A dio, Valerio

La morte di Valerio Evangelisti mi lascia attonito, ci lascia attonite e attoniti. Reagisco a caldo, a gelido: tornerò prossimamente a scrivere quanto ho sempre letto di lui. Se ne va uno dei pesi massimi della letteratura italiana del mio tempo. Senza la sua inesausta opera di radicalità narrativa e poetica, di incisività intellettuale e di presenza storica, la mia generazione letteraria non sarebbe quella che è. Ha spalancato il fantastico, sottraendolo alle fumisterie fasciste e ricollocandolo nel cuore del farsi narrazione, aprendo l’idea di ciclo alla possibilità di percorrere nuovamente una scrittura epica e mitopoietica inesausta, infinita. Perdo, perdiamo un amico e un maestro. Il metallo era urlante tanto quanto la carne, la bandiera nera schiantava lo spettro cromatico, l’inquisitore era colpevole e il colpevole inquisitore, la parola si spalancava a tutte le diversità, la più intollerabile delle quali era il silenzio per impotenza, senza rischio: la morte in vita. Valerio Evangelisti è stato vivo in vita e ora è morto in morte. I suoi cieli plotiniani, ben ancorati nella storia, sono patrimonio del piacere di chi ha letto, legge e leggerà. Vorrei qui, per l’enormità della notizia e della perdita, ricomporre il rito laico con cui fu celebrato al suo exitus Primo Moroni, che Evangelisti amava: la celeberrima poesia di Franco Fortini da L’ospite ingrato, a Primo dedicata e ridedicata da Primo a Fortini, è evidentemente dedicata a Valerio.

Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padri che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli essere guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.

La direzione Damilano

E’ necessario per me umanamente e da intellettuale scrivere qualcosa circa le dimissioni del mio direttore, Marco Damilano, da “L’Espresso”, un giornale che il direttore stesso mi ha permesso di abitare come casa e spazio agonistico del pensiero per più che tre anni. La situazione è nota a tutte e tutti e indica un gravissimo problema che concerne la stampa e i media in questo Paese – una questione annosa, se lo stesso Damilano ha indicato in un passaggio da Aldo Moro nel 1978 il nucleo sempre radiante di un male storico che affligge l’Italia. Circa i comparti industriali e quanto essi avranno da affrontare politicamente per esistere, parlerà la variabile del pianeta, l’unico soggetto e più-che-soggetto, che dalla comparsa del Covid sta rivoluzionando strutture secolari e addirittura millenarie. Perché, se si pensa che un magazine possa ancora essere “italiano”, si è davvero nell’Ucraina del pensiero e del risentimento: libertà stracciata, ambiguità intorno agli inesistenti confini, dispositivi di lotta in allerta, errori tecnici provinciali, giostre grottesche e risultati prossimi allo zero di Kelvin in termini di proposta del dibattito: ciò che il coautore di “Pianetica”, molto giustamente, indica come “la Pocalisse”: un helter skelter ridicolo, eppure un helter skelter. Si potrebbe continuare e tentare di convalidare un ragionamento intorno alle opportunità di mercato, ma sarebbe opera dissonante rispetto alla cifra che emerge da almeno tre anni come genetica del momento geometrico e storico, in cui il pianeta smette di attenderci e di attendersi qualcosa da noi: si ignorerebbe, cioè, “una certa oggettività”, ovvero, come ha detto e mostrato Marco Damilano esplicando pubblicamente le sue dimissioni, la verità che fa umano l’umano. Tuttavia il tempo in cui si è inscritta la direzione di Damilano, a capo del più storico e importante magazine italiano, suggerisce che l’aspetto politico, così come quello cognitivo, è insufficiente a interpretare la realtà e dunque viene trasceso. Non è stata una direzione leggibile soltanto con le lenti della politica. Affermo ciò nella consapevolezza che “L’Espresso” ha molto pesato politicamente sulla storia nazionale di questi quattro anni. Non mi pare impressione personale che l’inchiesta sui legami tra Lega e Russia putiniana abbia sortito effetti sul crollo del governo gialloverde – perfino i media statunitensi se ne sono appropriati, per pronunciare una parola internazionale, che certo non era esperanto, e mostrare a Salvini come le porte, che egli riteneva spalancarsi a se stesso e ai sovranisti europei, fossero chiuse non dico per sempre, ma quasi. Marco Damilano rivendica con orgoglio l’inchiesta sul cardinale Becciu, che ha portato alle dimissioni dell’alto prelato, ma proprio su questo punto si mostra la differenza tra aspetto politico e piano effettivo del discorso, assai più alto e vasto: è l’inchiesta sul malaffare vaticano a segnare una stagione memorabile oppure l’inesausto discorso del cattolicesimo democratico, che trova il terreno di rigoglio con la cultura aconfessionale, a marcare l’eccezionalità di un lustro indimenticabile nella storia del settimanale più laico d’Italia? Poiché questa è, a mio avviso, la verità, cioè “una certa oggettività”, dell’operato di Marco Damilano sulle pagine del giornale da lui diretto: la tessitura di un testo, vale a dire l’apertura di uno spazio che è il campo culturale del presente. Qui appunto un’osservazione del tutto personale, quindi strettamente riguardante la mia persona: non soltanto non smetterò mai di essere grato al direttore per avermi permesso di camminare al fianco suo su “L’Espresso”, sotto i portici di una stoà centrale nella vita della città, correndo il rischio di esporsi ed esporre altre e altri all’agorafobia; ma non cesserò di ringraziarlo per avere concesso asilo a parole difficoltose da pronunciare, in un tempo di disintermediazioni progressive e regressive del discorso, della visione, dell’intuizione. A oggi mi chiedo ancora con allibimento come sia possibile che il direttore accettasse formulazioni tanto difficoltose e stili così perigliosi come quelli che mi sentivo di proporgli. Lo ha fatto, per me è tantissimo; non lo avesse fatto, sarebbe comunque stato tantissimo per me. Chiusa la parentesi personale, che non disegna l’universo degli affetti che mi legano a questo grande giornalista e intellettuale, vorrei tornare alla matrice culturale di Damilano, che fatalmente mette l’ingaggio culturale in un quadro formativo, rivoluzionario se si sta alla tradizione e alla storia del giornalismo italiani: è la questione della matrice cattolico democratica. Andrebbe fatto il nome, tecnicamente preciso, di questa cifratura spirituale, che dunque è anche cognitiva e sentimentale, politica e filosofica: è la teologia assoluta della persona. Possiamo tranquillamente pronunciare il nome del massimo esponente dell’umanesimo intergrale e del personalismo, Jacques Maritain; ma forse è più opportuno valutarne qualche parola, poiché le parole sono pietre che ci giudicano e che stentiamo a masticare, pena la rottura di qualsiasi chiostra dentale: “Più la causa è grande, più ci sentiamo piccoli e inadeguati ad essa: è la causa di questo umanesimo integrale che ci attende come il segno e il simbolo di una nuova civiltà, nella quale l’ispirazione democratica e l’ispirazione evangelica saranno riconciliate”. Qui noi vediamo all’opera (e “L’Espresso” di Damilano è stato per quattro anni un’opera: un libro, i cui capitoli uscivano a cadenza settimanale, un testo unico che intrecciava testi multipli) l’idea stessa, che coincide con la sua prassi realizzativa, di un apostolato del giornalismo, ovverosia della libertà rispettosa dell’anima che brilla in ogni persona e in ogni cosa vivente, in cui il no ha potuto corrispondere al no e il sì al sì. Questo, il quadro. Dentro quel quadro, la pittura fosca e albale dell’infinitudine di tutti i discorsi. Ve ne fosse stato uno che smentiva la centralità della persona, anche nei momenti di più acuto attacco: ma un conto è la persona, un conto è il ruolo che ambisce a ricoprire, cioè il potere come ambizione ed esercizio, e un altro conto ancora è l’istituzione in cui la persona è costretta a compiere un salto, ad autotrascendersi, per rappresentare non più soltanto se stessa, ma tutte le persone. Questo radicalismo della verità, di “una certa oggettività”, era e temo che resterà un inedito, al di fuori della complessa e profonda operazione, a cui il direttore Damilano mi sembra avere atteso in questi anni. L’ingaggio spirituale laico è una chiave di lettura sempiterna, che positivamente si direbbe metastorica, senza la quale non si apre la porta dell’anima, ovvero non si passa la soglia tra “io” e “mondo”. La tesi di fondo all’apparir del vero, nel febbraio 2020, quando la pandemia esordisce in Italia ed Europa con tragica rilevanza, è che il virus è l’agente non umano di una rivoluzione che muta i contorni dello stato di cose: la politica, la geopolitica, l’economia, il lavoro, i rapporti, il clima – invisibile parodia dell’Invisibile, il virus è una Comune di Parigi planetaria. Questo discorso, che spesso non sembra esserlo, diviene una delle prospettive culturali, e più che culturali, di un newsmagazine italiano: è qualcosa a cui eravamo abituati negli ultimi decenni? “Uomini e no”: Damilano scelse Vittorini per opporre la persona alla non-persona, in una storica copertina de “L’Espresso” agli inizi della sua gestione: lo avremmo letto da qualche altra parte, su qualche altra pagina? L’impegno politico è un impegno di umanità e di una certa forma di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità. Per questo il giornalismo è politico e, se lo è, è pure la letteratura. Roberto Ruffilli, nel 1981, su “Il Politico”, rivista fondata nei Cinquanta da Bruno Leoni, metteva fuori sesto qualsiasi gradiente ideologico che tentasse di spiegare l’Italia postfascista con apparati storiografici marxisti, leninisti, azionisti e anche cattolici, perché una era la questione: la “crescente, anche se travagliata, presa di coscienza della complessità assunta nel nostro Paese dalla costruzione di una democrazia politica e sociale assieme”. Si può osservare da qui, da questa potente consapevolezza, ciò che Marco Damilano ha tentato nel corso della sua direzione: la costruzione della democrazia assieme sociale e politica, con la controparte sociale che ha espresso le sue richieste alla componente politica e non purtroppo viceversa. Disse Aldo Moro: “Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi”.

E’ uscito “Pianetica”, il libro

Siamo lieti di annunciare che è acquistabile il libro “Pianetica”, saggio di filosofia e lettera a cui hanno atteso lo scrittore e filosofo Pino Tripodi e il sottoscritto. Nell’immagine, la copertina, sulla quale non compare alcun nome di autore. Il logo “Pianetica” è stato creato da Fabrizio G. Confalonieri. Si tratta di un libro cartaceo. Costa 50 euro. Ogni copia è numerata: ciascuna copia è la numero 1. E’ acquistabile su tutte le piattaforme, ma consigliamo l’acquisto direttamente dal sito della casa editrice Milieu, che di “Pianetica” è non editore, veicolandolo ovunque.

Come sanno le lettrici e i lettori che frequentano questa pagina, Pianetica è anche una mailing list fantasmatica, che rilascia testi occasionalmente: e sono testi che non fanno parte del libro “Pianetica”. Il quale è stato progettato per recare in sé una quarta di copertina letteralmente attaccata al libro. Ne pubblichiamo il contenuto, sperando di suscitare interesse e condivisione per la prospettiva a cui si è lavorato e non si smetterà certo di lavorare. Ecco lo scritto in quarta, che porge all’occhio che legge alcuni termini chiave e sono chiavi che aprono qualsiasi porta, cioè nessuna:

“Pianetica annuncia un salto di specie singolare. Dalla politica alla pianetica. Dalle tecniche di dominio della polis all’arte di governarsi del pianeta. Lo enuncia a suon di fulmini e balbettii. Un salto di specie che accade non solo nella natura testuale: è gesto irreversibile per smarcarsi dalla politica veleggiando verso la cosmotica. In questo spaziotempo confusivo che ne è di politica, arte, filosofia, letteratura, scienza, religione? Ecco elencati i nomi dello sfinimento generale. Ecco i confini da spezzare. Ecco le armi con cui la specie avanza gloriosamente verso il suicidio. Ecco le consunte forme con cui l’umanosfera ha tentato d’incorniciare l’universo. Un universo prodigioso in cui brillano sempre e soltanto le macerie. L’umana specie atterrita e moribonda si trascina verso l’immortalità. Il desiderio dissennato di vivere in eterno marcia nel suo letame indifferente al fenomeno vivente. Ecco il costo assurdo e ragionevole di ogni sapere costituito. Il sapere è affetto da zoppia ancestrale. Non c’è sapere o potere che non sia insufficiente. La ragione seppellisce le sue pretese nel buco nero dell’indistinto. Esausto dello sfinimento, qui, in questo tempo – ovunque e sempre – ecco larvale un nuovo inizio. L’eversione di ogni sapere costituito, la sovversione di ogni potere, a cominciare dal proprio potere, l’innescato sempre pronto per essere lanciato contro ogni canone. Ecco la sacralità dell’istituzione. Ecco la funzione catartica della teatrocrazia. Non c’è barriera, paradigma, prigione che non debba essere attaccata, distrutta, estinta. Ecco la legge della creazione. Ecco l’azione senza il lutto incancrenito della reazione. L’universo non si fa contenere da nessuno spazio, da alcun tempo, e neanche da qualsivoglia pensiero. L’universo per riconoscere come amica l’umanosfera attende sempre l’infinità posturale dei suoi due più sublimi gesti: la surrezione e l’abdicazione. Pianetica bussa alla tua porta. Non è una nuova utopia. Non è l’ennesima distopia. Non è l’ultimo sintomo pandemico dell’umanite. È l’aria informe che si respira nello sfinimento ultramillenario dell’epoca stantia. È la realtà che cozza contro ogni realismo. Sei tu oltre la tuità, è ciascuno oltre la ciascunite. Pianetica è la Repubblica che sovrasta gli stati. Ecco l’informe Repubblica davvero degna di essere vissuta.”

Da Pianetica: “opera ultima madre”

E’ stata rilasciata ora la quarta uscita di pianetica.org, dopo quelle dedicate a Europa Mundi, all’ultimo film di Michelangelo Frammartino “Il buco” e alle riflessioni sull’eutanasia. Sono state riscontrate alcune defaillance nel sistema di spedizione della non-newsletter e siamo stati costretti a inviare una errata corrige. Nel caso chi si fosse iscritto riscontrasse problemi col download, ecco il link da cui scaricare i file di Pianetica: https://we.tl/t-kTGDqf11TW. Al link WeTransfer, valido da oggi a sette giorni, saranno scaricabili due file: un film di 15’36”, che alcune delle persone iscritte forse hanno già avuto occasione di visionare in passato, “Ultima madre”, opera della regista Federica Intelisano, che ringraziamo per il permesso di distribuzione; un breve scritto di annotazioni in margine all’opera e all’avanguardia. Al momento sono 518 le persone iscritte a Pianetica. Nel frattempo sta per andare in macchina presso lo stampatore il libro “Pianetica”, che sarà disponibile in cartaceo a inizio febbraio e di cui sono autori lo scrittore e filosofo Pino Tripodi e il sottoscritto. Genesi, sviluppo, significazioni della mossa neoeditoriale verranno raccontate ed evidenziate sul mio account Facebook e nel mio sito personale nei prossimi giorni.

Che cos’è “Pianetica”

Questo è ciò che apparirà in copertina di “Pianetica”, il libro a cui abbiamo lavorato, attendendo all’opera con molte meditazioni, lo scrittore e filosofo Pino Tripodi e io. Di cosa si tratta? E’ un saggio? Sì. E’ un tentativo di poetica? Sì. E’ una narrazione? C’è anche narrazione all’interno del testo. Possiamo dire che il passo di inizio è stato questo: la considerazione che la politica è, se non finita, almeno sfinita; la generazione del sostantivo e aggettivo “politica” avviene da un nucleo radioattivo che pone i suoi esordi teorici e pratici nella suprema lingua greca, derivando dalla pòlis, ovverosia la città, e indicando un regime di relazioni che garantisce sopravvivenza e vita attraverso l’innesto dell’individuo in collettività o, per come ne dice Aristotele che ne è uno dei codificatori, addirittura costituendosi come cifra indifferentemente genetica e culturale dell’intera specie umana. Questo è stato il passo di partenza. Questo spiega l’origine della parola “pianetica”. In fitti, continui, costanti e saltabeccanti incontri, in dialoghi appassionati e per intensità a noi care, il discorso è emerso, prendendo le parole e le idee, spingendole oltre il meridiano zero della filosofia, la quale è tutto. Tale, dunque, l’ingaggio, tale la materia. Ha esorbitato, è andata oltre l’idea di sistema. Ogni dialogo depositava in capitoli ardui, in tappe della repubblica di Pianetica. Così è venuto facendosi un testo. Abbiamo pensato di proporlo. La copertina interroga: cos’è questa *cosa*? “Pianetica”, anzitutto, è due scritte o una sola? E’ un marchio o un titolo? Per caso è il logo dell’editore? O forse è il nome dell’autore? Questa “Brillo box” è un libro secondo quali canoni? Perché hanno fatto così? Perché non hanno fatto cosà? Intanto, appunto, la copertina. Questo è il primo di una serie di post che appariranno presso il mio account Facebook, che sarà totalmente dedicato a Pianetica fino all’uscita del libro omonimo, prevedibilmente a inizio anno. C’è da raccontare la scelta e la mossa editoriale: “Pianetica” non uscirà infatti né per un editore né autoprodotto. Sarà disponibile in cartaceo e non in digitale, attraverso le piattaforme e nelle librerie che vorranno ordinarlo. Poi c’è da dire di chi ha creato la scritta “pianetica” e perché la ha interpretata in questo modo. Poi ci sarà da dire delle copie numerate: saranno numerate, ma non saranno numerate. Poi bisognerà dire del sommario, che è una summa, ma non si sa di quali cifre, però costituendo un testo a se stante. Quindi si dirà della fatica di fare così, della bellezza entusiasmante di fare così. Inoltre bisognerà vedere dove finisce e leggere il testo di quarta di copertina, che non lo è, perché è altro, esula e si intrude e si rende autonomo. Oltre tutto bisognerà dire anche della cosmotica. E della mailing list che non lo è affatto, pianetica.org, attraverso cui si distribuiscono testi che si autodistruggono rimanendo. Ecco, questo era ed è e sarà il passo d’inizio, l’incominciamento del gesto. Benvenute benvenuti in Pianetica, non abbiamo da vendervi nulla, poiché ci avete già donato tutto.

Un nuovo testo in Pianetica.org: “L’opra”, a partire dal film “Il buco” di Michelangelo Frammartino

Un nuovo testo sta per essere rilasciato in Pianetica (l’indirizzo per iscriversi è http://pianetica.org). Il testo in questione si intitola “L’opra” ed è una riflessione su nuclei di senso, a partire occasionalmente dalla più recente opera cinematografica di Michelangelo Frammartino, “Il buco”. Non è un discorso sul film e non è un discorso sul cinema. Iscrivendosi a Pianetica, quando verrà rilasciato il testo, si riceverà un link dal quale scaricarlo. Dopodiché il testo non sarà più reperibile in nessun archivio, cartaceo o digitale. Le iscrizioni a Pianetica sono al momento 342. La diffusione e la libera circolazione del testo da parte di chi lo abbia ricevuto sono garantite. “Pianetica” è anche un libro, di cui Pino Tripodi e Giuseppe Genna risultano autori, che verrà pubblicato tra non molto, in una maniera essa stessa inedita.

Addio a Franco Battiato, 80% di me

E quindi, poiché sempre bisogna parlare, pur sempre bisogna aggiungere qualcuna di queste antiche sorelle a cui si dà addio, da sempre, ovvero le parole, si parlerà di un’anima che ha piegato il linguaggio a nuovi orizzonti, cioè gli antichissimi, facendo pulsare il muscolo cardiaco del mondo, schiudendone la valvola mitralica, apponendo un sorriso tra il beffardo e il saggio, tutta un’ipostasi del sentire, vedendolo mentre bambini si cercava il colore croco del sole in piazza Martini, tra una pallonata di Tele e un sorso alla vedova verde con il rubinetto a forma di testa di drago, che scintilla, nella pozza dove esubera l’acqua è una fanghiglia intrisa di filamenti carminio, sangue vivo dalle siringhe di eroina. E’ il 1978, io incontro Franco Battiato per la prima volta. E’ l’inizio lì, tutto, di tutto di me: questo tutto piccino, davanti all’uomo che mi dà il tutto immenso. Sgambetto per via Perugino, dove ha l’appartamento nella casa borghese, dal portone esce con Alice, vestito di nero, lo seguo, attraversa via Greppi, fende piazza Martini, si infila nel negozio a due vetrine che è la cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi, che compone la pubblicità straniante del divano Busnelli, uno choc per Milano: Battiato androgino e settantino, strafottente e laico, avanguardista e spazientito, che ti parla da tutti i muri che urlano quel divano brianzolo (si arrabbiò molto con il designer Gianni Sassi, gli aveva tirato uno scherzo, non sapeva che quella foto era una pubblicità, che i muri di Milano avrebbero coinciso con lui). I suoi accenti sono ignoti, le armoniche evadono via via sempre più, dalle fluttuazioni di “Foetus” fanno ingresso nella facilità, dichiarandosi esoteriche, creano il paradosso: involgarisce raffinandosi. Si crea, all’istante, l’atmosfera che ne fa il nome, il colpo d’ala, il buffetto a me bambino che gli chiede l’autografo e cerca di copiarne gli esotismi, le parossitone, le culminazioni. Di “Sentimiento nuevo” equivoco il verso “la passione nella gola” con “la passione nella colla”, penso a liquidi seminali, anticipando sempre ogni accento, lui: lo scomparso, il padre che non vuole esserlo. La magistralità non è di lui, poiché appartiene alle dottrine, efficaci e semplici, impossibili da realizzare, trasognato con i suoi occhi nemmeno bovini, tra il vitreo e la bonomia, il sorriso tremulo, quella faccia scalena da cui escono il cinghiale bianco, il cammello, l’ombrello, la macchina da cucire, Duchamp e Quinzio, Monteverdi e Ramana Maharshi, Gurdjeff e le ragazze ye-ye.Come è triste ora fare a meno del padre che non lo è stato.C’era, c’è, tuttavia, una sua maternità: perpetua, una cifra mariana del parto imminente, un’angelologia, che carazzava nell’aria che sa di pesca me mentre moriva Moro e non moriva più, non moriva mai. Dava alla luce (è letterale) il suono di Goldrake che sfinisce in Tenco, le ambasce dei Kraftwerk che risalgono alle passacaglie e alla giga, ritmi a sette ottavi, piazze di Berlino sconfinate nella voce muscolare e aliena di Milva che forzosamente era “rossa”, era “fulva”, per caso incontrava Igor Stravinskij. Ciò che fece fu la letteratura, non la musica soltanto. Non è vero che fu un genere, era letteratura, con la faccia da Pino Caruso che aveva il silenzioso Giusto Pio compositore con il violino e poi Manlio Sgalambro con le sue ipotassi rischiose, le sue sintesi vertiginose.Franco Battiato sorrideva timidamente ed esercitava un lessico sconcertante, pareva uno scolaro delle elementari e io non riuscivo a indovinare il genio delle parole, che con due tratti verbali faceva tralucere l’Afghanistan alla Bicocca. Sapeva molto, non sapeva nulla.Ho osservato a lungo, meditabondo, spegnersi il magistero, la sua faccia preternaturale e la tonalità che qualcosa con il Battisti dei dischi bianchi aveva a che fare per me e solo per me: quell’essere alieni, per essere umani.Quante giornate ad ascoltare, a ricordare che si ascoltava. Quante toppe di luce e angoli di stanze morte, imbiancate.Non sapeva cosa fosse il panico? La grazia che bilancia il disastro del mondo con l’aroma dell’essere era lui, gocciava dalla vita superiore in un’esistenza grossolana, in cui era cinghiale e cammello, l’animale che si portava dentro. E sfumava, la cognizione sfumava, ne era compromesso…Oggi il padre cattolico che per primo ne ha dato notizia lo citava occultamente negli scritti. Tutto è occultismo, tranne l’amore. E’ con l’amore che va, mio, nostro, tutte e tutti insieme, a spingerlo, bardo nel Bardo, poeta nella fatica del sole a illuminare settantescamente l’esca del pallone nella piazza dove bambino torno, mai andato via, io, il piccolo io che ho e che gli sussura: grazie… grazie…

Su “Reality. Cosa è successo” – di Silvia Bottani

Con molto ritardo, mi sono accorto di ciò che su “Reality – Cosa è successo” ha scritto Silvia Bottani, che leggo da anni su testate splendide come Doppiozero o Riga, autrice edita da SEM con “Il giorno mangia la notte”. Lo riporto qui di seguito, con gratitudine e ammirazione: «Ho sentito spesso ripetere la domanda “Chi scriverà il romanzo della pandemia?” e altrettanto spesso rispondere che ci vorranno anni prima che il vissuto venga metabolizzato e restituito in una forma letteraria soddisfacente, che ci vorrà un grande autore per concepirlo e anni di distanza per rielaborare ciò che è stato, mentre le redazioni sono invase dai manoscritti di spericolati che si cimentano con la distopia che si è fatta reale (non pare neanche vero, che occasione ghiotta). Un libro assoluto però è già stato scritto ed era probabilmente così indicibile ciò che ne marca le righe da essere già fuori scena, troppo reale per commentare il reale, insostenibile nell’operazione di disvelamento. Il romanzo – perché si tratta di un romanzo, altrimenti quale lingua avrebbe potuto dire tutto questo? Un testo sacro forse, oppure un paper scientifico, nient’altro di possibile – è “Reality” di Giuseppe Genna, un testo che è esso stesso malattia, su cui ricade la colpa imperdonabile di riportare il lettore alla cognizione del dolore, spazzando via dall’orizzonte le riaperture, le mete delle prossime vacanze, gli aperitivi su Zoom, la nuova serenità vaccinale, le task force ridicole. Genna punta lo sguardo dove non si può guardare, si spinge e resta nell’oscenità di una pandemia che ha riportato la morte al centro del quotidiano globale, rifiutando l’escapismo e la possibilità della consolazione offerta dal rimosso. C’è un’insonnia febbrile che spinge l’autore – protagonista in giro per la città ammalata, che gli impone di continuare a guardare, di vegliare su chi finisce nella solitudine, chi si sfinisce negli ospedali, sugli abbandonati e sui traditi, sull’infinita perdita che conteggia le giornate da tredici mesi a questa parte, che gli fa esperire il contagio e salda realtà e allucinazione. Quando l’intrattenimento finisce, rimane spazio solo per l’annichilimento o la negazione. Mentre programmiamo la prossima estate e immaginiamo la nuova normalità che ci aspetta come un Eldorado, dovremmo assumerci come impegno la lettura di questo romanzo infetto, perché forse non abbiamo ancora compreso cosa ci è accaduto, cosa accade e cosa, rovinosamente, continuerà ad accadere.»

“Il disperso” di Maurizio Cucchi – 45 anni dopo.

A rileggere “Il disperso” di Maurizio Cucchi non parrebbero trascorsi 45 anni dalla sua uscita. E’ un romanzo poetico o un poema che corteggia il prosastico e che, a distanza di quasi mezzo secolo, sconcerta ancora, come certe narrazioni oscure e perturbanti sulle sirene o sui cavalieri del secchio o sul diabolico Sancho Panza. Il fattore temporale è per me anche avvilente: portai “Il disperso” alla maturità, i professori rimasero a bocca aperta mentre ne leggevo tratti e versi. C’è da figurarsi come io mi senta vecchio, oggi, di fronte alla spirale inquietante che Cucchi allestì e che fu esaltata da una leggendaria nota di Giovanni Raboni. L’impiego di una lingua bassa e popolare fa il paio con l’utilizzo di un canone nero, dico canone narrativo, e con le macerie del romanzo che, profeticamente, Cucchi antivedeva ad altezza dell’apice postmoderno, in quegli anni plumbei e aurei. Il sottovoce, l’incespico, la modalità da referto autoptico, l’irresistibile puntata in un mondo definito dalle parole (Milano, i Sessanta e i Settanta), Valéry e Kafka ben oltre l’apparenza da regesto del meglio della non so quanto esistente “linea lombarda”, l’organicità raggiunta al colmo della frammentazione, la revisione come modalità ellittica, l’iperbato e l’utilizzo del maiuscoletto – tutto corrobora un tentativo quanto mai felice di estrarre linfa da un mondo basso e al contempo celestiale. Le persone e le cose vengono non scagionate, ma osservate come scagionate, mentre la colpa, pur emendata, resta la materia prima di una figurazione che non abbandonerà mai la poesia di Cucchi, cioè quella del cretinismo splendido (qui appare un gran bel ragazzo mongoloide), a più riprese eiettata per conferire una prospettiva sul mondo, differente e stordita, eppure nitida e mai appannata – l’umiltà della carne e l’insufficienza luminosa come cifra del vivere, attaccati ai muri, un po’ untori e un po’ regali, così come si prevedeva la sagoma del re degli idioti nel carnevale da tempi hugoliani. Un regesto letterario che, per quanto vado pensando praticamente da mezzo secolo, ancora non è stato raggiunto nella sua fatalità: quella di offrire una forma a un futuro postumo, che potrebbe essere il nostro presente, se ancora collettivamente fosse viva la poesia, l’attesa poetica, il che costituisce un problema per lo stato odierno delle patrie letture. Il compimento di questo percorso viscoso e strepitosamente rivelativo, l’indagine che potrebbe ricalcare le modalità dell’interrogatorio a cui il Signore sottopone Caino o quello praticato su Lino Ventura in un film in bianco e nero di Melville, offrono il destro a una meditazione sullo stato della nostra prosa narrativa, oltre al fatto che inchioda i poetanti alle proprie responsabilità oggidì. E’ un percorso coerentissimo e senza eguali, quello compiuto da Cucchi in questi 45 anni, fino all’acuto del suo ultimo capolavoro, “Sindrome del distacco e tregua”, uscito recentemente sempre per i tipi dello Specchio di Mondadori. Se la poesia e la prosa nazionali sapranno cogliere questa chance sempre a disposizione, che è l’opera di questo grande poeta milanese, avremo un patrimonio e un matrimonio ineguagliabili: avremo la forma del presente.

Luther Blissett: “Net.gener@tion”

Una copia del libello d’assalto “Net.gener@tion”, il mio esordio in prosa risalente al 1996, con lo pseudo-pseudo di Luther Blissett
“Noi non vogliamo lavorare allo spettacolo della fine del mondo, ma alla fine del mondo dello spettacolo”.
Nel 1996, ovvero un quarto di secolo fa, pubblicavo il mio esordio in prosa, un saggio di saggi all’interno di una cornice narrativa. Utilizzai lo pseudonimo Luther Blissett, al cui gruppo di riferimento non appartenevo, ma che mi sembrava costituire la più forte proposta culturale per l’elaborazione di una visione letteraria e politica al contempo, rispetto all’orizzonte che si stava muovendo e riconfigurando. Si intitolava, questo libro, net.gener@tion e lo pubblicarono gli Oscar Mondadori, che ai tempi contavano su una dirigenza per me memorabile. Gianluca Lerici, in arte Doctor Bad Trip, mi fece l’onore di disegnare la copertina, che a distanza di tempo mi pare ancora bellissima. Era un quarto di secolo fa. Tra le sortite dello sguardo, mi colpisce a oggi l’intuizione che i motori di ricerca sarebbero diventati super-Stati, che il complottismo avrebbe sostituito l’appartenenza politica di massa, che la battaglia per la fluidità di genere sarebbe risultata una variabile fondamentale e anche l’explicit finale: “Dappertutto si è posta in modo oscuro la questione di una nuova organizzazione, che comprenda abbastanza bene la società dominante per funzionare effettivamente, a tutti i livelli, contro la società dominante: per trasformarla integralmente, senza riprodurla in nulla, ‘sorgere del sole, che, in un lampo, modella in una volta le forme del nuovo mondo'”.
Qui di seguito pubblico il link alla file con l’intero testo di quel libello agile e impegnativo, che si trova in ogni caso disponibile su archive.gov.

Luther Blissett (alias alias Giuseppe Genna), Net.gener@tion, Mondadori

Meditazione sul tempo rivoluzionato e scemo. Dove si muove Guido Lopez.

Stamattina ho letto dalla home di Repubblica un’intervista a due “gemelle influencer” da milioni di follower su TikTok. Un’intervista che in tempi sospetti poteva essere fatta a Carlo Felice Nicolis conte di Robilant, a Concetto Marchesi, a Luciano Lama e poi via via a Gaetano Quagliariello, al papà di Eluana Englaro, a Solange, al primo Cracco, a Nina Moric, ad Antonio Zequila, fino a Imen Jane. A queste latitudini siamo nell’ovvio – anzi, sono io nell’ovvio: la renitenza a questo tempo in forma dell’opposto della resilienza e dell’empatia. Un reazionariato tutto interiore, un invecchiamento precoce, un moralismo rigido e vieto. La norma anagrafica data da mutamenti impressionanti nell’antropologia di riferimento. Il percorso in stato confusionale, mentre i lipidi gonfiano e non più le mamme imbiancano, perché a imbiancare sono direttamente io. Io, io, io: gli organismi geneticamente e antropologicamente mutati faccio fatica anche solo ad assaggiarli, ma il primo a essere tale sono ancora io, questo pronome con la pappagorgia, questa piccola abissalità che verticalizza poco e ciancia molto. Partendo da simili e intimi banchi di nebbia – una nebbia livida, spessa, premessa spontanea all’indecifrabilità delle strade e quindi delle vie di fuga -, non esimo il me stesso dall’espressione di tutto un disgusto legato alla norma esistenziale di un tempo rivoluzionario come quello che stiamo vivendo. Tempo rivoluzionario in quanto rivoluzionato. Non si scorge infatti all’orizzonte nessun conato rivoluzionario, che starebbe in luogo dell’asserzione che uno esiste al mondo e il mondo esiste a lui. La rivoluzione sta nelle cose e nei rapporti di base, abbruttiti oggettivamente, oggettivamente istupiditi. Ho atteso nove minuti della mia giornata a guardare una delle challenge delle due tiktokers omozigote: si mettevano davanti alla camera, ingollavano acqua e la trattenevano in bocca, guardavano video al cui confronto le perle di “Paperissima” sono Marsilio Ficino, la prima che sputava l’acqua ridendo perdeva. Nove minuti: l’infinito intrattenimento, l’infinita conversazione. In quei nove minuti chissà cosa pensavano Zingaretti o Cuperlo o Garavaglia della Lega o Fraccaro. In quei nove minuti chissà quante challenge fallite, registrate, implementate con gli effetti da app, chissà quanti cadaveri e quanti morti, quanti ologrammi umani, quanti sogni di andare su Marte a colpi di bitcoin per terraformare a colpi di arsenale nucleare. E quanti sussurri e quanti parti cesarei e quanta disperazione. Tutto che sfuma in una disattenzione: e anche questo non è vero, perché prima sfumava tutto nell’oblio o nell’inconsapevolezza, mentre ora sfuma nei rigorismi di un disinteresse per le cose e per il mondo da celenterati, da tubi digerenti, da enzimi digestivi, da dieci erbe e da troppa curcuma. Insomma: un mondo e un tempo che lievemente mi disgustano, a ondate di nausea, capaci però di salire a procella, a volte a onda anomala, altre volte a vaga allegria da naufragio, se non a lieta dissociazione. Tutto mi rimanda oggi a io, a io, a io. E i testi, i testi!, che mi servivano a corredare quel pronome lipidico con le medagliette del senso, dell’illusione di un senso ricavato dal parlare, dallo scrivere, dall’immaginare. Si era dentro un fare comune. Si ragionava fumando pacchetti su pacchetti, bevendo grappa con gli amici, che sapeva di legni pregiati, impiegando l’alito in una fonazione stupenda al momento, memorabile il momento successivo, dimenticata due istanti dopo. Dove dovevo muovere il mio personaggio vuoto, in una cupa atmosfera fitta di simboli più o meno arcani, più o meno neri, tra ventate di paranoia e scivolate improvvise sui ghiacci della memoria? Cosa parlavo a fare di complotti e religioni sbagliate, di terrorismi impensati e di invasioni cinesi e vaticane, tra intelligence scafate e governanti assai poco ingenui o inermi? Tutto avrebbe dato ragione a ogni cosa. Era una questione di tempo, ovvero di impermanenza, e si sarebbe dovuto inventare in altro modo, più beota e semplicistico, poco respingente e decorativistico, sterilizzato e lineare – cioè minimo. A presiedere al principio di scrittura, le challange delle sorelle gemelle rincretinite dall’enfasi espressiva delle stories e dei video post. Nessun simbolo, nessuna croce e, soprattutto, nessuno a portarla, la croce. Se non questo io. Dunque il segreto del tempo che come una bibita sorbisco per rendermi ebbro sempre, sempre matto o disallineato, sempre sfigato e sofferente nello sguardo poco stupito, era l’irritazione della prima persona, l’indecidibilità del pronome, lo sciabordio del tempo peggiore che copre il *tuo* tempo migliore. E così andare, nella nebbia, nella deriva, nell’immane disillusione che la realtà offra una chance pionieristica, un eroismo privato, un ricordo di sé qualunque, stinto o vivido. In questo esserci che è pari al non esserci, si muove Guido Lopez.

I BAMBINI DEL 1978 PARLANO DEI BAMBINI DEL 2021

(da “History”, Mondadori)

“E’ tutta una vita dei nervi che stiamo imparando noi bambini. Infido è il bambino del tempo che vivo e lo sarà sempre, a meno che non si rovesci il tempo, con grande fragore di anime e profondo dissesto degli apparati preposti alla sopravvivenza. Il benessere, per esempio, potrebbe riscattare i bambini a venire dalla vita dei nervi e tradurli a un altro tipo di reazione vitale, contro le pressioni e le insidie del mondo. L’incremento della vita economica, che ci è al momento inimmaginabile, sarebbe capace di produrre un esemplare moccioso, inabile allo scontro, malsicuro, incline all’isolamento, di quella specie che oggi si dice stare “sotto le sottane della mamma”, riottoso al sole e all’aria aperta e azotata della metropoli, che produce più smog tra i distretti sudeuropei: un bambino molle e assente, un rincretinito, rappresentante di un’umanità diversa, che sta per affacciarsi alla storia nel futuro imminente, un rappresentante bambino di un’umanità rinnovata e pallida nel sembiante, così come negli atti, un’umanità larvale e poco volitiva, autocostrettasi in un utilizzo limitato del gergo, incapace di invenzione che non sia tecnica, inetta, inidonea all’elaborazione istantanea di strategie e tattiche opportunamente conseguenti, incapace di concepire un sentimento del territorio e di violare le moralità molteplici che le norme del vivere civile impongono a noi i bambini uniti di questo tempo di adesso, un’umanità esangue e priva della necessaria ferocia e spogliata di qualunque disinibizione, poiché i rappresentati di questa umanità debosciata vivranno in un tempo privo di inibizioni e quindi di sfrenatezze, questi bambini di un futuro imminente, che a noi sembra impossibile, saranno allevati all’interno di un corollario di piaceri e attività ludiche, limitati da una cautela tipica degli idioti preoccupati, che strappa loro un previo consenso sociale, sotto il quale non si accorgono di avere apposto la loro firma spirituale, in un’epoca prossima in cui sarà tutto da vedere se la firma spirituale avrà una qualche incidenza sul comparto sociale. Ne dubitiamo. Pensiamo a questi possibili bambini futuri con una commistione di pietà indifferente e odio radicale. Non ci passa neanche per la testa che possano esistere. Avrebbero un aspetto più prossimo alla bambola attuale che a noi.

La nostra umanità, fino alle scuole superiori, che molti di noi non solo non sperano ma nemmeno desiderano di finire per frequentare, è un’umanità belluina, alla ricerca continua di uno stato selvatico, nonostante ci muoviamo in una situazione altamente urbanizzata, in cui evidentemente va a incremento esponenziale il traffico su strada e i consumi di oggettistica privata. Sarebbero, questi bambini del futuro imminente, sarebbero plasticati in qualche modo, inespressivi nel volto e impacciati nel corpo. Si proverebbero su di loro tare cognitive ed emotive che, oggidì, risultano impensabili e, se anche si manifestano, non gliene frega nulla a nessuno, a chi frega in questo tempo della dislessia e del mutismo selettivo?, non frega a nessuno, dai genitori agli insegnanti, nonostante l’introduzione della figura scolastica dell’insegnante di sostegno indichi che qualcosa sta declinando verso una debolezza e un incivilimento maggiore dei tempi a venire, comunque restando per noi inimmaginabile un’epoca in cui a un bambino sia indicato da parte degli adulti come salire e dondolare su un’altalena o, peggio, gli si occupi il tempo cosiddetto libero con attività ginniche, oppure capaci di sviluppare abilità artistiche e preprofessionali del tutto inutili, se non dannose. Avrebbero i volti fermi, privi di caratteristica, la mimica ridotta all’espressione di poche e facilmente individuabili emozioni, la cui intensità sarebbe in ogni caso ridotta e tendente più allo sfogo isterico che alla veracità della passione provata. Le loro carnagioni dolci ci fanno venire in mente la fibrosità bianca del pesce di fiume quando è lessato. Non è un caso se in questo tempo ci propinino il pesce di fiume lessato con l’olio e il limone e noi lo schifiamo e le prendiamo sonoramente perché ci rifiutiamo anche solo di addentarne la polpa sfilacciata: il pesce di acqua dolce ha infatti un costo economico ridotto rispetto al suo omologo marino e questo non è il tempo delle prelibatezze o dei controlli sanitari ossessivi sugli alimenti, sulla surgelazione. Quella consistenza filamentosa della carne inesperta dei bambini futuri è fonte di indignazione e ci fa infuribondire. Se li incontrassimo nel nostro tempo, li attaccheremmo impietosamente, godendo della violenza che siamo capaci di esercitare su di loro, infliggendo umiliazioni e dilatando il tempo dell’aggressione, fino oltre l’orario in cui i nostri genitori ci pretendono a casa per la cena, quando il crepuscolo chimico vira verso l’imbrunimento meno poetico e si annuncia la notte, questo repertorio di meraviglie e ardimenti che ci viene proibito a bella posta, cacciandoci a letto mentre vogliamo leggere o giocare all’astronave, nascondendoci all’interno dell’armadio, dove succhiamo gelatine alla frutta costellate di granelli di zucchero, di un rosso acceso che quasi illumina dietro le ante che teniamo semichiuse nell’armadio, inalando i vapori di naftalina tarmicida e pilotando l’astronave immaginaria con una torcia accesa, in platica verniciata di metallico, la torcia per adulti che abbiamo sottratto dalla cassetta degli attrezzi dei nostri padri impiegatizi, non aprono mai quella cassetta degli attrezzi, non lavorano in casa, non fanno niente in casa, sfruttano la manodopera delle nostre madri, le quali strofinano tutto e spostano i quadri e sono in grado di scegliere i chiodi più adatti per le pareti in cartongesso delle nostre abitazioni di periferia. Noi renderemmo lacerocontusi quei bambini di domani, picchiando forte e cattivo, dove le cartilagini sono meno morbide ma non ancora stagne come l’osso, sentendo crocchiare sotto le nostre nocche, attendendo il flusso di muco e sangue dal naso, dallo strappo all’angolo della bocca, o dall’orecchio, quando decidiamo di perforare i loro timpani. Gli strappiamo i capelli, noi che li abbiamo unti e improtetti ai pidocchi, tagliati male, noi non andiamo a fare i piccoli principi sul sediolino a forma di cavalluccio dai barbieri, ce li taglia la mamma con una scodella, a caschetto, a ciotola, e li teniamo unti e incrostati di polvere del ghiaino ai giardinetti. Siamo capaci di mangiarci le croste di sangue rappreso strappandole dalle ginocchia ferite, senza passarci sopra il disinfettante o fare i drammi con le madri eccitate nel sistema nervoso: il sangue secco mantiene qualcosa di ferroso e di salato, la carne viva dove strappiamo la crosta è biancastra e sembra essudare sangue come ci immaginiamo i martiri cristiani dovevano trasudarlo in nominechristi, addentiamo con gli incisivi e mastichiamo con i molari, là in fondo dove sappiamo che ci cresceranno i denti del giudizio e abbiamo fatto girare la voce che, allo spuntare dei denti del giudizio, saremo capaci di copulare le bambine, diventate ragazze. Questi esseri mosci, che sono i bambini del futuro imminente, a cui avremo ridotto i genitali a un livido unico a furia di calci di punta, strilleranno senza reagire o reagiranno scompostamente, ignari delle grammatiche più elementari della lotta e inconsapevoli che, anche se si attaccano alle ciocche delle nostre zazzere e le strappano via e si vede il sangue sul cuoio capelluto, noi siamo entusiasti di intingere nella ferita il polpastrello dell’indice e di succhiarlo. Il nostro di adesso è un tempo in cui, appena ci sono i soldi per la spesa alimentare, si corre alla macelleria equina per acquistare bistecche ferrose e si mangia tutto, la carne e i nervi e, col pane, la sugaglia, intingendo nell’olio di frittura e nel sangue suppurato dalla polpa il pezzo di michetta, poiché il pane all’olio costa e bisogna pensarci, a comprarlo, devono pensarci tutti, non soltanto le madri, i padri non fanno acquisti alimentari, ma dobbiamo pensarci anche noi, che siamo avvertiti del prezzo di ogni cosa, utilizzando come unità di misura le cinque figurine calcistiche della bustina all’edicola. Questi bambini inerti futuri li massacriamo e tentiamo uno stupro ai danni delle bambine con le bottiglie di vetro verde lasciate vuote a decine nei giardinetti dai tossici e dagli ubriachi nottetempo, che nessuna nettezza urbana viene a ripulire. L’atto va compiuto ciecamente e noi siamo ciechi, appunto: annusiamo l’aria, aguzziamo l’udito, come la nidiata dei pipistrelli che si orienta in una vasta grotta sotterranea ed è dove viviamo, qui, ora, in questa città, in questo tempo. Però noi riteniamo che il tempo non si chinerà mai a produrre una simile specie rincretinita e imbelle, sciolta in un ammollo perenne di cure troppe e sommersa da beni di consumo fino all’annullamento della percezione di un bene, di una cosa. Sdegniamo l’omologazione, ma stiamo apprendendo i riti e i piaceri della ripetizione sempre uguale, stiamo affacciandoci agli schermi: potremmo essere noi la premessa a quella popolazione di bambini idioti, viventi, deambulanti, chini e attoniti in un futuro per ora inimmaginabile.”