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Da “History”: i bambini futuri secondo i bambini del 1980

Da “History” (Mondadori):

I BAMBINI FUTURI SECONDO I BAMBINI DEL 1980

«E’ tutta una vita dei nervi che stiamo imparando noi bambini. Infido è il bambino del tempo che vivo e lo sarà sempre, a meno che non si rovesci il tempo, con grande fragore di anime e profondo dissesto degli apparati preposti alla sopravvivenza. Il benessere, per esempio, potrebbe riscattare i bambini a venire dalla vita dei nervi e tradurli a un altro tipo di reazione vitale, contro le pressioni e le insidie del mondo. L’incremento della vita economica, che ci è al momento inimmaginabile, sarebbe capace di produrre un esemplare moccioso, inabile allo scontro, malsicuro, incline all’isolamento, di quella specie che oggi si dice stare “sotto le sottane della mamma”, riottoso al sole e all’aria aperta e azotata della metropoli, che produce più smog tra i distretti sudeuropei: un bambino molle e assente, un rincretinito, rappresentante di un’umanità diversa, che sta per affacciarsi alla storia nel futuro imminente, un rappresentante bambino di un’umanità rinnovata e pallida nel sembiante, così come negli atti, un’umanità larvale e poco volitiva, autocostrettasi in un utilizzo limitato del gergo, incapace di invenzione che non sia tecnica, inetta, inidonea all’elaborazione istantanea di strategie e tattiche opportunamente conseguenti, incapace di concepire un sentimento del territorio e di violare le moralità molteplici che le norme del vivere civile impongono a noi i bambini uniti di questo tempo di adesso, un’umanità esangue e priva della necessaria ferocia e spogliata di qualunque disinibizione, poiché i rappresentati di questa umanità debosciata vivranno in un tempo privo di inibizioni e quindi di sfrenatezze, questi bambini di un futuro imminente, che a noi sembra impossibile, saranno allevati all’interno di un corollario di piaceri e attività ludiche, limitati da una cautela tipica degli idioti preoccupati, che strappa loro un previo consenso sociale, sotto il quale non si accorgono di avere apposto la loro firma spirituale, in un’epoca prossima in cui sarà tutto da vedere se la firma spirituale avrà una qualche incidenza sul comparto sociale. Ne dubitiamo. Pensiamo a questi possibili bambini futuri con una commistione di pietà indifferente e odio radicale. Non ci passa neanche per la testa che possano esistere. Avrebbero un aspetto più prossimo alla bambola attuale che a noi. La nostra umanità, fino alle scuole superiori, che molti di noi non solo non sperano ma nemmeno desiderano di finire per frequentare, è un’umanità belluina, alla ricerca continua di uno stato selvatico, nonostante ci muoviamo in una situazione altamente urbanizzata, in cui evidentemente va a incremento esponenziale il traffico su strada e i consumi di oggettistica privata. Sarebbero, questi bambini del futuro imminente, sarebbero plasticati in qualche modo, inespressivi nel volto e impacciati nel corpo. Si proverebbero su di loro tare cognitive ed emotive che, oggidì, risultano impensabili e, se anche si manifestano, non gliene frega nulla a nessuno, a chi fega in questo tempo della dislessia e del mutismo selettivo?, non frega a nessuno, dai genitori agli insegnanti, nonostante l’introduzione della figura scolastica dell’insegnante di sostegno indichi che qualcosa sta declinando verso una debolezza e un incivilimento maggiore dei tempi a venire, comunque restando per noi inimmaginabile un’epoca in cui a un bambino sia indicato da parte degli adulti come salire e dondolare su un’altalena o, peggio, gli si occupi il tempo cosiddetto libero con attività ginniche, oppure capaci di sviluppare abilità artistiche e preprofessionali del tutto inutili, se non dannose. Avrebbero i volti fermi, privi di caratteristica, la mimica ridotta all’espressione di poche e facilmente individuabili emozioni, la cui intensità sarebbe in ogni caso ridotta e tendente più allo sfogo isterico che alla veracità della passione provata. Le loro carnagioni dolci ci fanno venire in mente la fibrosità bianca del pesce di fiume quando è lessato. Non è un caso se in questo tempo ci propinino il pesce di fiume lessato con l’olio e il limone e noi lo schifiamo e le prendiamo sonoramente perché ci rifiutiamo anche solo di addentarne la polpa sfilacciata: il pesce di acqua dolce ha infatti un costo economico ridotto rispetto al suo omologo marino e questo non è il tempo delle prelibatezze o dei controlli sanitari ossessivi sugli alimenti, sulla surgelazione. Quella consistenza filamentosa della carne inesperta dei bambini futuri è fonte di indignazione e ci fa infuribondire. Se li incontrassimo nel nostro tempo, li attaccheremmo impietosamente, godendo della violenza che siamo capaci di esercitare su di loro, infliggendo umiliazioni e dilatando il tempo dell’aggressione, fino oltre l’orario in cui i nostri genitori ci pretendono a casa per la cena, quando il crepuscolo chimico vira verso l’imbrunimento meno poetico e si annuncia la notte, questo repertorio di meraviglie e ardimenti che ci viene proibito a bella posta, cacciandoci a letto mentre vogliamo leggere o giocare all’astronave, nascondendoci all’interno dell’armadio, dove succhiamo gelatine alla frutta costellate di granelli di zucchero, di un rosso acceso che quasi illumina dietro le ante che teniamo semichiuse nell’armadio, inalando i vapori di naftalina tarmicida e pilotando l’astronave immaginaria con una torcia accesa, in platica verniciata di metallico, la torcia per adulti che abbiamo sottratto dalla cassetta degli attrezzi dei nostri padri impiegatizi, non aprono mai quella cassetta degli attrezzi, non lavorano in casa, non fanno niente in casa, sfruttano la manodopera delle nostre madri, le quali strofinano tutto e spostano i quadri e sono in grado di scegliere i chiodi più adatti per le pareti in cartongesso delle nostre abitazioni di periferia. Noi renderemmo lacerocontusi quei bambini di domani, picchiando forte e cattivo, dove le cartilagini sono meno morbide ma non ancora stagne come l’osso, sentendo crocchiare sotto le nostre nocche, attendendo il flusso di muco e sangue dal naso, dallo strappo all’angolo della bocca, o dall’orecchio, quando decidiamo di perforare i loro timpani. Gli strappiamo i capelli, noi che li abbiamo unti e improtetti ai pidocchi, tagliati male, noi non andiamo a fare i piccoli principi sul sediolino a forma di cavalluccio dai barbieri, ce li taglia la mamma con una scodella, a caschetto, a ciotola, e li teniamo unti e incrostati di polvere del ghiaino ai giardinetti. Siamo capaci di mangiarci le croste di sangue rappreso strappandole dalle ginocchia ferite, senza passarci sopra il disinfettante o fare i drammi con le madri eccitate nel sistema nervoso: il sangue secco mantiene qualcosa di ferroso e di salato, la carne viva dove strappiamo la crosta è biancastra e sembra essudare sangue come ci immaginiamo i martiri cristiani dovevano trasudarlo in nominechristi, addentiamo con gli incisivi e mastichiamo con i molari, là in fondo dove sappiamo che ci cresceranno i denti del giudizio e abbiamo fatto girare la voce che, allo spuntare dei denti del giudizio, saremo capaci di copulare le bambine, diventate ragazze. Questi esseri mosci, che sono i bambini del futuro imminente, a cui avremo ridotto i genitali a un livido unico a furia di calci di punta, strilleranno senza reagire o reagiranno scompostamente, ignari delle grammatiche più elementari della lotta e inconsapevoli che, anche se si attaccano alle ciocche delle nostre zazzere e le strappano via e si vede il sangue sul cuoio capelluto, noi siamo entusiasti di intingere nella ferita il polpastrello dell’indice e di succhiarlo. Il nostro di adesso è un tempo in cui, appena ci sono i soldi per la spesa alimentare, si corre alla macelleria equina per acquistare bistecche ferrose e si mangia tutto, la carne e i nervi e, col pane, la sugaglia, intingendo nell’olio di frittura e nel sangue suppurato dalla polpa il pezzo di michetta, poiché il pane all’olio costa e bisogna pensarci, a comprarlo, devono pensarci tutti, non soltanto le madri, i padri non fanno acquisti alimentari, ma dobbiamo pensarci anche noi, che siamo avvertiti del prezzo di ogni cosa, utilizzando come unità di misura le cinque figurine calcistiche della bustina all’edicola. Questi bambini inerti futuri li massacriamo e tentiamo uno stupro ai danni delle bambine con le bottiglie di vetro verde lasciate vuote a decine nei giardinetti dai tossici e dagli ubriachi nottetempo, che nessuna nettezza urbana viene a ripulire. L’atto va compiuto ciecamente e noi siamo ciechi, appunto: annusiamo l’aria, aguzziamo l’udito, come la nidiata dei pipistrelli che si orienta in una vasta grotta sotterranea ed è dove viviamo, qui, ora, in questa città, in questo tempo. Però noi riteniamo che il tempo non si chinerà mai a produrre una simile specie rincretinita e imbelle, sciolta in un ammollo perenne di cure troppe e sommersa da beni di consumo fino all’annullamento della percezione di un bene, di una cosa. Sdegniamo l’omologazione, ma stiamo apprendendo i riti e i piaceri della ripetizione sempre uguale, stiamo affacciandoci agli schermi: potremmo essere noi la premessa a quella popolazione di bambini idioti, viventi, deambulanti, chini e attoniti in un futuro per ora inimmaginabile.»

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Nel nome del popolino italiano

L’atteggiamento di attesa nei confronti di forze politiche, più cupe che oscure, a cui la nazione si sottopone, senza eccezioni, aspettando nomi e provvedimenti e norme “rivoluzionarie”, che vengono interpretate come momento in cui si concede “voce” ai “cittadini”, così come in campo avverso si consuma la speranza di una palingenesi attraverso mosse di nomenklatura del tutto surreali, in un’abissalità che il lombrosianesimo accentua in direzione del grottesco, – questa situazione è tutto, ma non il ritorno del sentimento che in democrazia si esercita il potere di rappresentanza attraverso una delega. L’attendismo imbelle dei “cittadini”, tanto quanto la deresponsabilizzazione dei brizzolati con pizzetto e pantaloni rossi in attesa di una nuova e trascinante modalità di atmosfera ideologica assai insatura, definiscono l’assenza di qualunque conato rivoluzionario, di qualunque presa di coscienza che è un tessuto sociale a muoversi e a determinare il momento politico. In questa landa devastata si percepiscono somatosi in libera uscita, atomi impazziti e privi di legami elettrici, una scintigrafia del reale che mette in evidenza un corpo che non c’è. Il chiacchiericcio e l’onanismo di chi ritiene di essere vessato dal sistema statuale è null’altro che un berciare, un gracidare invano. Manca del tutto il principio di autoindividuazione collettiva, una contraddizione in termini che ha fatto la linfa delle nazioni nel corso della storia. Non identificare il re, identificandosi quali sostituti d’imposta, ha creato gravi danni alla coscienza collettiva, in modo particolare in Italia, dove lo sperpero delle responsabilità e l’invidia sociale sono cifre sempre attive di una perenne corsa al peggio. Il deficit di sentimento di un’alternativa non è a queste latitudini una forma delimitabile di “realismo capitalista”, bensì una sopravvivenza del residuo egoistico e della domanda, sempre evasa, di autoritarismo come soluzione all’imbelle carattere nazionale. Un popolo che è sempre e soltanto popolino, tranne in pochi e assai aggrediti periodi di ebollizione politica, marchiati a piombo, quando erano da ricoprire d’oro. E’ colpa degli individui ed è colpa di questa collettività stracciona e sempiternamente immorale, se l’alternativa al sistema (che non è osseo, in quanto è gassoso e, appunto, atmosferico) non c’è, non viene manifestata o nemmeno risulta pensabile. E’ coerente e vive di giustezza l’ipotesi lombrosiana al governo, tanto quanto quella di una sinistra votata all’estinzione delle sue istanze più proprie. Il fantoccio, qui, è dittatoriale. Lo sgravo del peso dalla coscienza di massa è farmacologico. Nessuno parla la lingua della speranza, poiché viene pronunciata soltanto la parola esclusivista, con l’ignoranza che si fa perno del vivere comune e in base a cui si commisurano le eventuali eresie. Pensare che spiriti grandi tornino ad abitare la waste land italiana è un puro desiderio da irrealisti di lungo corso, poiché si dovrebbe vivere da spiriti grandi, tutti, in una fraternità che rischia di scuotere le fondamenta del Palazzo. E’ un Paese Senza, come diceva Arbasino, perché è un Paese con troppi Con: all’incirca sessanta milioni. Resto legato a un’idea progressista ed evolutiva della vita dei corpi sociali, ma mi pare una posizione talmente minoritaria, da indurmi una quota di nichilismo che sdegno e non merito. Nessuno dà la buonanotte a sessanta milioni di bambine e bambini? Posso farlo io, che sono sostituto non d’imposta, ma del Genitore, in quanto scrivo?

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Work in progress: un metrometraggio di Federica Intelisano

Uno dei piccoli monologhi, che vado a proporre per il nuovo mediometraggio di Federica Intelisano, la regista di “Ultima madre”, ovvero lo stupendo corto a cui ho collaborato con alcuni testi (nell’immagine sotto, un frame del film; info qui), è destinato ad abortire se stesso, venendo tagliato in fase di trattamento, pure condannato a muovere una scena: il confronto agghiacciato tra una ragazzina e un adulto. Il soggetto di questo mediometraggio coincide con un racconto che è appena stato pubblicato in “Parole ostili”, antologia curata da Loredana Lipperini ed edita dal Salone del Libro in collaborazione con Laterza (info qui). Per questo film, il cui titolo di lavoro è “Gli ultimi giorni dell’umanità”, sto cercando bandi e/o produttori, per cui, se interessate e nteressati a partecipare, vi prego di farvi avanti: parliamone. Intanto, ecco il piccolo monologo, che si intitola:

ESSERE CAPPUCCETTO ROSSO

“Sono passata attraverso il bosco, gli alberi sono maligni e le bestioline mi divoravano le caviglie. Ho in serbo per te il più dolce dei dolci, ma non ti dico dove lo nascondo: vieni a scoprirlo! Noi bambini siamo carne molle e fresca, al lupo piace lapparla, a noi fa comodo strusciarci contro le sue zanne sporche: credono tutti che siamo innocenti, noi bimbi! Come ci piace danzare davanti a un adulto, per strappargli le coccole di mano e la saliva dai baci, ancheggiamo un po’ tristi e subito ci cascano! Noi bambini siamo antibiotici, ci fa vomitare la vita, per questo passiamo ore rincretiniti davanti ai giocattoli, lo capisci?, a terra sul tappeto, stiamo lì senza fare un cazzo, davanti ai mattoncini per le costruzioni, stiamo lì ipnotizzati, così non sentiamo niente di niente, neanche la carezza molle e sudata dell’uomo di nostra madre! La vita è antibiotica! Dateci i farmaci per sopportare questo schifo! Vieni con me sulla Grande Cometa, paparino?”

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In morte di Tom Wolfe

C’è una profonda tristezza, del tutto delirante, nel concedere la parola dell’addio a quel geniale pezzo di merda che fu Tom Wolfe, uno degli scrittori a me contemporanei che più amai e più mi costrinse a pensare i miei personalissimi regimi prosastici. Tom Wolfe è un pezzo di merda in quanto intollerabile e intollerante conservatore, politicamente schierato sempre per il peggio, eternato in questa posa da gagà in abiti improbabilmente dandistici, puramente wasp e conferma idiosincratica a ogni sua propria tesi. Ciò non toglie che abbia esercitato uno stile supremamente affascinante, una sapienza letteraria che ha contribuito alla sopravvivenza del postmoderno fuori tempo massimo e sia stato l’edificatore di almeno due tra i più alti grattacieli narrativi contemporanei (“Il falò delle vanità” e “Un uomo vero”), come scrive oggi sul “Corriere della Sera” uno dei migliori giornalisti culturali della nazione, ovvero Matteo Persivale. Non vanno risparmiati alla memoria di Wolfe i suoi decadenti e incattiviti esiti letterari, che hanno costellato la sua più tarda produzione, titoli semifinali che valevano un exitus da lasciare imporporate d’imbarazzo le gote sui volti dei suoi lettori d’antan. Il fatto di avere coniato l’etichetta di “new journalism” lo proietta tra i fari della comunicazione degli ultimi sessant’anni, il che la dice lunga sulla furbizia del vecchio lincolniano, che in quella sua stessa etichettatura è rimasto coinvolto, fino a cristallizzare se stesso in una parodia del se stesso. Tuttavia il genio del particolare e dello sguardo al contempo lucido e strabico ne ha fatto un romanziere imprescindibile negli ultimi decenni. “A man in full”, sciaguratamente tradotto come “Un uomo vero”, è una purissima istoriazione di un’epoca che si è chiusa e, con essa, ha serrato al di là della decenza la prosa sorprendente di Wolfe. E’ comune odiare un maestro di scrittura? Accade con Céline e, in effetti, di Céline qualcosa c’è nella figura controcorrente di Tom Wolfe. Lontani da lui i pauperismi e le libido per il suppurante del grande francese, ma in comune vanno annoverati il cinismo e lo sforzo allo sguardo penetrante lanciato sulla realtà, l’amore per le bassezze della “bestia umana”, altro riferimento francese della prosa di Wolfe, che titolò una formidabile raccolta di saggi ibridi proprio mutuando da Zola l’espressione. La ricerca di una brillantezza sempiterna è talmente insistente nella prosa di questo individuo in ghette e bastone di malacca, da condannare lo scrittore a una maniera torbida e mai oscura. Amava lo scintillìo, Wolfe, e da quello shining veniva progressivamente incantato, ipnotizzato, votato a una trisomia spirituale, mai spiritica o fantastica. Wolfe non sogna, non fa sognare: corrode – è un peccato mortale per il genio letterario. Insieme a lui, coinvolto in questa patologia della lucidità sterile, c’è l’altro genio del “new journalism”, Hunter S. Thompson, arcigno conservatore e scomodo testimone come Wolfe, ma con meno carisma e rotarismo, senza parlare dello spunto all’edificazione di alti skycraper narrativi. Da entrambi procedette il Foster Wallace di “Una cosa divertente che non farò mai più”, ovvero la pietra miliare della letteratura brillante che sembra tale, ovvero letteratura, ma non lo è affatto. Chi a Wolfe si è contrapposto senza nemmeno pensare di farlo sono il Philip Roth di “Pastorale americana” e il DeLillo di “Underworld”, ovvero i talenti che hanno sfiorato, con Wolfe stesso, la realizzazione del GRA, il grande romanzo americano di epoca contemporanea. Con Wolfe si ride, si esplode in euforia, si penetra un’amarezza che conduce al nichilismo, ma si resta anche proditoriamente accecati dalla capacità di costruire strutture narrative vorticose e, ciò che più conta, capaci di aggredire l’epica. E’ la storia di una storia sfiorata, di un fallimento prodigo di sottofallimenti e di piacere della superficie “kolor karamella”, la parabola tristissima dello snobismo protestante di un impero che non smette certo di esserlo, ma che mostra un’evoluzione ben più problematica di quanto previsto da questo intuitore nervoso e tachicardico, orpellato senza mai essere grottesco, piuttosto formulatore di denuncia del grottesco, che appunto sfiora soltanto il tragico e non lo compie mai. Non so se la terra sia lieve o meno all’impacciato antimetafisico Tom Wolfe, ma so che sopra quella terra c’è da porre una corona di ringraziamento, se non di venerazione. Tom Wolfe è morto: non arrivo a dire evviva Tom Wolfe, ma certo posso costringervi a leggerlo, perché ne vale la pena e, in parte, ne va di voi stessi.

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Adotta uno scrittore: Giuseppe Genna al liceo Bellini di Novara

Il liceo Bellini di Novara dispone di un’aula insegnanti in cui campeggia in teche sotto vetro un’edizione completa della Treccani, di mappe geografiche cartacee, di cassettiere in legno ceduo che profuma di cera, di un crocifisso risalente all’estetica della stagione delle “Nuove Chiese” di Paolo VI, di una macchinetta del caffè che produce una bevanda più cremosa e degna di quella del bar. Sembra di ritornare a quando la scuola era scuola e, di fatto, è proprio così: una scuola che è protesa a fornire la migliore educazione possibile, secondo canoni contemporanei, che però non dimenticano la tradizione dell’eccellenza, con cui il nostro sistema pedagogico si assicurò la stima e l’invidia di mezzo pianeta, prima delle riforme che hanno affossato un canone, un tessuto sociale e una molteplicità di corpi sociali impegnati sul fronte dell’insegnamento. Tutto ciò, ovvero l’impegno e l’organizzazione dei docenti e, conseguentemente, la brillantezza degli allievi, è confermato dalla ricchezza emotiva e cognitiva che la classe III B ha riservato agli incontri di “Adotta uno scrittore”. I ragazzi mi avranno adottato, ma io pure ho avvertito il desiderio di adottare le loro istanze, le loro pervicaci curiosità, i loro smarrimenti. Apparentemente non ho quasi parlato del libro concordato per l’iniziativa, ovvero un testo arduo e a tratti quasi indecifrabile, che ha come perno lo stragista norvegese Anders Behring Breivik, l’autore della strage di Oslo e Utøya nel luglio 2011. Invece si è parlato proprio del mondo che deflagra in quel racconto irregolare e fuori dalle gabbie di qualunque genere. L’omicidio tecnologico, propalato da Breivik, consente di affrontare il tema della nostra contemporaneità occidentale, con tutte le sue contraddizioni e le inestricabili crisi, prive di soluzione di continuità, con cui l’epoca del rinnovato terrore e della guerra preventiva ha ammantato il pianeta, creando la cifra del tempo in cui i millennials si sono affacciati a una realtà purulenta, a una libertà irregimentata in norme e protocolli intollerabili, a un momento politico avvertito come pura estraneità o astrattezza, a una sperequazione economica e a una ferocia sociale impensata per tutto il Novecento, ovvero il tempo che precede l’esplosione d’intelligenza che gli adolescenti e i postadolescenti oggi riconoscono in Siri, tanto quanto nel compagno di banco. Si è dunque andati oltre la pagina. E dove? Cosa c’è oltre la pagina? Anzitutto c’è l’emotivo, un corpo invisibile ma non meno senziente di quello fisico. Perciò si sono affrontati temi e nodi, che la pagina sottende o tende a fare esplodere, con effetti più salutari degli ordigni norvegesi. Si è parlato di: morte, amore, sessualità, pericolo, alienazione, tempo, spazio, sguardo, politica, storia, antistoria, persona e personaggio, stili, serie tv, cinema, letteratura, archetipi, sofferenza, piacere, desiderio, cecità, schiavitù, crimine, tecnologia, musica, immaginario collettivo, manga e anìme, intelligenza artificiale, civiltà digitale, socialità, fraternità, filialità, rumore, informazione, guerra, futuro, nazismo, linearità, complessità, lettura del mondo, lettura del testo – e molto altro ancora. Dirò solo uno degli spunti che mi hanno colpito in questi ragazzi vivaci, che enunciano del tutto naturalmente il desiderio di essere visti e ascoltati, e vadano a quel paese la letteratura e gli scrittori e le scrittrici che non li vedono e non li ascoltano: la totalità della classe sapeva perfettamente cosa fosse e cosa avesse fatto la Democrazia Cristiana. A oggi, giuro che è tantissimo ed è altrettanto raro. Significa disporre di uno sguardo capace di intercettare la stratificazione del reale, della storia, dell’esistere. Non bisogna concentrarsi soltanto sull’amore che si dà ai figli, ma anche su quello che ci danno: spero che i ragazzi un poco si siano sentiti come me: amati.

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Al Salone del Libro 2018

Al Salone del Libro di Torino sarò lunedì 14, per un’intensa giornata, che ruota intorno alla presentazione di “History” (alle 14.30, presso il Caffè letterario). Ecco l’agenda, nel caso che qualche amico amica abbia voglia di sporgersi e intervenire:

– alle 10.30 presso la Sala Gialla, per la presentazione del libro “Parole O_Stili” (Salone/Laterza), antologia di racconti di Tommaso Pincio, Giordano Meacci, il sottoscritto, Diego De Silva, Helena Janeczek, Alessandra Sarchi, Fabio Geda, Nadia Terranova, Christian Raimo e Simona Vinci, a cura di Loredana Lipperini.

– alle ore 12, sempre in Sala Gialla, partecipo all’evento legato ad “Adotta uno scrittore”, insieme, tra gli altri, a Alessandro Barbero, Christian Raimo, Helena Janezcek, Giusi Marchetta, Francesco Pacifico, Enrico Pandiani, Federico Guglielmi (Wu Ming 4)

– alle 14.30, presso il Caffè Letterario, si dialoga su “History” (Mondadori), il mio ultimo libro. Non so ancora chi parteciperà insieme a me, per affrontare i temi della narrabilità del nostro presente e delle poetiche inerenti il futuro accelerato.

– alle 16, in Sala Filadelfia, leggerò e discuterò brani da “Cosmopolis” di Don DeLillo (Einaudi), nell’àmbito di Festa Mobile, sezione gestita da Giuseppe Culicchia.

blog · Gennealogia

Dialogo in libreria Egea con Ferruccio Parazzoli

Ieri alla libreria Egea di Milano, insieme a Ferruccio Parazzoli, si è presentato il suo romanzo più recente, in uscita il 10 per i tipi di SEM, “Amici addio”. E’ stato un incontro partecipatissimo e sorprendente per le intuizioni feroci e taglienti, con cui Parazzoli, uno dei venerabili maestri della letteratura contemporanea italiana, ha enunciato la vocazione della narrativa al trascendimento, al tragico, al racconto del Male, transitando da Dostoevskij, Eliot, Camus e DeLillo. Per me è stato commovente: da Parazzoli ho imparato quanto so dell’editoria e della letteratura, per me è un maestro. Lunga vita al maestro, dunque!