La vera morte del digitale

Questa, un tempo, la si sarebbe detta storia, poiché, come sempre è accaduto, la storia è storia della morte e delle modalità in cui la morte si declina, seppure sembri che la storia sia il racconto della vita universale, che evita la morte. Oggi c’è un minus di storia, poiché la storia si manifesta attraverso percezioni offuscate rispetto al passato (che è appunto storico) e nuove modalità, le quali si direbbero distrattive, almeno rispetto al paradigma sociale precedente. Ciò che è capitato nella sede californiana di YouTube è proprio lo smarcamento dell’epoca digitale a fronte della morte. Tutto ciò che esprime la youtuber frustrata, che impazzita ha tentato la strage nell’azienda detenuta da Google, è purissima epoca digitale: è la prima volta dell’epoca digitale. La frustrazione emarket della stragista è un unicum, è un primum, proprio nel tempo in cui tutto è primum fino a risultare premium. La morte, comminata nell’epoca presingolarità tecnologica, è una lieve nebula, un cirro in un cielo cromato, un velo di maya sopra l’interezza dell’illusione universale. Accadrà di più e di peggio, come chiaro, ma resta il fatto che la pietra miliare è stata posata, anche se non esiste più la percezione diffusa che esista una francigena su cui contare le pietre miliari. E’ “La vita umana sul pianeta Terra”, per come la preconizzavo in un testo uscito per Mondadori, a partire dalla svolta che impose al mondo qualche anno fa lo stragista norvegese Anders Behring Breivik, con modalità nuove e astratte, con fattualità capaci di annullare la memoria e dunque la storia – un elemento alieno, ultracorporeo, silente e zittente, un’onda anomala di antimateria che pare materia, un disastro privo di desiderio, un’alienazione che cancella i quadri precedenti. Benvenuti nell’accelerazione che mira al download della psiche, benvenuti nell’inorganico umano: il tempo prescrive una severa meditazione, ovvero un silenzio trascendente, che abbandona le parole, per evitare di ritrovarsi al di sotto della soglia delle parole, delle immagini, della storia e, infine, dell’esistenza.

Dove va la vita umana sul pianeta Terra

Questo è il volto di Nikolas Cruz, pluriomicida nell’ennesima riedizione del dramma di Columbine negli States. Ha fatto diciassette vittime in una scuola a Parkland, in Florida. Si può dire che l’immagine frontale è anche un profilo: un profilo psichico. L’esorbitante vuoto che irradia dal suo sguardo è reperibile in ogni sua immagine, rintracciabile in Rete. E’ certamente un lombrosismo, quello che applico, ma in questi tempi di purissima semplificazione dell’umano a un orrido duepuntozero della specie stessa, soprattutto nelle sue evenienze occidentali più spettacolarizzate, una categoria semplificante come il lombrosismo rivela una verità più complessa di quella banalmente riconducibile all’assenza di empatia o alla presenza di psicosi. C’è, in questo sguardo trasognato nel nulla, una verità urgente, di cui le fisionomie sono il portato più letterale e preoccupante. L’accelerazione verso un’esistenza non più embricata con l’emotivo, o con il mistero abissale del desiderio, funziona per memi, per applicazioni unidimensionali di una teoria dell’informazione banalizzante e antiumana. Prima di preoccuparsi circa quanto impatterà sulla nostra vita l’emersione delle macchine, sembra di potere apprezzare un’emergenza del macchinico nell’umano. E’ una costumanza estremamente sconcertante, per chi si è formato in altri tempi e ravvede gli esemplari più recenti alla luce polarizzante di uno svuotamento di espressioni, di posture standardizzate, di salti logici che necessitano una correzione algoritmica. E’ una tendenza che si sviluppa nei decenni, ma che oggi raggiunge un’estensione clamorosa. Il volto non precisamente inebetito che continuamente è illuminato dai device, oggidì, esonda nel tempo che non si consuma davanti allo schermo retroilluminato e disegna un mutamento in direzione dell’alieno, dell’ultracorpo, della mistificazione di se stessi in assenza di se stessi. E’ una norma occidentale, appunto. La risultanza di un’educazione distante dall’elaborazione della storia, dal contatto con la noia e la fatica, dall’unificazione in una personalità della legione che l’io è sempre stato. E’ il Breivik che in Europa ha messo in ginocchio, da solo, un’intera nazione per un giorno e che ha urgenza di espandersi e fiorire in un nichilismo realizzato, di nuovo tipo: ogni strumento vicaria la personalità, che rimane efficace nel mondo, ma essendo strutturata a strappi, a discontinuità, a visioni parziali e assolutistiche. E’ l’umano prima di qualunque ibridazione, che intrattiene con la morte un rapporto casuale, privo di ogni eterogenesi dei fini, una randomizzazione dell’atto vissuto, uno pneuma cattivo. Di ciò non si smetta di scrivere, si continui a percepire l’elemento esogeno, avvertendo il turbamento che ci rende umani e connessi a verità profonde che l’umano lo trascendono, mentre qui non c’è trascendenza, bensì rimozione, negazione, tensione elettrica, priva di direzione. Sono i fiori del male di questo tempo, erano una seminagione nel passato occidentale. Tali fiori ci inclinano alla preghiera e alla più severa delle meditazioni.

Alla Triennale con “La vita umana sul pianeta Terra”.

Non mi ricordo da quanto tempo non leggevo in pubblico: secondo me, da anni. Ho letto ierisera un brano da “La vita umana sul pianeta Terra”, alla Triennale, dove ho partecipato a un incontro sulle periferie, organizzato da Milano Arch Week, sotto l’egida di Stefano Boeri (nell’immagine è la sagoma alle mie spalle), insieme a Paolo Vari (il regista di “Fame chimica”, realizzato insieme ad Antonio Bocola), ad Alessandro Robecchi e a Marco Philopat. La foto, che mi ritrae nelle improbabili vesti di rockstar, è di Enrico Sibilla, autore di uno dei testi per me fondamentali in questi anni, “Il libro dei bambini soli”.

Persistenza e annullamento di Anders Behring Breivik”La vita umana sul pianeta Terra” continua

Anders Behring Breivik

Che cosa sia l’umano alle soglie del suo trascendimento fisico, e quindi psichico ma non metafisico, lo dice questa immagine, anche. Qui io vedo occidente oggi – ed è il motivo per cui ho deciso di affondare la scrittura di “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) nel personaggio vuoto che è costui, cioè Anders Behring Breivik, il massacratore norvegese che si rese responsabile degli attentati di Oslo e della strage sull’isola di Utøya nel 2011. E’ ricomparso in tribunale, sempre in quell’aula, sempre con quello sguardo, sempre con quel braccio, teso però stavolta in altro saluto: direttamente il nazista. Qui io ravvedo tutta la migrazione umana occidentale che stiamo vivendo da dopo Hitler, soprattutto in tempi di accelerazione che si percepisce di giorno in giorno. Le macchine erano arrivate prima, da sempre, non sono quelle che avete in mente stiano per arrivare. Ritengo “La vita umana sul pianeta Terra”, a conti fatti, il mio libro più riuscito, in ogni senso, e, insieme al libro “Hitler”, quello che proprio non avrei dovuto e voluto scrivere.

Tre miei libri, che per me sono i miei migliori

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Sono molto soddisfatto di quanto ho scritto e pubblicato nell’ultimo anno e mezzo: si tratta delle opere migliori che ho fatto nella mia vita. Non sto parlando del valore assoluto di questi libri, bensì della percezione personale rispetto agli altri titoli. “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) è per me, senza incertezze, la cosa più vicina a quanto finora ho sentito essere per me la letteratura a cui potevo lavorare, con tutti i miei limiti. “Io sono” (il Saggiatore), ovvero il saggio su teoria e clinica della coscienza, sistematizza un lavoro più che decennale di ricerca in àmbito psicoterapico e metafisico, e si è trattato dell’impresa intellettuale, ma non soltanto intellettuale, più probante della mia esistenza, oltreché una sistematizzazione teorica di una professione che certamente svolgerò in modo più completo di quanto faccia ora, cioè quella di terapeuta coscienziale. “Etere Divino” (di cui sono coautore con Andrea Gentile e appena uscito per il Saggiatore) è la più radicale tra le proposte di slittamento reciproco tra prosa e poesia che sono riuscito finora a compiere. Da questa soddisfazione, che mai mi sono concesso nella vita, deriva una difficoltà estrema di procedere a un superamento: intendo che tutto ciò va rapidamente trasceso. Dovrei compiere quest’opera di trascendimento con il prossimo libro, la continuazione con altri mezzi del “Dies Irae”, che a mio avviso è il più interessante dei miei fallimenti. Il processo compositivo diviene qui altro, deve divenire qui altro, scarta racconto e stile, procede verso il niente che non è vero che è niente. Di qui, enormi imbarazzi e stanchezze, quotidianamente sperimentate, a cui trovo medicamento in questa strana contentezza che mi danno i tre lavori di cui dicevo prima. Per quanto io sia convinto che, in questo tempo occidentale che vivo, si dia l’annichilamento della centralità del Testo, è curioso che io provi sollievo nella testualità. Quanto a editori e lettori, purtroppo, non so cosa dire: il supposto successo di *pubblico* non è mai stata una mia preoccupazione o un mio desideratum. Tengo però a ringraziare tutte e tutti coloro che hanno e acquistato e letto questi tre libri, che per me sono stati importanti.

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#LVUSPT su Komakino

Grazie a federico, recensore immigrato di http://www.inkoma.com, mio allievo nelle lezioni che ho tenuto all’università di Berlino, che ha recepito “La vita umana sul pianeta Terra” così: “Lo schema di Genna però è paradossalmente sempre solido. Anche gettandosi dall’alto della Torre Galfa a Milano riuscirebbe ad avere una distanza controllata e liquida dal male. Il nostro paese non ricorda da vicino massacri di quella portata. Le ultime tragedie di sangue che hanno coinvolto l’Italia negli ultimi anni comunque poche volte hanno generato una partecipazione di coscienza profonda o capace di andare oltre i livelli della tipica mediazione guidata degli psicologi in TV”.
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Fenomenologia di Balotelli in #LVUSPT

10390061_10203616947931754_3045169227919807739_nDa “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori):

«Il pensiero degli umani non è minimamente riconducibile agli umani stessi. Il mito della storia è imploso, come una piccola carica farebbe crollare su se stessa questa Torre Galfa, svuotata e impraticabile. Il pensiero pare avere perduto tridimensionalità. Un marketing, un multitasking lo ha reso bidimensionale. La mente non ha centro. Ogni evento è uno schermo touch all’apparenza, che, perduta centralità e smarrito l’interesse del momento, non lascia tracce e abbandona il posto al pensiero bilaterale successivo, un nuovo schermo modificabile a piacere ma solo entro limiti già dati. Il gesto non graffia più né la storia né la memoria. C’è la sabbia strana degli immaginari. La televisione è implosa, collassata, frammentata in una marea multicolore. La digitalizzazione del pensiero è una sua reductio ad unum: uno schermo salvifico per istanti o giorni, poi sostituito da un altro schermo e questo sarà avvicendato da uno schermo successivo.
Enorme nel cielo indaco inquinato di polveri su Milano vedo trasparire una sagoma traslucida del giocatore di calcio Mario Balotelli, che ha siglato il secondo goal alla squadra tedesca nella semifinale agli Europei 2012: ha segnato, solitario, al goal si è fermato, si è spogliato della maglietta azzurra, si è messo in posa da Hulk o da wrestler o da esibizionista a un concorso per i body builder, ha gonfiato i muscoli delle spalle e del torace e dell’addome, immobile e statuale, arcaico e tribale, aborigeno e fumettistico, il volto concentrato sul nulla, prima di essere raggiunto dai compagni in festa. Questa immagine è bidimensionale e è apparsa nel mondo sulle prime pagine dei quotidiani stranieri on line e poi di carta, e non solo testate sportive. Essa si candida a preludio del memorabile, ma non supererà mai l’intensità minima con cui la memoria deposita nell’immaginario la sua selezione del mondo.
E’ enorme ovunque questo corpo di carne scolpita, nuda, fiera, c’è qualcosa di primario, c’è qualcosa di contemporaneo che sfugge all’attenzione e subissa il mondo, scomparendo appena appare. Noi stiamo per scoprire la potenza dell’istante in questo tempo…»

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La complessità del male: “La vita umana sul pianeta terra” sullo HuffingtonPost

Non credo che nemmeno ai tempi della pubblicazione di “Hitler” il non-discorso sul male (e, quindi, il non-discorso narrativo), che ho tentato di praticare anche un passo oltre ne “La vita umana sul pianeta Terra”, sia stato intercettato con questa precisione chirurgica, che sfodera Luca Romano nel suo blog sullo Huffington Post. Io sento così *nel testo*, cioè *mentre faccio il testo*. Non si tratta di valore poetico, letterario o tantomeno narrativo. Non si tratta di valore. Ringrazio pubblicamente Luca Romano, che non sa quanto abbia fatto nei miei confronti.

“Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo III – per fredda determinazione. Eccezion fatta per la sua eccezionale diligenza nel pensare alla propria carriera, egli non aveva motivi per essere crudele, e anche quella diligenza non era, in sé, criminosa; è certo che non avrebbe mai ucciso un suo superiore per ereditarne il posto. Per dirla in parole povere, egli non capì mai cosa stava facendo. […] Non era uno stupido, era semplicemente senza idee (una cosa molto diversa dalla stupidità), e tale mancanza di idee ne faceva un individuo predisposto a divenire uno dei più grandi criminali di quel periodo.”

Chiedersi cosa sia il male è da sempre il problema umano. Rientra in quella che è sempre stata una ricerca, una propensione al miglioramento della vita. Hanna Arendt ha aggiunto un tassello, dopo la seconda guerra mondiale, alla comprensione del male, ne ha parlato (nella citazione in La banalità del male) in termini assolutamente innovativi: ci ha spiegato come sia sufficiente la mancanza di idee per permettere ad ogni essere umano di diventare un Eichmann, un semplice burocrate all’interno di un sistema criminale. Se la società ti impone una morale, e se non hai idee, le accetti. Su questo discorso, a distanza di molti anni si innesta un tassello ulteriore che ci porta alla ricerca di comprensione davanti al male odierno.

La vita umana sul pianeta terra (Mondadori) di Giuseppe Genna, non è propriamente un romanzo, ma si pone sulla linea della narrazione, del racconto, e non certamente del saggio, nonostante l’ampio studio dell’autore sul caso Breivik. È un libro che rinuncia alla risposta, e in virtù della domanda procede parola dopo parola verso il lettore e verso altri mondi possibili. È come se Genna stesso volesse avvicinarsi a noi, proprio a noi, non più meri burocrati, non più Eichmann, non più Hitler, non più cattivi né banali, è come se volesse avvicinarsi sempre di più in un abbraccio talmente stretto da farci male.

Ma cos’è il male oggi? Genna parla della vita di Anders Behring Breivik, della morte che egli ha donato con freddezza e precisione, premeditando da anni su tutto, ma anche dei rapporti che ha avuto con le persone, dei viaggi intrapresi per l’Europa per procurarsi le armi o anche soltanto per incontrare una donna. Ma La vita umana sul pianeta terra non è solo questo, è anche la vita di chi, come Genna, negli stessi anni, negli stessi giorni, sta vivendo a Milano, lontano, ma così immensamente vicino all’omicida.

La vita di Breivik è banale, è una vita. Il reportage di Genna si avvicina a tratti ai racconti della Arendt inviata a Gerusalemme per il processo ad Eichmann, per cercare di capire un uomo, per comprendere gli abissi del tempo in cui viviamo. Il giudizio della filosofa tedesca, al contrario di quello di Genna, è definitivo, proprio perché non è raccontato in un romanzo, ma perché è nato dal confronto con la storia della filosofia e prende la forma di saggio.

La narrazione, infatti, è utilizzata con estrema attenzione da Genna per delineare il rapporto che l’intera umanità, sul pianeta terra, ha con Breivik. Molto lontano dal suo predecessore Eichmann, egli non rappresenta più alcuna forma di burocrazia, egli è distante dall’anonimato della scelta, ma è anche lontano dal legno storto di Kant; il suo male non è assoluto. È come se Breivik rappresentasse un male complesso. Genna lo definirà “un Bartleby al contrario” lì dove la scelta sarà evidente e in linea di principio assolutamente inscindibile con il tempo in cui vive, infatti la ricostruzione dello scenario internazionale all’interno del quale sono avvenute le stragi di Oslo e Utoya, si mischierà alla vita milanese e alla quotidianità.

Questo testo non fornisce spiegazioni su cosa sia il male, non parla di teorie, non si presenta come esempio, come invece volle fare di Eichmann la Arendt, ma, proprio come per la filosofa tedesca, chiedendosi oggi cosa sia il male, ci si ritrova in un’aula di tribunale davanti a degli uomini che non sono altro che il frutto di una morale non troppo lontana dalla morale comune, una morale alla quale facilmente possiamo accedere tutti, talvolta senza nemmeno accorgercene. La Arendt trovò come soluzione il dialogo con se stessi, ereditandolo e rielaborandolo da Platone, Genna andrà oltre il consiglio e non proporrà una soluzione; costruirà all’interno del libro il dialogo stesso, rompendo nel lettore il rapporto con la pagina, non più lontana e distante dagli occhi, ma al contrario vicina, stretta tra le nostre braccia.

Perché non possiamo esimerci dal comprendere e chiederci cosa sia il male, se ci sia ancora o se invece si sia oltre. Ed è necessario, per farlo, ricordarci che “Siamo contemporanei ad Anders Behring Breivik. Questo è un fatto“.

“Calvairate”: un capitolo da “La vita umana sul pianeta Terra”

10356309_10203497595588020_6435703589359829490_nCalvairate è il quartiere di Milano Sud dove sono nato, sono cresciuto, ho prosperato. E’ anche un’intrusione continua nei libri che ho pubblicato. Ne “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori) è un capitolo d’addio: un capitolato, una capitolazione. Lo riproduco qui sotto. A chi interessasse: qui le informazioni sul libro.

Sanzio di Insubria, la piazza, è morto per cause naturali, nonostante le droghe e i fumi di crack e le rapine a mano armata, nei Novanta, dove l’Italia iniziava una precarietà dell’immagine che aveva, svaniva e riappariva, non era stabile, i volti in televisione si sovrapponevano, urlavano, all’improvviso c’era un disturbo, una specie di rumore bianco, un silenzio di tutto di tutti e giravi per larghi viali vuoti e nelle piazze erano strani i tossicodipendenti, figure anonime e non significative, poiché l’eroina aveva massacrato, sostanza politica, nei decenni precedenti. A Sanzio era Robertino a rifornirlo di fumo e poi di roba, pesante, pezzi e pezzi, pastiglie, basi.

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La vita umana sul pianeta Terra su Indicedilettura

Stimo non da oggi Antonello Pizzaleo. Le sue letture sono vivificanti. La competenza che qui viene spesa circa la connessione tra “Hitler” e “La vita umana sul pianeta Terra” esprimono una precisione cartesiana e critica che ammiro e di cui ringrazio. Il link su Indice di lettura: qui.

“Ricordo che in prossimità della pubblicazione di Hitler, Giuseppe Genna pubblicò la  vecchia foto  di un bambino molto piccolo: quel ragazzino l’avevo già visto, ma non ricordavo dove. Poi  mi venne in mente la pagina di una storia della seconda guerra mondiale pubblicata da Selezione della libreria di casa, sfogliata mille volte da bambino: quella foto, appaiata al ritratto di un rubicondo piccolo Benito Mussolini, ritraeva un piccolissimo Adolf Hitler. L’effetto è  quanto mai straniante: tutti si sorprendono a meditare come e quando sia avvenuta la trasformazione, per quanto la domanda possa apparire  oziosa, che ha portato il piccolo Adolf (protagonista anche del fondamentale Il Castello nella foresta di Mailer) all’esito noto. La domanda corretta sarebbe invece come e quando il piccolo Adolf sia non-divenuto, cioè sia pervenuto al rango di non-persona, secondo la fortunata espressione di Joachim Fest (si veda la ricognizione dello stesso Genna qui),  a quella condizione nella quale collassano sia la spiegazione causale sia soprattutto la comprensione empatica degli atti di un individuo i cui tratti sfumati potrebbero ricordare quelli del tellurico dittatore Patera,  ne L’altra parte di Alfred Kubin, secondo la classica interpretazione di Furio Jesi. Questo collasso dell’empatia e dell’identificazione fu lo scoglio di Hitler,  la cui sfida mi parve proprio quella di raccontare ciò che non può essere a rigore oggetto di spiegazione , l’uomo e la cosa, lo sterminio, la cui singolarità (in senso fisico-matematico, più che storico) Genna rese con l’intermezzo (e lo stacco quindi) intitolato Apocalisse con figure. Tutto sembra precipitare verso lo Sterminio, nulla lo spiega. La Guerra dei trent’anni e la sua impronta indelebile sulla Germania? Il nazionalismo fichtiano? Il divorzio quarantottesco del nazionalismo tedesco dal liberalismo e la democrazia? Il secondo Reich, nato dal sangue e dal ferro di tre guerre? L’antisemitismo del sindaco Lueger? Tutto si dispone in una serie, ma nulla spiega il buco nero della storia d’Europa. E, ciò che è peggio, nulla spiega come noi stessi oggi siamo qui, e come da quello stesso abisso sia ripartito il tempo storico. È  per me più inquietante questa inspiegabilità  del nostro stesso vivere “nel cono d’ombra dello sterminio” (Buber).  Ciò che rende inquieti è questo, che di fronte allo strappo nel tessuto della spiegazione-comprensione, tutti i tempi sono equidistanti, non c’è sviluppo, non siamo andati un passo oltre la greve sensazione di prossimità all’orrore che domina, per esempio, Il sospetto di Dürrenmatt. Dobbiamo forse intravedere una reversione nel male dell’ immagine sapienziale di un Centro veritativo, sorgente dell’essere da cui irradiano tutti i tempi? Forse è solo una suggestione, ma se paradigmi storiografici collaudati  falliscono e al simbolico subentrano l’analogico e il sincronico, quella che si intravede non è certo “l’impronta dell’angelo”.

Quello strappo è rappresentato nell’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, La vita umana sul pianeta terra  (nella collana “Strade blu” di Mondadori), da Anders Behring Breivik,il massacratore dell’isola di Utøya , la porta vivente attraverso la quale  il nostro tempo comunica con lo Sterminio, l’essere astratto di un nord “già tremendo” da cui sempre di nuovo muove Fenrir, il tristo lupo norreno. Genna mette la ricchezza di registri stilistici dissonanti al servizio di un nucleo di prosa poetica in grado più che in altri suoi libri  di suscitare nel lettore visioni, sogni lucidi, allucinazioni bourroghsiane, incontri soprannaturali. Non vi è trama, (intreccio, plot, complotto), tutto è scoperto, noto. Genna ha denunciato da tempo l’insostenibilità di qualsiasi narrazione che comporti il disvelamento del nascosto, fin dai tempi di Grande Madre Rossa, rinunciando asceticamente di fatto a proseguire in un genere di cui era stato precocissimo maestro. Ma L’oggetto Breivik, (in contrappunto con l’oggetto Giuseppe Genna, presente nella narrazione qui  in continuità con Dies Irae) rende inservibile ogni altra strategia di avvicinamento, a partire da quella genetica: “tutti i traumi sono secondari”, inservibili dunque a spiegare, comprendere. Quel vuoto che è stato, è,  Breivik  è piuttosto la  possibilità che  il nulla dilaghi, che per esempio, una nazione rimanga cieca di fronte ad una concatenazione di delitti a sfondo razzista in grado di spiegarsi da sé.   Il nulla, nient’altro,  dilaga se non vi sono forze in grado di nominare ed integrare, se la discesa al regno delle Madri apre le porte al terrore, se la relazione con i morti non diventa feconda (come ancora Jesi in Spartakus) :  non è un caso che la madre di Breivik possa  ricordare  la mater terribilis  del tragico protagonista della goethiana  Madre notte di Vonnegut, il racconto  della spia americana che si fece nazista e (per il bene?)  accolse in sé tutto il male.  Ora questa eventualità del nulla non è che il fallimento dell’umanesimo  borghese (esattamente la constatazione che portò alla rottura, politica e ideale,  tra Jesi e Kerenyi, come testimoniato dal carteggio Demone e mito), l’ammissione che, nel Doktor Faustus,  Serenus Zeitblom abbia torto e che la disperazione di Adrian Leverkuhn sia l’unica reazione legittima.”

Le biciclette rosse degli anni Settanta ne “La vita umana sul pianeta Terra”

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Da La vita umana sul pianeta Terra:

“Volli una volta la bicicletta: rossa scioccante.
Una volta eravamo nelle cantine dei palazzi milanesi, il piccolo androne semibuio prima dei tunnel oscuri spaventosi e brillavano le biciclette rosse modello Graziella, come uno schiocco di labbra bagnate dalle ciliegie, luminosa modello Graziella con le gomme bianche a piccole tacche zigrinate, in un piccolo androne di cantina nella periferia della città Milano, pavimentata di cemento grezzo con una polvere di cemento che scricchiolava sotto le suole di scarpe da ginnastica comperate al mercato rionale tutti, e la polvere contro i topi fluorescente gialla messa nella giunzione tra pavimento e muro, prima del buio delle porte misteriose in legno di vani cantina contenenti tutto, magiche porte chiuse, penetrante al chiuso il puzzo di ammonio e urina di topo e umana anche e che secondo noi era un odore sessuale, davanti al gioiello della Graziella, rossa come una guancia immaginaria, il mondo immaginato è il più intenso réndez-vous, i pedali pesanti di plastica biancastra avevano incastonate fascette in materiale catarifrangente, arancione, ma era di rosso una vernice speciale luminosa verso i miti e le accelerazioni, pomeridiane, la polvere dei giardinetti, noi già diretti verso i soli in esplosione che immaginavamo, fittissimi colloqui nel semibuio dello scantinato usmando il sesso che lì sicuramente era fatto da uno uomo e una donna sconosciuti, e accelerando nella discesa dei giardini impegnandoci tantissimo con i garretti tesi, a riuscire verso i gruppi che tiravano lo stucco con le cerbottane, a volte con aghi dentro lo stucco, nello stupore, evitando il salice piangente colmo di gatte pelose striscianti, urticanti arancioni, e nere, noi, nessuno tanto indigente e figli della separazione, della macula primaria da cui il vuoto si condensa in un universo e crolla verso la fine propria e degli universi tutti, i supereroi americani sbalzati dal sellino in finta pelle beige e chiodato, il manubrio lucidissimo dove ci guardavamo gli occhi specchiandoci distorti, molte Grazielle distanti dalle madri e fuori del controllo, l’influenza di un’infanzia nella latteria dei ghiaccioli contando le cinquanta lire di lega metallica e pedalando in una gioia esterna dove tutto è tutto, la bambina con le labbra a ciliegia che volevamo baciare sotto l’albero del parco distante, le impensabili mille lire e lei che ciondolava sotto il pino verso la Palazzina Liberty e Demetrio Stratos in una voce infinita che ci spaventò, Dario Fo appariva un enorme coniglio che ride e abbaglia, abbastanza stanchi e sudati nella polvere la bicicletta rossa come uno choc ci riportava a casa, eravamo pochi eppure eravamo tutti, lì, con i supereroi della Marvel, nella meraviglia, oro e azzurro dell’estasi in cieli di cembali sonanti e il legame vitale nella mente, la quale si stava producendo come una secrezione, tra screziature scivolando lungo i muri di mattoni delle case popolari verso polvere gialla fosoforo disinfettante contro l’urina dei cani, andando in direzione padre, in direzione madre, tutti, tutto, trasferendo adesivi dall’uno all’altro, i raggi della bicicletta rosso choc ruotavano in un ordine, la catena della bicicletta con i denti perfettamente intinti nell’olio nero del meccanico, avvertivamo l’oscurità di un ordine che fuggiva nella prospettiva alberata verso casa, tra i molti cani, erano anni Settanta o Ottanta, la risolutezza dei ragazzi verso un tossicodipendente dall’eroina, addormentato non del tutto sulla panchina verde smeraldo, verso la fontana verde scuro e il suo rubinetto dorato a forma di testa di drago, un buco superiore sulla nuca per bere verticale tappando quello inferiore nella bocca, acqua che brillava e le pozze nere avevano dentro le siringhe e il sangue dell’eroinomane per un tratto, miriadi di biciclette rosse e alle caviglie le tramature dei calzini del mercato, rionale, che si teneva in quella piazza mercoledì, merci sommesse, chiacchiere di popolo chiamato a raccolta dentro il ventre del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, sfiorando la sezione del Partito Comunista andavamo veloci incontro alle macchine della Simca e della Fiat, finché uno di noi si lanciò, giù dalle scale, verso le cantine, per otto piani, morendo perché lo voleva e l’accelerazione fu insopportabile e disumana, fummo tutti in un presente statico, grandi, finiti, completati e disegnati dalla storia, nostra e generale, noi non perduti più nei ghiaccioli giallo sole al limone, spalancate le stanze di ognuno di noi entrava il mondo, al funerale ci furono molte persone e la sua bicicletta rossa, un pianto di tutti così, sotto grosse gocce di piovasco e un po’ di fango del prato spelato sulla destra verso via del Turchino, era morto crollando nella sua fine prima di noi e così imparammo la protervia sommaria della fine, di tutto, sotto la casa di cemento e giallo urina, finché fummo lì.”

“La vita umana sul pianeta Terra” su Il Venerdì di Repubblica

Massimiliano Panarari, docente alla Bocconi, intellettuale poliverso e acutissimo, autore de L’egemonia sottoculturale (Einaudi), ha scritto un servizio bellissimo su Il Venerdì di Repubblica, una specie di reportage filosofico dalle stanze diacce de La vita umana sul pianeta Terra. E’ uno degli avvistamenti più precisi che mi siano capitati in questa prestigiosa carriera letteraria, limpida e priva di sussulti, che alacremente e senza tema ho infallibilmente costruito 😀

L’articolo è disponibile in pdf cliccando qui o l’immagine sotto.

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