blog · La vita umana sul pianeta Terra

La vera morte del digitale

Questa, un tempo, la si sarebbe detta storia, poiché, come sempre è accaduto, la storia è storia della morte e delle modalità in cui la morte si declina, seppure sembri che la storia sia il racconto della vita universale, che evita la morte. Oggi c’è un minus di storia, poiché la storia si manifesta attraverso percezioni offuscate rispetto al passato (che è appunto storico) e nuove modalità, le quali si direbbero distrattive, almeno rispetto al paradigma sociale precedente. Ciò che è capitato nella sede californiana di YouTube è proprio lo smarcamento dell’epoca digitale a fronte della morte. Tutto ciò che esprime la youtuber frustrata, che impazzita ha tentato la strage nell’azienda detenuta da Google, è purissima epoca digitale: è la prima volta dell’epoca digitale. La frustrazione emarket della stragista è un unicum, è un primum, proprio nel tempo in cui tutto è primum fino a risultare premium. La morte, comminata nell’epoca presingolarità tecnologica, è una lieve nebula, un cirro in un cielo cromato, un velo di maya sopra l’interezza dell’illusione universale. Accadrà di più e di peggio, come chiaro, ma resta il fatto che la pietra miliare è stata posata, anche se non esiste più la percezione diffusa che esista una francigena su cui contare le pietre miliari. E’ “La vita umana sul pianeta Terra”, per come la preconizzavo in un testo uscito per Mondadori, a partire dalla svolta che impose al mondo qualche anno fa lo stragista norvegese Anders Behring Breivik, con modalità nuove e astratte, con fattualità capaci di annullare la memoria e dunque la storia – un elemento alieno, ultracorporeo, silente e zittente, un’onda anomala di antimateria che pare materia, un disastro privo di desiderio, un’alienazione che cancella i quadri precedenti. Benvenuti nell’accelerazione che mira al download della psiche, benvenuti nell’inorganico umano: il tempo prescrive una severa meditazione, ovvero un silenzio trascendente, che abbandona le parole, per evitare di ritrovarsi al di sotto della soglia delle parole, delle immagini, della storia e, infine, dell’esistenza.

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Dove va la vita umana sul pianeta Terra

Questo è il volto di Nikolas Cruz, pluriomicida nell’ennesima riedizione del dramma di Columbine negli States. Ha fatto diciassette vittime in una scuola a Parkland, in Florida. Si può dire che l’immagine frontale è anche un profilo: un profilo psichico. L’esorbitante vuoto che irradia dal suo sguardo è reperibile in ogni sua immagine, rintracciabile in Rete. E’ certamente un lombrosismo, quello che applico, ma in questi tempi di purissima semplificazione dell’umano a un orrido duepuntozero della specie stessa, soprattutto nelle sue evenienze occidentali più spettacolarizzate, una categoria semplificante come il lombrosismo rivela una verità più complessa di quella banalmente riconducibile all’assenza di empatia o alla presenza di psicosi. C’è, in questo sguardo trasognato nel nulla, una verità urgente, di cui le fisionomie sono il portato più letterale e preoccupante. L’accelerazione verso un’esistenza non più embricata con l’emotivo, o con il mistero abissale del desiderio, funziona per memi, per applicazioni unidimensionali di una teoria dell’informazione banalizzante e antiumana. Prima di preoccuparsi circa quanto impatterà sulla nostra vita l’emersione delle macchine, sembra di potere apprezzare un’emergenza del macchinico nell’umano. E’ una costumanza estremamente sconcertante, per chi si è formato in altri tempi e ravvede gli esemplari più recenti alla luce polarizzante di uno svuotamento di espressioni, di posture standardizzate, di salti logici che necessitano una correzione algoritmica. E’ una tendenza che si sviluppa nei decenni, ma che oggi raggiunge un’estensione clamorosa. Il volto non precisamente inebetito che continuamente è illuminato dai device, oggidì, esonda nel tempo che non si consuma davanti allo schermo retroilluminato e disegna un mutamento in direzione dell’alieno, dell’ultracorpo, della mistificazione di se stessi in assenza di se stessi. E’ una norma occidentale, appunto. La risultanza di un’educazione distante dall’elaborazione della storia, dal contatto con la noia e la fatica, dall’unificazione in una personalità della legione che l’io è sempre stato. E’ il Breivik che in Europa ha messo in ginocchio, da solo, un’intera nazione per un giorno e che ha urgenza di espandersi e fiorire in un nichilismo realizzato, di nuovo tipo: ogni strumento vicaria la personalità, che rimane efficace nel mondo, ma essendo strutturata a strappi, a discontinuità, a visioni parziali e assolutistiche. E’ l’umano prima di qualunque ibridazione, che intrattiene con la morte un rapporto casuale, privo di ogni eterogenesi dei fini, una randomizzazione dell’atto vissuto, uno pneuma cattivo. Di ciò non si smetta di scrivere, si continui a percepire l’elemento esogeno, avvertendo il turbamento che ci rende umani e connessi a verità profonde che l’umano lo trascendono, mentre qui non c’è trascendenza, bensì rimozione, negazione, tensione elettrica, priva di direzione. Sono i fiori del male di questo tempo, erano una seminagione nel passato occidentale. Tali fiori ci inclinano alla preghiera e alla più severa delle meditazioni.

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Alla Triennale con “La vita umana sul pianeta Terra”.

Non mi ricordo da quanto tempo non leggevo in pubblico: secondo me, da anni. Ho letto ierisera un brano da “La vita umana sul pianeta Terra”, alla Triennale, dove ho partecipato a un incontro sulle periferie, organizzato da Milano Arch Week, sotto l’egida di Stefano Boeri (nell’immagine è la sagoma alle mie spalle), insieme a Paolo Vari (il regista di “Fame chimica”, realizzato insieme ad Antonio Bocola), ad Alessandro Robecchi e a Marco Philopat. La foto, che mi ritrae nelle improbabili vesti di rockstar, è di Enrico Sibilla, autore di uno dei testi per me fondamentali in questi anni, “Il libro dei bambini soli”.

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Persistenza e annullamento di Anders Behring Breivik”La vita umana sul pianeta Terra” continua

Anders Behring Breivik

Che cosa sia l’umano alle soglie del suo trascendimento fisico, e quindi psichico ma non metafisico, lo dice questa immagine, anche. Qui io vedo occidente oggi – ed è il motivo per cui ho deciso di affondare la scrittura di “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) nel personaggio vuoto che è costui, cioè Anders Behring Breivik, il massacratore norvegese che si rese responsabile degli attentati di Oslo e della strage sull’isola di Utøya nel 2011. E’ ricomparso in tribunale, sempre in quell’aula, sempre con quello sguardo, sempre con quel braccio, teso però stavolta in altro saluto: direttamente il nazista. Qui io ravvedo tutta la migrazione umana occidentale che stiamo vivendo da dopo Hitler, soprattutto in tempi di accelerazione che si percepisce di giorno in giorno. Le macchine erano arrivate prima, da sempre, non sono quelle che avete in mente stiano per arrivare. Ritengo “La vita umana sul pianeta Terra”, a conti fatti, il mio libro più riuscito, in ogni senso, e, insieme al libro “Hitler”, quello che proprio non avrei dovuto e voluto scrivere.

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Tre miei libri, che per me sono i miei migliori

3libri

Sono molto soddisfatto di quanto ho scritto e pubblicato nell’ultimo anno e mezzo: si tratta delle opere migliori che ho fatto nella mia vita. Non sto parlando del valore assoluto di questi libri, bensì della percezione personale rispetto agli altri titoli. “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) è per me, senza incertezze, la cosa più vicina a quanto finora ho sentito essere per me la letteratura a cui potevo lavorare, con tutti i miei limiti. “Io sono” (il Saggiatore), ovvero il saggio su teoria e clinica della coscienza, sistematizza un lavoro più che decennale di ricerca in àmbito psicoterapico e metafisico, e si è trattato dell’impresa intellettuale, ma non soltanto intellettuale, più probante della mia esistenza, oltreché una sistematizzazione teorica di una professione che certamente svolgerò in modo più completo di quanto faccia ora, cioè quella di terapeuta coscienziale. “Etere Divino” (di cui sono coautore con Andrea Gentile e appena uscito per il Saggiatore) è la più radicale tra le proposte di slittamento reciproco tra prosa e poesia che sono riuscito finora a compiere. Da questa soddisfazione, che mai mi sono concesso nella vita, deriva una difficoltà estrema di procedere a un superamento: intendo che tutto ciò va rapidamente trasceso. Dovrei compiere quest’opera di trascendimento con il prossimo libro, la continuazione con altri mezzi del “Dies Irae”, che a mio avviso è il più interessante dei miei fallimenti. Il processo compositivo diviene qui altro, deve divenire qui altro, scarta racconto e stile, procede verso il niente che non è vero che è niente. Di qui, enormi imbarazzi e stanchezze, quotidianamente sperimentate, a cui trovo medicamento in questa strana contentezza che mi danno i tre lavori di cui dicevo prima. Per quanto io sia convinto che, in questo tempo occidentale che vivo, si dia l’annichilamento della centralità del Testo, è curioso che io provi sollievo nella testualità. Quanto a editori e lettori, purtroppo, non so cosa dire: il supposto successo di *pubblico* non è mai stata una mia preoccupazione o un mio desideratum. Tengo però a ringraziare tutte e tutti coloro che hanno e acquistato e letto questi tre libri, che per me sono stati importanti.

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#LVUSPT su Komakino

Grazie a federico, recensore immigrato di http://www.inkoma.com, mio allievo nelle lezioni che ho tenuto all’università di Berlino, che ha recepito “La vita umana sul pianeta Terra” così: “Lo schema di Genna però è paradossalmente sempre solido. Anche gettandosi dall’alto della Torre Galfa a Milano riuscirebbe ad avere una distanza controllata e liquida dal male. Il nostro paese non ricorda da vicino massacri di quella portata. Le ultime tragedie di sangue che hanno coinvolto l’Italia negli ultimi anni comunque poche volte hanno generato una partecipazione di coscienza profonda o capace di andare oltre i livelli della tipica mediazione guidata degli psicologi in TV”.
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Fenomenologia di Balotelli in #LVUSPT

10390061_10203616947931754_3045169227919807739_nDa “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori):

«Il pensiero degli umani non è minimamente riconducibile agli umani stessi. Il mito della storia è imploso, come una piccola carica farebbe crollare su se stessa questa Torre Galfa, svuotata e impraticabile. Il pensiero pare avere perduto tridimensionalità. Un marketing, un multitasking lo ha reso bidimensionale. La mente non ha centro. Ogni evento è uno schermo touch all’apparenza, che, perduta centralità e smarrito l’interesse del momento, non lascia tracce e abbandona il posto al pensiero bilaterale successivo, un nuovo schermo modificabile a piacere ma solo entro limiti già dati. Il gesto non graffia più né la storia né la memoria. C’è la sabbia strana degli immaginari. La televisione è implosa, collassata, frammentata in una marea multicolore. La digitalizzazione del pensiero è una sua reductio ad unum: uno schermo salvifico per istanti o giorni, poi sostituito da un altro schermo e questo sarà avvicendato da uno schermo successivo.
Enorme nel cielo indaco inquinato di polveri su Milano vedo trasparire una sagoma traslucida del giocatore di calcio Mario Balotelli, che ha siglato il secondo goal alla squadra tedesca nella semifinale agli Europei 2012: ha segnato, solitario, al goal si è fermato, si è spogliato della maglietta azzurra, si è messo in posa da Hulk o da wrestler o da esibizionista a un concorso per i body builder, ha gonfiato i muscoli delle spalle e del torace e dell’addome, immobile e statuale, arcaico e tribale, aborigeno e fumettistico, il volto concentrato sul nulla, prima di essere raggiunto dai compagni in festa. Questa immagine è bidimensionale e è apparsa nel mondo sulle prime pagine dei quotidiani stranieri on line e poi di carta, e non solo testate sportive. Essa si candida a preludio del memorabile, ma non supererà mai l’intensità minima con cui la memoria deposita nell’immaginario la sua selezione del mondo.
E’ enorme ovunque questo corpo di carne scolpita, nuda, fiera, c’è qualcosa di primario, c’è qualcosa di contemporaneo che sfugge all’attenzione e subissa il mondo, scomparendo appena appare. Noi stiamo per scoprire la potenza dell’istante in questo tempo…»

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