosi conto della tua materia lutea, pazzesca, con i film che cerchi che accompagnano totalità di te che stai pensando e sentendo che non è pensare, non si guarda ma si sente, è così. E’ così.

Intervento all’Edicola 2.0

Nella surreale cornice della festa de l’Unità ho parlato dello stato dell’industria culturale in Italia: ho parlato, in un luogo che non c’è più, di una cosa che non c’è più, in una nazione che non c’è più. Alla fine mi sono pure accalorato. Si sono toccati anche alcuni emblemi del tempo che furono e di quello che arriva ed è già arrivato: Don DeLillo e il suo “Zero K”, Alessandro Natta, Beruschi al Drive In che fa Beruscao, Kurzweil e la Singolarità tecnologica, Kafka sullo stato di cose nella Praga del 1920, David Lynch e Krzysztof Kieślowski unici artisti nella storia della televisione mondiale, Roberto Cingolani e Human Technopole, le corporazioni medioevali e quelle fasciste, Lara Cardella e il suo “Volevo i pantaloni” e, ovviamente, Alfredo Rampi. Questo è il live Facebook dell’intervento. Le domande sono del giornalista di MilanoFinanza Marcello Bussi.

“I predict, in the near future,”

W.S. Burroughs in "Drugstore cowboy"

Sarà pure vero che lo scrittore ha un ruolo sociale paragonabile a quello che ormai riveste qualunque maestro di elementari – e forse anche meno. Ciò non toglie che lo scrittore non è minimamente interessato al ruolo sociale, ammesso che sia scrittore autentico. Cosa gli interessa? La lingua. Cosa è la lingua che interessa allo scrittore? E’ ciò che sta oltre la lingua senza negare la lingua. E’ una zona interdetta e una città utopica che agisce realmente sempre e solo qui e ora. In tale qui e ora lo scrittore desume flussi di immagini e suoni e ritmi e silenzi e cecità che spesso sono scambiati per profezie. Il futuro è un accadimento del tutto naturale per lo scrittore. Egli sta come in un presente, ma avanzato. Il futuro è sempre l’ultima madre. Il parto sei tu. Può capitare che lo scrittore venga investito da un mandato sociale, che molto lo fa ridere. E’ accaduto, accadrà. Il più funereo e funesto degli scrittori autentici ride moltissimo e, se si scava nel suo testo, fa sempre ridere moltissimo. Tutto è parodia: il mondo o il testo dell’autentico scrittore? Il pasto è sempre nudo, a patto che ci si accorga che si sta mangiando. La dimenticanza è una funzione della memoria, la quale è un’ultima matrigna: oltre quel cattivo matriarcato, si spera che ci sia la possibilità di stare nel puro flusso del puro silenzio. Oltre quel cattivo matriarcato, si spera. Questa è la mia profezia: non è mia, non è profezia.