“REALITY?” a Zona K

Un dialogo su teatro e contemporaneo nella prospettiva politica, insieme con il regista lettone Valters Sīlis e la critica teatrale Sara Chiappori, nell’àmbito di un ciclo di quattro dialoghi organizzati da Zona K. Il titolo che era stato dato a questa serie di incontri, in tempi non sospetti, è “REALITY?”, ovvero lo stesso che ho provveduto a dare al mio libro a partire dal primo lockdown. La differenza, peraltro cruciale, è quel punto di domanda. Riflessioni e incursioni nella drammaturgia del reale – buona visione a tutte e tutti! ❤

Reality Trump

C’è, si sa, del patetico nel tragico, meno che del tragico nel patetico. In questa sottile e indefinibile linea d’ombra si pone il fatto storico e letterario che riguarda il 45mo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rinchiuso da dieci giorni nella Casa Bianca, che egli immagina assediata, mentre è già stata presa. Non credo che esista un momento più patetico e tragico di questo, rappresentato da un anziano leone del furto, più che del mai specificato capitalismo, grottesco fino alla comicità e al dadaismo, fisiognomicamente impressionante con la capigliatura e le mani che sono sopportate più che portate ed essenzializzate nei gesti che non sono più gesti, la pelle arancione, la massa grassa, i cortigiani proliferanti e continuamente licenziabili attorno, la famiglia di freak, il male perpetrato a partire dalla forma cariata di un io insufflato a morte di gas venefici, le stragi comminate all’estero e in patria, il Ku Klux Klan come orizzonte e il pitbull come bestia domestica, la moglie ex modella muta e perennemente assorta in un orizzonte nirvanico, quasi appoggiata al corpo goffo e gradasso dell’inadatto consorte, inadatto a tutto, con quel vestiario da manichino XL del peggior outlet di provincia, la provincia americana a cui questo antinewyorchese parla sbraitando, il cravattone all’aria, mentre separa i bambini dai genitori e conclude la più allibente politica estera nella storia recente degli Usa, ignorando via via la verità e la correttezza e il minimo di etica, protestante a tutto, fino alla negazione di un virus pandemico, all’ignoranza del quarto di milioni di morti che si sono spenti sotto il suo comandamento, mentre gli inoculano farmaci da assiro, ricchi in monoclonali, resuscitandolo dopo qualche ora di profonda patologia e minaccia bilaterale ai polmoni, mentre piazza l’antiabortista alla Corte Suprema, avvelenando il giudizio nei prossimi decenni, ed esce dall’ospedale militare pensando di levarsi la camiciona Oxford per mostrare davvero una maglietta da Superman e rientrando alla Casa Bianca e nei sondaggi, diventando il secondo uomo più votato nell’intera vicenda elettorale di questa nazione tutta aquile Remington e ipocrisia, la nazione libertariana che si erge sulla schiavitù e in direzione della schiavitù di tutti a nessuno, fino a perdere le elezioni strepitando a trucchi e complotti e morti risvegliati all’anagrafe per il voto falso, falso, falso, accusando la sconfitta nel momento in cui gioca a golf in un campo di sua proprietà e chiedendo, mentre è iniziato il processo che lo depone, un attacco militare contro un sito nucleare iraniano, per scatenare una guerra di chiunque contro chiunque – e si aggira sgonfiato o gonfio, empio e drammatico, nella penombra dei corridoi e nella teoria di stanze dall’Ufficio Ovale e dal Giardino delle Rose fino alle cucine e alla sala stampa, chiuso in questo castello di zucchero filato finito a marcescenza nella concrezione, nella putrefazione in vita, sbadigliando dalla furia, immobile nei tre quarti di luce sul volto fratturato dalla dottrina morale e dalla ricerca filosofica, il sangue grosso gli scorre nelle arterie bloccate e il sistema nervoso è fatto di nervi spessi che gli ululano dentro e nell’immensità interna, che gli è intima come la slitta Rosebud, c’è il bimbo arancione e biondo sul pavimento di una stanza in ombra desolata e non sa se piangere, se ridere, è vivo… E’ sempre e ancora vivo… E’ l’ultima chance del romanzo, dell’epica contratta al corpo imbelle del capitale sconfitto, dello spettacolo che è esploso perdurando un secondo di più in tutti gli schermi di tutti i device frontali di questa epoca in transumanza, da un codice carnale a un codice che lo sarà, dalla carne allo stemperamento degli istinti e delle sopravvivenze, la tomba digitalizzata che mostra i momenti apicali della presidenza e i finti affetti dei molti figli e dei generi e delle nuore, senza conoscere il deserto o scrutare le coste gessee del firmamento, ma avendo in vista soltanto soffitti, e lampadari, soltanto solitudini reiterate, pedofilie e scranni, martelletti giudiziari e palloncini sospesi sulle acque clorate delle piscine a Mar-a-Lago, le dentature bianche, poi gialle via via, il membro che si rattrappisce e la rapina sessuale incombe ovunque nell’aria attorno a lui, lui che è impossibile che sia mai lei, un maschio dell’occidente maschile nella luce maschia delle alogene a led, il miliardario che stringe in un abbraccio ideale tutti i rurali di cui è esplicitamente avversario e fiero incantatore, distante dalle vacche e dalle striate del loro sterco: lui, lo sterco, sempre, ma ora più che prima, ora più che mai, tracimato oltre se stesso e collassato supernova di carne bionda dentro il buco nero della reggia ridicola, mentre lo osservano tutti gli abitanti della Cina e lo vedono accasciarsi, provare la fitta cardiaca, mangiare il colesterolo, fino a non esserci più, a esserci sempre…

“Reality”: cosa sta succedendo

Lungi da me immaginarmi come l’esperto letterario di alcunché, tanto meno del virus che sta piagando l’umanità su questa bollicina di terra commista ad acqua, sulla quale la specie secretoria ritiene tuttora di essere una modalità dell’onnipotenza. Fatto sta che un libro su lockdown e postumi del medesimo lo ho apparentemente scritto (si intitola “Reality. Cosa è successo”, lo ha pubblicato Rizzoli). Il libro è uscito a luglio, quando le vanoloquenti sottospecie della pavidità si erano tramutate in assicurazioni sulla morte: supposti luminari in sanità privata che dicevano essere clinicamente esaurito il Covid e necessarissimo riprendere a vivere normalmente, ovvero produttivamente, nell’indistinzione tra tempo libero e tempo schiavo, perché il Paese doveva correre; frange di parodie di Lefebvre e Himmler a manifestare con l’illuminante cartello vergato dallo slogan più tragicomico di sempre, ovvero “BASTA SCIENZA”; entrepreneur dall’inequivoco cipiglio lombrosiano e paraconfindustriale, come sempre con qualche piccolo fallimento alle spalle o davanti agli òmeri, a pigliare grano dallo Stato per potere licenziare meglio *dopo*, a reclamare che quel *dopo* era già lì, bello estivo e pronto a farsi autunnale; cazzate mediatiche, sorrisini opinionistici, congetture che sfumavano a fronte della drammatica sconfitta dell’Inter in finale di Europa League o discettavano che qui “non ce n’è di Còviddi!”; contro immaginari biopotentati, i complottisti colti, la cui patente di filosofi e letterati andrebbe messa al vaglio da anni e tanto più dopo una simile prova di meschineria piccina e arrogante; assalti alla diligenza politica, a colpi di 577 progetti surreali, per spartirsi il grano europeo del fondo ricoverativo, tra cui un memorabile acquario civico a Taranto per uscire dall’emergenza. Implicito, implicato e sempiternamente saccente, l’atteggiamento nazionalista italico, cioè un nazionalismo privo di nazione, secondo la cui vulgata saremmo stati i migliori, noi italiani, eravamo disciplinati, avevamo qualche migliaio di vittime meno dell’Inghilterra, che bravi!, 35mila se ne erano andati e manco una parola di pietà per i morti, manco una parola di orrore per i cadaveri, manco una parola di paura per le intubazioni e i caschi della subintensiva, manco una parola di rispetto per i malati, manco una parola di amore per chi aveva rischiato la vita in nome di Ippocrate e della cura e dell’umanità. Con insensato orgoglio per la frittura del nulla, tutti a spassarsela con l’orizzonte litoraneo. Chi avrebbe accusato le mancanze governative non ha agito collettivamente, protestando perché nulla si stava facendo, nulla si stava predisponendo, nulla si stava ragionevolmente prevedendo. Eppure i sintomi c’erano tutti, le diagnosi anche, i realisti pure. Nessuno spaccia il benvenuto all’inferno, che una popolazione greve si merita dopo questo festival della cazzata e della leggerezza e dell’empietà allegra. Però il sottotitolo del libro, di cui sopra, ovvero “Cosa è successo”, continua a essere perituro ma valido, si trasforma come un proteo, formula l’inesausta domanda, continua a radiare e a proporre *una* chiave di lettura, che è appunto la radiazione: irradia e commina la cacciata dall’albo delle carità più intense. “La realtà geme e si ribella da se stessa” ha scritto il pontefice cattolico nella sua recentissima enciclica, “Fratelli tutti”. Non l’umanità, non la natura: la realtà in toto. Sono lacrime delle cose e le cose umane toccano la mente. A me basterebbe sfiorarla, la mente, inocularvi il punto di domanda che sempre manca di esservi accluso.

“Reality. Cosa è successo” sul Corriere della Sera



Inimmaginabile, eppure reale Viaggio nell’apocalisse Covid
Incubi Giuseppe Genna racconta i giorni più tragici e sconvolgenti della pandemia in Italia (Rizzoli)

Di Stefano Montefiori
[Corriere della Sera, 30 luglio 2020]

Un libro sul coronavirus, sul lockdown, su come lo ha vissuto l’Italia. Ovvero sull’argomento forse più coperto dai media della nostra epoca. Ore e ore di trasmissioni televisive, tonnellate di pagine di giornali, milioni di caratteri sui siti di informazione. In questi casi, si può scegliere un angolo di attacco, o magari lasciare sedimentare i fatti, riprenderli una volta che siano più distanti e chiari per non correre il rischio di raccontare per l’ennesima volta qualcosa che si è appena letto, visto, vissuto. Con Reality (Rizzoli) invece Giuseppe Genna si butta a capofitto, subito, nella tragedia italiana, raccontandola mentre si svolge, e riesce comunque a dare al lettore una visione unica, incomparabile con quanto è già stato descritto da altri, perché lo sguardo — e la lingua — di Genna sono peculiari, inconfondibili.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro (e dell’opera di Genna): l’impossibilità di accettare la realtà per quel che è, lo stupore di fronte a fatti della vita ai quali gli uomini tendono ad abituarsi in fretta. In passato sono stati Vermicino, o la morte di un neonato, o più banalmente i villaggi turistici o l’estetica berlusconiana o gli aperitivi milanesi. Capiterà, se non sta già capitando, con le mascherine. Leggendo Genna si ha spesso l’impressione di averlo lì vicino, che ti prende per il braccio e ti dice «ma ti rendi conto? È pazzesco», e ha ragione, è tutto pazzesco, e questo approccio serve a scuotere il lettore quando gli parla delle biciclette Graziella dell’infanzia così come quando Genna affronta l’inaudito, cioè l’epidemia a Milano, per qualche tragica

settimana capitale mondiale del coronavirus.

Scrittore milanese, 50 anni, Genna trova nella crisi sanitaria e nel lockdown l’occasione per offrire un nuovo capitolo del racconto di Milano che egli ha intrapreso da tempo. «Una metropoli che si è glitterata nell’ultimo decennio, una pandemia del consumo veloce, il piombo reso oro atomicamente. La capitale immorale della nazione Italia, ma priva delle dolcezze italiane, disattenta e attrattiva, die

ci milioni di turisti l’anno. Produce. Produce e produce. (..) Milano a ondate elettriche si accende e la guardano le metropoli del pianeta. E adesso è buia».

Genna percorre Milano con la Vespa «male in arnese», un viaggio da Linate verso il centro che poi lo porterà negli ospedali, e tra i tossici di Rogoredo e al mercato ortofrutticolo, e nella Bergamo del sindaco Giorgio Gori, quell’uomo con «la faccia tra la faina e il perfezionismo» che gli ricorda le marionette di Gerry e Sylvia Anderson nella tv per ragazzi: «Le labbra un poco a ciliegia ma strette si muovono al modo di certe marionette in alcuni telefilm fantascientifici degli anni Sessanta, pupazzi con bocche umane filmate sovra impresse, si muovevano in asincrono, con le labbra troppo rosse e i denti in evidenza, Thunderbirds era il titolo, forse».

Probabilmente solo da Genna ci si può aspettare un passaggio sui Thunderbirds mentre racconta di Bergamo, o sulla «magrezza tiroidea» di Pietro Mennea quando affronta la questione dei runner. Ma non si tratta del solito espediente di mescolare alto e basso, di usare la cultura pop come strumento per strappare interesse. Genna sembra scrivere in stato di trance, il destino fantascientifico di Milano si compie inaspettatamente qui e ora, con decenni di anticipo, e lo scrittore reagisce raccontando quel che vede ma anche quel che ricorda, con associazioni improvvise e impreviste, costretto a guardare l’orrore con gli occhi spalancati come Alex nella cura Ludovico di Arancia Meccanica.

Reality è il racconto di un mondo che era stupefacente anche prima, e che adesso ha solamente cambiato modo di essere straordinario. C’è la Macarena cantata e ballata in modo rallentato, mostruoso, sui balconi, c’è il malato che urla insulti ai medici e «appartiene a una ben nota classe bastarda (..), la quale sta fra la cosiddetta classe media e la cosiddetta inferiore e riunisce taluni difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell’operaio né l’ordine onesto del borghese», e c’è anche il fatto che «bisogna raccontare gli scaffali svuotati. Nessuno di noi aveva mai visto prima il fondo della scaffalatura al supermercato, era un segreto che detenevano soltanto gli addetti a riempirli». Genna sembra avere depurato la sua lingua, sempre unica ma più efficace, al servizio di un viaggio psichedelico nella realtà che tutti vedono, ma non così.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro

La Reality imposta dal virus: l’eclissi dell’intellettuale

Era ben chiaro che l’orizzonte dell’italiano fu ed è e sarà sempre il litorale. Era anche prevedibile che, dopo una contenzione e un’incertezza biologica durata mesi, le masse scegliessero il recupero, la spensieratezza, ammesso che la pensieratezza fosse il pensiero. Era inoltre plausibile che il distanziamento sociale fosse un’etichetta sballata, in luogo della distanza fisica. Ci ritroviamo, quasi soli al mondo, ad amministrare una ragioneria della morte che prevede una decina di cadaveri al giorno, anziché le cifre sconvolgenti che colpiscono molte nazioni del pianeta, nel momento in cui la pandemia infuria. Non si sarà mai abbastanza grati al governo e agli esperti incaricati per avere contenuto i danni e ottenuto, più o meno misteriosamente, questa bolla di sanità pubblica tra picchi di contagio e assenze della memoria a breve termine. Di fatto, si vive normalmente, ma nulla è normale. Gli economisti ritengono di riunificare i cocci del vaso per ricostruirlo, quando c’è invece da darsi all’edilizia e non alla ceramica. Nessuna legge economica torna più, appare tutto mestamente incomprensibile, non ci si pone il problema che il soggetto economico in questo momento è il virus stesso e la circolazione di beni e i circuiti di scambio coincidono con la pandemia stessa: è la sua dinamica, il suo trasporto e la sua distribuzione a trionfare. La politica è sotto scacco, perché vengono al pettine nodi che stavano aggrovigliandosi e che l’epidemia ha accelerato nell’espressione e non nello scioglimento: servono leadership collettive, ripensamento dei contratti a partire da quello basale che è il contratto sociale, le reti metropolitane scavallano i confini e si propongono come soggetti multipli e coordinati per governare il passaggio a un’epoca successiva. L’arte è distratta e infartuata nella sua illusione di produzione industriale, legata agli eventi e alle manifestazioni, tanto quanto alle immaturità dei narcisi sfioriti, che fanno memorialistica o produzioni di ideine, intollerabili già prima del virus e gravemente grottesche adesso, tra romanzi storici e thriller del tutto non necessari, serie televisive young adult e modern family à go go, azzeramenti della settima arte e blocco delle creazioncine comunicative a 5mila euro l’anno per masterclass inutili ancorché dannosi. Un sistema simula se stesso, in questa simulazione si vede bene che il simulacro era un sarcofago, per etimologia un “mangiatore di carne”. Mi pare che si stia vivendo una sostanza storica eccezionale, sembra di essere in un grand canyon in attesa della rocciosa sponda opposta rispetto a quella di provenienza, in un agone tragico perché massimamente ambiguo, con il pianeta unificato dal sentimento della morte, dal fantasma dell’estinzione di specie, da un colpo inferto al corpo emotivo di tutto il globo, un’umanità rotta per trascinamento, che tiene in mano come una bambina i meccanismi frantumati di un gioco che prima funzionava male e ora è irricomponibile. A maggior ragione mi sconcerta, ai limiti dell’indignazione, questa assenza della mediazione che il pensiero commina a se stesso attraverso il vaniloquio degli osservatori preposti a vedere più che a guardare. Dove sia la parola profetica, che mantiene la promessa di ciò che succederà, è l’autentico noir e l’enigma sempre semifinale, che dice il destino magro di una funzione fondamentale, che pare oggi completamente esaurita. Cosa facciano dicano pensino esprimano i colleghi scrittori artisti filosofi sociologi intellettuali in genere, a oggi, è un mistero, che si risolve in una grande, grande immoralità. La spiritualità parla per via biologica e nessuno intona la danse macabre o il canto di primavera. In questa faglia mitologica, che è tale perché l’orrore è un elemento quintessenziale del mito, l’umanità a me contemporanea sembra tacere la parola, l’intonazione, lo scongiuro, la maledizione o, più urbanamente, la critica. Proprio in questa faglia, per quanto concerne il piccolissimo che sono e che rappresento, ho scritto “Reality” per parlare il linguaggio che va a zero all’orizzonte della mia specie e della sua passata senescenza, che ora si fa rinnovata in modo radicale e potente, in uno spazio che va da Marte al foro interiore nel cuore di ognuno. Mi sia permesso il prolasso e l’accusa ai coetanei, alla fraternità spezzata e ritrovata su altri piani, su orizzonti altri.

Esce “Reality. Cosa è successo”

Oggi, 14 luglio 2020, esce “REALITY”, il mio nuovo libro, edito da Rizzoli. E’ un testo composto vertiginosamente durante la fase iniziale e più acuta della pandemia da Covid. Inizia dunque oggi l’avventura? No: continua, è diverso. I giorni del lockdown hanno costituito una tragedia per un coro muto, mentre si alzavano le grida impressionanti di chi suo malgrado, con immensa pena, di quella tragedia è stato eroe – poiché chiunque è sempre eroe, anche il coro. I morti – i morti: queste vite, queste storie, questi universi sono stati cancellati, con immenso dolore loro e malcerta sofferenza nostra, attutita perché molte persone non hanno accusato lutti. Il tempo si è materialmente piegato sui morti. Ho scritto nella morte, nello spazio della vita che sente i morti, in modo distratto o furioso, nell’infarto dell’aria. Questa scrittura continua, non inizia mai e nemmeno finisce (si spera che neanche sfinisca). Da oggi, dunque, il nuovo libro “Reality – Cosa è successo” comincia il suo controcontagio, libro patologico come ogni libro deve essere a mio parere. Ringrazio già da ora chi avrà la bontà di leggerlo. E’ per i morti, è per i vivi – quello che potevo fare, nel mio piccolissimo.
Qui di seguito, il testo dell’aletta del libro: “L’inimmaginabile accade. Da Oriente a Occidente l’epidemia di Covid-19 dilaga come una peste destinata a cambiare la vita umana sul pianeta Terra. Le metropoli si spengono. I supermercati si svuotano. Le strutture del sistema collassano. Metà della popolazione mondiale è reclusa in regime di quarantena.Giuseppe Genna scivola tra le maglie del lockdown per riempire di parole l’orrore impronunciabile, restituito a malapena dalla numerologia dei morti, opaco agli sguardi che spiano il mondo desolato. Sfida la notte blindata nelle strade di Milano, Wuhan d’Europa, per indagare i giorni della pestilenza. Accede a luoghi interdetti, penetra nei reparti infetti, nei cimiteri sull’orlo delle fosse comuni, nelle case dove giacciono – insepolte – le salme. Si incunea nelle stanze del potere e nelle carceri in rivolta, nei poli logistici e nelle residenze per anziani decimate dal virus. Interroga le immagini spettacolari, e indimenticabili, dell’apocalisse: il sonno di un’infermiera che dorme per la stanchezza e il dolore, il procedere lento del convoglio militare che trasporta le bare via da Bergamo, lo sconvolgente rito celebrato dal Papa in una piazza San Pietro deserta. Attraversa l’età del disastro globale, i gironi di un inferno fisico e spirituale fino a riveder la luce di una speranza incerta.Reality narra ciò che è successo e, come nella Chernobyl di Svjatlana Aleksievic, coglie l’essenza malata di questo tempo. È resoconto di universi che crollano, tragedia classica in epoca contemporanea, diario della contaminazione, coro del disastro. E della salvezza.”

La pandemia che assaltò un tempo devastato e vile

Nella più recente versione di “Assalto a un tempo devastato e vile”, edita da minimum fax, risulta che nell’estate 2009 io scrivessi questo: “Sono fatto accomodare direttamente davanti all’astanteria del pronto soccorso e qui almeno venticinque anziani sotto ossigeno parlano nonostante le maschere dell’ossigeno, sono morenti, si vede vizza la loro pelle gialla, piagata, i vestiti privi di una qualunque coerenza stilistica, quella sorta di slacciamento finale che anticipa in estetica quanto accadrà in fisiologia. Il golfino marrone chiaro, i pantaloni verde marcio in un tessuto poco spesso, le scarpe traforate, il vicino indossa un pullover a scacchi multicolori e tiene un basco sulla nuca pelata e parlano da sotto la maschera per l’ossigeno, fittamente, dell’influenza A, la Suina, la Nuova, la pandemia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come la versione rinnovata della Spagnola, tutti sono terrorizzati, il primo morto a causa di influenza A non è morto a causa di influenza A, a Napoli, nessuno è andato al suo funerale per la paura, le scorte di Amuchina si sono esaurite in poche ore, anche a Milano, per via degli annunci tremendi sulla pandemia che va interrotta interrompendo le strette di mano per via dei germi, tutto deve essere disinfettato. Sono più di venticinque vecchi, tossiscono, gravi in insufficienza respiratoria, una sorta di coro tragico disposto su una skenè fintamente tecnologizzata, borbottano, hanno paura, sono terrorizzati, dicono che moriranno per l’influenza A mentre stanno morendo per un virus parainfluenzale, non si accorgono che stanno morendo adesso, parlano di quando moriranno dopo, la parola “pandemia” viene pronunciata un numero impressionante di occorrenze.
La pandemia è l’annuncio della pandemia.”

Giulio Giorello

Per le conseguenze del Covid è scomparso a Milano il filosofo Giulio Giorello.
Fui suo allievo alla cattedra di filosofia della scienza e interlocutore in seguito. Vorrei ricordarlo con un tremito d’anima, è la quarta persona tra i miei amici e conoscenti a morire per questo virus, che pare non avere impresso a sufficienza la sua pedagogia nei cervellini infeltriti della nazione più tossica che c’è.
Veniamo a Giorello, ora.
Era un uomo di capelli strani messi a confronto con le sopracciglione di Carlo Ginzburg in una faccia severa, con la montatura degli occhiali spessa, a significare lo studio e una sapienza fine anni Settanta, Ottanta. Di un illuminismo mai scabro, ma una fantasticheria del positivismo con l’immaginazione, secondo me, ulteriore a ogni teorema, per esempio l’incompletezza e Gödel, e fare tanti esercizi sullo Shoenfield per la logica matematica (stavo facendo quello, gli esercizi e Cantor, nel sottoscala a Brera nel 1993, quando apparve un volto di turista inglese ed era il primo amore invece, l’ultima volta che la vidi: i ricordi vanno così, chiedo scusa a tutte, a tutti). Quindi con Tex Willer ti sembrava un po’ pop e ti insegnava il liberalismo con un Seicento inglese e i Padri Pellegrini, dicendoti che il continuo in logica meritava una riflessione meno umanistica che pratica, secondo il magistero del maestro Ludovico Geymonat, sotto cui era cesciuto nell’intelligenza delle cose e dei saperi, lo demoliva per via del marxismo in maniera militante, l’altro a farlo era Stefano Zecchi. Nessuno voleva bene a nessuno. L’ultima volta che parlavo a Giorello mi diceva: sento colpa nei confronti della vostra generazione, vi abbiamo massacrato perché eravate troppi all’università a filosofia, al primo esame avevo dovuto portare quarantadue testi di esame, di filosofia antica della Caizzi, discepola di Untersteiner, solo per studiare il “De Anima” di Aristotele e Giorello rideva. Non fa niente, gli dissi che non faceva niente, tanto la realtà tendeva sempre e da sempre e per sempre a farti le difficoltà non spiegabili da Frege e da Feyerabend, Paul, filosofo che gli piaceva, per via delle rivoluzioni scientifiche e il metodo. Faceva scrivere i suoi assistenti, non scriveva mai, tutti erano scandalizzati per questo. Grande Giorello. Aveva fatto una collana di filosofia delle idee per l’editore Cortina, con tanti titoli di ottimati della scienza storia filosofia morale. Passavo a quei tempi poche ore in Festa del Perdono, lavorando, a vedere stormire delle foglie contro le case ricche delle famiglie ricche, pensando agli appestati nelle pestilenze secentesche e oltre, riflettendo sulla diluizione che la prosa applica al pensiero, che di per sé è poetico e rapsodico, repentino, non disteso, va ad archi voltaici, attraversati dal profumo di legno di rosa nel 1993 tra i miei disastri…

Cos’è la Lombardia

Dovremo dunque dire qualcosa della Lombardia. Cos’è la Lombardia. Secondo me è un pezzo di terra con dell’erba, delle montagne a forma di sega e dei laghi dove vanno gli americani celebri, in dei castelletti che danno sul lago, con delle spiaggette che non sono spiagge, ma dei sassi un po’ neri, dove non voglio stare, se ci vado allora prendo un asciugamano grande e mi metto lì, sto lì. C’è anche la Brianza, con tutte le cose che si sanno nel mondo, di questo Texas con la nebbia, si cercano i butteri e si trovano dei mobilifici ovunque, lì fanno i divani e sono molto doviziosi rispetto ai soldi, con grandi capacità di un’abnegazione dove non voglio essere. C’era il Parini e il Manzoni aveva questa faccia scura di un cattolicesimo fatto di ginocchia piegate su assi di mogano nelle chiese più umide e vereconde, con il suo cattolicesimo stranissimo in una forma di giansenismo, che viene da Giansenio che non ho mai capito chi era, non volevo saperlo, mi faceva paura. Il massimo della Lombardia di Milano secondo me è piazzale Loreto, dove arrivi da Monza se sei di Monza, ma ha degli oblò novecenteschi incomprensibili in un prato in mezzo alla piazza e tutti ancora stanno a guardare il Duce appeso, c’è molta polemica su questo. Poi c’è misteriosa Varese dove non c’è niente e una versione peggiorativa sulle montagne, che è Sondrio. A Bormio tutti sciano e partoriscono Deborah Compagnoni, ha vinto tanto. Dall’altra parte vai a Bergamo, dove non ricordo niente se non che è bella e è piena di muratori nelle valli attorno, tra cui Bossetti, vengono giù a Milano, costruiscono tutto loro, materialmente. Dall’altra parte ancora hai Cremona Mantova Pavia, che è la parte democratica con più comunisti che altrove, ci sono anche dei cespugli e della flora diversa, ti avvicini al Po padano, si mangia meglio (su, solo i pizzoccheri). E’ più Berlinguer che altrove. In totale qui vive un efficientamento molto orgoglioso di un silenzio montagnino, il pudore si sfinisce nella tonalità di base del lombardo che è la Ü. A Brescia, la bomba e Martinazzoli, ma da piccolo ti dicevano che era una Leonessa. Ci vai la prima volta e ti accoglie una piazza squadrata da Mussolini. Milano lasciamo stare, è diversa, c’è sempre. Mi fanno schifo le rogge. Ci sono ovunque quelli di CL, Formigoni. Hai Pontida con Gad Lerner ogni anno. Fanno il burro. Mangiano queste cotiche spesse con delle verze in umido in una broda, è la cassoela. Orzinuovi si trova qui ma nessuno è proprio certo che si trova qui. Abbiamo il cielo e Stresa, con le vacanze intelligenti del 1956, andavano tutti lì. C’è anche la San Pellegrino, la Polenghi Lombardo e anche l’Alfa, ma la hanno evacuata più e più volte, nessuno sa più se ci sono gli operai o è deserto lì. Molto bello il belvedere ovunque. Prendi i traghetti e hai lo spirito lacustre oppure le Alpi e sei prima della Val d’Aosta, regione strana con degli strani dialetti loro verso la Francia e Gressoney. Le villette dei geometri spaccano con dei nani da giardino ovunque l’aria forte stagna tipica della Lombardia.
Per tutto questo io guardo i volti e sento le voci di Attilio Fontana e Giulio Gallera.

“Quarta stella” di Gisella Genna

E’ appena uscita l’opera prima poetica di Gisella, mia sorella. Si intitola “Quarta stella” ed è edita da InternoPoesia. Non avrebbe alcun senso che un famigliare si mettesse a discettare criticamente e infatti non lo faccio. Mi lascio andare invece a qualche impressionismo, più giustificato dal fatto che dalla poesia vengo e alla poesia tornerò. La scrittura di Gisella mi interessa per la capacità di slogare l’immagine, di concedere un fiato barbaro al verso (a volte composito, come quello formato dai due settenari “Sono nata un venerdì, giorno pari dell’inverno”) e di utilizzare assonanze sorde che hanno un precedente in certa tradizione lombarda. Una sintesi per rattrappimento che scatta in folgorazioni, spesso lessicali, dà un’impressione di chirurgia poetica, di essenzialità efficace e gnomica. Mi sembra che gli echi di questo lavoro rimandino a movenze di Sereni, di Raboni, giù giù fino a Riccardi. Per me è un’espreienza emotiva, oltre che conoscitiva: sono, in pratica, molto orgoglioso. Spero che il libro interessi e piaccia!

Transizione

Oggi il “Corriere della Sera” dedica un articolo alla mia collaborazione con Amat, l’agenzia del Comune di Milano, che è una sorta di centro studi sull’ambiente, la mobilità e il territorio. Sono grato a Maurizio Giannattasio per questo articolo, che affronta la questione della transizione ambientale, le cui deleghe ha fortissimamente voluto tenere per sé il Sindaco, Beppe Sala. Devo confessare la mia gratitudine per il fatto che un intellettuale sia chiamato a occuparsi del più imprescindibile mutamento di paradigma sociale di questo tempo. L’uscita del film “Alice e il Sindaco”, attualmente in sala, mi aveva già ispirato questa riflessione. In effetti il Corsera qualifica come “green” un àmbito in cui la questione ecologica va di pari passo a quella sociale, della cui progettazione e comunicazione vado a occuparmi. La transizione ambientale non prescinde dal dispositivo sociale, storico ed economico. Gli stili di vita sono chiamati a un cambiamento radicale. Le fasce più povere rischiano di sostenere il costo immane di un simile salto quantico. Se proprio dovessi connotarmi, impegno più uno sguardo “red” che “green”: il punto è infatti scoprire soluzioni e progettualità sociali, per trasformare in ricchezza collettiva la partecipazione alla transizione che la città, il Paese e il pianeta devono affrontare. Mi permetto un’unica notazione, rispetto all’articolo: non sono e non mi sento un’eredità di Elly Schlein, leader che amo incondizionatamente e che ho avuto l’onore di conoscere e intervistare. Un intellettuale sono e rimango: autonomo, nel desiderio di offrire il proprio sguardo e le proprie idee e le proprie competenze al servizio della comunità.

“Io Hitler” e la questione dell’oscenità

Ierisera mi sono trovato a discutere, con un funzionario editoriale, della postura poetica che assunsi nel corso della difficoltosa progettazione e della piuttosto angosciante stesura di “Io Hitler”. Ne ho tratto due sensazioni, antagoniste e complementari. La prima è questa: la bellezza di riuscire ancora a scontrarsi per ragioni di poetica e di filosofia. La seconda è la seguente: la difficoltà di reggere l’argomentazione su un testo che desidera essere letterario abolendo la letteratura. Quanto alla prima impressione, sono rimasto davvero colpito dal constatare che, per quanto mi riguarda, la discussione collettiva dei testi è una delle ragioni prime e fondanti con cui mi accostai alla poesia, così come alla prosa in un momento successivo. Questo spasmo della dialettica, il “no” duro che non esaurisce il confronto, mi appare una fonte di ossigeno nel tempo nuovo, che continua a essere nuovo pure essendo previdibilissimo, ciononostante risultandomi in qualche modo ipossico. Quanto alla seconda sensazione, mi confermo dopo anni nel ribadire una posizione di assoluta fermezza e intransigenza poetica circa l’oggetto della presunta narrazione, che per me proprio non poteva risultare tale, ovvero non poteva essere narrazione. Ogni manipolazione fantastica intorno a Hitler o a leggende immaginarie che, utilizzando il nazismo, coprono l’assolutezza e l’intangibilità di un’evenienza non semplicemente storica, quale è Hitler, che per me non è un fatto tra fatti. La corrispondenza letteraria alla nozione di “non-persona”, elaborata dal biografo Fest, mi è sempre sembrata traducibile in termini di “non-letteratura”, sia in senso stilistico sia in senso inventivo. Per me la cosa si giocava tutta in questo: so per certo che Hitler in una determinata occasione ha mangiato coste e patate lesse, mi avvicino con l’occhio e descrivo la manducazione di quei cibi – da lì può scaturire qualcosa che non è osceno, nel senso che non inventa un’azione, finendo così per elaborare una sia pur minima giustificazione mitografica di Hitler stesso. Io volevo evitare quella possibile oscenità. Non voglio assolutamente impedirla a nessuno, ma io voglio assolutamente evitarla. Di fatto, ai tempi, le critiche al libro, estremamente feroci, da parte di D’Orrico e Cortellessa, installavano come principio espressivo proprio il frame di ciò che io avvertivo come osceno e che ero ben contento di avere evitato, magari annoiando a morte il lettore. Sono, a mio modo di vedere, problemi del lettore, quelli della noia rispetto a Hitler. Non arretro di una sillaba, su questo.