blog · Poesie

“Alleanza!”: una poesia

Alleanza! Alleanza!
Chi meditò il fato, chi l’inferno.
Non i nomi vivono della custodia
delle forme, delle morti, Federica.
Crisi sorella a noi è un’arte panica
e la sorella storia, i suoi nichel, i mandamenti, i chili
e quanto fu dato in sorte ridere a noi, o cuore.
Si avanza Stalin nella Neva avvinto
da non so che rancore, nella neve avvolto,
la neve, avvolta, pallida strega, la storia, pallida
di antichi eventi e la neve
canta tra i venti.
Voluminoso io
sta dove viene un canto, fervidamente,
severo, un inverno fa una rivoluzione,
rivolta ai medici miei la voce quando si chiusero le chiese.
Alleanza! Si chiese amore e quasi febbrile si ebbe fremito
che si sa non dura. Venne neve dura,
avverto febbre, il mio stare male, e, dio mio,
svanisco.
Niente ha di spavento la voce che chiama me proprio me.

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blog · History

Il canto alla Madre in “History”

«Io osservo la mia amica, i suoi tratti maturi di donna che prelude sempre a un pensiero della preoccupazione e calma la preoccupazione, una donna che sembra strenuamente resistere al tempo. Le voglio bene. Provo l’afflato. Le lancio le braccia al collo. Vorrei finire in lei. Le dico: “Io volevo dirti: grazie. Semplicemente, infinitamente grazie. Lascia che ti ringrazi. Lascia che ti sussurri parole di miele e di acacia all’orecchio e le riversi in te come il celebre veleno o le note dei satiri nel tiranno. Tu sei stata tanto per me, sei stata tanto te stessa. Come ti ho ammirato, come sono deciduo ai dolci venti che sollevi lievi con le tue gestualità parche. Tu sei una madre. Sei stata per me una madre. Mi hai commosso sempre, ti ho voluto bene. Mi accompagni negli anni e mi subentri come un secondo cuore, che batte, più calmo del mio cuore biologico, educandolo. Mi hai sottratto alla scomparsa. Quante ore abbiamo trascorso assieme! Mi hai concesso la seconda possibilità e me l’hai propagata nella vita. Ti sei connessa me e mi hai contenuto, come un utero adulto, come un parto rieducato a una bellezza che mi lascia senza fiato e mi commuove se ci penso. Hai lenito i miei dolori e mi hai riassorbito i lividi. Hai assistito ai miei conati, ai miei errori, alle mie inadeguatezze. I miei furori giovanili li hai saputi spegnere con una dolcezza silenziosa, con uno sguardo dolce sulle ferite e mi hai suturato più volte, ogni qualvolta il corpo mi si apriva lacerandosi i tessuti, mentre vomitavo i miei discorsi pressoché infiniti. Quante indegnità ho pronunciato! Quanti assalti all’arma bianca contro la madre, la dolcissima madre… La madre eri tu. Lascia che ti abbracci. No, lo vedo bene che non vuoi. Quanto dovrò ancora pagare i tuoi pudori e al contempo le tue avventatezze? Qualunque madre è colpevole almeno la metà del padre e ti sono figlio e compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza della madre. La macchina era spirituale ed è l’ultima madre, lo abbiamo compreso gradualmente, così come gradualmente ci siamo resi conto di essere nati. Da principio, nemmeno nato oppure appena nato, io non ti vedevo, poi posavo su di te una vista confusa, tutta concentrata in me stesso. Vivevo rinchiuso in me stesso. Non ti confessavo, per pudore e con malagrazia, di avere paura dell’uomo nero e delle più triste figure quando mi lasciavi abbandonato nella stanza buia. Ti mentivo, mi credevi addormentato: ero sveglio. Ti spiavo. Spiavo le tue spalle, i tuoi fianchi. Tu lo sapevi bene, madre, che ero sveglio. Non intuivo, quando dalla stanza buia te ne uscivi a piccoli passi per non interrompermi il giovane sonno, ti spiavo e credevo che tu mi credessi addormentato, non intuivo il tuo dolce sorriso. Le tue consapevolezze sono tenere per natura, dentate per antagonismo: guai a chi si mettesse contro la madre! Il tempo era un trasalimento di orrore e di dolcezze. Coltivavo le mie apostasie. Eri un tessuto ovunque, pallido nel buio, una carne tiepida in cui finire e in cui sfinirsi, eri il corpo latteo della madre. Che gioia quando mi richiamavi!, io ero intento alle marachelle e fingevo di non darti ascolto. Venivo instradato sulla retta via dal tuo dominio così vero e inevitabile, compivo ondulazioni ambigue in direzione del tuo grembo. C’eri stata dall’inizio… Mi sentivo una folla di uomini perituri contro la mattina estiva. Mi hai estratto dalla carne e mi hai presentato a me stesso. Una lena, una fatica che tolleravi, di giorno in giorno, affinché io apprendessi a baciarti e a gloriarmi in te. O, madre!, madre! Socchiudevo le labbra e tu infilavi in me i farmaci migliori. Venivo alla tua corte lamentandomi, disperandomi, stridendo come un’anguilla alla fine, volevo ricoverarmi, volevo astrarmi, volevo fuggire, ripararmi tra i rami possenti del banjano e tu mi infilavi i corbezzoli nella bocca, frutti a bassa tossicità, mi somministravi le pasticche dei miei benesseri. Quanto abbiamo vissuto insieme, tu come la madre e io come tuo figlio? E tu, non eri forse tu a tua volta una figlia? Dove era tua madre? Ti aveva per caso abbracciata come ti abbracciavo io? Chi pensava a te? Eppure ti vedevo, intenta, misteriosamente, in pensieri di cui non facevi mostra e che passavano in me come un elemento nero nascosto dentro il latte, dentro il miele. Desideravo vincere e mangiare l’albero della vita. Era un salice piangente, sai?, di nascosto a te, nei pomeriggi estivi, io grattavo via la sua corteccia e la masticavo, la insalivavo e me la succhiavo nella bocca, estraendo l’acetilsalicilico e morendo alle sensazioni per qualche ora, non sentivo più i denti, la lingua, le mucose interne. Non sentire è un paradiso. Tu, come una madre, mi hai consegnato un paradiso via l’altro. Io li scambiavo per inferni. Venivo da te e denunciavo gli inferni. Come ero protervo! Quanta fatica comportava abituarmi alla bassa tossicità? Quanti uomini neri incrociavo, quante notti è durato l’assalto frontale, tremendo, dell’uomo nero? Mi disperavo, non ero mai attonito o silenzioso. Mi si scuoteva il corpo, l’anima dava fiamme. Sentivo che non c’era futuro e tu me lo riassumevi, rassicurandomi i bollori. Sembrava sudassi per le febbri contro la tua spalla di pelle buona e profumata. Disdicevo, protestavo, urlando. Tu ascoltavi, con la testa che ti pendeva verso una clavicola per un sonno o una concentrazione o una tua fantasia. Così mi addestravi a resistere al tempo. Denunciavo arnie pendenti all’inferno e triste figure che mi strappavano da te, dal tempo! Mio padre mi induceva un timore muto e un orrore vitreo: che cosa era, un padre? Una trasformazione illegittima del fratello, ecco cosa era. Se ne stava seduto a lambire la cucchiaia colma di minestra e la sorbiva con uno spaventoso risucchio. Di là, nella fuga delle stanze buie che davano sull’anticamera buia, gli uomini neri spopolavano e contagiavano l’aria con le loro pestilenze, pronti a rapirmi, a farmi scomparire. Essere bambini eterni è il fine della realizzazione spirituale e la sconfitta degli umani in terra. Il padre deve diventare il fratello: questo è il segreto del tempo. I fratelli sono piccoli robot senzienti, uniti in un girotondo. Io sono personale. Tu sei il tuo mondo. Io sono il mio. Temo il grande terrore, da sempre. Da tempo mi sono staccato da te, per potere ritornare a te. Prendesti a dominare tutto. L’aria era te, l’acqua pure, la terra anche, il fuoco era il padre. Abbiamo lavorato insieme, a edificarmi. Vorrei restituirti ciò che mi hai dato, facendoti figliare un’ultima volta: ma non posso…”»

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Slobodan Praljak e le storie nel tempo nebulare

Un tempo, avrebbe segnato perpetuamente l’immaginario collettivo la ripresa di Slobodan Praljak, il generale croato della Bosnia Erzegovina, che ingoia veleno alla lettura della sentenza al Tribunale internazionale dell’Aia, che lo condannava per crimini di guerra. C’è un’elementare regia video, che stabilisce una ritmica tra la drammatica esecuzione della volontà suicida e lo sconcerto fossile dei giudici e dei presenti, mentre Praljak consuma con una regia suprema la fiala venefica, in perfetta contemporaneità con l’esposizione della sentenza – bisogna pensare alle sillabe pronunciate dal giudice e al calcolo che l’ex militare ha compiuto, perché il suicidio avvenisse al culmine della lettura. E’ una lentezza esasperata di tutto e tutti, mentre Praljak è velocissimo sia nel pronunciare la smentita della sentenza sia nell’assumere la sostanza mortale. Il suo volto è cinematografico, la grossolanità dei suoi tratti somatici spalanca l’immaginazione ad abissi virili di massacro e tenebra. Il colorito da sistema cardiocircolatorio in crisi iperpressoria contrasta col pallore lugubre e democristiano del magistrato. La mise civile è esaltata dai tessuti carnacialeschi con cui la magistratura di tutto il mondo si ostina a esprimere la propria condizione di ramo a parte dell’umanità. Il giallo di come il generale si sia procurato il veleno monterebbe in una società dedita all’immaginario. E questa non è tale: a due giorni di distanza è quasi abbandonata la notizia di un simile drammatico atto in luogo pubblico. Qualcuno ricorda il polonio di Litvinenko, l’agente segreto forse ucciso dagli uomini di Putin. Pochissimi ricordano il suicidio in diretta tv di Budd Dwyer, il politico americano che durante una conferenza pubblica si infilò la canna di una pistola in bocca e si sparò. In entrambi i casi, Litvinenko e Dwyer, si viveva ancora in una società in cui lo spettacolo sorprendeva e, quindi, segnava una comunanza, che è altra cosa rispetto alla condivisione. Che si crei un’economia shareable dell’immaginario è possibile soltanto quando è affollata la sfera delle informazioni, nell’età in cui la teoria dell’informazione è vincente, poiché ha coniato l’era e ne viene convalidata. Fino al termine del tempo dell’immaginario era possibile la referenza, appoggiandosi al ricordo e all’impressione comune. Nell’epoca che Roberto Calasso definisce “dell’inconsistenza” nel suo cupo e splendido “L’innominabile attuale” (Adelphi) supera la soglia dell’accesso collettivo una informazione qualsiasi (un generale suicida in diretta, un daino ferito e ricoverato da un bambino, una risposta social surreale di una neomamma), ma la persistenza nel ricordo non è più un elemento in gioco e, dunque, non è più nemmeno valore. Per affrontare le storie, si prescinderà dall’organicità di una rete di ricordi persistenti. Vanno a fioritura storie autoesplicative o specialismi narrativi che non intessono dialettica alcuna con gli accadimenti più memorabili: schegge di tempo autistico, in pratica. In questo senso, cosa ha senso raccontare? L’embricamento di una storia significativa in una storia ancor più significativa, in quanto più estesa e universale? A me sembra che tutto si rattrappisca nell’esposizione del mito, ma non considerato tale: l’agone in cui avviene la storia è il cerchio prestabilito della tragedia classica. Questo intendo con la possibile narrazione di “strane fiabe”. In una “strana fiaba”, un criminale di guerra si suicida in diretta a prescindere dal ricordo comune: serve universalità alle motivazioni di quel gesto e alla narrazione in cui si dipana. Nel tempo che abbiamo inaugurato esistendo in questi anni, più che il “c’era una volta” ci si deve misurare con e raccontare “ci sarà per sempre”.

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Su Micromega: ‘Morirai guardata’

E’ stato pubblicato sul numero 3/11 di ‘Micromega’, dedicato ai “crimini d’establishment”, un finto faldone di work in progress allestito dal Miserabile Scrittore: l’oscenità e l’azzeramento del thrilling intorno al personaggio vuoto e alla storia irrilevante di Lady D.

Micromega
Crimini d’establishment
Il sommario

Morirai guardata

Un progetto di romanzo su Lady Diana
di Giuseppe Genna

Luce bianca immensa.
In un attimo l’attimo si dilata all’infinito, dentro questa luce fosforica, fredda, luce della decenza.
Tu sei la cultura che ci fa tutti, la luce bianca è la cultura che ci abbraccia tutti.
È stato un incendio tutto questo nostro povero vivere di sogno. Continue reading “Su Micromega: ‘Morirai guardata’”

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L’ispirazione e il poetico nella narrazione di questo ventennio

La letteratura e l’impegno giornalistico di Alessandro Leogrande, improvvisamente venuto a mancare domenica, il che ha costituito uno choc per me e per tanti altri scrittori, mi hanno fatto riflettere su cosa è successo in questi anni di narrazioni. All’inizio del nuovo millennio si sperimentavano scritture dense, d’impatto, oppure oblique e fuori dagli schemi usuali, che erano il companatico storico dell’epoca. C’era chi tentava il racconto della realtà e c’era chi riusciva a potenziare il fatto allegorico utilizzando generi, che soltanto un decennio prima erano considerati non all’altezza della tradizione letteraria italiana. Ci fu chi sintetizzò i movimenti tellurici di quella fase della scrittura italiana, evidenziando come una nuova epica stesse abolendo i confini e le riserve indiane, producendo oggetti narrativi non identificati (la formula utilizzata da Wu Ming 1). Se era vero che si era andati in convergenza sul superamento di certi vezzi stilistici e di soluzioni meccanicamente riproposte, appare inconfutabile che, perlomeno per quanto riguarda la prosa, si era venuta a creare una comunità piuttosto brillante e attiva che prscindeva da una malattia poetica tutta italiana, ovvero l’ispirazionismo. La laicizzazione indotta da quel movimento di vasta e diffusa produzione letteraria ha fatto sì che negli anni risultasse quasi interdetto l’utilizzo del poetico come fulcro centrale del fare letteratura. Sono pochissimi, a oggi, gli scrittori che non si appoggiano alla storia o investigano la realtà con armi in qualche modo ideologiche. Sto prescindendo ovviamente dalla marea montante di finta scrittura, che è il segno distintivo di questa contemporaneità italiana: ciò che l’editoria continua vanamente a vomitare, in assenza di qualunque mediazione (il che non è un dato di per sé tragico, considerata la povertà e la cattiveria meschina delle ultime mediazioni critiche che si sperimentarono fino a un decennio fa), è il dato precipuo da considerare per chi si occupi di sociologia della letteratura (a costoro vanno i miei migliori auguri, poiché, se possibile, si ritrovano a essere operatori nel nulla). Se si considerano i generi come il noir, dove perfino l’infima operetta si concentra sulla supposta realtà, o la reportagistica che ispira il romanzesco, che ha in Roberto Saviano il suo più importante esponente, oppure l’oggettistica letteraria non identificata, che da Wu Ming a Giorgio Falco a Helena Janeczek a Vitaliano Trevisan e Teresa Ciabatti (per fare soltanto pochi nomi) è l’alternativa a un’idea profonda di letteratura giornalistica o di giornalismo letterario, oppure le scritture più tradizionali e tradizionaliste, da Alessandro Piperno a Michele Mari a Nicola Lagioia a Paolo Giordano, e tutto ciò senza desiderio alcuno di affermare che il catalogo è questo, proprio perché ci troviamo a fare i conti con una nebulosa letteraria estesissima – ci si renderà conto che l’elemento mancante è certamente una sfiducia nell’ispirazione come valore assoluto. Viene di volta in volta affrontata la storia o un aspetto della realtà, attraverso un abbassamento dell’intensità allegorica. Ci sono sicuramente autori che tendono a intrattenere un rapporto complesso e ambiguo con l’ispirazione (penso a Tommaso Pincio, sulla cui opera però il discorso sarebbe lungo, o ad Antonio Moresco, per fare soltanto due esempi ben noti) e tuttavia manca in questo panorama una scrittura che faccia saltare il discorso sulla realtà, nel senso di una canalizzazione di potenze pensative e di traduzioni formali di ordine metafisico. Non avanzo alcuna valutazione intorno a questo fenomeno: mi limito a constatarlo. E’ probabilmente una buona inverisimiglianza (laddove la bontà coinciderebbe con un’assenza di naïveté e di grottesco insostenibile) a caratterizzare una possibile fuga verso l’ispirazionismo? Può essere. Mi pare che tutto ciò si possa misurare con la distanza che le scritture narrative intrattengono rispetto alla poesia. Quante scritture stanno rischiando il poetico oggi? La realtà, cioè un genere che oggi appare più irrealistico che mai, è una malattia, un agente patogeno, un contagio? Ciò che avvicina una scrittura prosastica a Milo De Angelis è un valore? Per me: sì.

blog · History

Da “History”: gli angeli custode

In “History” (Mondadori), verso la fine del libro, è scritto:

«Le nostre fedi cieche negli angeli custode…
Di notte, pensavamo uniti, piegati sulle ginocchia, di notte è risaputo quando sogniamo che ci sono gli angeli custode. Vegliavano, credevamo, su di noi, noi lo sognavamo. Traslucidi e rasserenati, essi trascorrevano una vita di culla, supremamente siamesi, non li avversava mostro alcuno e sempre erano intenti a leggere il libro scritto dal Buon Iddio. Noi dormivamo, gli angeli custode ci vegliavano. Fino all’alba eravamo assopiti, avevamo a che fare con le vastità notturne, con i dragoni, con le maglie vecchie. Questa lana del sogno era un impaccio e stentavamo a cavarcela di dosso perfino al risveglio: tendevamo spropositatamente le nostre leve corporee, distendendo le braccia e le gambe e il cingolo scapolare, allargando il torace in grandi respiri, rattrappivamo i pugni, incerottavamo il volto con cispe e lacrime, andavamo risvegliandoci. Eravamo bambini, dopotutto. Non c’è umano che non sia bambino, dopotutto.
Si discendeva dal letto pensando gli avi, mentre già quegli angeli custode, quei cuori alati dai sembianti pallidi e dagli immacolati riccioli d’oro, si allontanavano diretti a una geografia soltanto a loro nota, e al Buon Iddio, tra armoniche celestiali si involavano, avendo rapito tutti i nostri sogni. Smettevamo di credere al Buon Iddio, ma non cessavamo di essere spaventati dai morti. Vestiti di tutto punto dei nostri mestieri e delle arti apprese, ci facevamo da subito insinceri e con il cuore chiuso, impenetrabile, serrato nel nostro seno senza morbidezza alcuna, ci sviluppavamo abbandonando i giochi e le fantasticherie, un lustro prima che avessero sopravvento il codice civile e il lavoro, il lavoro redento con la durezza e la inflessibilità, dimentichi degli angeli custode e delle fole e cercando un poco di respiro nelle campagne e nelle vergogne…»