Autore: Giuseppe Genna

Writer & consultant

Il vero made in Italy: i giovani di 40 anni e altre iniquità

Questo clamoroso e vergognoso risultato di questa clamorosa e legittima ricerca, che chiunque di noi poteva realizzare da se stesso nel corso degli ultimi decenni, senza ricorrere a nessun istituto di rilevazione o interpretazione sociologica, è un ossimoro tutto italiano: il giovane a 40 anni, peraltro nemmeno autonomo. A cosa hanno pensato negli ultimi trent’anni le grandi menti politiche, filosofiche, analitiche, economiste, psichiatriche? Non era prevedibile un simile risultato, a partire dal referendum sulla scala mobile voluto da Craxi o dall’evenienza parziale di Tangentopoli o dallo sgonfiamento della prima bolla digitale? Questi pezzi di merda, assisi in qualunque istituzione, a occupare posti in cui dovrebbero essere convocati animi profondi e intelligenti, con quale coraggio persistono a commentare, a indicare strade e a emettere fumigazioni da esorcista di Zagarolo? Dico tutti: gli storici giornalisti, gli storici commentatori, gli storici rilevatori, gli storici autori, gli storici filosofi, gli storici tycoon, gli storici sociologi? E’ da decenni che questo frutto maturava già marcio e chiunque poteva accorgersene. L’Italia è una nazione in cui il gioco è eterno e si consuma al di fuori del campo di gioco stesso, tra amache in stile brillante e battutine ed eventi vuoti, di pura bolla. Ci sono vittime in ogni fascia, in ogni classe, chiunque è toccato da questa deriva che, se viene indicata anzitempo, merita a colui che la predice il titolo di apocalittico: donne che mantengono a centinaia di migliaia nuclei familiari, donne con figli e senza compagno (o compagna) prive di lavoro, e, certo, giovani, una fascia abnorme che possiamo qualificare tra i 17 e i 40, appunto, secondo la tassonomia tragicogrottesca del made in Italy. A fronte di un’intera popolazione che è stata lasciata (e, anche, si è lasciata da sola) in condizioni avvilenti, drammatiche e angoscianti, lo stuolo dei piccoli e meschini addetti alla spettacolarizzazione della realtà, gli impiegati del sistema valoriale ipocrita (“L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”? Ma vaffanculo…), i propalatori del pubblico contagio di idiozie malevole e di trash demonico, i funzionari dell’orrore le cui firme e i cui volti continuano ad apparire, sempre più distorte e crepati dall’età che dall’ignominia, in una sorta di riciclo di quelli che i soldi ce li hanno o li fanno e gli altri si fottano. E’ la storia di una rivoluzione mai avvenuta o, sia detto per i più ottimisti, mancata. Non si ravvedono forze sociali in grado non dico di ribaltare l’ordine stabilito del reale, ma anche semplicemente di manutenerlo: attendete qualche altro anno di automatizzazione e ricollocazione del denaro su altri supporti e in altri algoritmi, e misurerete. Arriva il solito idealista facilone e ti chiede: e tu, Giuseppe, tu, cosa proponi? Propongo il comunismo: questo propongo.

Consulenza esistenziale: a chi serve

Se dovessi mettermi nel punto di osservazione di un counselor (il che in parte sono), o perfino di uno psichiatra o psicoterapeuta, adotterei una fenomenologia ben diversa da quella di scuola (freudiana, junghiana, lacaniana, cognitivo-comportamentale), scartando le categorie delle difese nevrotiche e delle eccezioni parapsicotiche. Direi che le persone che si rivolgono a un professionista per un aiuto, a oggi, sono inseribili in tre fasce problematiche, che coincidono con lo statuto anagrafico ed esperienziale: ci sono le persone che arrivano al prepensionamento, al pensionamento o comunque in uscita dal sistema produttivo, il cui problema non consiste soltanto, come era un tempo, nella domanda su cosa fare, bensì sono di fronte all’impossibilità di dare un senso retroattivamente a ciò che hanno compiuto nei decenni, il che costringe ad affrontare un momento buio quanto a senso, identità e autocollocazione nel paesaggio mondano in cui non smettono di essere iscritte; ci sono le persone under 60, che includono la mia generazione e quindi me direttamente, esposte all’impossibilità di fare fronte al senso nel mentre lo si vive in un sistema produttivo impazzito, che impone una serie di effetti collaterali impressionanti, dai mutamenti di grammatica dell’agire a quelli etici alla necessità di affrontare transizioni identitarie di eccessiva portata, il che crea nichilismo e malessere, crollo dell’autovalutazione, in generale una condizione da entità aliena in un mondo troppo veloce, a cui si fatica non soltanto a stare dietro, ma a stare dietro provando senso e desiderio; infine c’è la fascia più ricca di questioni irrisolte e soggetta a trasmutazioni, delle quali non può rendersi conto, poiché vive da sempre nella trasmutazione continua e non è stata mai immersa in un canone, in grammatiche “dure” e in qualche modo lente a evaporare – ed è la fascia degli under 30, il cui sistema osseo, il che è una metafora per le competenze emotive e cognitive, è cartilagineo, una situazione che determina un malessere di cui si fatica ad accorgersi, poiché l’emotivo è uno sconosciuto e ne spaventa la gestione, un’adolescenzialità è protratta (in questo caso “adolescenza” è una metrica del passato che fu, una determinazione a partire da categorie oramai superate), l’incapacità a resistere allo scorrere del tempo è comprovata, con enormi danni per le persone, e le abilità relazionali sono impallidite e faticose da attivare e manovrare. Queste tre popolazioni esprimono richieste urgenti e disagi acuti, a cui è necessario rispondere con ben altre grammatiche rispetto al passato. Per esempio, la narrazione di se stessi è fondamentalmente liberatoria e automaticamente foriera di soluzione realistica dei problemi. Va affrontato il dato esistenziale, in termini di autoconsapevolezza e di attenzione alle risorse di libertà – poi, se si vuole praticare una psicoterapia, lo si faccia, ma si abbia l’accortezza di misurare se una psicoterapia, al giorno d’oggi, non invada il campo di una riflessione esistenziale, che ha le sue tecniche, di cui la psicoterapia nulla sa. Se volete, apro lo studio e iniziamo le sedute.

Tempus fugit: Starsky & Hutch

E’ diventata “virale” la fotografia degli interpreti di Starsky & Hutch, uno in carrozzina, inabile a camminare, l’altro lo spinge. La tenerezza degli anziani!, degli amici!, l’amicizia tra divi!, la nostalgia di un tempo trascorso!, il nostro immaginario che fu!, quanta malinconia nel ricordare l’emittente unica che era quella scatola, spesso Brionvega e Telefunken, quando non c’era la Rete! Era un mondo più calmo, ad altezza me stesso. Fruibile e alla mano, esso distava anni luce dalla decomposizione in vita delle carni, da quel gonfiore di ristagno sanguigno nelle caviglie macerate del biondino, oggi ridotto a una ritenzione da leone spiaggiato, da diabetico all’ultimo stadio, irriconoscibile il pigmento della capigliatura, un tempo sbarazzina e tirabaci… Il suo giubbotto in pelle si è scamosciato nel corso di quarant’anni. Il suo sguardo è ancora assetato di se stesso, cioè di spettacolo, e infatti viene sospinto da paralitico verso una convention dedicata al duo, che si muoveva agilmente tra le strade californiane, a bordo di una Gran Torino, un’auto mitologica e sfruttata per imporla all’intelletto generale. Più radi i ricci del più ulisseo della coppia, lo sguardo ancora sveglio, nonostante la sfinitezza che comunica l’occasione della reunion: gli attori impelagati, pasticciati con il loro ruolo, il successo ottenuto una volta per sempre, le vicissitudini nascoste dall’esecuzione del copione, le persone annullate dai personaggi e riportate a cruda semivita dall’orrore imposto dal tempo che passa. Questa implacabilità è consona ai tempi che viviamo, il cui significato risiede, per una buona metà, dal rimpianto di epoche decennali oramai inesplicabili a chi è nato a contatto col digitale, col brand new di un tempo che sembra definitivo, perché ci pone fuori dalla storia pesante e oppone alla Gran Torino le Smart del car-sharing. Fa tutto molta tenerezza e molto schifo, queste sagome potrebbero essere reinterpretate da un Durer contemporaneo o tornare a riapparire sulle pagine di un “Cioè” riattato all’epoca social. Ecco una verità del testo, che oggi è così secondario, così minoritario, così trascurato: la lingua che passa ci consegna un oggetto che non passa e il cui avvizzimento non ha alcun rapporto con le spoglie mortali di Gadda o Pasolini. La malattia della memoria, questo conato compulsivo al ricordo, che dovrebbe determinare un’identità, trova oggi un farmaco che aggrava la condizione generale del paziente e i cui effetti collaterali sono molto potenti: la storia è passata, si ha la sensazione che non siano passate una storia o molte storie, ma addirittura l’atteggiamento generico nei confronti della Storia. Testimonial di questo fatale trascorrimento, che è un passaggio verso un’epoca che inaugura una nuova serie di epoche, imparagonabili a ciò che fu nelle civiltà contadina industriale e terziaria, le due figure incerte degli umani masticati da tempo e spettacolo, si avanzano coetanei a me, nonostante vantino tre decenni più della mia anagrafe. E’ questa la soglia del vivere nuovo, disabitati e disabitanti, è questa la fine ingloriosa ma “virale” della risorsa umana, che rimane risorsa si fa per dire ed è umana soltanto per gli acciacchi e le gravi patologie fatte oggetto di riprese fotovideo. Il tempo è pronto a uscire di scena, la prossima grammatica sarà dilazionare la morte, ovvero l’autentica verità dello spettacolo: dilazionava la morte. Tempo e spettacolo sono qui e ora unificati. A tutti molce il cuore la visione di se stessi in una natura, se non morta, morente. Ci si prepari: sta andando a scadenza anche questa mozione di affetti, verrà toccata la biologia e le chemioterapie saranno sempre più dolci ed efficaci, per indurci a visioni e sentimenti distanti da quelli che sperimentammo noi, l’ultima generazione a morire precocemente.

Apocalittica provvisoria dell’uomo psichico sconfitto

numero-61di GIUSEPPE GENNA | da Nuovi Argomenti, n° 61/2013, “Supernova”

Vado a un luogo che non posso rivelare.
Il tempo che resta per andare al luogo segreto e finale è minimo e congestionato nello spazio da migliaia di veicoli che intasano le circonvallazioni e il cielo tuona e crepita una minaccia vuota di pioggia inacidita e letale solamente per me, me e il mio veicolo a due ruote, e che gracchia, arranca, si era rotto ed è stato riparato male, manca tempo pochissimo e non è assicurato che io arrivi al luogo fatale, dove accadrà l’imprevedibile e orrendo, laddove la fine è imprevedibile e orrenda per la comunità tutta. (altro…)

“LA RISORSA UMANA”: una poesia

LA RISORSA UMANA

Distante la sponda, di provenienza, nero e vivo
il corso della fiumana, tu cadavere, o come tale,
ad attraversare la corrente del pensiero fisso.
Mura di case, ampie, in cemento ed egizia
la betoniera nell’infanzia
madre di tutti i diritti, e degli empiti,
è sempre stato precipizio vivere, madre,
poco amore, pochissimo amore
tra le cose ciniche e fitte
finché si arroventò: rovesciandosi.
Da un futuro mi provengono i volti, amari, gli empiti, le cose fitte
e di passato in passato sono stato erede di quanto bastava
e non basta più: evo per evo, e di volto in volto,
un adulto, visto di schiena, cammina, tra le tracce
in una svolta di città deserta
di città ebete
tra fogliame accartocciato in ruggine che brucia
nella pioggia che rende più deserta la pioggia
io, pronominale, tra ammoniaca e fremito,
privo di monili, di lavori, quasi Creso
non avesse nulla. Si fa portatore
di polline la natura
del polline. La terra è i mercati.
Compagni, dove siete? Dove andate, ignoti?
E’ caduto il diritto delle genti
in un disuso, dove piove, sterile sui terrapieni
tra Darsena e me, la risorsa umana:
era Milano un bilanciamento di dominazioni incomplete,
era Milano fisso stellare occhio serrato che spalanca dentro,
era dentro niente, io, me, uomo e prezzo,
salutavamo i nipoti sui prati dietro casa la vigilia assolata e i nuovi bambini,
i nuovi bambini stanno lavorando al guasto.
O dominazione!

Dal 2009 a oggi

Qui sono al San Fermìn, trattoria bar accanto a casa mia, nel 2009, al cospetto dello chef basco Ignaki. In quel momento andavo a essere privo di lavoro, per rimettermi nella costante, direi perenne, situazione di affanno di chi cerca la sussistenza, provenendo da un terziario avanzato che concede sempre meno guarentigie – ero, in pratica, pronto a non sapere dove sbattere la testa. Trattandosi dell’anno precedente il 2010, l’anno davvero fatale, che secondo me ha mutato in Italia geneticamente le antropologie e le relazioni, comprese quelle lavorative, la mia disperazione veniva molcita dai rapporti umani e dalle strumentazioni che un tempo pregresso consentiva di impegnare – Ignaki mi offriva il caffè gratis, a volte anche la paella basca. Oggi mi pare tutto diverso, più duro e livido, da affrontarsi con strumentazioni e rapporti che hanno sì dell’umano, ma si tratta di un umano differente, modificato appunto, abituato a frammentazione e incapace di offrire zone di silenzio prestabilito o anche soltanto un poco stabile. La storia di questi ultimi sette anni, che include il drammatico decesso del cuoco Ignaki, è per me una vicenda in qualche modo ardua, perché di profonda trasformazione dei canoni e dei paradigmi a cui ero abituato. L’esposizione a fluttuazioni e aggiustamenti identitari, personali e collettivi, segue il ritmo di un’accelerazione che comunica disagio quanto esaltazione e impone degrado quanto buona sorte. Prima del 2010 era, in pratica, aura di una certa innocenza, di una certa infanzia. Non si può che accettare la sfida, ma non è più questione né di vincerla né di perderla – è questione di *passare del tempo*, di tempo che passa a una velocità diversa e maggiore, di fare passare il tempo: bisogna mangiare la fame di tempo che abbiamo.

Prefazione a “Non Dualismo” di Nisargadatta Maharaj

E’ in libreria Non Dualismo di Nisargadatta Maharaj (il Saggiatore), un testo che raccoglie gli ultimi dialoghi del grande maestro advaita. Il volume è corredato da una prefazione a mia firma, che qui riproduco e che dialoga con il saggio Io sono, pubblicato dal medesimo editore.

L’indagine oltre l’io, oltre l’illusione
di Giuseppe Genna

Che cosa si intende per Non Dualismo? E’ un viaggio alla scoperta della natura della mente. E’, questa, una delle molteplici sintesi possibili di una disciplina che soggiace alle filosofie più rigorose e alle pratiche psicologiche più risolutive. Nel caso dell’insegnamento di Nisargadatta Maharaji, una delle personalità più eminenti dell’insegnamento Advaita (la traduzione sanscrita del termine Non Dualismo, appunto), si tratta di una via diretta e operativa a risolvere il perenne conflitto in cui l’umano è inscritto, un conflitto che l’umano soffre e che tuttavia non è reale, laddove la realtà è qualcosa che sta sotto e sostanzia l’apparizione stessa dell’individuo o, più precisamente, dell’entità che da se stessa si ritiene individuo: cioè noi.
Si tratta di una filosofia pratica, il che costituisce un aspetto che la cultura occidentale sembra avere emendato nel corso della sua complessa storia: il Non Dualismo non è un sistema di dispositivi del pensiero desunti dal mondo e al contempo calati in esso, bensì un’indagine reale e diretta al cuore stesso dell’esistenza – una prassi, appunto. Ed è la prassi più centrale, capace di risolvere quello che l’essere umano ritiene essere la vita per come è, un conflitto in mezzo al quale bisogna trovare il senso.
Esistono molte vie preposte alla risoluzione del problema di se stessi: religiose, iniziatiche, esoteriche, metafisiche, esistenziali, psicologiche e, ormai, persino scientifiche (il problema dello statuto della coscienza sta determinando l’attuale epoca delle macchine senzienti e, insieme alla robotica, le neuroscienze). Tutte queste direttrici convergono in un unico punto, che costituisce l’autentico mistero da indagare, ovvero la domanda: che cos’è la coscienza?
Si potrebbe dire che, lungi dall’essere un sistema organizzato in un’unica e irremovibile struttura, il Non Dualismo costituisce il cuore stesso di qualunque ricerca sulla verità e il senso. E’ la fase finale di ogni indagine sulla vita e su quel fenomeno che è la sensazione di essere noi stessi. Potremmo paragonarci a punti su una circonferenza; quelle vie di indagine rappresenterebbero gli infiniti, e infinitamente diversi, raggi del cerchio; e allora il centro risulterebbe essere l’Advaita, ovvero il processo finale di risoluzione del composto fisico e spirituale in cui agiamo e ci agitiamo.
Si potrebbe definire l’Advaita come “scienza dell’essere”: il suo oggetto di ricerca è quale sia la natura dell’essere e si tratta di una ricerca pratica, effettiva, condotta su se stessi, durante la quale si assiste a trasformazioni plurime del rapporto che si intrattiene con le proprie emozioni e i propri pensieri e le proprie percezioni. Siamo portati ad associare al termine “metafisica” un sentimento di astrazione e il significato di qualcosa di distante dalla realtà, di surreale addirittura; invece si tratta di una scienza estremamente pratica, dagli effetti molto concreti.
Il Non Dualismo è il momento in cui, abbandonando le diverse prospettive, ci si accosta al problema della propria identità e si lavora, tra sé e sé, per risolverlo. Non un’identità psicologica o storica o sociale o in qualunque modo qualificata, bensì l’identità in se stessa, il fatto semplice che ci sentiamo qualcuno o qualcosa. L’Advaita costituisce il momento centrale in cui si taglia alla radice il problema del proprio io, al di là dell’uso di qualunque “piattaforma programmatica”. Il Non Dualismo è un invito, è un magnete, è un insieme di facilitazioni, che ha come esito finale la liberazione di se stessi dalle catene del mondo e di quella sterminata legione, instabile e allucinatoria, che ha nome: io.
Indifferente ai tempi e alle condizioni storiche e ambientali, la dottrina Advaita non smette di accadere nella vicenda umana, riportando al suo insegnamento perenne, ovvero il nucleo centrale di qualunque metafisica e di ogni attività realizzativa. Non stupirà quindi che anche nel Novecento, un secolo irrequieto in cui alcuni studiosi di àmbito spirituale lamentavano l’assentarsi definitivo di figure magistrali, la tradizione Advaita abbia espresso interpreti e divulgatori che, a distanza di decenni, si possono riguardare come giganti di un lignaggio che prescinde dai confini e dalle epoche.
Uno di costoro fu senza dubbio Nisargadatta Maharaji. Il suo nome di battesimo era Maruti Kampli. (altro…)