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Esce l’Oscar di “Dies Irae”

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A ruota de “La vita umana sul pianeta Terra”, è in libreria da ieri la versione Oscar Mondadori di “Dies Irae”. Non si può dire “tascabile”, perché sono 779 pagine.
(Mi scuso per il non piccolo spazio pubblicità, ma il libro era introvabile da anni e poi io sono felice per il nuovo romanzo insieme a un romanzo non nuovo).

Dies Irae

Ritorna in libreria il “Dies Irae”

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Il 6 maggio esce “La vita umana sul pianeta Terra” (Mondadori). Il 9 maggio torna in libreria “Dies Irae” (Oscar Mondadori). Era esaurito da anni. Questo è il testo dell’aletta: “Giugno 1981: a Vermicino il piccolo Alfredo Rampi è incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua fine e lo trasformano in un’icona mediatica – Alfredino. L’Italia non lo dimenticherà mai più. È l’alba di una nuova nazione, pronta a varare il suo decennio più patinato e contraddittorio, gli Ottanta. Percossi dalla Storia che stravolgerà l’Italia stessa e il mondo — la P2, la caduta del Muro, Tangentopoli, le guerre di Bush, la crisi — si muovono i protagonisti di questo libro. Paola, in fuga da un trauma indicibile, attraversa il sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam. Monica vive la parabola della buona borghesia, prossima all’estinzione. Lo scrittore Giuseppe Genna tiene a bada gli spettri della sua famiglia e quello di Alfredino, che lo condurranno al centro di un mistero impensabile. Romanzo epico, che porta in scena un teatro umano vastissimo, ‘Dies Irae’ è la narrazione di un terribile trentennio italiano. Una resa dei conti letteraria e civile, che non fa
prigionieri”.

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Il Sistema Politico Sergio Baracco

Molti dei lettori di questo sito sono giovani, o disattenti, o giustamente disinteressati al recente passato, oppure talmenti boccheggianti nell’orrore dell’epoca da non volerne sapere di orrori che hanno preceduto questo tempo. Eppure inimmaginabili OGM umani e spettri fatti di etere e sparati da tubi catodici prepararono, non più di trent’anni fa, l’attuale disastro sociale e tutto italico.
Prescindiamo dai ricordi: cominciamo con un video, così vi orientate. Questo che segue è il noto televenditore Sergio Baracco:

Linkando alla voce Wikipedia relativa al noto televenditore Sergio Baracco, di constatare che lo scrittore viene citato sin dalle prime righe:

È noto in particolare per la sua marcata erre moscia e per il grido “Amici!”, caratteristiche enfatizzate dalla parodia delle sue televendite messa in scena dai Fichi d’India da cui è nata la loro celebre esclamazione “Amici Ahrarara”, per la quale è stato guest star all’inizio del loro primo film intitolato proprio Amici Ahrarara. Il “sistema politico Sergio Baracco” è stato assunto da Giuseppe Genna, nel romanzo “Dies irae” come simbolo di un “canone televisivo”, urlato e truffaldino, della vita pubblica italiana.

Ecco, sotto un ulteriore video, il brano del Dies Irae in cui viene introdotto il sistema politico Sergio Baracco, mentre il protagonista fa le interviste per una specie di Doxa negli anni Ottanta. Eccolo, sotto un ulteriore video.

coverbig.jpgIL SISTEMA SERGIO BARACCO
di GIUSEPPE GENNA

“Se non ci sono le televendite, le guardo, perché altrimenti mi imbarazzo, che ci sono i miei amici, che fanno le televendite. C’è Sergio, Sergio lo conosci?”
Una branca degli intervistati: i divagatori, gli approfonditori. Si pone a fianco di coloro che ti scambiano per un operatore del telefono amico. E’ il tempo in cui gli psicoanalisti hanno perduto credibilità e aumentato le tariffe, le indovine e le maghe non sono sufficienti, e i preti sono considerati antiquati e portasfiga. Si confessano all’intervistatore telefonico. Chiedono consigli, i-ching via cavo, tu sei il crogiolo alchemico dove riversare il letame del loro compost, tradimenti, acciacchi, i figli che non… “Non conosco Sergio, mi dispiace”.
“Sergio! Ma come! Lo conoscono tutti! Quello di Valenza Po, vende i gioielli, non ha la ‘r’, la pronuncia ‘v’. E’ un mio amico. Se ti dico le serate con Sergio…”
Sergio Baracco. Della SM di Valenza Po. Televendite di parure, gioielli che mi sembrano paccottiglia a chili, ti televende pacchi di gioielli, ripete continuamente “Amici!”, poi ti fa la proposta, “Amici!”, infila nel pacchetto da venderti una roba che dice che è prestigiosa, “vubìno vosso sangue di piccione”, è compulsivo, si agita, urla, “Amici!”, dice che ci perde, che ti fa un favore pazzesco, gioielli presentati come appartenessero alla Corona Inglese, e lui per centomila te li dà insieme al “pazzesco, un vevo vubìno vosso sangue di piccione”.

Mi dà l’impressione di uno sniffato. Mi ossessiona dal video. Ultimamente appare al suo fianco un suo amico che dice di essere suo socio, un biondo, anche lui nervosissimo, assomiglia un po’ a Max Headroom, il volto sintetico biondo su Italia Uno, che presenta canzoni e legge notizie assurde con un tono da baritono fallito, una sintassi improbabile e una pronuncia desillabante, e questo amico e socio di Sergio Baracco litiga con Sergio Baracco, il biondo contro il moro, litiga perché le offerte di Sergio Baracco “sono troppo basse, così ci perdiamo”, litigano come litigassero davvero, Sergio Baracco reagisce istericamente, dice che lui sta dalla parte dei clienti, “Amici!” e a volte due volte “Amici!”, la prima urlata e la seconda in tono conciliante, da persona seria, con questo rotacismo che rende tutta la proposta indistinguibile e scivola.
El maschio sta scivolando in una marcata inflessione calabra: “Non me lo puoi dire che non conosci Sergio dei gioielli, che cazzo di intervistatore sei?”
Abituale momento clou dell’intervista telefonica: rischi di perdere l’intervistato, devi dargli ragione, devi essere fine, empatico, schierarti dalla sua parte, altrimenti lo perdi, l’intervista è abortita, tu cali nella media di interviste effettuate, devi stare attento, ti controllano dalla centralina, random, controllano gli intervistatori, come parlano al telefono, se effettuano tutte le domande, se cali nella media di interviste condotte a buon fine forse non ti richiamano, perché sono loro a chiamarti, anche se tu hai un disperato bisogno, anche se per te 10.200 lire sono oro, ti senti schiacciato dal Sistema Sergio Baracco, ti verrebbe voglia di parlare a telefono con il rotacismo di Sergio Baracco, “Buongiovno, sono un intevvistatove pev una vicevca telefonica”, Sergio Baracco è un’ombra gigantesca, il suo sistema di condizionamento a colpi di “Amici!”, la sua politica delle vendite percepisco nitidamente che ha un futuro, le sue vendite sono una politica e questa politica ha un futuro, Sergio Baracco subentra allo yuppismo che è ormai in calo, ai proventi gonfiati da una bolla di economia irreale che sta andando verso l’afflosciamento, 50 milioni di spettatori italiani possono assorbire la visione del mondo di Sergio Baracco e farla propria, adornati di rubini “vosso sangue di piccione”, e io mastico la radice nera del mio tempo.
“E poi?” fa el maschio.
“Il suo programma televisivo preferito?”
“Ho molti amici lì, ne vedo molti se no mi annoio. Comunque il Benny Hill Show su Italia Uno”.
Chiedergli se Benny Hill è suo amico, se fa serate con Benny Hill. Travolgerlo. Triturarlo col Sistema Sergio Baracco. Benny Hill. A questo puttaniere che ha in casa un travesta brasiliano che lo chiama el maschio piace Benny Hill. Benny Hill è un idiota che fa strisce comiche mute a fine secolo (ma questo secolo, non l’altra fin de siècle, quando sarebbe stato comprensibile il comico muto), situazioni brevi che fanno ridere soltanto mia zia Pina. Benny Hill è biondastro e grassoccio ed è l’archeotipo fisionomico dell’inglese. Ha la faccia rubizza e la sua spalla comica è un vecchietto pelato e sdentato, Benny Hill gli batte sempre la mano sulla pelata, si sente il rumore degli schiaffetti, spesso il vecchietto ha un parrucchino e Benny Hill glielo toglie e gli dà gli schiaffetti sulla pelata. Benny Hill con la pancia calciatore che tira un rigore e ammazza il portiere che è il vecchietto. Benny Hill cacciatore nella jungla africana con il vecchietto che fa Tarzan e crolla da una sequoia sbagliando liana ed è vestito con una finta pelle di leopardo che gli va larga sul corpo avvizzito, striminzito. Benny Hill che si presenta alle elezioni e il candidato opposto è il vecchietto e Benny Hill è nominato premier inglese e prende a schiaffetti sulla nuca in Parlamento il vecchietto, togliendogli la tuba. Benny Hill nominato premier.
Benny Hill nominato premier.
“Hai finito?” chiede el maschio, ma il tono non è irritato o stanco, continua a rispondere, se no si annoia.
“Ancora qualche domanda sui consumi”.
“Che consumi?”, sospettoso, adesso gli chiedo quanti grammi di bamba si fa al giorno, se il travesta pippa.
“Che cifra mensile destina all’alimentazione?”
“Che cazzo ne so? Devo stare lì con la calcolatrice? Quando ho fame, mangio”.
“Il prodotto che acquista più spesso”.
“Sottilette Kraft”.
“Acquista dischi, film o libri?”
“A me piace la lambada, ma non ho capito il gruppo, non sono andato a prendere il disco”.
“Kaoma”.
“Cosa?”
“L’originale. La lambada è dei Kaoma”.
“Aspetta che scrivo, mi piace troppo”. Rumori indistinti. “Scrivi lì”. Lo sta dicendo al travesta. A me: “Ripeti, lettera per lettera, che poi li prendo”.
“K-A-O-M-A”.
“Comunque mi piaceva il corvo Rockfeller, ma non fa più dischi”.
Un pupazzo mi pare dell’84, una scoperta di Pippo Baudo per Sanremo, un ventriloquo che non lo era, apriva semplicemente la bocca e faceva una voce distorta e rauca, e muoveva questo pupazzo irritante che si muoveva e si comportava con la stessa spocchia di Fonzie. José Luis Moreno, ecco come si chiamava. Scomparso. Scomparso con Rockfeller, si sarà riciclato in Argentina, quei fenomeni che girano le tv planetarie come fossero animatori da crociera. 50 milioni di spettatori italiani ipnotizzati dalle cazzate rauche del corvo Rockfeller che si metteva la mano sul pacco e sbullettava rauco.
“Comunque l’ultimo che ho preso è Salvi, C’è da spostare la macchina”.
Segno: Francesco Salvi. C’è She drives me crazy dei Five Young Cannibals, ma questo compra Salvi. Gli mancano i Milli Vanilli, i sovrani della farloccheria. Il futuro è loro. La loro politica delle vendite di copie (a centianai di migliaia) e la vendita di una politica che io sento avere un futuro, si sta spalancando. Trionfa inarrestabile il duo dei Milli Vanilli. Centinaia di migliaia di copie di Blame it on the rain. Non soltanto in Italia – in tutto il mondo. Li vedi ritirare dischi di platino. Sembrano due travesta brasiliani. Io so (lo so per amicizie nel giro dei discografici, a Milano chiunque o lavora in pubblicità o in discografia) che i due finti travesta nelle loro canzoni ci mettono solo la faccia, la voce è in realtà di un trio di cantanti dietro le quinte, i Milli Vanilli muovono solo la bocca (la notizia diventerà pubblica di qui a qualche mese, lo scandalo che ne segue provoca un forte esaurimento nervoso per uno dei due componenti del duo, che di lì a poco preferirà il suicidio alla vergogna. Tristi storie fine Ottanta).
“Basta? Finito?” chiede el maschio.
“Sì, la ringrazio della disponibilità e la saluto”.
“Eh, no”.
Eh, no. Quand’è così, stai tranquillo e non reagire, la società ti ha detto durante l’addestramento (due giorni di addestramento, serve addestramento per fare domande al telefono e barrare caselle) che per qualunque problema la società ti è dietro, sei coperto.
“Prego?”
“Tu adesso mi devi ringraziare in un altro modo”.
“Gliel’ho già detto, la ringrazio…”
“No, tu mi devi ringraziare davvero, devi essermi grato. Dimmi che mi sei grato”.
La coordinatrice è una nana e io so che ora mi sta ascoltando. E’ risaputamente una troia, ha cinquant’anni, suo figlio è tra gli intervistatori e a fine serata fa la spia a sua madre. La puttana, se sgarri, non ti richiama o ti richiama quando proprio sono a corto di intervistatori.
“Tu mi devi dire che mi sei molto grato per avere risposto alle tue cazzo di domande. Mi hai interrotto e mi hai fatto perdere tempo. E devi ringraziare anche la mia compagna”.
Devo ringraziare anche la travesta.
Devo amplificare la mia presenza nel mondo, allargare il senso di esistere, e compilare miliardi di pagine nel libro nero del tempo, e percorrere la curva schiena del tempo che volta un decennio nel successivo, e devo resistere dal suicidarmi come quello dei Milli Vanilli, per l’odio e il disagio profondo e l’ansia e la penuria di soldi e l’esposizioni ai raggi di questa materia indegna in cui mi muovo, magro, con i buchi nelle tasche dei pantaloni di cattivo velluto presi all’Oviesse, i testi di filosofia inutili che sto studiando in facoltà e gli esami su Platone esoterico che mi conducono a follie immaginative e alla radicalità di un precariato perenne, devo amplificare le forze e resistere attraverso gli strategemmi di un’intelligenza acuminata, tesa contro il prossimo, schierata in avanguardia per perforare i giorni, schierata contro di me, la fatica, l’ansia, l’inutilità, le voci dei morti, la nonna Gisella continua a lanciarsi dall’ottavo piano nel ralenty mentale, Alfredino crolla nel pozzo, continua a crollare nel pozzo e il cadavere indecomposto di Gino è ritto nella stanza gelida chiusa nell’appartamento popolare dove tornerò tra un’ora, a bordo dell’Autobianchi che imbarca acqua e fa marcire la moquette e puzza.

Lo mando affanculo.

[Prima edizione su Web: 3 aprile 2010]

Dies Irae

Canenero dei Subsonica (ispirata al Dies Irae) vince il premio Amnesty!

eclissi_diesirae.jpgPuò uno scrittore essere felice? Restringo il campo: posso io in quanto scrittore essere felice? Difficilmente. Ma oggi sono felicissimo. Il prestigiosissimo Premio Amnesty Italia 2008 è stato assegnato al brano Canenero dei Subsonica, dall’eccezionale album L’Eclissi. Canenero nasce da una suggestione che il gruppo torinese ha mutuato da Dies Irae: questa disseminazione, questo dialogo prima silenzioso e poi esplicito con altri artisti che praticano un’altra disciplina e trasformano il mio testo in un capolavoro musicale, che va a vincere un premio che simbolizza ciò che io penso essere autenticamente “il politico” – tutto ciò mi rende felice.
Da Canenero ho tratto una installazione. Qui sotto, i link per vederla.
In calce, il comunicato di Amnesty.
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – versione html
CANENERO – da L’eclissi dei Subsonica – file .exe per Pc
I SUBSONICA VINCONO IL PREMIO AMNESTY ITALIA 2008 CON IL BRANO “CANENERO” TRATTO DALL’ULTIMO ALBUM “L’Eclissi”
I Subsonica, con “Canenero”, sono i vincitori della sesta edizione del Premio Amnesty Italia, indetto nel 2003 dalla Sezione Italiana di Amnesty International e dall’Associazione culturale Voci per la libertà per premiare il migliore brano sui diritti umani pubblicato
nell’anno precedente.
Prima dei Subsonica, avevano vinto il Premio Amnesty Italia Daniele Silvestri (“Il mio nemico”, 2003), Ivano Fossati (“Pane e coraggio”, 2004), Modena City Ramblers (“Ebano”, 2005) e Paola Turci (“Rwanda”, 2006) e Samuele Bersani (“Occhiali rotti”, 2007).
“E’ un onore di quelli grandi ricevere da un’istituzione come Amnesty un riconoscimento così” – hanno dichiarato i Subsonica – Da un lato perché scrivendo una canzone su uno specifico tema, come ad esempio questo degli abusi sui minori, non ci si chiede mai quanto in concreto saprà smuovere interesse o suscitare riflessioni. Altrimenti ci si blocca e non lo si fa più. E dall’altro perché Amnesty International, puntualmente presente nella tutela dei diritti delle persone, si dimostra rapida attenta ed efficace nell’individuare tutti i significati del termine ‘violazione’, per i quali purtroppo non sempre occorrono dittature o prigioni perse in capo al mondo. La violazione dei diritti può avvenire tra le pareti le domestiche come in una qualsiasi caserma di un paese democratico e purtroppo può riguardare ognuno di noi in qualsiasi momento. Ringraziamo, quindi, Amnesty International per questo premio, ma non solo”.
“Canenero ci parla di uno dei peggiori incubi che possa segnare la storia di un bambino: un abuso da parte di un adulto” – ha dichiarato Paolo Pobbiati, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. “Si tratta di una delle forme più feroci di violenza, perpetrata nei confronti di un soggetto debole e indifeso. I Subsonica hanno avuto il coraggio di utilizzare la musica per raccontare quanto questo fenomeno sia diffuso e presente anche in realtà apparentemente normali, per ricordare quanti ‘cani neri’ stiano sbranando il futuro di tanti bambini”.

Dies Irae · Hitler - romanzo

Il romanzo Hitler sul “Corriere Adriatico”

hitlercovermedia.jpgDevo ringraziare il Corriere Adriatico e in particolare Alessandro Moscè per l’attenzione e lo spazio, oltre che la capacità di acuta analisi, dimostrati nei confronti del romanzo Hitler. Moscè è un critico noto, con alle spalle un’importante serie di saggi e introduzioni (per esempio, quella alle poesie di Alberto Bevilacqua). Mi risulta fondamentale lo spazio che la stampa locale ha speso per recensire il libro: la capillarità della critica in àmbito mediatico locale è uno dei segnali più importanti per la diffusione e la militanza della produzione culturale nel Paese.

Hitler: raccontare il male attraverso un romanzo

di ALESSANDRO MOSCE’
Il male, l’uomo del male per eccellenza, tra deliri di grandezza e improvvise abulie, tra guerra e disfatta: Giuseppe Genna, narratore nato a Milano nel 1969, ha scritto un romanzo biografico dal titolo Hitler (Mondadori, Milano 2008), che decifra un confronto serrato in ben 600 pagine, un pretesto alluso con l’incipit della narrazione che è tutto un programma: “Confrontatevi con lui. Considerate se questo è un uomo”. La non-persona cresce e si nutre di sogni eterei, di male nel male, di frustrazioni. Genna è documentato, non inventa nulla. Include particolari della vita privata di Hitler, più o meno noti, ma significativi per raccontare un’evoluzione temporale. Il romanzo non sbava, è efferato come il suo personaggio estrapolato dai noti saggi. Ma la ricostruzione non è facile per un romanziere, perché smontare una finzione senza essere uno storico, implica una capacità attitudinale e uno studio preliminare (che di solito gli scrittori sentono come un peso). Non c’era bisogno di questo romanzo, perché una trattazione dell’esistenza di Hitler non aggiunge nulla di nuovo alla produzione narrativa italiana di oggi, né tanto meno alla cognizione del personaggio storico in quanto tale. Però Genna è bravo nell’inquadrare il germe che finirà per annientare un popolo. Ha ragione quando dice che Hitler è un problema metafisico (lo ha dichiarato in un’intervista apparsa su Booksblog). “Non tentare di spiegare Hitler è una condizione penosa e tuttavia necessaria”. Fare il male per farlo: ecco cosa emerge dal romanzo distinto in capitoli veloci, ficcanti, in un linguaggio denso e scabro allo stesso tempo, ritmico, come nel resoconto della morte del dittatore, nell’elencazione del buio, dei lampi, del fuoco bianco, del corpo che brucia, che si decompone, della cenere che si alza. Il merito di Genna è di aver evitato, sul piano ideale, la mitologia del male. Non ha concesso nulla ad Adolf Hitler, che viene raccontato dall’infanzia che lo forma, dall’adolescenza che lo corrode, fino all’incredibile successo politico e allo scatenarsi del non-essere come cifra assoluta dell’umano. Certo, possiamo farne a meno di leggere quello che sapevamo, ma Genna è efficace nel cogliere i gesti, e ancora di più nello stigmatizzare i prerequisiti che rispondono, implicitamente, ad un’attesa del lettore. Definire per correre sul filo del personaggio, tra registri espressivi (letterari) e caratteriali (rappresentativi). L’elemento energetico scaturisce da tante curve, disegni, premonizioni: “Adolf Hitler preconizza il futuro, lo fa fiorire dal suo costante inizio, da quando ha iniziato: da sempre, da prima che esistesse lui. E’ percorso dal monologo omicida dell’Europa che lo figlia. Incarna duemila anni che ne fanno l’invaso. Nessun demone al di fuori dell’Occidente intero parla attraverso le sue vibrazioni vocali, atone e gelide”. Se la pratica del libro fa affiorare la verità comune, la contrapposizione tra bene e male è uno specchio contro specchio. Genna scrive che nella Germania nazista esisteva solo lui, il Führer, “l’uomo solo di fronte al suo tempio rarefatto, penetrabile, ominoso”. Può essere retorico e antiromanzesco, ma l’autore ha detto di aver voluto estrarre la carie che continua a molare l’immaginario collettivo. Il risultato narrativo rimane come una voce tra le altre. Non è un risultato banale né esaltante. Ma neppure enfatico. Genna è un narratore vero: di ambientazioni, di tensioni, di intolleranze. Lo avevamo già scoperto con Dies irae (Rizzoli, Milano 2006), dove i personaggi si aggirano dentro e fuori la storia, dietro le quinte. Un romanzo storico e borghese, horror e metafisico. L’Italia si scopre all’alba di se stessa, moderna ma inefficiente. L’incipit rievoca la tragedia di Vermicino del giugno del 1981, con Alfredo Rampi, di appena sei anni, che rimase incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontarono la sua fine trasformandola in un’icona mediatica. Fu quello l’inizio dell’era del satellite.

Dies Irae · Hitler - romanzo

Con Hitler, insorge postumo e attuale il Dies Irae

diesirae_hitler_genna.jpgCosa sta succedendo? Sia sul piano privato sia sul piano pubblico sta accadendo che, al pari delle acque smosse dal romanzo Hitler (Mondadori), sta salendo a galla il Dies Irae (Rizzoli), il mio libro che precedeva quest’ultimo: soggetto, stile, argomento, piani strutturali clamorosamente differenti dal romanzo Hitler. Mi arrivano e-mail a iosa sul Dies Irae, lettori si lanciano in paralleli illuminanti sui due libri (alcuni contributi li ho pubblicati qui e qui, ma ne metterò on line altri, particolarmente sconcertanti). Antonio Scurati, in un elzeviro illuminante su La Stampa circa la vicenda dei due fratellini di Gravina, cita l’incipit del Dies Irae, che concerne il dramma di Alfredino Rampi. Ho i miei motivi per ritenere che il Dies Irae sia un libro che crei “affetto” e “identificazione”, mentre Hitler è proprio l’opposto: è il libro che non deve creare piacere, affettivizzazione, immedesimazione. Però questa coincidenza è abbastanza allibente per il Miserabile sottoscritto. Ho già ringraziato i Subsonica per Canenero, l’eccezionale pezzo ispirato al Dies Irae e inserito nell’ultimo loro album, L’eclissi (ne ho anche tratto una “installazione”). Ora devo ringraziare i Baustelle, che hanno realizzato Alfredo, splendido pezzo che sta tra De André e Pasolini, e, mentre, scalano le classifiche con l’album Amen, continuano a citare il Dies Irae proprio a proposito di Alfredino e del momento storico italiano in cui la tragedia del piccolo Rampi avvenne (è proprio il fil rouge del D.I.).
Assieme ad Alfredo, che traggo da YouTube, sulle medesime frequenze si presenta il reading/performance, un mix di rime a filastrocca (di cui non sono autore e che sono splendide) e di estratti letti dal Dies Irae, a cura di Cevor1981: un lavoro artistico di cui non è possibile ringraziare l’autore (o gli autori) e che risulta davvero particolarmente impressionante.
Qui sotto, i due video. In queste parole il mio ringraziamento che, spero si avverta, corre sotto le parole stesse.

Baustelle – Alfredo – da Amen

Cevor1981 – Dies Irae