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Da “History” (Mondadori): Padre Steiner

C’è un personaggio che non smette di tormentarmi, di urlarmi addosso, di interessarmi. E’ improvvisamente comparso in “History” (Mondadori, 2017), il mio ultimo romanzo, e non se ne va più. Questo libro pure non smette di tormentarmi con alcuni universali, di cui nella narrazione si tenta di non sciogliere l’ambiguità. Così l’Intelligenza Artificiale propone il problema della coscienza e della mente, dei segmenti paterno materno e filiale, della patologia, del futuro collassato nel presente, dello horror, della suspence, dello stato finale della lingua nell’età delle macchine, della violenza, del consumo, dello spettacolo che ha trasceso se stesso e, ovviamente, di dio. Di dio o del prete? Entrambi. Il personaggio che continua a molestarmi è proprio un sacerdote: si chiama Padre Steiner. Fa irruzione nel romanzo in modo incongruo e virulento. Continua ad agitarsi, non cessa di violentare l’ostensorio. Qui di seguito pubblico il capitolo in cui fa la sua veemente e distonica irruzione. Eccolo:

PADRE STEINER

«Per la metropoli infinitamente mi aggiro in un moto irrequieto e continuo, a velocità sostenuta e impraticabile, concentricamente penetrando l’aria blu cupa nella città circolare, tutto è un nord e io lo punto e mi dirigo a nord nel gelo, un grigiore metropolitano lievitato sotto le luci fitte di insegne ed esercizi commerciali in dismissione, attraverso le zone di massa o le periferie sequestrate dai rifiuti, dagli armadi dismessi, dalle bombole del gas esauste, dai carrelli di supermercato con le ruote spaccate e le griglie metalliche divelte, e gli automatici dei tabacchi e le poche persone serie, pochissime, prendo la radiale e miro al centro cupo della metropoli aggiornata con i grattacieli, il cielo basso aumenta la pressione, grigiolatteo, o, di notte, tra le luci segnaletiche degli aerei che decollano, avvertendo sfolgorare tube e archi nel vento glaciale o nel favonio, tube e archi celesti pizzicati dalle dita d’oro di un dio immaginario, finzionale e nondimeno acuto, dita auree che pizzicano l’aria blu cupa sopra la città d’inverno. Continue reading “Da “History” (Mondadori): Padre Steiner”

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blog · Corsi di scrittura

Per il corso di scrittura: intervista a Don DeLillo

di GIUSEPPE GENNA

Tra i materiali utili per il corso di scrittura che terrò da ottobre alla libreria Egea a Milano, propongo una mia intervista a Don DeLillo, con cui ho avuto l’onore di parlare del suo strepitoso “Zero K” (Einaudi). Era l’ottobre 2016 e si trattò di una conversazione a tutto campo sulla letteratura, le poetiche, le narrazioni – e qualcosa di più. Nel sito dedicato al corso, informazioni e moduli per l’iscrizione.

QUI IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVISTA A DON DELILLO

Dall’intervista (qui la versione integrale):

D. Anni fa ha dichiarato: “Io non sono certo di quello che penso, finché non scrivo – devo scrivere per comprendere ciò che penso. La scrittura è un estremo atto di concentrazione”. Il personaggio di Artis in Zero K, in un’impressionante sessione di linguaggio mentale, afferma: “Quello che capisco viene dal nulla. Non so cosa capisco finché non lo dico”. Questo mi sembra dunque uno dei punti centrali di una poetica che si esprime certamente in tutta la Sua opera, ma che compie un salto a partire da “The body artist”, accelerando attraverso Cosmopolis e Point omega e culminando quindi in Zero K. La stessa Artis dice o le viene fatto dire “Sono fatta di parole”, ma successivamente, in questo monologo, dice in forma tra l’affermazione o la domanda: “Io sono solo le parole? So che c’è di più”. Cosa è più delle parole?

R. È precisamente qualcosa che mi accade e che mi tocca. È un’affermazione che tipicamente uno scrittore potrebbe enunciare. Io sono fatto solo di parole. E cosa potrebbe essere quel “più”? E’ tutta la vita, il corpo, le relazioni, i ricordi. E, certo, penso che sia anche qualcosa di più profondo, interiore, intimo: che sta sotto.

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Memorabilità de “L’Espresso” in edicola

C’è un racconto impressionante su “L’Espresso” da oggi in edicola: si entra nel ciclone del luglio 1993, quando esplosero le bombe a Roma e Firenze e Milano, mentre si suicidavano Gabriele Cagliari e Raul Gardini, in piena Tangentopoli, e Craxi crollava in un rovinare di macerie repubblicane, insieme all’intero sistema politico, dal quale emergeva, con le sue edificazioni posticce e le sue architetture mutagene, il geometra della nuova Italia, Silvio Berlusconi. A compiere questa formidabile e urgente narrazione, svelando le ultime risultanze di indagini e scavando nell’archeologia di quel fondamentale passaggio italiano, sono Lirio Abbate, Paolo Biondani, Alessandro Cicognani, Alessandro Gilioli e l’insider politico Marco Follini. Il dossier è un composito racconto storico, politico e criminale, che lascia esterreffatti per qualità di sguardo. E’ un elemento, questo, che purtroppo manca alla nazione sotto forma di largo lavoro immaginario, nonostante i “1992” e “1993” televisivi di Stefano Accorsi e malgrado la somma di scritture che si sono prodotte su quel crocevia tra democrazia negata e golpe non tanto bianco. Ciò accade per una quintessenziale malformazione della contemporaneità italica: storicizzare e lavorare con l’immaginario non sembra suscitare l’interesse la generalità delle genti. Questa stortura, che prima di essere intellettuale è anzitutto spirituale, si manifesta con delineata traumatologia proprio in queste settimane. E’ esattamente in questo punto al calor bianco della cultura civile nazionale, che Marco Damilano, direttore de “L’Espresso”, e gli autori che lavorano al magazine, compiono un capolavoro editoriale. La rivista non è soltanto e semplicemente memorabile dal punto di vista editoriale, poiché si tratta dell’operazione più qualitativa e di avanguardia in questi anni di crollo definitivo dell’editoria italiana. E’ molto di più. Gli autori de “L’Espresso” vanno a occupare la vacanza politica delle istituzioni che sarebbero preposte a rappresentare le istanze progressiste in questo Paese. Mi riferisco allo stato di ibernazione e di avvitamente verso l’annichilimento del Partito Democratico, certo. Però il progressismo in Italia non coincide affatto con una struttura politica. E’ piuttosto un sentimento diffuso di apertura umana alla realtà, che al momento non avrebbe casa: Damilano e i suoi gliela stanno dando. Le inchieste su Lega e rendicontazione del M5S, che seguono lo strepitoso portfolio sul luglio ’93, dimostrano fino a che punto di eccellenza e penetrazione possa raggiungere il lavoro di riflessione, memoria, elaborazione informativa e incisività culturale. Se la temperie attuale della nazione non fosse tanto cupa e accidentata, non avrebbe senso, per me, ragionare su questa realtà editoriale, che una volta era giornalistica e oggi è indispensabile rappresentante delle idee di democrazia e della loro circolazione. Davvero complimenti e gratitudine al direttore e a tutti gli autori del magazine più necessario e bello che c’è: leggendovi, si resta umani e lo si diventa sempre più.

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VANZINISMO, SALVINISMO, ORONZO CANA’ E LA LIBIDINE COI CONTROFIOCCHI: PERENNITA’ DEL FASCISMO ITALIANO

La morte ride? Quella di Carlo Vanzina, forse, sì. Non si sarebbe mai misurata, nel corso degli ultimi decenni, una santificazione simile dell’inevitabile strapaese italiano, se non si fosse incappati in qualcosa di inquietantemente simile con le celebrazioni di addio per Paolo Villaggio, solo un anno fa. Con tutti i rispetti, ma anche i dispetti, Villaggio è stato un artista assoluto, mentre Vanzina non lo fu mai e non ci teneva minimamente a esserlo. Ora, compiere un discorso sullo spettacolo che ha fatto l’Italia e che la nazione sta dando, a oggi, sembra un’inutile ermeneutica, buona per analisi parasociologiche, che adattavano lo sguardo dell’interprete alla landa desolata che fummo e che non smettiamo di essere. Tuttavia, aprendo i quotidiani on line, c’è già una dichiarazione di tortura e ludibrio universali, rivendicati come spettacolarizzazione finale dal Ministro delle Interiora: chiede che una settantina di migranti scendano da una nave della Marina italiana in manette. Come si fa a scrivere di Vanzina, mentre Salvini assurge a ruolo di protagonista di un simile orrore? Si deve tuttavia scrivere. Bisogna comprendere che Vanzina intercetta da sempre Salvini. Non si sa se Salvini, ovvero l’antropologia che sottende, crei Vanzina oppure viceversa. Carlo Vanzina, insieme allo zazzeruto fratello, componeva una coppia archetipica nello star system italiano. Mentre gli americani vantano Stanlio e Ollio, noi potevamo vantare i fratelli Vanzina, che non casualmente non stavano davanti alle macchine da presa, come i comici statunitensi: ci stavano dietro. I figli di Steno ereditavano dal padre uno sguardo e una vocazione tutti intesi nel gorgo italico. Erano, i Vanzina, figli d’arte, certamente – ma di quale arte? Steno compose un ritratto impressionante del carattere nazionale. Con film come “Guardie e ladri”, “Un giorno in pretura”, “Un americano a Roma”, fino agli orrori dei vari “Piedone” con Bud Spencer e alle risate grasse e involgarite de “La patata bollente” o di “Fico d’India”, il progenitore dei Vanzina fu un Vanzina egli stesso, che vendette l’anima al demonio – e quel demonio era l’Italia. Non paga di una caleidoscopica rappresentazione in termini artistici, l’Italia volle di più, da Steno e dai suoi colleghi: volle il berciante, la santificazione dell’inganno e della furbizia a basso prezzo, la salmodia dell’egoismo quale unico valore esistenziale, il canto epico del grano in tasca e dell’erba del vicino, la mitologizzazione del razzismo etnico e di genere, l’abbassamento della congerie nazionale a un paesaggio degno del Tormento di Sant’Antonio di Matthias Grünewald. La volgarità come cifra corale e il coro lo cantava la brava e buona gente della nazione. Non erano tanto di là da venire i Lino Banfi, i Renzo Montagnani, i Jerry Calà. Ci pensarono i figli di Steno a dare risalto alla suburra ottantina, infarcendo di memorabilia le loro supposte pellicole, che contribuirono all’enfasi del peggio, rimbalzando dagli schermi alla testa delle masse, almeno quanto le masse ispiravano quegli schermi. La coincidenza, per nulla casuale, con cui l’emittenza privata, capitanata dal tycoon in fard, Silvio Berlusconi, sparava nell’etere italiano immagini deprimentemente e ansiogenamente laide, faceva dei capolavori vanzini una cassa di risonanza all’incoltura che finalmente saliva al potere senza mediazioni. L’opera di scurrilità cinematografica e televisiva non creava affatto un consenso, per andare a occupare le stanze dei bottoni: lo trovava. Questo è un doppio passo che spesso si fatica a comprendere nella centralità che gioca in questa landa desolata, che parla Dante e scoreggia Alvaro Vitali: il consenso qui non viene creato, c’è già. Lo si trova. Lo si raccoglie. Basta sintonizzarsi sull’onda delle varie suppurazioni, escrescenze, decomposizioni del temperamente italico e il gioco è fatto. E’ per questa ragione che l’Italia non manca mai di farsi trovare pronta all’appuntamento col fascismo. Parliamo, citando il fascismo, di una forma politica ed estetica che è il prevanzinismo, con le sue quinte grottesche, celebrative di un impero cartonato, in cui al posto di Cesare c’è un pericoloso buffone con problemi tricologici e lo sterno troppo esternalizzato. Le boutade dei Vanzina, così come il racconto portato avanti nei decenni dall’illustre genitore, sono la stessa cosa delle smorfie da primate romagnolo del Boccione – perché questo si è dovuto anche sentire e studiare: gli italiani chiamavano “Boccione” uno sterminatore. La risata italica non è quella da cui Luigi Pirandello traeva una teoria della commedia universale, quanto piuttosto il borborigmo dei “Fichissimi” o i peti a denti larghi, con cui Abantantuono e compagnia per nulla bella nutrirono l’epa dei connazionali. Non stravolge tanto la logica e i vari parnasi interiori il fatto che si saluti come un maestro Carlo Vanzina: sono le logiche del funerale 2.0 a cui assistiamo, con sconcerto e desolazione, da Charlie Hebdo in poi. Se muore uno, tutti a strascicare saluti e ringraziamenti al caro estinto, che sarà estinto ma non è mai stato caro. L’omaggio italico è sempre ambiguo, infido e levantino. Tuttavia un maestro Carlo Vanzina lo è stato. Ci ha fatto nemmeno intuire, ma propriamente oseervare nel suo tumultuoso sviluppo una civiltà spettacolare, quella italica, che aveva da sempre anticipato le politiche e le tecniche di condizionamento del pensamento come deiezione intestinale. Figli di Steno, i Vanzina reclutarono il figlio di De Sica: mi chiedo a quale latitudine si sia vista una simile coerenza nell’evidenziare i germi di decadenza impliciti in una corrente estetica. Fai l’arte? Puoi farla, a patto che tu sappia che anzitutto l’arte è l’arte di arrangiarsi, di fare pappa delle responsabilità, di cincischiare con il mezzuccio, di inculare il prossimo impunemente, al contempo lamentandosi di tutto ciò. Noi italiani veniamo giù da Aristotele, attraversiamo il rogo di Giordano Bruno, ci autorappresentiamo in Goldono, cantiamo Verdi non capendo un’acca di Manzoni, piangiamo neorealisti e commediografi con Risi e Monicelli, ma culminiamo coi Vanzina. Che non si trattasse tuttavia di sottocultura berlusconiana eretta a sistema di controllo nazionale, il che costituiva per vent’anni la più raffinata e cieca tra le analisi da sinistra, è molto chiaro oggi, quando si interpretano quelle medesime istanze personaggi distantissimi dall’immagine, dalla formazione, dall’appunto supposta sottocultura di Berlusconi. Luigi Di Maio che si autocelebra con Lino Banfi, rievocando i fasti e i nefasti dell’allenatore Oronzo Canà, così come l’endorsement che Jerry Calà (con tanto di contrululato dimaio, a colpi di libidine, doppia libidine, libidine coi controfiocchi) lancia nel neoetere a favore del governo semifascista in cui ci troviamo a vivere questo scorcio scorsoio di vita – ecco riaffiorare il vanzinismo, che si dimostra non essere affatto una declinazione berluscona, ma certamente un’incarnazione dello spirito italiota. Va detto che queste prospettive, così come i nomi citati, compreso quelli di Salvini e di Di Maio, non sortiscono memorabilità o riconoscibilità tra i giovani sventurati, che hanno avuto la malasorte di nascere a questi tristi tropici. Ciò non toglie che i migranti in manette emergono nitidamente dall’eiezione di tutta quella cinematografica attualità, che ci siamo ciucciati per quarant’anni e passa. Se si vuole acuire lo sguardo, è in quel letame che abbiamo visto crescere i fiori del male: erano crisantemi, poiché l’Italia è una forma universale della morte in vita e della vita in morte. Buon Oronzo Canà a chi arriverà qui nei prossimi ventennii.

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Appello per la convocazione a Milano dell’Onda Progressista

UNA TIMIDA PROPOSTA SUL NUOVO MOVIMENTO PROGRESSISTA: MILANO E EUROPA CONVOCANO L’ONDA DEMOCRATICA.

Dopo essere stato travolto da infiniti messaggi, che mi intimavano di politicamente proporre e non criticare sardonicamente, mi accingo a farlo, intemerato e tuttavia timido. Si tratta di costruire un contenitore di nuovo tipo per tutte le persone che in questo Paese si riconoscono nell’appartenenza a una visione progressista e al momento non possono contare su nessuna forma di rappresentanza “mainstream”. Tale fallimento in termini di rappresentanza si deve esclusivamente alla dirigenza del Partito Democratico, passata e presente, imbelle e autoriferita, contestata appunto dal popolo delle elettrìci e degli elettori, che ne traggono l’impressione oggettiva di incapacità a elaborare una risposta politica al regime semifascista in cui siamo immersi fino al collo. E’ sempre la fase e la frase del “che fare?”. Cosa si può organizzare, per sollecitare il sentimento di appartenenza a una visione del mondo aperta e inclusiva? Come si può rappresentare la vita di questa istanza, che è fibrillante e, se non maggioritaria nella nazione, costituisce un baluardo democratico indiscutibilmente esistente, per quanto scazzato dalla protervia degli ex leader e dalla conclamata assenza di coloro che ne dovrebbero assumere gli oneri e gli onori? Formulo una proposta, partendo dal sistema milanese, che in questi anni, con la giunta presieduta da Giuliano Pisapia e ora con quella capitanata da Beppe Sala, è risultato un momento di condivisione democratica, di gestione virtuosa delle richieste che provengono da esclusi e depredati dei diritti. Casa, sanità, welfare, lavoro, integrazione, scuola, trasporti, cultura – insomma, relazioni: la centralità dei grandi temi, nella gestione milanese, pur con tutte le criticità e le contraddizioni, che non fingo di non vedere, ha certamente costituito un’eccezione nel panorama italiano. La Milano progressista ha continuato a sentirsi orgogliosamente tale: e Milano e progressista. Io partirei da questo risultato. Cosa si potrebbe fare? Penserei a uno spostamento di paradigma. Partirei dai sindaci, ma non come si è detto a più riprese, sperando che il civismo potesse fantasiosamente vicariare una confusione politica di fondo, che perdeva territori e arretrava spaventosamente rispetto ai valori di base, in cui il progressismo mainstream dovrebbe del tutto naturalmente articolarsi. Io partirei proprio dal sindaco di Milano, Beppe Sala. Per più di una o un milanese, l’attuale sindaco ha costituito una sorpresa. Non veniva percepito come una personalità fattivamente di sinistra. La sua professionalità, essenzialmente di grande manager e di organizzatore di un grande evento come Expo, sembrava disallinearlo dai fronti caldi in cui la sinistra milita storicamente. Il punto è proprio questo: mentre la sinistra si disallineava da sola da quei fronti, Sala mostrava un piglio deciso, sorprendentemente determinato, nel confermare il governo di Milano come zona di apertura ai diritti negati, alla cultura diffusa, alla lotta contro tutte le povertà. Il sistema ha funzionato, anzitutto perché la propensione è risultata essenzialmente tesa all’integrazione. Il tentativo è integrare tutti i soggetti, non dividerli o ghettizzarli in bolle sociali. Conosco a fondo tutte le eccezioni e le obiezioni a questa valutazione del lavoro delle ultime due giunte. Tuttavia guardo all’esito mainstream, appunto. Una città suppostamente di sinistra, qual è Siena, si rivela non esserlo per niente, ma non perché non si sono tutelati gli interessi specifici delle singole corporazioni o dei portafogli dei singoli individui: non era e non è di sinistra, perché si è giocato fin troppo sull’esclusione. Propalare un sentimento del “noi”, soprattutto oggi, è semplicissimo (semplicistico, ma non perquesto meno efficace) e assai complesso. Tuttavia il “noi” inclusivo si distingue dal “noi” esclusivo: è il compito di qualunque sinistra. Non è questa la sede in cui discutere nei particolari la coralità delle politiche applicate sulla città. Dico semplicmente che nel tracollo generalizzato del Pd, qui i democratici hanno retto. Poi, magari, se si andasse a elezioni amministrative nei prossimi mesi, il vento risulterebbe avere mutato il suo giro, sia chiaro. In questa prospettiva io ritengo l’attuale sindaco milanese, Beppe Sala, un elemento fondamentale per rimettere in moto una rappresentanza politica che al momento è ancora nota con il nome principiale di partito e con l’aggettivo connotante di democratico. Non sto dicendo che esiste un leader della nuova sinistra a Palazzo Marino. Dico che a Palazzo Marino c’è il benzene e la meccanica di ingranaggio per creare moto. Ora, cosa dovrebbe accadere secondo me, intorno a Beppe Sala? Credo che Sala, al momento una delle personalità più in vista e più risananti del campo progressista in questo Paese, abbia da connettersi ad altri che come lui gestiscono metropoli e lo fanno proponendo i valori dell’umanità diffusa. Secondo me avrebbe da succedere questo: che a Milano si riuniscono, in assise a cui va dato il massimo risalto e a cui si lavora con il massimo impegno, tutti i sindaci progressisti delle grandi città europee. Il sindaco di Berlino, Michael Müller, appartiene alle file della SPD. La sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, è socialista. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, è laburista. La sindaca di Madrid, Manuela Carmena, si è formata nello PSOE ed è di chiara ascendenza politica progressista. Il sindaco di Atene, Geōrgios Kaminīs, milita nel PASOK, il partito socialista greco. Ecco, partendo da questa considerazione, per cui le grandi aree urbane e le metropoli, che sono per forza costrette a militare all’avanguardia gestionale e a incarnare un sistema di valori, si direbbe che negli interstizi più significativi non è che si aggiri uno spettro per l’Europa: si aggirano donne e uomini in carne e ossa e sono persone viventi progressiste. Io proporrei al sindaco Sala, al Pd, a chi ne abbia l’agio o la necessità, a organizzare un momento pulsante di vita europea a Milano: per sottolineare che l’Europa può esistere in modo positivo e vicino alle genti che se ne sentono violentate; ma anche per fondare il progressismo europeo e italiano. E’ un progetto a cui dovrebbe lavorare all’istante Maurizio Martina, insieme al sindaco Beppe Sala, a cui mi rendo perfettamente conto di tirare la giacca. Può partire proprio da Sala la convocazione di tutti i grandi sindaci europei e progressisti. Sala e i suoi colleghi europei hanno il know how e la passione per la democrazia: va fatta emergere pubblicamente. La passione per la democrazia non è una bandiera astratta, ma un valore concreto. I sindaci in questo aiutano a toccare con mano cosa significa una gestione democratica del bene comune e delle istanze dell’anima di ognuno di noi. I cittadini sono sempre stati una categoria reazionaria: bisogna capovolgere sensitivamente questo reazionariato del singolo cittadino, per affermare e mostrare realmente che non è così: le cittadinanze sono una forma di apertura, non di chiusura. A Milano può e deve nascere un progressismo di tipo nuovo eppure già esistente. Qui va sottoscritta una carta dei valori, che sia la pietra miliare di ciò in cui una persona progressista crede e che rivendica come struttura di un’umanità vòlta all’apertura, al futuro come difficoltà e bellezza possibile. La carta d’identità o è una carta di valori o non è una carta d’identità, col rischio che non si percepisca nemmeno più l’identità. Questa Onda Progressista è continentale, fa conto sulle nuove generazioni che sono riottose all’imbarbarimento fascistoide, investe i territori e crea network sociali virtuosi. Chiedo un aiuto alle lettrici e ai lettori: chi è d’accordo, può condividere questo appello? E’ possibile chiedere che chi è in contatto con maggiorenti politici passi a questi contatti l’appello? Per quanto io conti pochissimo, mi metto a disposizione per lavorare alacremente all’Onda Progressista. Credo che quest’Onda sia tutt’altro che anomala e vada fatta sollevare.

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“Tutti gli angeli in un corpicino”: incontro con un piccolo migrante

Arrivo in clamoroso anticipo alla Stazione Centrale a Milano. Una folla multicolore e angosciante stringe d’assedio il nobile e vetusto edificio, che i restauri e la riorganizzazione architettonica hanno ridotto a pietra muta. Parcheggiato il nobile e vetusto motorino, mi unisco all’assedio. Migliaia di avventori, vomitati dalle città italiane e dalla metro meneghina trasudano in uno spazio astratto, scendono da scale mobili che sarebbero inaccettabili presso un OVS di Garbagnate, mentre alla Centrale trovano il giusto rilievo nella storia del dadaismo o del rito ambrosiano. Sono pochi gradini mobili, della larghezza di mezzo metro o di Renato Brunetta. Ed ecco che, sul nastro che scende dal piano binari al suolo cittadino, assisto a questa scena: una famiglia di evidentemente migranti, papà mamma e due bambini di 3 e 6 anni, si separa con un enorme bagaglio, tipico di coloro che, poverissimi, scelgono di partire perché vi sono costretti. Il padre sta accatastando tre valigie enormi ai piedi della scala mobile, la mamma stringe in una mano un ulteriore bagaglio stipato di cose e nell’altra il bambino treenne, che è spaventatissimo dalle scale meccaniche, dall’affanno clamoroso di sua madre e dalla distanza dal padre, che crolla sotto il peso delle Carpisa dei poveri. Il treenne si dispera, piange, urla pianto. Resta il seienne: non ha il coraggio di percorrere quel meccanismo automatico, la scala mobile lo atterrisce, si pianta all’imbocco, esacerbando nel pianto più esasperato e tenero che abbia mai esperito. I genitori non sanno cosa e come fare, sono lontani e impossibilitati a ricoverare il figlio maggiore. È uno scricciolo, è tutti gli angeli collassati in un corpicino seienne. Nessuno si muove, nessuno aiuta questa sacra famiglia. Perciò salgo di corsa la scala mobile, mi precipito dal seienne sconvolto, dolcemente gli porgo la mano e gli dico: “Papà”. Il piccolo mi dà la manina, smette di piangere, mi stringe come se io fossi un messia casuale e risolutivo. Comincia con me a mettere i piedini sui gradini in movimento, si equilibra, emette i singulti di fine pianto. In pochi istanti siamo a piano terra, la madre lo stringe, il padre mi si spalanca in un sorriso assoluto, arcangelico. Ecco, penso, l’orrore di uno come Salvini, per cui questi momenti, queste storie, queste persone, queste umanità non devono esistere. Lo direbbe “da papà”, mentre lo dice hitlerianamente: non trovo un avverbio più adatto. Che l’inesistente iddio di Salvini sia maledetto e con esso tutti i suoi simili, che sono dissimili da me. E quel palmo della manina sudata, quella pelle tremula che chiede protezione e aiuto, ovvero umanità, quei bastoncini vibranti che erano il braccio del piccolo: io li ringrazio, prego per loro, poiché mi hanno fatto simile a loro, benedetto nella loro innocenza radicale, nella dolcezza che schiude il fenomeno umano quando è umano. Io non mi scorderò mai più di quella tenerezza, la mano piccola nella mia mano vecchia, tutta la redenzione del mondo…

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Sua Irrilevanza Matteo Renzi, lo Young Signorino di Scandicci

FENOMENOLOGIA LETTERARIA DI MATTEO RENZI, LO YOUNG SIGNORINO DI SCANDICCI: NON C’ENTRA UN CAZZO CON LA LETTERATURA

Si fatica a pensare cosa sarebbe Matteo Renzi in letteratura. Un Raskolnikov di Scandicci? Un giovare King Lear? Una Medea al maschile? L’Orestea tutta, condensata nell’interiorità di un solo individuo? Un rovesciamento dell’ultimo uomo morselliano in un “Dissipatio HG” al contrario? Un partigiano Johnny fascista? Un Bartleby che risponde “Lo faccio molto volentieri” e diventa il Moosbrugger di Musil? Un Pangloss sotto efedrina? Un Abramo che ubbidisce pedissequamente e ammazza Isacco? Un Isacco che fugge dalla roccia sacrificale e si mette a fare pernacchie al padre e al Padre? Che mascherà è *realmente* quella di Matteo Renzi? Molto semplicemente, Matteo Renzi è estraneo alla letteratura, perché non è significativo. Il comparto umano, angelico e demonico, che fa il paradiso infernale della letteratura, aspira a esprimere in ogni modo ciò che travalica la storia, abitando nella storia. Si tratta di archetipi che non smettono di impressionare l’umanità, anche in tempi di misconoscimento radicale della letteratura stessa. Matteo Renzi non è sovrapponibile a nessuna figura letteraria, perché non è letterario: non è archetipico, non è rilevante, non è peculiare, non è ricordabile – è più bile che ricordo. Egli è, semmai, un equivoco, quello sì letterario: fa parte delle foltissima schiera dei personaggi che non arrivano a memorabilità. Non è un Uomo Senza Qualità: è un uomo fin troppo qualificato. E’ banalmente leggibile. La sua verve comunicativa, celebrata non si sa perché, è insignificante e ridicola, essa stessa un equivoco: il ridicolo che non fa ridere nessuno. La banalità del sale in zucca non conquista un centimetro nei piatti territori del suo impianto personale e negli spazi sconfinati dell’assenza, morale politica individuale, che sono stati e sono tuttora equivocati come presenza ingombrante o dittatoriale. Renzi non esercita alcuna tirannide, non ne è capace. Né capo né bastone, egli declina l’autoritarismo a Chance il Giardiniere. E’ la mediocrità italiana, certo. Tuttavia, anche Berlusconi incarnava l’aurea mediocrità italiana, in modi che definire eccezionali darebbero la stura a ulteriori equivoci. Matteo Renzi è Servo di Due Padroni: il Sé e lo Stesso. Lo è con vocazione esplicita alla più retriva commedia dell’arte nazionale. E’ Alberto Sordi in un ruolo che straccia ciò che emblematizza, poiché il personale di Matteo Renzi non giunge nemmeno alla significatività assolutoria delle colpe italianissime, dei vizi da strapaese, delle maliziose ingenuità che fanno tutto il carattere nazionale. L’epifania di inarginabile arroganza, con cui ieri è stato in grado all’assemblea Pd di bacchettare comicamente e vergognosamente chiunque non fosse Sé e Stesso, non è per nulla epifanica. Potremmo dire che si è piuttosto trattato del momento fatale in cui tutti noi umani cerchiamo di spremere le ultime gocce dal tubetto del dentifricio. La fenomenologia del Renzi non può del resto ignorare la zanna bianca con cui ritiene di portare il suo Pearl Drops spirituale davanti a qualunque telecamera o a qualunque concione decida rumorosamente di non tenere, soltanto che si tratta di due grandi incisivi a palettone e non dei canini che fanno la grandezza di Iago o la trasognatezza sdentata del principe Myškin. Non c’è nulla di dostoevskiano in Matteo Renzi. E neppure c’è qualcosa di berlusconiano nell’abbronzatura terra di Siena, quindi abbronzatura Montepaschi, che sfoggiava ieri all’assemblea nazionale del partito cosiddetto democratico: Emilio Fede si inscrive nell’immaginario collettivo molto più di questo quarantenne massivo, la sua pelle cuoiata surclassa l’epidermide mattonata del segretario in pectore e in viscera di una formazione che non esiste più. C’è una bella differenza tra un senatore di Scandicci e il locale Mostro. Le offese e la protervia, l’ingiustizia da disperato e la cattiveria da “risietta”, che l’ex primo ministro ha schiumato in faccia ai notabili sconcertati, è una bassa intensità dell’amletico, un’inezia che somiglia rovinosamente più a uno Staffelli sotto lsd che a un Piero Angela inteso a mostrarci dall’interno il colon democratico. Nulla di letterario, molto di televisivo, insomma, in tempi post-televisivi. La grottesca elencazione delle supposte responsabilità altrui, che sarebbero la mesta e narcisa diagnosi comminata alle folle e ai folli, entra di diritto in un eden in cui Dino Risi stringe la mano a Shakespeare e il Bardo non gliela dà. L’odore umano non troppo umano, che promanava da quel momento, per nulla storico nella già poco storicizzabile vicenda dei dem italiani, era quello del gesso rilasciato dal cancellìno in feltro, tirato per dispetto in testa ai compagni di banco. I quali hanno sbagliato tutto. Anzitutto hanno dato un risalto letterario alla roboante nullità di chi cianciava di terza via, imboccando il primo vicolo, cieco per di più. Sono ancora lì, atterriti o acclusi alle logiche della classe elementare che riproduce l’ex leader: non immaginavamo che il futuro della lotta di classe era il passato della lotta in una classe delle primarie, intese come scuole e non come convocazione al voto per il boss cosiddetto democratico. L’ha detta tutta, con il suo garbo ironico e sì dostoevskiano, il povero Gianni Cuperlo, quando ha infilato una battuta che il caudillo di Pontassieve non sarebbe mai in grado di pareggiare: “Oggi non si può cantare ‘Bandiera rossa’, ma nemmeno sostituirla con ‘Uno su mille ce la fa’”. E continuano a tentare l’erosione o la demolizione, anziché prendere atto che non c’è nessuna costruzione. L’edilizia di Matteo Renzi è quella dei chiringuitos, delle cabine da spiaggia col buco per vedere le tette, dei banchetti delle Patriarche. Matteo Renzi banalmente non è. Anche i personaggi di Kafka non sono: ma non sono in modo ciclopico. Non essere, in modo trascurabile, fa tutta la storia recente di un partito a cui eravamo affezionati in qualche modo, soprattutto critico. Mentre stava governando il quarantenne giubilato da Mike Buongiorno, che fa proprio il paio con l’altro Matteo giubilato da Corrado Tedeschi, i Wu Ming ebbero la felice intuizione di lanciare un hashtag che valeva il dimenticabile destino del creatore degli 80 euro: #RenziScappa. Scappava da qualunque confronto, da qualunque occasione reale in cui avrebbe potuto incontrare precari incazzati e operai furibondi. Era davvero la più pura rappresentazione del genoma renziano: non esserci e molto velocemente. Si vorrebbe che i colleghi di partito di questo oratore in camicia bianca slim fit incominciassero a considerare che lo Young Signorino toscano non c’è. Scappa. Va via. Si sottrae. Lascia che a roboare sia il suo silenzio, soprattutto quando parla da Lilli Gruber, che è per lui una prospettiva entusiasmante, il massimo del confronto dialettico che si concede. E’ ben vero che Sua Irrilevanza controlla ancora i giochi di un partito che ha condotto appunto all’irrilevanza, sfruttando – e questo va sempre sottolineato – la Loro Irrilevanza, secondo le premesse che fecero il dna di quell’ibrido politico. Ma chi se ne frega? Forse non è abbastanza chiaro che il massimo della letterarietà del personaggio che non è, davvero, risiede in una battuta da Colorado Cafè o in un calembour di Fortebraccio: da quel podio nessuno ha parlato, era Matteo Renzi.