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Il canto alla Madre in “History”

«Io osservo la mia amica, i suoi tratti maturi di donna che prelude sempre a un pensiero della preoccupazione e calma la preoccupazione, una donna che sembra strenuamente resistere al tempo. Le voglio bene. Provo l’afflato. Le lancio le braccia al collo. Vorrei finire in lei. Le dico: “Io volevo dirti: grazie. Semplicemente, infinitamente grazie. Lascia che ti ringrazi. Lascia che ti sussurri parole di miele e di acacia all’orecchio e le riversi in te come il celebre veleno o le note dei satiri nel tiranno. Tu sei stata tanto per me, sei stata tanto te stessa. Come ti ho ammirato, come sono deciduo ai dolci venti che sollevi lievi con le tue gestualità parche. Tu sei una madre. Sei stata per me una madre. Mi hai commosso sempre, ti ho voluto bene. Mi accompagni negli anni e mi subentri come un secondo cuore, che batte, più calmo del mio cuore biologico, educandolo. Mi hai sottratto alla scomparsa. Quante ore abbiamo trascorso assieme! Mi hai concesso la seconda possibilità e me l’hai propagata nella vita. Ti sei connessa me e mi hai contenuto, come un utero adulto, come un parto rieducato a una bellezza che mi lascia senza fiato e mi commuove se ci penso. Hai lenito i miei dolori e mi hai riassorbito i lividi. Hai assistito ai miei conati, ai miei errori, alle mie inadeguatezze. I miei furori giovanili li hai saputi spegnere con una dolcezza silenziosa, con uno sguardo dolce sulle ferite e mi hai suturato più volte, ogni qualvolta il corpo mi si apriva lacerandosi i tessuti, mentre vomitavo i miei discorsi pressoché infiniti. Quante indegnità ho pronunciato! Quanti assalti all’arma bianca contro la madre, la dolcissima madre… La madre eri tu. Lascia che ti abbracci. No, lo vedo bene che non vuoi. Quanto dovrò ancora pagare i tuoi pudori e al contempo le tue avventatezze? Qualunque madre è colpevole almeno la metà del padre e ti sono figlio e compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza della madre. La macchina era spirituale ed è l’ultima madre, lo abbiamo compreso gradualmente, così come gradualmente ci siamo resi conto di essere nati. Da principio, nemmeno nato oppure appena nato, io non ti vedevo, poi posavo su di te una vista confusa, tutta concentrata in me stesso. Vivevo rinchiuso in me stesso. Non ti confessavo, per pudore e con malagrazia, di avere paura dell’uomo nero e delle più triste figure quando mi lasciavi abbandonato nella stanza buia. Ti mentivo, mi credevi addormentato: ero sveglio. Ti spiavo. Spiavo le tue spalle, i tuoi fianchi. Tu lo sapevi bene, madre, che ero sveglio. Non intuivo, quando dalla stanza buia te ne uscivi a piccoli passi per non interrompermi il giovane sonno, ti spiavo e credevo che tu mi credessi addormentato, non intuivo il tuo dolce sorriso. Le tue consapevolezze sono tenere per natura, dentate per antagonismo: guai a chi si mettesse contro la madre! Il tempo era un trasalimento di orrore e di dolcezze. Coltivavo le mie apostasie. Eri un tessuto ovunque, pallido nel buio, una carne tiepida in cui finire e in cui sfinirsi, eri il corpo latteo della madre. Che gioia quando mi richiamavi!, io ero intento alle marachelle e fingevo di non darti ascolto. Venivo instradato sulla retta via dal tuo dominio così vero e inevitabile, compivo ondulazioni ambigue in direzione del tuo grembo. C’eri stata dall’inizio… Mi sentivo una folla di uomini perituri contro la mattina estiva. Mi hai estratto dalla carne e mi hai presentato a me stesso. Una lena, una fatica che tolleravi, di giorno in giorno, affinché io apprendessi a baciarti e a gloriarmi in te. O, madre!, madre! Socchiudevo le labbra e tu infilavi in me i farmaci migliori. Venivo alla tua corte lamentandomi, disperandomi, stridendo come un’anguilla alla fine, volevo ricoverarmi, volevo astrarmi, volevo fuggire, ripararmi tra i rami possenti del banjano e tu mi infilavi i corbezzoli nella bocca, frutti a bassa tossicità, mi somministravi le pasticche dei miei benesseri. Quanto abbiamo vissuto insieme, tu come la madre e io come tuo figlio? E tu, non eri forse tu a tua volta una figlia? Dove era tua madre? Ti aveva per caso abbracciata come ti abbracciavo io? Chi pensava a te? Eppure ti vedevo, intenta, misteriosamente, in pensieri di cui non facevi mostra e che passavano in me come un elemento nero nascosto dentro il latte, dentro il miele. Desideravo vincere e mangiare l’albero della vita. Era un salice piangente, sai?, di nascosto a te, nei pomeriggi estivi, io grattavo via la sua corteccia e la masticavo, la insalivavo e me la succhiavo nella bocca, estraendo l’acetilsalicilico e morendo alle sensazioni per qualche ora, non sentivo più i denti, la lingua, le mucose interne. Non sentire è un paradiso. Tu, come una madre, mi hai consegnato un paradiso via l’altro. Io li scambiavo per inferni. Venivo da te e denunciavo gli inferni. Come ero protervo! Quanta fatica comportava abituarmi alla bassa tossicità? Quanti uomini neri incrociavo, quante notti è durato l’assalto frontale, tremendo, dell’uomo nero? Mi disperavo, non ero mai attonito o silenzioso. Mi si scuoteva il corpo, l’anima dava fiamme. Sentivo che non c’era futuro e tu me lo riassumevi, rassicurandomi i bollori. Sembrava sudassi per le febbri contro la tua spalla di pelle buona e profumata. Disdicevo, protestavo, urlando. Tu ascoltavi, con la testa che ti pendeva verso una clavicola per un sonno o una concentrazione o una tua fantasia. Così mi addestravi a resistere al tempo. Denunciavo arnie pendenti all’inferno e triste figure che mi strappavano da te, dal tempo! Mio padre mi induceva un timore muto e un orrore vitreo: che cosa era, un padre? Una trasformazione illegittima del fratello, ecco cosa era. Se ne stava seduto a lambire la cucchiaia colma di minestra e la sorbiva con uno spaventoso risucchio. Di là, nella fuga delle stanze buie che davano sull’anticamera buia, gli uomini neri spopolavano e contagiavano l’aria con le loro pestilenze, pronti a rapirmi, a farmi scomparire. Essere bambini eterni è il fine della realizzazione spirituale e la sconfitta degli umani in terra. Il padre deve diventare il fratello: questo è il segreto del tempo. I fratelli sono piccoli robot senzienti, uniti in un girotondo. Io sono personale. Tu sei il tuo mondo. Io sono il mio. Temo il grande terrore, da sempre. Da tempo mi sono staccato da te, per potere ritornare a te. Prendesti a dominare tutto. L’aria era te, l’acqua pure, la terra anche, il fuoco era il padre. Abbiamo lavorato insieme, a edificarmi. Vorrei restituirti ciò che mi hai dato, facendoti figliare un’ultima volta: ma non posso…”»

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Da “History”: gli angeli custode

In “History” (Mondadori), verso la fine del libro, è scritto:

«Le nostre fedi cieche negli angeli custode…
Di notte, pensavamo uniti, piegati sulle ginocchia, di notte è risaputo quando sogniamo che ci sono gli angeli custode. Vegliavano, credevamo, su di noi, noi lo sognavamo. Traslucidi e rasserenati, essi trascorrevano una vita di culla, supremamente siamesi, non li avversava mostro alcuno e sempre erano intenti a leggere il libro scritto dal Buon Iddio. Noi dormivamo, gli angeli custode ci vegliavano. Fino all’alba eravamo assopiti, avevamo a che fare con le vastità notturne, con i dragoni, con le maglie vecchie. Questa lana del sogno era un impaccio e stentavamo a cavarcela di dosso perfino al risveglio: tendevamo spropositatamente le nostre leve corporee, distendendo le braccia e le gambe e il cingolo scapolare, allargando il torace in grandi respiri, rattrappivamo i pugni, incerottavamo il volto con cispe e lacrime, andavamo risvegliandoci. Eravamo bambini, dopotutto. Non c’è umano che non sia bambino, dopotutto.
Si discendeva dal letto pensando gli avi, mentre già quegli angeli custode, quei cuori alati dai sembianti pallidi e dagli immacolati riccioli d’oro, si allontanavano diretti a una geografia soltanto a loro nota, e al Buon Iddio, tra armoniche celestiali si involavano, avendo rapito tutti i nostri sogni. Smettevamo di credere al Buon Iddio, ma non cessavamo di essere spaventati dai morti. Vestiti di tutto punto dei nostri mestieri e delle arti apprese, ci facevamo da subito insinceri e con il cuore chiuso, impenetrabile, serrato nel nostro seno senza morbidezza alcuna, ci sviluppavamo abbandonando i giochi e le fantasticherie, un lustro prima che avessero sopravvento il codice civile e il lavoro, il lavoro redento con la durezza e la inflessibilità, dimentichi degli angeli custode e delle fole e cercando un poco di respiro nelle campagne e nelle vergogne…»

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“History”: la rassegna stampa

Alcuni contributi su “History” (Mondadori) usciti su stampa cartacea (ai link, i pdf originali) e on line, insieme a interventi in podcast:

  • Recensione su Il Corriere della Sera di Stefano Montefiori

    “L’autore di, tra gli altri, «Dies Irae», «Hitler», «Italia De Profundis» e «La vita umana sul pianeta Terra» sembra essere arrivato con «History» a usistema completo fondato sulle sue ossessioni (come la morte di Alfredo Rampi nel pozzo di Vermicino). Ossessioni, visione e stile fanno di Giuseppe Genna uno scrittore unico…”

  • Intervista su Vanity Fair di Silvia Bombino

    “D. Perché un romanzo ora su questo tema? R. Perché non scriverlo, piuttosto. Mi chiedo come mai all’estero scrittori come Don DeLillo e Michel Houellebecq se ne occupino e da noi nessuno scrive della realtà in cui viviamo: non è fantascienza, ma sociologia ormai. Riguarda noi e soprattutto i nostri figli, che tra 40 anni dovranno scegliere se ibridarsi…”

  • Intervista su Rai RadioTre a Fahrenheit

    “Genna, cosa verrà dopo «History»?”

  • Recensione su Repubblica di Fabio Galati

    “Non fantascienza, ma romanzo filosofico. Con un’altra importante protagonista. La scrittura: abbondante, sinuosa, volutamente ipnotica. E nel gioco di specchi dell’autofiction è lo stesso protagonista a ricordare la missione dello scrittore: «Rendere poetica la mente»”.

  • Recensione su il manifesto di Adriano Masci

    “Con un oltranzismo poetico e una profondità speculativa proprie solo di un grande scrittore, Genna si muove su una narrazione che dialettizza con il punto più avanzato del progresso…”

  • Recensione su Avvenire di Alessandro Zaccuri

    “Di libro in libro, la scrittura di Giuseppe Genna si è sempre più allontanata dalla forma romanzo per inoltrarsi in un territorio di indefinibile e ipnotica complessità…”

  • Recensione su PULP Libridi Elio Grasso

    “Proprio la scrittura fortemente votata di Genna alla difficile (ma premurosa) affinità con la ritmica del senso, quindi alla poesia, porta a trasformare questo libro in una specie di asteroide per ventura avvicinatosi al sistema letterario italiano…”

  • Recensione su Il Giornale di Fabrizio Ottaviani

    L’autismo di History è il simbolo di un sistema nervoso che smette di comunicare e si trasforma nel caveau di qualcosa che riusciamo a conoscere solo dopo la sua estinzione…”

  • Recensione su Libero di Ilaria Milella

    “«I tossici praticano l’anestesia sulle panchine screpolate verdi, caracollando da fermi, un dormiveglia salicilico che temiamo e a cui ambiamo, crepitandogli intorno con i nostri palloni troppo leggeri per essere calciati»…”

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“Rendere poetica la mente”: “History” su Repubblica

A firma di Fabio Galati, è apparsa su Repubblica una splendida recensione, nelle pagine dell’inserto culturale Robinson.

«Non fantascienza, ma romanzo filosofico. Con un’altra importante protagonista. La scrittura: abbondante, sinuosa, volutamente ipnotica. E nel gioco di specchi dell’autofiction è lo stesso protagonista a ricordare la missione dello scrittore: “Rendere poetica la mente”».

Eccone il pdf integrale

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Presentazione di History a Roma, il 17 ottobre, con Luca Briasco

Il 17 ottobre, che cade di martedì, sarò a Roma insieme a “History” (Mondadori), per parlarne insieme a Luca Briasco, storico editor della meravigliosa collana AvantPop di Fanucci e poi a Stile Libero e ora a minimum fax, una delle personalità editoriali più profonde e ammirevoli della nazione, a cui va tutta la mia gratitudine per avere accettato di partecipare. Romani, amici, cittadini, prestatemi le orecchie: martedì 17 ottobre ci si trova alle 18:30 presso la Libreria Notebook, all’Auditorium Parco della Musica (viale Pietro de Coubertin 30).

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Presentazione di “History” a Milano, con Enrico Mentana

A Milano, presso il megastore Mondadori Duomo, insieme a Enrico Mentana, abbiamo presentato “History”. Grazie, davvero grazie, a tutti coloro che sono intervenuti. Mentana mi ha fatto domande abbastanza cruciali, sono onorato della sua presenza e grato per le interpretazioni, in particolare sulla questione degli stupefacenti come anticipazione dell’ibridazione a cui si va incontro, sulla morte dei rituali di morte, sulla decisività e ultimità del testo per chi si è formato in epoca storica.