In morte di Nanni Balestrini

La notizia della morte di Nanni Balestrini, uno dei protagonisti decisivi degli ultimi sessant’anni di letteratura politica e vita culturale del Paese, è per me personalmente raggelante: ne sono agghiacciato. Probabilmente la prima volta che incontrai Balestrini fu trentasei anni orsono, quando io ero tredicenne. Ebbi il privilegio di osservare da vicino questo signore pacatamente incendiario e di apprendere le modulazioni di una barbarie della fantasia, scatenata a portare un costante assalto al cielo, sebbene non ignara delle lunghe ciclicità con cui la politica deve fare i conti, come tara di realismo e carburazione dell’azione. E in effetti si potrebbe inscrivere l’intera opera di Balestrini in questa polarità: da un lato il desiderio e la sua istituzione principale e contraddittoria, ovvero la pulsione, la quale è tesa ad abrogare qualunque istituto; dall’altro lato, il potere come vocazione, come target, come continua polemica, cioè come inesausto “polemos”, ovvero guerra. Il radicamento è nomade: ecco un grande insegnamento della letteratura in genere e di quella balestriniana in particolare. I rapporti che Nanni Balestrini ha intrattenuto con la politica, con il linguaggio, con la psiche, con la storia, dicono che questo grande intellettuale ha scelto, da subito, di lavorare sugli universali, che sono sempre concretezze, entità ravvisabili all’opera nell’immenso lavorìo che la vicenda umana implica come modalità per enunciare il semplice fatto di esistere. Da questo punto di vista, non sorvolando su nessuna delle opere impressionanti di cui Balestrini è stato autore, sarà forse il caso di scrutare i reali avversari che egli ha avuto modo di richiamare in tenzoni non abbastanza esplicite dal punto di vista storico: e sono due enormi artisti e intellettuali: uno è Pier Paolo Pasolini e l’altro è Carmelo Bene. Gli obbiettivi polemici, trattati come nemici all’interno di protocolli da arte della guerra, non sono mai mancati a Balestrini e alla sua *cerchia*, a partire da quella congerie temporale e personale che fu il Gruppo 63: i nemici non se li trovava sulla strada che stava intraprendendo, ma proprio se li cercava. La lite permanente e la questione dell’egemonia, che Balestrini apriva come zona di creazione ininterrotta, ebbero invece nei più grandi artisti e intellettuali del nostro secondo Novecento, cioè Pasolini e Bene, un totem e un tabù, ovvero una polemologia, che non produsse nulla di quanto avrebbe potuto e dovuto un simile helter skelter intellettuale. Il realismo di Pasolini era troppo fantastico per essere apprezzato dai neoavanguardisti, anzitutto perché era questione linguistica, prevalentemente mutuata da un confronto serrato con la peculiare metafisica del linguaggio espressa da Giovanni Pascoli, poeta equivocatissimo dalla neoavanguardia. Carmelo Bene era l’antagonista più pericoloso, perché il discorso del desiderio, e sul desiderio, veniva declinato da e su francesi come Deleuze, che a Balestrini e ai *suoi* servivano e servivano come destrutturatori tutelari di ogni metafisica, mentre Bene li usava come utilizzava Kafka: per farla, la metafisica. Al di là di questo concerto mancato, resta l’opera di Nanni Balestrini: è gigantesca. L’ingaggio politico non obnubila il fatto che, se una scrittura e un pensiero creano una scolastica, qualcosa significa, in termini di verità storica e penetrazione delle analisi e dell’espressione. Non si può prescindere da Balestrini, mai, e non si deve, quanto a pratica artistica della storia e interpretazione della medesima. Ha fatto parlare il non-io, ovvero un automatismo, prevedendo di decenni uno stato dell’arte che stiamo vivendo attualmente. Ha scritto prima e meglio “Gomorra”. Ha stravolto ogni verifica dei poteri, prima che il potere finisse per delirare, applicandosi in continua verifica. Ha creato collettività, dal Gruppo 63 al Gruppo 93 ai Cannibali. Ha inventato “Ricercare”, luogo di aggregazione e sperimentazione della letteratura. Ha innovato sempre, sotto ogni cielo, da Parigi a Roma. Ha fatto la politica, ha fatto l’arte. Con “Le ballate della signorina Richmond” fece questo: mi spinse a diventare scrittore, questa probabilmente è una sua trascurabilissima colpa, ma per me è qualcosa. Ci insegnò a volere tutto. Vai ad averlo, Nanni, il tutto: ti raggiunga l’abbraccio di un tuo lettore affezionatissimo.

Annunci

Alle europee 2019 io voto Pierfrancesco Majorino, anche tu #scriviMajorino

Conosco, stimo e amo fraternamente Pierfrancesco Majorino da quando aveva dodici anni. Io ne avevo tre in più e nutrivo un’insana passione per i versi di Montale e di Zanzotto, amministravo un’anoressia tutta mia, ero privo di difese ed elettricamente instabile. Feci conoscenza con Pierfrancesco in un luogo montano, un paesino di villeggiatura discreta e più adatta agli anziani che a giovani virgulti. Si stava verso le Dolomiti e si discuteva di politica (essenzialmente della sinistra, della terza via berlingueriana, dell’opzione socialdemocratica), si assisteva alla proiezione nel circuito off tridentino de “La messa è finita” di Nanni Moretti. E si facevano gite e ferrate sul complesso del Brenta. Per spiegare un individuo, a volte, non servono altro che momenti emblematici, i quali funzionano assai più che i trattati di personologia o, peggio, le diagnosi psicologiche. Eravamo dunque a poche decine di metri dal cambio di valle, uno scavallamento a quota notevole, lasciandoci il passo delle Bocchette alla sinistra, affrontavamo un nevaio indossando ramponi e imbrago, arrancavo. Pierfrancesco aveva fatto questo per tutto il tempo dell’escursione: era davanti a tutti, indicava il percorso ed era continuamente dietro a tutti, segnando la velocità che si doveva tenere: giusta, non eccessiva, nessuno doveva rischiare di essere lasciato indietro. Mentre osservavo Pierfrancesco macinare metri davanti a me e io sudavo sotto il caschetto e pensavo alle Merit che fumavo quando me ne stavo a livello del mare, maledicendo l’esercizio fisico ma beandomi delle ciclopiche conche seleniche in cui mi peritavo da improbabile scalatore, il mio piede destro cede, sprofondo in una fenditura, la neve fresca copriva un piccolo crepaccio, finisco sospeso nel vuoto, finché Pierfrancesco in scivolata arriva da me, mi tende la mano e mi tira fuori. Era arrivato da dietro. Stava davanti e arrivava da dietro. Da anni mi domando come abbia fatto e resto senza risposta. Ho omesso di chiederglielo, perché secondo me non si ricorda e un poco mi vergogno dell’imperizia fisica, a decenni di distanza. Essendo passato dalle Merit alle Chesterfield, ho cambiato molte marche di sigarette, ma sono restato stabile e fedele in questa impressione: Pierfrancesco Majorino è una persona capace di guidare, che non dimentica gli ultimi, chi sta dietro, chi rischia di essere lasciato alle spalle. E’ una declinazione del suo talento, questa, che ha dimostrato cartesianamente con sette anni di capolavoro politico e amministrativo a Milano, nelle vesti di assessore al welfare per la giunta Pisapia e per quella Sala. Ora Pierfrancesco si candida nelle liste del Partito Democratico per un seggio alle europee. Ciò che mi viene dal cuore di consigliare, a chi risieda nella circoscrizione nord occidentale (Lombardia, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta), è di votare Piefrancesco Majorino il 26 maggio. Mi rubate un assessore di cui non vorrei per niente fare a meno, ma concedete in dote all’Italia e al Parlamento europeo uno dei politici più onesti, pragmatici, idealisti, solidali e sensbili che io abbia mai avuto la fortuna di conoscere. Come è chiaro e giusto, non smetterò di importunare su questo social i miei contatti e nuove persone con questo invito: ai prossimi giorni.

Il tempo di Aldo Moro

Oggi ricorre il quarantunesimo anniversario dell’assassinio di Aldo Moro per mano degli omicidi che si facevano chiamare “Brigate rosse”. Più trascorre il tempo e più l’eco di quello sparo e di quella deflagrazione per immagini (il corpo cupo accasciato nel semibuio del baule, il corpo di abbiosciata carne, un attimo che dura un eone, e a precederlo il volto fantasma sempre nel cupo chiuso, un cavedio in ombra chiusa, la stessa sgranatura, lo sguardo sfibrato in quella mitezza divenuta proverbiale e disgustata più dal mondo che da sé), più Aldo Moro continua ad accadere e più si impone, si staglia come uno dei massimi rimossi della nazione, che, a mio personalissimo modo di vedere, sono essenzialmente due: il fascismo (tutto del fascismo: a partire dalla negazione a cui vanno incontro il colonialismo e il razzismo dell’Italia fascista da sempre) e Aldo Moro (colui che tempera, assorbe e annulla l’istanza fascista, cercando l’alternanza governativa con una sinistra che, proprio per responsabilità governative eventuali, sarebbe stata costretta a scegliere la via socialdemocratica, in luogo di quella comunista, sia pure con la variabile europea). Come ricordava il mai abbastanza compianto Alessandro Leogrande, la notte precedente il sequestro e la strage in via Fani, rientrando a casa tra l’una e le due, il figlio di Aldo Moro, Giovanni, “lo trovò assorto nella lettura di ‘Il Dio crocifisso’ del teologo protestante Jürgen Moltmann, un libro «di rottura» sul senso escatologico della croce contro l’alienazione, la violenza, l’oppressione del mondo”. Prego chiunque legga queste righe a meditare su cosa fa qualunque politico in questi anni alle tre del mattino (mi riferisco precipuamente all’attuale premier e ai due vicepremier, ma ci sono ovviamente eccezioni: per fare un nome non a caso, poiché proprio intendo farlo, Enrico Letta). L’uomo che Pasolini giudicava il più colpevole, seppure riconosceva che fosse il meno compromesso di tutti, era questo uomo che contemplava la Croce. Per tutta la sua esistenza Aldo Moro ha tentato l’identificazione con la Democrazia Cristiana disidentificandosi da essa. Si è assunto la piena responsabilità della prima fase, che pure per Pasolini costituiva una continuità col fascismo in altri termini, ma non ha smesso mai di lavorare all’ipotesi evolutiva dei soggetti fondamentali della democrazia italiana, quei mediatori e protagonisti che furono i partiti, ragionando sul campo, sulla geometria, sugli sviluppi di un’aritmetica tutta nazionale, che prevedeva la variabile cattolica e quella comunista. La difesa di Gui, tanto partecipata e, alla luce di quanto accaduto nelle settimane successive, fatale e memorabilissima, lasciava intendere un mutamento di linguaggio, questa sempiterna alleanza distruttiva con cui Moro fece i conti da principio della sua militanza politica e umanista. Il linguaggio, per Moro, era la sintomatologia dell’avvenire del tempo, dei suoi vortici lutulenti e delle accelerazioni più repentine, perché è nel linguaggio che Moro ravvisava il senso della Croce, ovvero l’istante che non è un istante, in cui il divenire e l’eternità sono sussunti in un trascendimento dell’umano. Pasolini intervenne a gamba tesa su Moro proprio perché spartiva con il politico la medesima esperienza di ciò che è linguaggio. Attaccare il presunto latinorum di Moro significava attaccare se stesso, cosa che Pasolini intendeva fare da sempre e avrebbe fatto fino all’ultimo. Il linguaggio come fenomeno totale e totalizzante che abolisce l’io: ecco la sorgiva a cui attingono i due massimi fabbricatori di Novecento nel dopoguerra. Quando difende Gui, quando in modo insospettatamente stridulo Moro rivendica il diritto di non farsi processare in piazza (il Processo in Piazza di Moro è perfettamente e davvero l’altra faccia del Palazzo di Pasolini), Moro inizia ad accelerare il proprio linguaggio, a sbilanciare la propria economia del tempo, a preconizzare la condizione linguistica in cui sarà costretto a versare nell’immondo loculo in cui i brigatisti lo tengono segregato. L’arco del sequestro è tutto linguaggio, c’è soltanto la scrittura a tenere in vita Aldo Moro, che non sarà più lo stesso: il tempo è la risorsa che viene a mancare, la dilazione veloce non è più una retorica esistenzialmente possibile, e chi sta all’esterno non riconosce più Moro, proprio perché Moro non è più colui che utilizza tempo e linguaggio per come aveva propugnato il suo metodo e la sua visione in precedenza, per decenni. La contrazione del tempo fa di Aldo Moro un anziano che regredisce a infante, va a morire da neonato, simbolicamente diventa feto e si accoccola nel grande ventre della memoria italiana, in quell’utero che la Renault 5 gli commina per i giorni a venire. Quali giorni a venire? Tutti, fino a oggi. Perché uno dei caratteri più evidenti della rimozione praticata dalla nazione sul corpo e l’anima di Aldo Moro è consistito in un secondo sequestro, ordito e portato a termine non più dai brigatisti, ma dalla nazione tutta. Si trattava cioè di confinare Moro in uno spazio angusto e semifinale, un ratto violento effettuato sul suo corpo di gloria, costretto all’interno di quelle due immagini, il capo reclinato vagamente mentre mostra la prima pagina del quotidiano e il cadavere concentrico in via Caetani. Questo accadeva non per una spontanea forza simbolica delle immagini, ma per una volontà collettiva, tutta oscenamente pronta a farsi spettacolo: tra le molte risultanze, l’esito della tragedia Moro è anche Alfredino e pure Silvio Berlusconi, con la sua intuizione più morbosa che geniale, cioè l’ubiquità istantanea dello spettacolo. L’imposizione di questi tabù continuamente stuprati, che sono le immagini premorte e funeraria di Aldo Moro, permette di stendere un’ombra di vantablack sul metodo Moro, metodo coincidente con la sua umana presenza nella storia nazionale e internazionale. Il suo metodo è un’intuizione più profonda di qualunque altra illuminazione che sia capitata sotto il suo dominio, perché bisogna dire questa per nulla amara verità: l’opera pluridecennale di Aldo Moro fu il dominio di una personalità messa al servizio di un Paese o, meglio, delle sue genti. L’intuizione che fa il metodo di Aldo Moro si può tecnicamente riassumere in questo: così come il Pontefice è detto da San Paolo “kathékon”, ovvero colui che frena il tempo dilazionando sempre la fine del tempo stesso, allo stesso modo Aldo Moro è il kathékon della politica, che dilaziona la fine della politica stessa. Moro, che potrebbe definirsi il più grande contrattualista da Machiavelli ai propri tempi e anche ai miei, è anzitutto un uomo scettico circa lo stato di natura da cui l’umano parte sempre. Sceglie la cultura come sanatoria e trascendimento della natura, che, priva di una mediazione, la quale è tutta la cultura, ovvero la politica, si scatena nel compilare il regesto degli orrori. Che cosa è l’orrore per Aldo Moro e per noi tutti? E’ la rottura del vincolo sororale e fraterno, tra uomo e uomo. E’, tra le altre cose, il fascismo. Ieri il “Corriere della Sera” pubblicava uno stratosferico intervento di Aldo Moro nel 1943 e vale la pena di estrarne alcune parole, densissime, capaci di inchiodarci tutti alle nostre responsabilità, ieri e oggi e domani e sempre. Scrive il giovane Moro: “La Patria è certo il nostro io, ma non il piccolo io angusto, che si chiude ad ogni considerazione, ad ogni rispetto, ad ogni amore degli altri, ma l’io che si fa, energico e pieghevole, memore di sé ed attento alla vita di tutti, incontro agli altri, e afferma e nega, cede e s’impunta, sicché nel vasto gioco delle azioni di tutti sorga, in libertà e come frutto di libertà, il volto storico della Patria. La tirannia comincia là dove il piccolo io, rotto ogni vincolo di fraternità e di rispetto, dimentico di quella sublime umiltà che fa l’individuo uomo, la sua particolare visione eleva ad universale, senza il vaglio di una critica che consacri questo passaggio; il proprio particolare amore proponga orgogliosamente come l’amore di tutti. Allora la Patria è morta; quella sua grandezza augusta, che è nell’accogliere ogni voce, ogni palpito, ogni gioia, ogni sofferenza dei suoi figli, è spenta, terribile furto ai danni del proprio fratello è questo. Di più, impadronirsi della Patria di tutti, farne una piccola povera cosa di noi, è fatalmente condannarsi a perderla a nostra volta. Non si può negare ed affermare insieme”. Il metodo di Aldo Moro è una macrofisica, una microfisica e una metafisica, che si gioca sugli ultimi due verbi, “negare” e “affermare” e fondamentalmente, ma si vorrebbe dire fondamentalisticamente, sull’avverbio finale, cioè “insieme”. A Pasolini sembrò, così ingenuamente perché così intimamente reclinandosi su se stesso, che l’affermazione di Moro costituisse una formula melvilleana, una sorta di Bartleby che somiglia a Remo Gaspari e afferma negando. La verità stava all’opposto: l’affermazione di Moro non c’è mai, perché è immobile e statuaria sotto la fluvialità complessa del discorso che si fa a partire dalla verità stessa, mentre la negazione di Moro si gioca tutta sull’avvicinamento progressivo alla percezione di quella verità, che non può accadere insieme alla propria negazione. Questa lezione, per ciò che concerne la sempreguale landa in cui condividiamo lingua e storia, non hanno voluto apprenderla i corpi sociali e generalmente tutti coloro da cui ci si aspettava questo requisito minimo di sistema. Del resto, questa strategia, che è tattica e che sembra una perdita di tempo e un’ipocrisia soltanto a chi è del tutto profano al fatto che essa è la sostanza stessa del contratto sociale, questa strategia fa i grandi uomini che operano ovunque e in ogni era, perlomeno alle nostre latitudini. Si pensi al “no” di Ratzinger e a quale “sì” fa da premessa. E’ il segreto del tempo, che si trova all’incrocio preciso dei bracci della Croce. E questo porta a oggi. Si è detto sopra che, perlomeno fino a oggi, la pratica Moro consiste per l’Italia in una rimozione. Ogni rimozione, tuttavia, esige e comporta il ritorno del rimosso. Il fantasma è una sospensione che non si risolve in un ritorno corporeo: l’immagine, come anima del corpo, si ripresenta a segnalare che il nodo comportato dallo spettro non è stato risolto. Se il rimosso ritorna, lo fa in modo per cui si presenta identico a come era prima della rimozione. Oggi Moro torna. E’ qui e ora. Gli scorsi anni non mi sarei azzardato a dire una simile sesquipedalità. Però qualcosa è mutato. Cosa? Si è presentato l’altro rimosso, e non in forma spettrale, ovvero il fascismo italiano. Quindi, torna l’opzione e la funzione che fecero i conti col fascismo – e questo è realmente tutto Aldo Moro. Ma come – si dirà -, il fascismo lo hanno sconfitto la Resistenza e le potenze straniere, i comunisti e le donne e gli uomini di buona volontà, cosa c’entra Moro? Beh, c’entra. La mediazione e la traduzione bilingue, sempre bilingue, con cui si fece la Costituzione e con cui essa si mise alla prova pratica della storia, non è un mistero che si deve al giovane Aldo Moro (così come qualcosa si deve al giovane Ratzinger se si pensa al Concilio Vaticano II). L’esigenza Moro è oggi l’unica chance di politica nell’arco costituzionale o di politica politicienne, che l’Italia può recepire e impegnare nella profonda dialettica che deve riprendere il suo corso, in questo Paese stremato dall’ignoranza propalata come valore e dall’autoritarismo come forma emersa dell’esclusivismo che spezza il legame umano. Detto ciò, la politica reale è una spontaneità collettiva, uno spontaneismo collettivo, che per Aldo Moro non era l’esito di una manipolazione o di un condizionamento mentale sulle masse: è il benzene della democrazia, è proprio la sostanza della democrazia, che chi detiene la delega di rappresentanza deve condurre a espressione nel luogo in cui la democrazia si fa e la politica ha il suo decisivo, insostituibile coronamento.
Per questo oggi piango, ricordo, ringrazio Aldo Moro.

Salone del Libro 2019: perché io non andrei

Non ho impegni per il Salone del Libro, ma avrei scelto di presentare libri o partecipare a incontri in luoghi fuori dall’istituzione e dall’evento che sono il Salone di quest’anno. La giustizia è per me più fondamentale della legge e la giustizia è l’antifascismo sempre. Il Salone non è solo del libro, ha un implicito: è il Salone antifascista del libro, che è antifascismo. Si può militare culturalmente, come è ovvio, all’interno di una struttura istituzionale, che non ha il coraggio di revocare gli spazi a fascisti e nazisti. La mia protesta si ergerebbe non solo nei confronti di questi eversori, ma anche dell’istituzione stessa del Salone. Non c’è dialettica con fascisti e nazisti. Ma c’è dialettica con l’istituzione, che non ha il minimo empito libertario e invece si traveste da centrale della libertà di opinione, accettando l’opinione che vuole distruggere le opinioni. Che Chiamparino invochi eventualmente magistratura e forze dell’ordine non mi sorprende, semmai mi conferma quanto penso di questo presidente regionale e uomo d’ordine del Partito Democratico. La dialettica con questa istituzione perduta a se stessa, il Salone appunto, per me significa: non essere nell’alveo di quell’istituzione o nella zona allestita dalla medesima. La scelta dell’antifascismo non può tradursi in una pettinata alla schiena di un comitato di indirizzo. Non mi verrebbe mai in mente di chiedere di boicottare il Salone del Libro, ma nemmeno di boicottare me stesso. Non vale per me l’argomento che, se CasaPound fa un presidio nel mio municipio, io non lascio il quartiere: qui è il municipio che dà il presidio ai fascisti e io lotto contro i fasci e contro il municipio. Lottare con l’istituzione non è lottare contro i fascisti: significa piuttosto affrontare il ventre molle della democrazia. È scuotere Von Papen alla vigilia del colpo di mano di Hitler. Fossi in Nicola Lagioia, inviterei a partecipare al Salone da lettori e da scrittori, ma mi dimetterei. E mi dimetterei perché qualcuno deve assumersi una responsabilità e, se il comitato di indirizzo non lo fa, lo farei io da direttore editoriale, in luogo di una pavidità di istituzioni che, a oggi, mi paiono più angoscianti che angosciate. Il momento è grave e noi dobbiamo, ovvero abbiamo l’obbligo di dovere, rappresentare le ragioni di una generazione perduta, che ha perduto la vita per combattere il fascismo, per assumere si di sé un peso morale e politico, in luogo di un’istituzione che si fece ai tempi contaminare dal fascismo: era lo Stato. Invito ad andare al Salone, ma mi dimetto da partecipante alla kermesse in termini di adesione a un comitato e a una struttura che non è stata in grado di dire no, un semplice no, a chi ha in mente e propaga l’idea della distruzione del sistema democratico.

Torna “Cibo” di Helena Janeczek: l’oggetto narrativo non identificato

E’ finalmente riedito “Cibo” di Helena Janeczek, uno dei più formidabili (nel senso che lo si deve temere) oggetti narrativi degli anni Zero. Lo ripubblica Guanda, l’editore con cui Helena è andata a vincere l’ultima edizione del Premio Strega. Che cosa dunque è “Cibo”? Quando fu pubblicato, da Mondadori (non perdonerò mai al mio editore di avere perso questa autrice splendida e commovente, una delle poche a tentare il tragico in Italia – e a riuscire a farlo), non c’era la dicitura “Romanzo”. E in effetti, per quanto mi sembrasse surreale vietare a questo testo una categoria tanto desueta e pronta a deflagrare a fronte della saturazione che il romanzesco avrebbe imposto all’atmosfera non soltanto nazionale, “Cibo” non è un romanzo per come si è pensato nel Novecento, ma soltanto perché nel Novecento i teorici e i critici non si erano resi conto che da Gadda a Pasolini, passando per Calvino e per Eco, l’etichetta famigerata, che doveva garantire chissà perché le vendite, era esattamente il bersaglio poetico di qualunque prosatore di rilievo. L’ibridazione è il nostro codice genetico letterario. Lo è a partire dallo sbilanciamento linguistico, che fa della poesia, la purissima e sporchissima poesia italica, l’autentico esordio della letteratura nazionale: di lì non si uscirà mai più. A maggiore ragione sembra oggi vagamente ridicolo il tentativo di imporre una letteratura consolatoria, bassamente emotiva, decorativa nello stile facile, piatto, anonimo, bianco, edulcorato, ad altezza di supposti “lettori forti” sensibilissimi alle foglie, spaventabili con un “buh” grafico in copertina, tremuli per la dolcezza delle loro esistenze risaputamente traumatizzabili con un nonnulla di realtà – qualcosa di conoscitivamente privo di qualunque apice o gradiente e di passionalmente asexual. Un’alessitimia di sé e del mondo. Arrivò nel 2002 questo testo che seguiva il prodigioso “Lezioni di tenebra” di Janeczek, una meditazione che perforava in qualunque direzione: il male, la storia, l’amore, la nuda vita, l’idea, il fato: appunto la tragedia. Qui era invece il cibo, questa secrezione della nuda vita che si produce in cultura basale e poi via via sempre più raffinata, paradossalmente omicida, in una corsa all’affettivizzazione pressocché irresistibile. Un’ossessione inconscia, un’ossessione conscia. Una disgrazia collettiva per la grazia della sopravvivenza e poi del consumo e poi della fine del pianeta. L’individuo esplode. La storia si intrica. I personaggi sono il femminile, il femminino, l’assenza di qualunque genere. Si sta male, leggendo: quindi si sta benissimo. Al termine del libro, c’è l’inizio: non è un saggio, non è un excursus o un incursus, non è una compilazione, non è psicogeografia, non è metafisica: è letteralmente la “Mucca pazza”, ovvero la patologia della realtà modificata dall’umano, il cibo avvelenato che diviene sistema nervoso. So bene di non avere qui dato appigli riconoscibili alle lettrici e ai lettori, “forti” o “deboli” che siano: andate a leggervi la quarta di copertina. Qui io devo soltanto rendere grazie a Helena Janeczek e, evitando la pelosa ipocrisia del critico partigiano o meno, esortare a leggere questo testo fondamentale, che aiutò a giungere all’unica acquisizione rilevante della mia generazione letteraria: l’oggetto narrativo non identificato, la poesia nella prosa: la verità.

La scuola al centro di tutte le cose

Ci sono riforme urgenti da attuare – da pensare e da attuare. Tuttavia ce n’è una più urgente delle altre e, a mio parere, si tratta della scuola. Il sistema educativo, dopo molto riformismo, il che è uno dei tanti paradossi, produce dissociazione, asocialità, appiattimento della possibilità di centrarsi in un’esperienza formativa perché anzitutto è un’esperienza emotiva. Sono coinvolti corpi sociali di estensione e intensità profondissime: famiglia, genitori, ragazzi, operatori. Definire operatori gli insegnanti, i dirigenti scolastici e l’aberrante comunità curativa di psicologi e logopedisti e neuropsichiatri dell’età evolutiva – già questo mostra il segno di un crollo strutturale e modale. La visuale preferenziale, nella contemporaneità italiana, intercetta solo il dato problematico e mai le risorse, il positivo, l’apertura, vale a dire, in una parola ambiziosa: l’esistente. La comunità nazionale è coinvolta in questo processo di disfacimento del senso, della progettualità o, per dirla più banalmente ma non con un atomo di verità in meno: il futuro. Ritengo sia impossibile realizzare l’ennesima riforma della scuola, prescindendo da altre riforme che devono accompagnare questo profondo ripensamento di ciò che si dice corpo intermedio, il che include una mutazione radicale del concetto e del ruolo di lavoro, quindi dello sfruttamento e del materialismo più nichilista e tossico, da cui le giovani menti si vedono presentato un conto salatissimo per qualcosa che non hanno fatto, venendo investite da una situazione concreta, per cui non avrebbero la possibilità di agire qualcosa che sia rivoluzionario, ovvero all’altezza delle loro soggettività. L’isolamento a cui il sistema teratocapitalista costringe le persone, e i giovanissimi e giovani in primis, è omogeneo alla richiesta delirante di performance continua, inutile perché non arricchisce in nulla il corpo fisico ed emotivo e psicologico degli individui che sempre si organizzano in collettività. Intendo che il punto di attrito più acuto, che non manca di rendere incandescente la vita nazionale, è una visione dell’umano alienata e una responsabilizzazione incongrua di quell’alienazione. Il primo centro visibile dell’azione politica è per me questo. Riconsiderare la società è un processo che non si può compiere senza partire da questo centro visibile, necessario, inderogabile. O si parte da qui o qualunque battaglia per i diritti è destinata al fallimento. E’ dunque questo il nuovo modo in cui un testo si scrive: non più su carta, non più con un racconto. Lo scrittore prenda atto di questa fine che è un inizio.
[Per un approfondimento che formula una proposta nuova, propongo l’intervista al neuropsichiatra Stefano Benzoni, uscita su L’Espresso dopo la scorsa estate]