“Reality. Cosa è successo” sul Corriere della Sera



Inimmaginabile, eppure reale Viaggio nell’apocalisse Covid
Incubi Giuseppe Genna racconta i giorni più tragici e sconvolgenti della pandemia in Italia (Rizzoli)

Di Stefano Montefiori
[Corriere della Sera, 30 luglio 2020]

Un libro sul coronavirus, sul lockdown, su come lo ha vissuto l’Italia. Ovvero sull’argomento forse più coperto dai media della nostra epoca. Ore e ore di trasmissioni televisive, tonnellate di pagine di giornali, milioni di caratteri sui siti di informazione. In questi casi, si può scegliere un angolo di attacco, o magari lasciare sedimentare i fatti, riprenderli una volta che siano più distanti e chiari per non correre il rischio di raccontare per l’ennesima volta qualcosa che si è appena letto, visto, vissuto. Con Reality (Rizzoli) invece Giuseppe Genna si butta a capofitto, subito, nella tragedia italiana, raccontandola mentre si svolge, e riesce comunque a dare al lettore una visione unica, incomparabile con quanto è già stato descritto da altri, perché lo sguardo — e la lingua — di Genna sono peculiari, inconfondibili.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro (e dell’opera di Genna): l’impossibilità di accettare la realtà per quel che è, lo stupore di fronte a fatti della vita ai quali gli uomini tendono ad abituarsi in fretta. In passato sono stati Vermicino, o la morte di un neonato, o più banalmente i villaggi turistici o l’estetica berlusconiana o gli aperitivi milanesi. Capiterà, se non sta già capitando, con le mascherine. Leggendo Genna si ha spesso l’impressione di averlo lì vicino, che ti prende per il braccio e ti dice «ma ti rendi conto? È pazzesco», e ha ragione, è tutto pazzesco, e questo approccio serve a scuotere il lettore quando gli parla delle biciclette Graziella dell’infanzia così come quando Genna affronta l’inaudito, cioè l’epidemia a Milano, per qualche tragica

settimana capitale mondiale del coronavirus.

Scrittore milanese, 50 anni, Genna trova nella crisi sanitaria e nel lockdown l’occasione per offrire un nuovo capitolo del racconto di Milano che egli ha intrapreso da tempo. «Una metropoli che si è glitterata nell’ultimo decennio, una pandemia del consumo veloce, il piombo reso oro atomicamente. La capitale immorale della nazione Italia, ma priva delle dolcezze italiane, disattenta e attrattiva, die

ci milioni di turisti l’anno. Produce. Produce e produce. (..) Milano a ondate elettriche si accende e la guardano le metropoli del pianeta. E adesso è buia».

Genna percorre Milano con la Vespa «male in arnese», un viaggio da Linate verso il centro che poi lo porterà negli ospedali, e tra i tossici di Rogoredo e al mercato ortofrutticolo, e nella Bergamo del sindaco Giorgio Gori, quell’uomo con «la faccia tra la faina e il perfezionismo» che gli ricorda le marionette di Gerry e Sylvia Anderson nella tv per ragazzi: «Le labbra un poco a ciliegia ma strette si muovono al modo di certe marionette in alcuni telefilm fantascientifici degli anni Sessanta, pupazzi con bocche umane filmate sovra impresse, si muovevano in asincrono, con le labbra troppo rosse e i denti in evidenza, Thunderbirds era il titolo, forse».

Probabilmente solo da Genna ci si può aspettare un passaggio sui Thunderbirds mentre racconta di Bergamo, o sulla «magrezza tiroidea» di Pietro Mennea quando affronta la questione dei runner. Ma non si tratta del solito espediente di mescolare alto e basso, di usare la cultura pop come strumento per strappare interesse. Genna sembra scrivere in stato di trance, il destino fantascientifico di Milano si compie inaspettatamente qui e ora, con decenni di anticipo, e lo scrittore reagisce raccontando quel che vede ma anche quel che ricorda, con associazioni improvvise e impreviste, costretto a guardare l’orrore con gli occhi spalancati come Alex nella cura Ludovico di Arancia Meccanica.

Reality è il racconto di un mondo che era stupefacente anche prima, e che adesso ha solamente cambiato modo di essere straordinario. C’è la Macarena cantata e ballata in modo rallentato, mostruoso, sui balconi, c’è il malato che urla insulti ai medici e «appartiene a una ben nota classe bastarda (..), la quale sta fra la cosiddetta classe media e la cosiddetta inferiore e riunisce taluni difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell’operaio né l’ordine onesto del borghese», e c’è anche il fatto che «bisogna raccontare gli scaffali svuotati. Nessuno di noi aveva mai visto prima il fondo della scaffalatura al supermercato, era un segreto che detenevano soltanto gli addetti a riempirli». Genna sembra avere depurato la sua lingua, sempre unica ma più efficace, al servizio di un viaggio psichedelico nella realtà che tutti vedono, ma non così.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro

La Reality imposta dal virus: l’eclissi dell’intellettuale

Era ben chiaro che l’orizzonte dell’italiano fu ed è e sarà sempre il litorale. Era anche prevedibile che, dopo una contenzione e un’incertezza biologica durata mesi, le masse scegliessero il recupero, la spensieratezza, ammesso che la pensieratezza fosse il pensiero. Era inoltre plausibile che il distanziamento sociale fosse un’etichetta sballata, in luogo della distanza fisica. Ci ritroviamo, quasi soli al mondo, ad amministrare una ragioneria della morte che prevede una decina di cadaveri al giorno, anziché le cifre sconvolgenti che colpiscono molte nazioni del pianeta, nel momento in cui la pandemia infuria. Non si sarà mai abbastanza grati al governo e agli esperti incaricati per avere contenuto i danni e ottenuto, più o meno misteriosamente, questa bolla di sanità pubblica tra picchi di contagio e assenze della memoria a breve termine. Di fatto, si vive normalmente, ma nulla è normale. Gli economisti ritengono di riunificare i cocci del vaso per ricostruirlo, quando c’è invece da darsi all’edilizia e non alla ceramica. Nessuna legge economica torna più, appare tutto mestamente incomprensibile, non ci si pone il problema che il soggetto economico in questo momento è il virus stesso e la circolazione di beni e i circuiti di scambio coincidono con la pandemia stessa: è la sua dinamica, il suo trasporto e la sua distribuzione a trionfare. La politica è sotto scacco, perché vengono al pettine nodi che stavano aggrovigliandosi e che l’epidemia ha accelerato nell’espressione e non nello scioglimento: servono leadership collettive, ripensamento dei contratti a partire da quello basale che è il contratto sociale, le reti metropolitane scavallano i confini e si propongono come soggetti multipli e coordinati per governare il passaggio a un’epoca successiva. L’arte è distratta e infartuata nella sua illusione di produzione industriale, legata agli eventi e alle manifestazioni, tanto quanto alle immaturità dei narcisi sfioriti, che fanno memorialistica o produzioni di ideine, intollerabili già prima del virus e gravemente grottesche adesso, tra romanzi storici e thriller del tutto non necessari, serie televisive young adult e modern family à go go, azzeramenti della settima arte e blocco delle creazioncine comunicative a 5mila euro l’anno per masterclass inutili ancorché dannosi. Un sistema simula se stesso, in questa simulazione si vede bene che il simulacro era un sarcofago, per etimologia un “mangiatore di carne”. Mi pare che si stia vivendo una sostanza storica eccezionale, sembra di essere in un grand canyon in attesa della rocciosa sponda opposta rispetto a quella di provenienza, in un agone tragico perché massimamente ambiguo, con il pianeta unificato dal sentimento della morte, dal fantasma dell’estinzione di specie, da un colpo inferto al corpo emotivo di tutto il globo, un’umanità rotta per trascinamento, che tiene in mano come una bambina i meccanismi frantumati di un gioco che prima funzionava male e ora è irricomponibile. A maggior ragione mi sconcerta, ai limiti dell’indignazione, questa assenza della mediazione che il pensiero commina a se stesso attraverso il vaniloquio degli osservatori preposti a vedere più che a guardare. Dove sia la parola profetica, che mantiene la promessa di ciò che succederà, è l’autentico noir e l’enigma sempre semifinale, che dice il destino magro di una funzione fondamentale, che pare oggi completamente esaurita. Cosa facciano dicano pensino esprimano i colleghi scrittori artisti filosofi sociologi intellettuali in genere, a oggi, è un mistero, che si risolve in una grande, grande immoralità. La spiritualità parla per via biologica e nessuno intona la danse macabre o il canto di primavera. In questa faglia mitologica, che è tale perché l’orrore è un elemento quintessenziale del mito, l’umanità a me contemporanea sembra tacere la parola, l’intonazione, lo scongiuro, la maledizione o, più urbanamente, la critica. Proprio in questa faglia, per quanto concerne il piccolissimo che sono e che rappresento, ho scritto “Reality” per parlare il linguaggio che va a zero all’orizzonte della mia specie e della sua passata senescenza, che ora si fa rinnovata in modo radicale e potente, in uno spazio che va da Marte al foro interiore nel cuore di ognuno. Mi sia permesso il prolasso e l’accusa ai coetanei, alla fraternità spezzata e ritrovata su altri piani, su orizzonti altri.

Esce “Reality. Cosa è successo”

Oggi, 14 luglio 2020, esce “REALITY”, il mio nuovo libro, edito da Rizzoli. E’ un testo composto vertiginosamente durante la fase iniziale e più acuta della pandemia da Covid. Inizia dunque oggi l’avventura? No: continua, è diverso. I giorni del lockdown hanno costituito una tragedia per un coro muto, mentre si alzavano le grida impressionanti di chi suo malgrado, con immensa pena, di quella tragedia è stato eroe – poiché chiunque è sempre eroe, anche il coro. I morti – i morti: queste vite, queste storie, questi universi sono stati cancellati, con immenso dolore loro e malcerta sofferenza nostra, attutita perché molte persone non hanno accusato lutti. Il tempo si è materialmente piegato sui morti. Ho scritto nella morte, nello spazio della vita che sente i morti, in modo distratto o furioso, nell’infarto dell’aria. Questa scrittura continua, non inizia mai e nemmeno finisce (si spera che neanche sfinisca). Da oggi, dunque, il nuovo libro “Reality – Cosa è successo” comincia il suo controcontagio, libro patologico come ogni libro deve essere a mio parere. Ringrazio già da ora chi avrà la bontà di leggerlo. E’ per i morti, è per i vivi – quello che potevo fare, nel mio piccolissimo.
Qui di seguito, il testo dell’aletta del libro: “L’inimmaginabile accade. Da Oriente a Occidente l’epidemia di Covid-19 dilaga come una peste destinata a cambiare la vita umana sul pianeta Terra. Le metropoli si spengono. I supermercati si svuotano. Le strutture del sistema collassano. Metà della popolazione mondiale è reclusa in regime di quarantena.Giuseppe Genna scivola tra le maglie del lockdown per riempire di parole l’orrore impronunciabile, restituito a malapena dalla numerologia dei morti, opaco agli sguardi che spiano il mondo desolato. Sfida la notte blindata nelle strade di Milano, Wuhan d’Europa, per indagare i giorni della pestilenza. Accede a luoghi interdetti, penetra nei reparti infetti, nei cimiteri sull’orlo delle fosse comuni, nelle case dove giacciono – insepolte – le salme. Si incunea nelle stanze del potere e nelle carceri in rivolta, nei poli logistici e nelle residenze per anziani decimate dal virus. Interroga le immagini spettacolari, e indimenticabili, dell’apocalisse: il sonno di un’infermiera che dorme per la stanchezza e il dolore, il procedere lento del convoglio militare che trasporta le bare via da Bergamo, lo sconvolgente rito celebrato dal Papa in una piazza San Pietro deserta. Attraversa l’età del disastro globale, i gironi di un inferno fisico e spirituale fino a riveder la luce di una speranza incerta.Reality narra ciò che è successo e, come nella Chernobyl di Svjatlana Aleksievic, coglie l’essenza malata di questo tempo. È resoconto di universi che crollano, tragedia classica in epoca contemporanea, diario della contaminazione, coro del disastro. E della salvezza.”

La pandemia che assaltò un tempo devastato e vile

Nella più recente versione di “Assalto a un tempo devastato e vile”, edita da minimum fax, risulta che nell’estate 2009 io scrivessi questo: “Sono fatto accomodare direttamente davanti all’astanteria del pronto soccorso e qui almeno venticinque anziani sotto ossigeno parlano nonostante le maschere dell’ossigeno, sono morenti, si vede vizza la loro pelle gialla, piagata, i vestiti privi di una qualunque coerenza stilistica, quella sorta di slacciamento finale che anticipa in estetica quanto accadrà in fisiologia. Il golfino marrone chiaro, i pantaloni verde marcio in un tessuto poco spesso, le scarpe traforate, il vicino indossa un pullover a scacchi multicolori e tiene un basco sulla nuca pelata e parlano da sotto la maschera per l’ossigeno, fittamente, dell’influenza A, la Suina, la Nuova, la pandemia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come la versione rinnovata della Spagnola, tutti sono terrorizzati, il primo morto a causa di influenza A non è morto a causa di influenza A, a Napoli, nessuno è andato al suo funerale per la paura, le scorte di Amuchina si sono esaurite in poche ore, anche a Milano, per via degli annunci tremendi sulla pandemia che va interrotta interrompendo le strette di mano per via dei germi, tutto deve essere disinfettato. Sono più di venticinque vecchi, tossiscono, gravi in insufficienza respiratoria, una sorta di coro tragico disposto su una skenè fintamente tecnologizzata, borbottano, hanno paura, sono terrorizzati, dicono che moriranno per l’influenza A mentre stanno morendo per un virus parainfluenzale, non si accorgono che stanno morendo adesso, parlano di quando moriranno dopo, la parola “pandemia” viene pronunciata un numero impressionante di occorrenze.
La pandemia è l’annuncio della pandemia.”

Giulio Giorello

Per le conseguenze del Covid è scomparso a Milano il filosofo Giulio Giorello.
Fui suo allievo alla cattedra di filosofia della scienza e interlocutore in seguito. Vorrei ricordarlo con un tremito d’anima, è la quarta persona tra i miei amici e conoscenti a morire per questo virus, che pare non avere impresso a sufficienza la sua pedagogia nei cervellini infeltriti della nazione più tossica che c’è.
Veniamo a Giorello, ora.
Era un uomo di capelli strani messi a confronto con le sopracciglione di Carlo Ginzburg in una faccia severa, con la montatura degli occhiali spessa, a significare lo studio e una sapienza fine anni Settanta, Ottanta. Di un illuminismo mai scabro, ma una fantasticheria del positivismo con l’immaginazione, secondo me, ulteriore a ogni teorema, per esempio l’incompletezza e Gödel, e fare tanti esercizi sullo Shoenfield per la logica matematica (stavo facendo quello, gli esercizi e Cantor, nel sottoscala a Brera nel 1993, quando apparve un volto di turista inglese ed era il primo amore invece, l’ultima volta che la vidi: i ricordi vanno così, chiedo scusa a tutte, a tutti). Quindi con Tex Willer ti sembrava un po’ pop e ti insegnava il liberalismo con un Seicento inglese e i Padri Pellegrini, dicendoti che il continuo in logica meritava una riflessione meno umanistica che pratica, secondo il magistero del maestro Ludovico Geymonat, sotto cui era cesciuto nell’intelligenza delle cose e dei saperi, lo demoliva per via del marxismo in maniera militante, l’altro a farlo era Stefano Zecchi. Nessuno voleva bene a nessuno. L’ultima volta che parlavo a Giorello mi diceva: sento colpa nei confronti della vostra generazione, vi abbiamo massacrato perché eravate troppi all’università a filosofia, al primo esame avevo dovuto portare quarantadue testi di esame, di filosofia antica della Caizzi, discepola di Untersteiner, solo per studiare il “De Anima” di Aristotele e Giorello rideva. Non fa niente, gli dissi che non faceva niente, tanto la realtà tendeva sempre e da sempre e per sempre a farti le difficoltà non spiegabili da Frege e da Feyerabend, Paul, filosofo che gli piaceva, per via delle rivoluzioni scientifiche e il metodo. Faceva scrivere i suoi assistenti, non scriveva mai, tutti erano scandalizzati per questo. Grande Giorello. Aveva fatto una collana di filosofia delle idee per l’editore Cortina, con tanti titoli di ottimati della scienza storia filosofia morale. Passavo a quei tempi poche ore in Festa del Perdono, lavorando, a vedere stormire delle foglie contro le case ricche delle famiglie ricche, pensando agli appestati nelle pestilenze secentesche e oltre, riflettendo sulla diluizione che la prosa applica al pensiero, che di per sé è poetico e rapsodico, repentino, non disteso, va ad archi voltaici, attraversati dal profumo di legno di rosa nel 1993 tra i miei disastri…

Cos’è la Lombardia

Dovremo dunque dire qualcosa della Lombardia. Cos’è la Lombardia. Secondo me è un pezzo di terra con dell’erba, delle montagne a forma di sega e dei laghi dove vanno gli americani celebri, in dei castelletti che danno sul lago, con delle spiaggette che non sono spiagge, ma dei sassi un po’ neri, dove non voglio stare, se ci vado allora prendo un asciugamano grande e mi metto lì, sto lì. C’è anche la Brianza, con tutte le cose che si sanno nel mondo, di questo Texas con la nebbia, si cercano i butteri e si trovano dei mobilifici ovunque, lì fanno i divani e sono molto doviziosi rispetto ai soldi, con grandi capacità di un’abnegazione dove non voglio essere. C’era il Parini e il Manzoni aveva questa faccia scura di un cattolicesimo fatto di ginocchia piegate su assi di mogano nelle chiese più umide e vereconde, con il suo cattolicesimo stranissimo in una forma di giansenismo, che viene da Giansenio che non ho mai capito chi era, non volevo saperlo, mi faceva paura. Il massimo della Lombardia di Milano secondo me è piazzale Loreto, dove arrivi da Monza se sei di Monza, ma ha degli oblò novecenteschi incomprensibili in un prato in mezzo alla piazza e tutti ancora stanno a guardare il Duce appeso, c’è molta polemica su questo. Poi c’è misteriosa Varese dove non c’è niente e una versione peggiorativa sulle montagne, che è Sondrio. A Bormio tutti sciano e partoriscono Deborah Compagnoni, ha vinto tanto. Dall’altra parte vai a Bergamo, dove non ricordo niente se non che è bella e è piena di muratori nelle valli attorno, tra cui Bossetti, vengono giù a Milano, costruiscono tutto loro, materialmente. Dall’altra parte ancora hai Cremona Mantova Pavia, che è la parte democratica con più comunisti che altrove, ci sono anche dei cespugli e della flora diversa, ti avvicini al Po padano, si mangia meglio (su, solo i pizzoccheri). E’ più Berlinguer che altrove. In totale qui vive un efficientamento molto orgoglioso di un silenzio montagnino, il pudore si sfinisce nella tonalità di base del lombardo che è la Ü. A Brescia, la bomba e Martinazzoli, ma da piccolo ti dicevano che era una Leonessa. Ci vai la prima volta e ti accoglie una piazza squadrata da Mussolini. Milano lasciamo stare, è diversa, c’è sempre. Mi fanno schifo le rogge. Ci sono ovunque quelli di CL, Formigoni. Hai Pontida con Gad Lerner ogni anno. Fanno il burro. Mangiano queste cotiche spesse con delle verze in umido in una broda, è la cassoela. Orzinuovi si trova qui ma nessuno è proprio certo che si trova qui. Abbiamo il cielo e Stresa, con le vacanze intelligenti del 1956, andavano tutti lì. C’è anche la San Pellegrino, la Polenghi Lombardo e anche l’Alfa, ma la hanno evacuata più e più volte, nessuno sa più se ci sono gli operai o è deserto lì. Molto bello il belvedere ovunque. Prendi i traghetti e hai lo spirito lacustre oppure le Alpi e sei prima della Val d’Aosta, regione strana con degli strani dialetti loro verso la Francia e Gressoney. Le villette dei geometri spaccano con dei nani da giardino ovunque l’aria forte stagna tipica della Lombardia.
Per tutto questo io guardo i volti e sento le voci di Attilio Fontana e Giulio Gallera.

“Quarta stella” di Gisella Genna

E’ appena uscita l’opera prima poetica di Gisella, mia sorella. Si intitola “Quarta stella” ed è edita da InternoPoesia. Non avrebbe alcun senso che un famigliare si mettesse a discettare criticamente e infatti non lo faccio. Mi lascio andare invece a qualche impressionismo, più giustificato dal fatto che dalla poesia vengo e alla poesia tornerò. La scrittura di Gisella mi interessa per la capacità di slogare l’immagine, di concedere un fiato barbaro al verso (a volte composito, come quello formato dai due settenari “Sono nata un venerdì, giorno pari dell’inverno”) e di utilizzare assonanze sorde che hanno un precedente in certa tradizione lombarda. Una sintesi per rattrappimento che scatta in folgorazioni, spesso lessicali, dà un’impressione di chirurgia poetica, di essenzialità efficace e gnomica. Mi sembra che gli echi di questo lavoro rimandino a movenze di Sereni, di Raboni, giù giù fino a Riccardi. Per me è un’espreienza emotiva, oltre che conoscitiva: sono, in pratica, molto orgoglioso. Spero che il libro interessi e piaccia!

Transizione

Oggi il “Corriere della Sera” dedica un articolo alla mia collaborazione con Amat, l’agenzia del Comune di Milano, che è una sorta di centro studi sull’ambiente, la mobilità e il territorio. Sono grato a Maurizio Giannattasio per questo articolo, che affronta la questione della transizione ambientale, le cui deleghe ha fortissimamente voluto tenere per sé il Sindaco, Beppe Sala. Devo confessare la mia gratitudine per il fatto che un intellettuale sia chiamato a occuparsi del più imprescindibile mutamento di paradigma sociale di questo tempo. L’uscita del film “Alice e il Sindaco”, attualmente in sala, mi aveva già ispirato questa riflessione. In effetti il Corsera qualifica come “green” un àmbito in cui la questione ecologica va di pari passo a quella sociale, della cui progettazione e comunicazione vado a occuparmi. La transizione ambientale non prescinde dal dispositivo sociale, storico ed economico. Gli stili di vita sono chiamati a un cambiamento radicale. Le fasce più povere rischiano di sostenere il costo immane di un simile salto quantico. Se proprio dovessi connotarmi, impegno più uno sguardo “red” che “green”: il punto è infatti scoprire soluzioni e progettualità sociali, per trasformare in ricchezza collettiva la partecipazione alla transizione che la città, il Paese e il pianeta devono affrontare. Mi permetto un’unica notazione, rispetto all’articolo: non sono e non mi sento un’eredità di Elly Schlein, leader che amo incondizionatamente e che ho avuto l’onore di conoscere e intervistare. Un intellettuale sono e rimango: autonomo, nel desiderio di offrire il proprio sguardo e le proprie idee e le proprie competenze al servizio della comunità.

“Io Hitler” e la questione dell’oscenità

Ierisera mi sono trovato a discutere, con un funzionario editoriale, della postura poetica che assunsi nel corso della difficoltosa progettazione e della piuttosto angosciante stesura di “Io Hitler”. Ne ho tratto due sensazioni, antagoniste e complementari. La prima è questa: la bellezza di riuscire ancora a scontrarsi per ragioni di poetica e di filosofia. La seconda è la seguente: la difficoltà di reggere l’argomentazione su un testo che desidera essere letterario abolendo la letteratura. Quanto alla prima impressione, sono rimasto davvero colpito dal constatare che, per quanto mi riguarda, la discussione collettiva dei testi è una delle ragioni prime e fondanti con cui mi accostai alla poesia, così come alla prosa in un momento successivo. Questo spasmo della dialettica, il “no” duro che non esaurisce il confronto, mi appare una fonte di ossigeno nel tempo nuovo, che continua a essere nuovo pure essendo previdibilissimo, ciononostante risultandomi in qualche modo ipossico. Quanto alla seconda sensazione, mi confermo dopo anni nel ribadire una posizione di assoluta fermezza e intransigenza poetica circa l’oggetto della presunta narrazione, che per me proprio non poteva risultare tale, ovvero non poteva essere narrazione. Ogni manipolazione fantastica intorno a Hitler o a leggende immaginarie che, utilizzando il nazismo, coprono l’assolutezza e l’intangibilità di un’evenienza non semplicemente storica, quale è Hitler, che per me non è un fatto tra fatti. La corrispondenza letteraria alla nozione di “non-persona”, elaborata dal biografo Fest, mi è sempre sembrata traducibile in termini di “non-letteratura”, sia in senso stilistico sia in senso inventivo. Per me la cosa si giocava tutta in questo: so per certo che Hitler in una determinata occasione ha mangiato coste e patate lesse, mi avvicino con l’occhio e descrivo la manducazione di quei cibi – da lì può scaturire qualcosa che non è osceno, nel senso che non inventa un’azione, finendo così per elaborare una sia pur minima giustificazione mitografica di Hitler stesso. Io volevo evitare quella possibile oscenità. Non voglio assolutamente impedirla a nessuno, ma io voglio assolutamente evitarla. Di fatto, ai tempi, le critiche al libro, estremamente feroci, da parte di D’Orrico e Cortellessa, installavano come principio espressivo proprio il frame di ciò che io avvertivo come osceno e che ero ben contento di avere evitato, magari annoiando a morte il lettore. Sono, a mio modo di vedere, problemi del lettore, quelli della noia rispetto a Hitler. Non arretro di una sillaba, su questo.

Nuovi ordini mondiali contro l’ordine spirituale

Tre variabili di mutazione radicale della circolazione che si dice “geopolitica”, con grave miscomprensione della realtà. C’è un meridiano zero di questo ragionamento, che vado a dipanare, sia pure rimanendo criptico in qualche modo: l’Inghilterra, ovvero che cosa è davvero ora l’impero inglese. Qui non c’è la rappresentazione fisica e nemmeno programmatica dell’influenza mondiale ispirata dall’Inghilterra. Dovremo prescindere dal Regno Unito, il che significa che il ragionamento non sarà completo. Veniamo alle variabili geopolitiche. La più ovvia è l’epitome della strategia non tanto americana, quanto del presidente degli Usa, con l’uccisione di Qasem Soleimani e la pressione sull’Iran. Si tratta di una dismissione del presidio e del controllo di una vasta fascia orizzontale del pianeta, ovvero il Medioriente e l’interezza del Mediterraneo, a favore dell’ingaggio alla Russia come unico freno alla Cina, che resta il competitor Usa nell’asse orizzontale del Pacifico e nella zona più calda, che è poi quella più fredda, del Mare del Nord. Questa dinamica non è condivisa dall’interezza dell’esercito e dello hard power statunitense, costituendo l’autentica minaccia di agrammaticalità che l’amministrazione Trump propone all’instabile e multipolare disordine mondiale. La variabile più critica è tuttavia lo sbilanciamento e direi la rivoluzione degli storici equilibri nel Mediterraneo, mossa dalla Russia e dalla Turchia, grazie all’incredibile e incombente intervento militare in Libia. La penetrazione cinese nel bacino mediterraneo è cosa fatta. Il disinvestimento Usa sortisce un effetto di destabilizzazione e ristabilizzazione nell’area precipua italiana. Sostenere che il pianeta non passa più dal Mediterraneo, bensì dalla Groenlandia, è una delle stupidaggini più colossali che può commettere ciò che fu l’impero americano, il quale si avvia a non esserlo più: né impero né americano, perché la proposta statunitense non è detto che passerà in termini culturali, essendo già debordata e trasformata dal protocollo digitale, che non sarà certo una modalità di affermazione di identità statale, bensì di disabilitazione delle infrastrutture statali stesse. L’unica possibilità di affermare una civiltà statale americana è la corsa a Marte, quindi un passaggio ulteriore di territorio, con orizzonte il decennio tra il 2030 e il 2040 – e infatti Trump ha lanciato l’assunzione di 16mila addetti spaziali, il massimo rilancio della Nasa nella sua storia. E veniamo all’ultima variabile suppostamente geopolitica. Poiché si tratta di neutralizzare l’idea stessa di territorio, sarà necessario contare su una nazione non territoriale: e si tratta della cristianità. La mossa più acuta è dunque spirituale, ovvero deterritorializzare attraverso il nucleo spirituale. In questo senso potremo osservare l’enormità di un Papa, scopertamente mistico, che afferma una cosa come quella che segue, nel momento in cui darebbe mostra di scusarsi con una signora, offesa perché lo tirava per un braccio: «Gesù non ha tolto il male dal mondo ma lo ha sconfitto alla radice. La sua salvezza non è magica, ma `paziente´, cioè comporta la pazienza dell’amore, che si fa carico dell’iniquità e le toglie il potere». Il potere è dell’iniquità oppure è semplicemente il potere? Neutralizzare l’iniquità è togliere un o il potere. La geopolitica soccombe davanti a questa geopotenza. Il Pontefice aveva affermato, soltanto pochi giorni prima, che non siamo più nella cristianità. Ciò che è mistico non è irrealistico, tantomeno è irreale. Non essere più nella cristianità, cioè nel canone storico di affermazione di un primato culturale (è il Papa stesso che dice che la Chiesa e i cristiani non sono più i primi né gli unici né i più ascoltati nella produzione di cultura) e quindi territoriale, porta la cristianità non ad annullamento, bensì al polo opposto: il tempo è kath’olòn, la civiltà universale è realmente è la Catholica, il primato dell’universalismo è affermato più con profondità che con forza o con azione magica. Se Trump, gli Usa, la Cina, la Russia e la Turchia non calcolano l’enorme potenza che sprigiona dal cattolicesimo fattosi realmente ubiquo, ignorando che esso ha un cuore fisico che pulsa precisamente a Roma e cioè al centro del Mediterraneo, si ritrovano fuori da qualunque partita. La forza che sobilla questa incomprensione, per governarla meglio, ritengo che si limiti non a sopravvivere sotto le gemme della corona inglese.

“Non siamo più nella cristianità! Non più!”

Sono rimasto sorpreso, una volta di più, cioè una volta di meno, dalla resilienza del giornalismo italiano, ma direi dell’editoria italiana tutta, il quale ama parole come “resilienza”, per potere perdere meglio lo specifico del momento storico e annidarsi nella resilienza del nulla, a cui sono votati tutti coloro che sempre perdono il momento angolare del proprio tempo. Dunque due giorni fa il Pontefice, quello in carica, ha pronunciato parole che scuotono i millenni e la cosa è stata ripresa poco e male, così come fu compresa poco e male la ventura a cui espose il mondo il predecessore dell’attuale Papa, quando si dimise. Ha detto Francesco. “Non siamo più nella cristianità! Non più!”. E’ come se un uomo fosse salito sulla vetta più alta dell’universo, per scuotere le atmosfere dei pianeti, con un gong e uno tsunami cosmico. Il principio storico viene disappropriato e la cristianità esce momentaneamente dall’arco della vicenda umana, questa routine disastrosa, questo impiego del tempo per non annoiarsi da qui alla fine dei giorni, questo escamotage per soffrire meglio, per soffrire tutti. Il predecessore aveva sollevato la propria carica dall’ingarbuglio con la storia dei giorni. Il successore solleva il popolo di Dio dalla preoccupazione del dominio temporale, del presidio dell’epoca, per affrontare un discorso più alto, che è quella dell’era: le ere infatti non sono epoche. Il coraggio di questi due umani, nudi di fronte al Cristo, lascia sgomenti. La percussione potente che impongono allo “io”, non soltanto il proprio, ma quello più largo e corale della Chiesa, sbalordisce. I mediatori culturali del momento mancano il momento e la mediazione culturale. I riverberi di simili parole saranno tornado in un imminente futuro. Lo choc al tempo storico apre a un tempo spirituale: è forse meno vero Cristo, se l’époque non è belle? Chi non è nemmeno battezzato, come me, come può esimersi dall’ascolto di un giudizio che sembrerebbe storico, mentre consiste in una chiamata alla vocazione generale di tutto il tempo riassunto in Cristo? Quale era in realtà la domanda, a cui le parole di Papa Francesco danno risposta? Il nostro passaggio in questo mondo, storicamente accertato, è qualcosa di immensamente misterioso, se non siamo più nel canone comodo di una Chiesa plenipotenziaria della progressione dei giorni. Questo Papa, come il precedente, è apocalittico. Questo tempo è apocalittico. Disvelare il tempo significa aprirlo alla sua verità, che appare in forma di mistero. Entriamo nel mistero.

Esce “Romanzo nero” (Mondadori): tutti i thriller in un unico libro

Scopro che da ieri è in tutte le librerie l’edizione completa e compatta di “Romanzo nero”, il titolo che ho dato all’insieme dei noir e thriller che ho firmato in un decennio, dal 1999 al 2009. Sono cinque titoli, presentati in un continuum: “Catrame”, “Nel nome di Ishmael”, “Gotha” (ho ripristinato il titolo originale, era stato pubblicato come “Non toccare la pelle del drago”), “Grande Madre Rossa” e “Le teste”. Il protagonista è sempre l’ispettore Guido Lopez, nome mutuato dall’erudito autore di una celebre guida storica su Milano. Lopez nasceva inizialmente come omaggio a mio padre e a mio zio, lettori appassionati del ciclo di Maigret, e per venerazione nei confronti di Simenon. Tuttavia non c’era alcun intendimento di imitare l’inimitabile, avendo tra l’altro preoccupazioni e ossessioni molto distanti da quelle che impulsavano il maestro belga. Mi interessava, così come mi interessa ancora, utilizzare la forma nera come traccia e percorso di una metafisica che si rendeva esplicita, sia pure in una forma teologica. Tale prospettiva andava in convergenza parallela rispetto alla storia politica e civile del nostro Paese, da Mattei a Moro a Tangentopoli, così pure come andava in convergenza parallela con il piano internazionale che l’intelligence sostanzia e presidia – non si comprende perché le convergenze parallele debbano essere tra *due* e non *tre* linee. L’idea era dunque di occupare e stravolgere un genere, quello nero, che al momento in cui iniziai l’intrapresa era considerato in Italia una serie cadetta rispetto alla letteratura, a parte le eccezionali eccedenze costituite dalle eccellenze, ovvero essenzialmente Sciascia, a cui proprio guardavo (insieme a Simenon e al grande siciliano, era tra l’altro lo Handke de “L’ambulante” a catturarmi lo sguardo). Era altrettanto evidente che questo genere, popolarissimo e bistrattatissimo dalla critica (ma non dalla teoria), sarebbe divenuto il dominus del *mercato* e il divoratore di ciò che un tempo fu detto “secondo binario” (detta rudimentalmente, il mainstream come primo binario e la qualità come secondo). Inoltre si giocava, in quel tempo, una partita che non in molti erano in grado di prevedere e cioè la questione della serialità come perno della percezione nel contemporaneo, il che sarebbe risultato effettivo nell’arco di un decennio, fino a oggi. In questo campo di forze, provenendo dalla scrittura poetica, in cui mi sono formato e non ho smesso di formarmi, tentavo di introdurre anche una questione formale, che verteva sullo stile, e che potrei tradurre in questo modo: come fosse possibile che la problematica formale venisse ridotta all’antagonismo tra paratassi (per esempio: Ellroy) contro ipotassi, anziché in termini di ritmica assoluta, cioè non soltanto accentuativa, ma anche immaginativa. Entro pochi anni qualunque opzione sullo stile sarebbe evaporata o si sarebbe ridotta non tanto a discussione di nicchia, ma addirittura ad azione di nicchia (chi oggi lavora stilisticamente?). Ponevo domande, insomma. Proponevo risposte? Questa è ancora una domanda. Ora quelle domande, che sono storie raccontate da me (da me?), sono compattate in un volume di 1452 pagine, che costa 17 euro, edito per Mondadori nel marchio dei tascabili, Oscar. Spero che interessino.