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Solidarietà a Roberto Saviano e una proposta: “Contro #Salvini”

Dei singoli migranti, che si ammazzano pur di approdare in Europa, il Ministro delle Interiora non conosce i nomi o i volti e non si dà pena di riconoscerne i pensieri e i sentimenti ma di infliggere loro quella più crudele, mettendo a repentaglio bambini uomini e donne. Di Roberto Saviano, invece, l’aspirante tirannide conosce bene nome cognome e fisionomia, ma soprattutto le idee e le parole. Così arriva a minacciarne più puntigliosamente la vita, ventilando l’ipotesi che allo scrittore di “Gomorra” sia tolta la scorta, ora che Matteo Salvini dispone delle chiavi per compiere questo atto indegno e mostruoso. Stiamo assistendo a una drammatica e quotidiana erosione dei diritti, per bocca di se questo è un uomo. Non si tratta di propaganda, come interpretano gli imbelli strateghi del partito cosiddetto democratico, che non comprendono fino a che punto non esista comunicazione, ma fattualità: ogni flatulenza sovranista è una premessa maggiore al mutamento ontologico del regime democratico. Nemmeno i vergognosi alleati di governo di questo Venerdì 13 suprematista pronunciano una parola netta e definitiva contro questo abominio, che non ha pari negli ultimi trent’anni di storia italiana. Arrivare a colpirne uno per educarne milioni è un’antica strategia intrinsecamente fascista, a prescindere dal colore delle pistole che esplodevano un simile proiettile. Bisogna andare ben oltre, dunque, la solidarietà a Roberto Saviano: bisogna presidiargli ulteriormente il diritto all’esistenza. Posso farlo in quanto collega di Saviano: sono uno scrittore come lui e con le armi che mi mette a disposizione la scrittura ho una residua possibilità di porgere aiuto. Fossi un agente di polizia, mi metterei a disposizione per fargli gratuitamente la scorta. Non lo sono, io combatto con idee e parole. Formulo qui un appello a Saviano stesso e alle scrittrici e agli scrittori italiani: realizziamo tutte e tutti, insieme, un compendio urgente e acuminato dal titolo “Contro #Salvini”. Sappiamo benissimo che possiamo farlo e renderlo disponibile al più presto. Sappiamo anche che possiamo infittire le presenze personali ovunque in Italia, pur di presentare e divulgare un’analisi che smascheri l’orrore di cui si sta facendo promulgatore questo interprete neocatilinario. “Usque tandem, Salvini?”. Prego amiche e amici di diffondere questa proposta, che umilmente avanzo al corpo intellettuale del Paese.

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Considerazioni non inattuali sulla politica razzista di #Salvini

E’ faticoso, ma è anche doveroso dal punto di vista personale e politico, tornare quotidianamente a decostruire l’orrendo racconto che il ministro delle Interiora, con il tatto abituale del suprematista e dello xenofobo, emette altrettanto quotidianamente, a favore di una nazione che ha assorbito e metabolizzato la malvagità e l’inciviltà, traducendosi in maggioranza del Paese, non soltanto parlamentare, ma anzitutto psicologica e antropologica. Bisogna giornalmente occuparsi e preoccuparsi di una gragnuola di crudeltà e di opzioni regressive, che non sfiorano la disumanità: la penetrano, la compiono, la mettono in circolo nel sistema sanguigno della nazione. Non mi sarei mai immaginato, e sottolineo l’avverbio, di ridurmi a commentare e confutare l’inesprimibile, che ieri con la nonchalance del genocida culturale ha pronunciato Matteo Salvini, questo sfrenato suprematista più pallido che bianco. Dall’alto del loro patrimonio razziale, che è profondo come le più ombrose valli lombarde, a cui hanno peraltro strizzato l’occhio finora, prima di scoprire che l’oscurantismo e l’esclusivismo dei valligiani padani non è solo celtico, le interiora del ministro si sono presentate ieri in tv, con un sottopancia da emittente privata e da emissione deprivativa, enunciando la necessità di un censimento, che definire razzista sarebbe eufemistico, se non fosse invece antiumano, antidemocratico, anticristiano, antiliberale: antitutto. E’ stato in grado di toccare, questo propalatore dell’incubo, tutti i nuclei fondanti della vita democratica. Si è stati costretti a vedere un tg nazionale, quello diretto da Enrico Mentana, intervenire direttamente ad allertare la memoria collettiva, mostrando la scheda del censimento razziale a cui furono sottoposte la persona e la famiglia della senatrice Liliana Segre. Enrico Mentana, che è un giornalista e un intellettuale estremamente cauto e capace di rendere conto della voce che proviene dalla totalità dei corpi sociali e delle etichette partitiche, ha in questo modo compiuto ieri un’opera civile così coraggiosa, da lasciarmi sbalordito. Gliene sono grato e bisognerebbe che tutti i “riflessivi” della nazione lo fossero insieme a me. Stiamo vivendo un punto apicale nella vicenda storica della Repubblica italiana. Una delle caratteristiche precipue di questo passaggio così critico è che la consapevolezza storica è andata in fumo, spazzata via dalla deiezione ventilatoria collettiva. L’appiattimento dell’istanza politica in una comunicazione istantanea, visceralmente odiosa e capace di attivare le peggiori risorse emotive in chiunque, è una strategia collaudata dal fronte di questa edizione internazionale di “Nightmare”, che ha per protagonista un Freddy Krueger lombardo e lipidico. Che si isoli un’etnia, e guarda caso si tratta dei Rom, dopo i neri, è un riflesso condizionato dell’estrema destra metastorica, quanto una deliberazione orientata e malevola dell’attuale compagine governativa. E’ tutto pericoloso, a partire da questa volatilizzazione della memoria. Non è un caso che l’argine democratico si sostanzi negli interventi dei pubblici commentatori, come Mentana: sono coloro che esercitano la memoria stessa e ne diffondono le dinamiche. Come ripeto da sempre, questa funzione dovrebbe essere assolta dalla classe politica, tanto più se si intesta il discorso democratico e progressista – ma questa classe sta clamorosamente mancando di intervenire e di mobilitare il proprio popolo, il che la designa come responsabile di un deficit impressionante, storico e purtroppo non impensabile, se solo si fosse guardato alle coerenti premesse di un sillogismo che concludeva nell’orrore sociale. D’altra parte, colui che si gloria di essere cofirmatario di quel contratto che annulla la contrattualità democratica stessa, ovvero Luigi Di Maio, non è nemmeno in grado di comprendere a cosa abbia messo in calce la propria firma. Il Movimento 5Stelle intero, il quale per anni ha ululato che destra e sinistra non sono più categorie con cui interpretare il mondo, soffre profondamente quando si trova a contatto con politiche di destra esplicita ed estrema. L’identità ideologica era un lusso da azzerare, secondo l’ingenua avanguardia grillina, che il conto all’albergo a 5 stelle prima o poi devono pagarlo. Sono insostanziali, vacui, dispersi in frange prive di un centro valoriale e dunque di una strategia. Si dichiarano entusiasti, incappano in gaffe, appaiono disorientati. Se non è frutto di disorientamento, la morbida interlocuzione offerta ieri a Salvini dal mascelluto leader pentastellato, per cui la schedatura dei Rom è *soltanto* incostituzionale, diventa una malizia anche peggiore della bile vomitata dal pigliatutto leghista: la schedatura dei Rom non si deve fare e nemmeno pensare non perché non prevista dalla Costituzione, ma perché è fuori dal cerchio prestabilito dell’umanità. Il vuoto pneumatico in cui sembrano muoversi a casaccio i pensamenti elementari (elementaristi) del popolo grillino, e della sua emblematica dirigenza, sfiora il grottesco, che è sempre un carattere del tragico – si veda il pranzo “a sua insaputa” del proprietario del blog democraticodiretto, il quale cena con un maggiorente del suo partito, nemmeno indagato, ma proprio arrestato. Questo governo è tragicomico: tragico dal lato Salvini, comico nel versante impersonato dal partenopeo Chance il Giardiniere. Queste considerazioni non attenuano la drammatica rilevanza degli spropositi disumani, irradiati da Salvini con le sue aberranti considerazioni da pessimo salotto televisivo. Si sa, si *deve* sapere: la strategia, volta all’abbattimento dei fondamentali del vivere civile, prevede canonicamente l’isolamento e la criminalizzazione di una minoranza. Così è dalla notte dei tempi e la legione leghista riproduce con entusiasmo questo schema comportamentale e politico, le cui conseguenze si misurerebbero in un tempo lungo, se non fosse che ora il tempo sta accelerando. Pubblico qui un link al rapporto che la Commissione del senato per i diritti umani elaborò ad altezza 2011: lo si legga, se si vuole argomentare sullo stato di vita della minoranza di origine Rom e Sinti. Ciò che pertiene a chiunque abbia a cuore la democrazia e la sua naturale dialettica è proprio divulgare una simile oggettività, legata a numeri e argomenti raccolti sul campo. E’ più necessario che mai, perché i fondamentali della democrazia italiana (tanto quanto di quella statunitense o ungherese o polacca) sono concretamente in pericolo. Ciò va ammesso senza esitazioni e senza allarmismi esasperati. E va portata a compimento la supplenza di ciò che è mancato in questi decenni: un’educazione collettiva di base, un’attivazione non accademica o astratta di ciò che la storia è stata e continua a essere – una sfida antropologica a cui il centrosinistra ha mancato fatalmente di di assolvere, con i risultati che misuriamo in queste abominevoli settimane di agenda politica, imposta da un concorrente di “Doppio slalom”, ritrovatosi al potere con la missione di portare allo zero di Kelvin i tassi di democrazia nel Paese.

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Lettera aperta di uno scrittore al senatore Matteo Renzi

Gentile senatore Matteo Renzi,
chi Le scrive non ha motivi per odiarLa, non nutre antipatie preconcette nei Suoi confronti, non desidera disturbarLa inutilmente o per pura provocazione. Le invio un appello, il più sincero possibile, nel libero mare della comunicazione digitale, nel quale non affogano migranti fisicamente a rischio, ma si naufraga ugulamente, in un pericolo pure maggiore, se si vuole, poiché è anche qui nel digitale che nascono, si strutturano e si modificano le coscienze, in merito ai basilari dell’accoglimento e dell’empatia umana. Se mi permetto di rivolgermi a Lei, è anche perché si tratta di una persona che ha amministrato il Paese ai massimi livelli negli ultimi anni di storia italiana, direttamente oppure ispirando la compagine di governo. Tuttavia Le scrivo proprio per un ulteriore motivo, ovvero perché Lei sta incarnando, sempre direttamente o per interposta persona, le politiche di una componente democratica e progressista, che Lei medesimo ha guidato negli appuntamenti elettorali successivi al 2014 e l’ha condotta a un’irrilevanza assoluta in termini di rappresentanza. Le elettrìci e gli elettori hanno bocciato Lei in modo drammatico. Non sarebbe plausibile attribuirLe una così drammatica e definitiva responsabilità, in una democrazia parlamentare e rappresentativa come è la nostra, e, se ciò purtroppo si è reso possibile, è da iscriversi a una Sua responsabilità personale e indifferentemente politica, la quale risiede appunto nella personalizzazione dello scontro politico. Le anticipo, senza contribuire a perdite di tempo, che cosa vado a chiederLe con questa mia: io Le chiedo di abdicare all’occupazione e alla guida del partito, di cui è stato segretario e la cui direzione controlla. La Sua presenza e la tipologia di stringente supervisione, che Lei sistematicamente sta applicando al Partito Democratico, a oggi risultano insostenibili, tanto agli avversari politici, quanto a chi vorrebbe sentirsi rappresentato dal partito. Non intendo minimamente controdedurre rispetto a certi risultati specifici, che Lei ha ottenuto con il governo da Lei presieduto, e nemmeno desidero mettere in evidenza le per me gravi mancanze, su cui Lei ha attestato l’azione governativa. Vorrei soltanto discutere su alcuni punti qualificanti, che a mio avviso spiegano in parte la situazione di grave smottamento politico del Paese, da un punto di vista della catena causa-effetto, così come nella prospettiva di ciò che potrebbe accadere e purtroppo non sta accadendo al Pd. Non so se la Sua impressione sia la mia, riguardo all’abbandono di tanti elettori democratici, un’epistassi impressionante e senza riscontri nel recente passato. Per quanto concerne me, è una disdetta, perché l’erosione di consenso ai democratici coincide con l’allargarsi in modo sensibile dell’assenza di argini democratici, anzitutto nei corpi sociali ed elettorali. Parimenti la cosiddetta “traversata nel deserto”, a cui Lei costringe il partito e noi elettori di centrosinistra, non pare affatto un attraversamento del deserto, bensì una desertificazione delle possibilità di attraversamento. L’irrilevanza a cui sembra attualmente destinata la comunità progressista, la qualità della nomenklatura che si è cristallizzata ai vertici del partito, l’assoluta mancanza di intervento su temi nodali e distintivi, perfino la comunicazione, che è sempre stato, e per me sciaguratamente, il Suo pallino: tutto ciò determina che l’orizzonte è per noi, popolo del centrosinistra, costituito da una persistente e vertiginosa fuga di dune sahariane, dietro cui non si percepisce alcun approdo, alcuna oasi, alcun territorio di civiltà. Non ha senso, almeno per me, almanaccare sulle orrende dialettiche tra minoranza e maggioranza interne al partito, a cui Lei è stato costretto, almeno quanto ha costretto gli altri. Tuttavia, anche le modalità divengono in questo momento sostanziali. Per esempio, quando Lei si permette di dare del “bullo” al ministro Salvini, compie un errore fatale, ma assai emblematico, che accompagna la Sua azione da sempre: è stato infatti più volte contestato proprio a Lei certo “bullismo” – ma mai una radicale disumanità, qualifica che invece colpisce il ministro leghista. Ecco, che Lei non attacchi il principale esponente della destra radicale, ora al potere, dichiarandone la disumanità, anziché un atteggiamento da bulletti, fa il paio con l’ammirazione che è in grado di esprimere, a proposito del “successo mediatico”, sortito dalle aberranti politiche, che in pochi giorni il ministro Salvini ha imposto al contesto nazionale. Come vede, la modalità si converte in sostanza, politica anzitutto. Se anche stessimo al paradigma della comunicazione, a cui Lei imputa una responsabilità incoercibile nel determinare lo stato di minorità politica in cui si trova e in cui di fatto ha relegato l’intera comunità degli elettori democratici, le Sue pendenze sarebbero talmente gravi e pesanti, che già per questo sarebbe consigliabile un allontanamento dai vertici e dalla possibilità di influenzare la strategia del partito, a cui appartiene Lei come appartengo io, insieme a milioni di persone. Non è stato tuttavia un difetto di comunicazione, a rendere tanto penalizzata in termini elettorali la presenza democratica nel Parlamento e nel Paese. Ciò che sembra esserLe sfuggito non è la narrazione, della quale pure sono esperto, bensì la sostanza dei provvedimenti legislativi, delle riforme, oltreché la scabrosa disattenzione per gli ultimi, per i diseredati, per coloro che psicologicamente si autopercepiscono impoveriti e in gran parte lo sono davvero. Anche solo considerando il tema delle migrazioni, Lei non ha liberato o contrattato per liberare corridoi umanitari e visti italiani o europei. Piuttosto ha dato la stura a una vergognosa politica di “contenimento”, contraddittoria e spesso davvero disumana. Ciò non configura un difetto di comunicazione, senatore Renzi, ma una colpa politica assai grave, che si paga in modo sanguinolento: sulla pelle altrui letteralmente e metaforicamente sulla nostra, se si considera il deflusso ematico di consenso, un’emorragia sconcertante, a cui Lei è stato in grado di sottoporre il campo progressista. Il fatto, effettivamente gravissimo sul piano umano e politico, è che Lei non si è mai posto empaticamente a leader dei bisognosi e dei poveri; non Le è mai venuto in mente di schierarsi dalla parte delle vittime della cosiddetta innovazione, che peraltro non è ciò che molto La abbacina, bensì è la fase più mostruosa nella storia del capitalismo; non si è mai candidato a rappresentante del fronte di coloro che sul lavoro hanno progressivamente e repentinamente perduto i diritti. Lei è risultato un progressista, sì, ma della perdita dei diritti conquistati, così come è apparso quale acceleratore della repentinità dell’esclusione sociale. Non Le sto contestando puntualmente la reductio a zero dell’articolo 18, il rinnovamento neoliberista della disciplina del lavoro, la riforma della cosiddetta Buona Scuola, l’incapacità di sanare il gravissimo vulnus sociale aperto dalla legge che porta il nome della professoressa Fornero, la costruzione di edilizia popolare, il miglioramento dei tassi di sanitarizzazione nel Paese. Le sto chiedendo, sinceramente, se Lei si rende conto che ha fatto male e non che ha soltanto comunicato male. Lei continua ad apparire a mezzo stampa, emettendo una rancorosa litania e lamentazione ex post su ciò che il governo da Lei presieduto ha fatto e su come tali risultati sono stati comunicati male o fraintesi. Si è chiesto perché Lei ha perduto il referendum costituzionale che ha proposto? E’ stata una chiamata alle armi per tutti gli italiani, i quali non è che preventivamente odiassero il Partito democratico, ma che certamente non tolleravano più Lei, il Suo stile, il continuo smembramento sociale a cui Lei sottoponeva la comunità nazionale. Lei è convinto di non avere sottoposto gli italiani a impoverimento sociale ed economico – e, ahimè, invece lo ha fatto. Nessuno degli italiani ha percepito che i Suoi governi si siano occupati di Sud, di mafie, di illegalità, di impoverimento, di emergenza psichiatrica, di tutele, di casa per tutti, di giustizia e sanità e qualità della vita e, più in generale, di crisi antropologica del Paese. L’enorme crescita di consenso del partito guidato da uno xenofobo, tanto bravo a comunicare, al punto che Le ha dato le miglia di polvere da mangiare rispetto ai follower, i quali per Lei sono sempre stati un valore di riferimento, salvo ora denegare questa epistemologia della Sua usuale condotta, quando si è accorto che le vite delle persone non valgono i milioni di like – in questa impennata del favore popolare tributato a una formazione politica estremista, che definire destrorsa è eufemistico, hanno un rilievo assoluto le responsabilità Sue e della linea di partito da Lei dettata. E’ davvero colpa Sua, se tutto questo è accaduto? Secondo me: sì, in gran parte è anche colpa Sua. Lei, insieme agli altri della nomenklatura con cui si è trovato a condurre in acque prosciugate il partito, ha pensato che la modernità fosse una forma di luminosa pulizia, quando il rischio era all’opposto di approfondire le sentine del conscio e dell’inconscio collettivo, finché la morchia vivente sarebbe fuoriuscita da quei ricettacoli dell’orrore. Ecco, date le premesse della miscomprensione della realtà, a cui Lei è andato incontro, la morchia vivente è uscita. Lei non pare però considerare ciò un errore politico devastante. Vorrei porLe una domanda secca: Lei riesce a immaginare il Suo volto al posto di quello del sindacalista italoivoriano Aboubakar Soumahoro, a fronteggiare i lineamenti dell’esclusivismo di regime, espresso dal sembiante di Matteo Salvini? C’è la bella copertina de L’Espresso, in cui il direttore Marco Da Milano ha schierato Soumahoro contro Salvini: se la vede la Sua faccia lì, alla sinistra dell'”altro Matteo”? Non credo che nessun italiano Le riconoscerebbe una simile potenzialità. Se ne è chiesto i motivi? Il blocco che Lei sta comminando al Partito Democratico, che si espleta in un’assenza solare di dialettiche oppositive al fascismo antropologico attuale, è moralmente vergognoso, per quanto legittimo da regolamento interno del partito. Dal punto di vista delle dinamiche viventi, è anche peggio che vergognoso: è una stasi nella palude dell’oggi, una sottrazione della rappresentanza del residuo consenso che è stato dato al Pd, una cecità strategica e tattica di dimensioni mai viste. Lei può tornare a ribadire che il popolo delle primarie L’ha votata per due volte, ma, se lo ha fatto, sappiamo tutti che è accaduto non per adesione al programma che Lei proponeva, ma per levarsi finalmente di torno il tappo di una nomenklatura precedente, ormai invivibile per l’elettorato progressista, una dirigenza solennemente perenne e capace di perpetrare i compromessi al ribasso più fetidi e angoscianti per anni e anni. In forza dell’argomento “rottamatorio”, che Lei ha incipientemente utilizzato al fine di massimalizzare a proprio favore gli esiti di una strematezza patologica dell’elettorato democratico, io Le chiedo, in tutta sincerità e con il massimo tatto, di sollevare Lei stesso e i Suoi colleghi, appartenenti o meno alla maggioranza o minoranza del partito, dall’occupare i posti dirigenziali, che dettano l’inesistente vita di questo partito, che con evidenza non ama più né Lei né i Suoi colleghi, così come non La ameranno mai più gli elettori che hanno cercato altrove una rappresentanza. Simile rappresentanza Lei non soltanto non ha garantito, ma ha svilito nel corso di un quinquennio, sortendo un risultato storico, di cui Lei pare non essere del tutto consapevole: Lei ha portato il centrosinistra alla più bassa percentuale elettorale della storia e palesemente non è in grado di risalire nei consensi. Lei, insieme agli attuali dirigenti del partito, è l’ostacolo più imbarazzante e inaggirabile al rinnovamento degli ideali e dei rappresentanti di questo partito. Non posso fare di più che chiederLe di lasciare ogni carica, a parte quella di senatore, per cui è stato votato, avendo però Lei la responsabilità delle liste elettorali ed essendosi candidato a partire da questo potere interno. La ringrazio per l’eventuale attenzione che avrà dedicato a questo appello.
Suo,
Giuseppe Genna

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La copertina de L’Espresso è un capolavoro editoriale

Comprendo le riserve sull’opportunità di polarizzare emblematicamente ciò che stiamo soffrendo in queste settimane di governo supremo del suprematismo. Capisco che simbolizzare in questo modo esasperi la contrapposizione e l’antagonismo. Ecco, la questione è l’antagonismo: viviamo un momento di confusiva eruzione del peggio, di condivisione delle istanze più disumane espresse dall’esclusivismo italiano e non solo. Chi è antagonista a questa sistematica aggressione dei diritti, della democrazia di base, della censura di ogni empatia, del ragionamento storico? La riflessione sembra essere diventata un disvalore. Una pioggia di cattiverie universalizzanti colpisce chi cerchi di proporre un discorso, indipendentemente dai contenuti del discorso – è proprio il pattern discorsivo, è proprio il testo a essere andato fuori della percezione e dell’elaborazione comuni. Tutto è reattività, indomita e saccente, priva di sedimentazione, fuori dalla catena logica di causa ed effetto. E’ proprio la questione della fine della leggibilità del mondo e, di conseguenza, la fine della leggibilità di qualunque testo. La copertina del nuovo numero de L’Espresso pone proprio sul tavolo l’opzione di un antagonismo e la dialettizza all’interno del magazine. C’è da considerare non soltanto il dato fisiognomico, ma si dovrà pure farlo e notare il “rictus” oculare, l’arcata sopraciliare, quello sguardo aperto alla sofferenza e alla sopportazione e alla persistenza contro il dolore da un lato, mentre dall’altro si osserva la chiusura, la modificazione formale nel volto di chi esclude e lo fa con predeterminata violenza morale. Poi c’è il fatto che basta un sindacalista italoivoriano, che parla forbitamente e pronuncia i basilari della sinistra contemporanea, perché il popolo di quella sinistra tiri un sospiro di sollevio, essendo da anni abituato al compromesso al ribasso, all’assoluta impossibilità di identificazione tra sé e i propri simboli, comprese persone che siano effettivamente ciò che si dovrebbe dire di una sinistra umanista. Incontrare pubblicamente un umano privo di aggressività, di tensiione sardonica contro l’esistente, di presunzione e di menzogna, per il ceto “riflessivo” è un sollievo. Dall’altra parte è ritratto chi si è proposto come facies rappresentativa, il cosiddetto “Capitano”, uno che continua a dire che fa cose contro la fraternità umana “da padre”, uno che regge con orgoglio il moccolo alla menzogna sistematica e omnipervasiva. Sono due strategie politiche a confronto, sottintese da due radicalismi umani contrapposti. Per questo non mi scandalizza la splendida copertina de L’Espresso, che giudico una delle poche operazioni editoriali in anni e anni di crollo e irrilevanza dell’editoria. Non penso che si stia parlando di negri vs. bianchi. Non penso che sia l’operazione di coloro che sono ormai bollati dalla generalità italica come “radical chic”, col tentativo di mettere il Kunta Kinte di turno contro Buana. Penso invece che si colga il disagio di metà nazione, che non ha appunto simboli e contenitori affettivi con cui permettersi il sollievo dell’identificazione e dunque la legittimazione alla rappresentanza. Aboubakar Soumahoro, sindacalista e persona latrice di una visione umanisticamente aperta, viene investito da un’ondata di spettacolarizzazione che, per una volta, è testimonianza di una relazione empatica reale e concreta, tra la sagomatura di sé e un popolo privo di emblema e di “leader”. Di per sé la spettacolarizzazione è una forma di oscenità e immagino come sia difficile in questi giorni resistere umanamente da parte del medesimo Aboubakar Soumahoro. Di fatto questa copertina, che cita il celebre titolo di Elio Vittorini, il quale implicava nel discorso l’ambiguità a cui va sottoponendosi storicamente il fenomeno umano, mai irregimentabile in una situazione di totale disumanità contro un’umanità integrale, dice alla perfezione cosa siano destra e sinistra oggi, abbattendo gli idola tribui di chi non conosce ragione e ostenta una fede assoluta nel fatto che esista “la gente” e non si dia più alcuna destra e alcuna sinistra. I miei complimenti e la mia gratitudine al bravissimo giornalista Marco Da Milano, che non da oggi stimo, direttore de L’Espresso, così come a tutto lo staff che lavora a quello che era il migliore magazine italiano e probabilmente sta tornando a esserlo.

blog · Poesie

“Gloria al corpo”: una poesia

Gloria al corpo intatto dal tatuaggio umano,
se l’incarnato ordina io rispondo.
La metrica mi pretende.
L’antica musica effonde la parola
“parola”, va a fondo di Vesta.
Musica che simula e levità sinuosa
era andare aria in aria a Nimis con te tra i posti
dove muoiono per sempre bambini sloveni
cadendo nel trattore ostentatamente.
Le cirase sono rosse. I luvìni si sciolgono nel sale.
I monti freddi e distanti non sono noi
non sono noi. Arido niente è niente.
Fraternità, oh!, dove sei innata?
Sono come bronzo che risuona, cembalo che tintinna.
A colui che può fare assai di più e immensamente
al di là di che noi domandiamo e pensiamo
per la sua potenza operante in noi a lui la gloria.

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Post sgradito ai benpensanti e ai malpensanti: il licenziamento di Lavinia Cassaro

Mentre il ministro dell’interno, che sta facendo anche il primo ministro e il vice primo ministro e il ministro degli esteri e il ministro dell’economia, totalmente impunito e privo di bilanciamento e controllo, oltreché con piena blandizie spettacolare da parte di qualunque testata e con il favorevole silenzio imbelle di ciò che era il principale partito di centrosinistra, incapace oggi anche soltanto di produrre un paio di tweet contro la deriva autoritaria che la democrazia sta assumendo in Italia (e questa degenerazione, già in Polibio, si diceva: demagogia) – mentre questo proditorio accostarsi alla visceralità del male, che non è mai stato banale nella storia del cosmo e della specie, tranne per chi si lavava la coscienza con il meme lanciato da Hannah Arendt, arriva la notizia che Lavinia Cassaro è stata licenziata. Chi è Lavinia Cassaro? Non sembrerebbe un’informazione necessaria e universale, da titoli di apertura in cartaceo o digitale, a fronte dell’immensità degli eventi storici di cui si sentono tutti protagonisti in questa sequenza di ore, la quale data dall’avvento di Tarquinio il Superbo e oggidì dei superbi senza essere tarquinii – invece lo è eccome, è una notizia cruciale per il vivere civile in Italia oggi. Continue reading “Post sgradito ai benpensanti e ai malpensanti: il licenziamento di Lavinia Cassaro”

blog · Corsi di scrittura

Per il corso di scrittura: Robert Walser

Tra i materiali utili per il corso di scrittura, che terrò da ottobre a dicembre presso la libreria Egea a Milano, propongo oggi sul sito dedicato al corso un raffronto tra una narrazione breve e coerente firmata da Robert Walser e, di seguito, alcune microcitazioni da “Il brigante” e “Jakob Von Gunten”: qui il link al post. Si noterà come, a prescindere dalla strutturazione e leggibilità di un testo intero, la medesima poetica dell’annullamento e della violazione delle norme narrative, ritenute ortodosse o canoniche, si può cogliere in un’indifferenza assoluta rispetto alla narrazione di Walser, che apparentemente è lineare e implicitamente è eversiva e compattissima.
Sul sito dedicato al corso, info e iscrizioni nell’apposita sezione.