Un nuovo testo in Pianetica.org: “L’opra”, a partire dal film “Il buco” di Michelangelo Frammartino

Un nuovo testo sta per essere rilasciato in Pianetica (l’indirizzo per iscriversi è http://pianetica.org). Il testo in questione si intitola “L’opra” ed è una riflessione su nuclei di senso, a partire occasionalmente dalla più recente opera cinematografica di Michelangelo Frammartino, “Il buco”. Non è un discorso sul film e non è un discorso sul cinema. Iscrivendosi a Pianetica, quando verrà rilasciato il testo, si riceverà un link dal quale scaricarlo. Dopodiché il testo non sarà più reperibile in nessun archivio, cartaceo o digitale. Le iscrizioni a Pianetica sono al momento 342. La diffusione e la libera circolazione del testo da parte di chi lo abbia ricevuto sono garantite. “Pianetica” è anche un libro, di cui Pino Tripodi e Giuseppe Genna risultano autori, che verrà pubblicato tra non molto, in una maniera essa stessa inedita.

Addio a Franco Battiato, 80% di me

E quindi, poiché sempre bisogna parlare, pur sempre bisogna aggiungere qualcuna di queste antiche sorelle a cui si dà addio, da sempre, ovvero le parole, si parlerà di un’anima che ha piegato il linguaggio a nuovi orizzonti, cioè gli antichissimi, facendo pulsare il muscolo cardiaco del mondo, schiudendone la valvola mitralica, apponendo un sorriso tra il beffardo e il saggio, tutta un’ipostasi del sentire, vedendolo mentre bambini si cercava il colore croco del sole in piazza Martini, tra una pallonata di Tele e un sorso alla vedova verde con il rubinetto a forma di testa di drago, che scintilla, nella pozza dove esubera l’acqua è una fanghiglia intrisa di filamenti carminio, sangue vivo dalle siringhe di eroina. E’ il 1978, io incontro Franco Battiato per la prima volta. E’ l’inizio lì, tutto, di tutto di me: questo tutto piccino, davanti all’uomo che mi dà il tutto immenso. Sgambetto per via Perugino, dove ha l’appartamento nella casa borghese, dal portone esce con Alice, vestito di nero, lo seguo, attraversa via Greppi, fende piazza Martini, si infila nel negozio a due vetrine che è la cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi, che compone la pubblicità straniante del divano Busnelli, uno choc per Milano: Battiato androgino e settantino, strafottente e laico, avanguardista e spazientito, che ti parla da tutti i muri che urlano quel divano brianzolo (si arrabbiò molto con il designer Gianni Sassi, gli aveva tirato uno scherzo, non sapeva che quella foto era una pubblicità, che i muri di Milano avrebbero coinciso con lui). I suoi accenti sono ignoti, le armoniche evadono via via sempre più, dalle fluttuazioni di “Foetus” fanno ingresso nella facilità, dichiarandosi esoteriche, creano il paradosso: involgarisce raffinandosi. Si crea, all’istante, l’atmosfera che ne fa il nome, il colpo d’ala, il buffetto a me bambino che gli chiede l’autografo e cerca di copiarne gli esotismi, le parossitone, le culminazioni. Di “Sentimiento nuevo” equivoco il verso “la passione nella gola” con “la passione nella colla”, penso a liquidi seminali, anticipando sempre ogni accento, lui: lo scomparso, il padre che non vuole esserlo. La magistralità non è di lui, poiché appartiene alle dottrine, efficaci e semplici, impossibili da realizzare, trasognato con i suoi occhi nemmeno bovini, tra il vitreo e la bonomia, il sorriso tremulo, quella faccia scalena da cui escono il cinghiale bianco, il cammello, l’ombrello, la macchina da cucire, Duchamp e Quinzio, Monteverdi e Ramana Maharshi, Gurdjeff e le ragazze ye-ye.Come è triste ora fare a meno del padre che non lo è stato.C’era, c’è, tuttavia, una sua maternità: perpetua, una cifra mariana del parto imminente, un’angelologia, che carazzava nell’aria che sa di pesca me mentre moriva Moro e non moriva più, non moriva mai. Dava alla luce (è letterale) il suono di Goldrake che sfinisce in Tenco, le ambasce dei Kraftwerk che risalgono alle passacaglie e alla giga, ritmi a sette ottavi, piazze di Berlino sconfinate nella voce muscolare e aliena di Milva che forzosamente era “rossa”, era “fulva”, per caso incontrava Igor Stravinskij. Ciò che fece fu la letteratura, non la musica soltanto. Non è vero che fu un genere, era letteratura, con la faccia da Pino Caruso che aveva il silenzioso Giusto Pio compositore con il violino e poi Manlio Sgalambro con le sue ipotassi rischiose, le sue sintesi vertiginose.Franco Battiato sorrideva timidamente ed esercitava un lessico sconcertante, pareva uno scolaro delle elementari e io non riuscivo a indovinare il genio delle parole, che con due tratti verbali faceva tralucere l’Afghanistan alla Bicocca. Sapeva molto, non sapeva nulla.Ho osservato a lungo, meditabondo, spegnersi il magistero, la sua faccia preternaturale e la tonalità che qualcosa con il Battisti dei dischi bianchi aveva a che fare per me e solo per me: quell’essere alieni, per essere umani.Quante giornate ad ascoltare, a ricordare che si ascoltava. Quante toppe di luce e angoli di stanze morte, imbiancate.Non sapeva cosa fosse il panico? La grazia che bilancia il disastro del mondo con l’aroma dell’essere era lui, gocciava dalla vita superiore in un’esistenza grossolana, in cui era cinghiale e cammello, l’animale che si portava dentro. E sfumava, la cognizione sfumava, ne era compromesso…Oggi il padre cattolico che per primo ne ha dato notizia lo citava occultamente negli scritti. Tutto è occultismo, tranne l’amore. E’ con l’amore che va, mio, nostro, tutte e tutti insieme, a spingerlo, bardo nel Bardo, poeta nella fatica del sole a illuminare settantescamente l’esca del pallone nella piazza dove bambino torno, mai andato via, io, il piccolo io che ho e che gli sussura: grazie… grazie…

Su “Reality. Cosa è successo” – di Silvia Bottani

Con molto ritardo, mi sono accorto di ciò che su “Reality – Cosa è successo” ha scritto Silvia Bottani, che leggo da anni su testate splendide come Doppiozero o Riga, autrice edita da SEM con “Il giorno mangia la notte”. Lo riporto qui di seguito, con gratitudine e ammirazione: «Ho sentito spesso ripetere la domanda “Chi scriverà il romanzo della pandemia?” e altrettanto spesso rispondere che ci vorranno anni prima che il vissuto venga metabolizzato e restituito in una forma letteraria soddisfacente, che ci vorrà un grande autore per concepirlo e anni di distanza per rielaborare ciò che è stato, mentre le redazioni sono invase dai manoscritti di spericolati che si cimentano con la distopia che si è fatta reale (non pare neanche vero, che occasione ghiotta). Un libro assoluto però è già stato scritto ed era probabilmente così indicibile ciò che ne marca le righe da essere già fuori scena, troppo reale per commentare il reale, insostenibile nell’operazione di disvelamento. Il romanzo – perché si tratta di un romanzo, altrimenti quale lingua avrebbe potuto dire tutto questo? Un testo sacro forse, oppure un paper scientifico, nient’altro di possibile – è “Reality” di Giuseppe Genna, un testo che è esso stesso malattia, su cui ricade la colpa imperdonabile di riportare il lettore alla cognizione del dolore, spazzando via dall’orizzonte le riaperture, le mete delle prossime vacanze, gli aperitivi su Zoom, la nuova serenità vaccinale, le task force ridicole. Genna punta lo sguardo dove non si può guardare, si spinge e resta nell’oscenità di una pandemia che ha riportato la morte al centro del quotidiano globale, rifiutando l’escapismo e la possibilità della consolazione offerta dal rimosso. C’è un’insonnia febbrile che spinge l’autore – protagonista in giro per la città ammalata, che gli impone di continuare a guardare, di vegliare su chi finisce nella solitudine, chi si sfinisce negli ospedali, sugli abbandonati e sui traditi, sull’infinita perdita che conteggia le giornate da tredici mesi a questa parte, che gli fa esperire il contagio e salda realtà e allucinazione. Quando l’intrattenimento finisce, rimane spazio solo per l’annichilimento o la negazione. Mentre programmiamo la prossima estate e immaginiamo la nuova normalità che ci aspetta come un Eldorado, dovremmo assumerci come impegno la lettura di questo romanzo infetto, perché forse non abbiamo ancora compreso cosa ci è accaduto, cosa accade e cosa, rovinosamente, continuerà ad accadere.»

“Il disperso” di Maurizio Cucchi – 45 anni dopo.

A rileggere “Il disperso” di Maurizio Cucchi non parrebbero trascorsi 45 anni dalla sua uscita. E’ un romanzo poetico o un poema che corteggia il prosastico e che, a distanza di quasi mezzo secolo, sconcerta ancora, come certe narrazioni oscure e perturbanti sulle sirene o sui cavalieri del secchio o sul diabolico Sancho Panza. Il fattore temporale è per me anche avvilente: portai “Il disperso” alla maturità, i professori rimasero a bocca aperta mentre ne leggevo tratti e versi. C’è da figurarsi come io mi senta vecchio, oggi, di fronte alla spirale inquietante che Cucchi allestì e che fu esaltata da una leggendaria nota di Giovanni Raboni. L’impiego di una lingua bassa e popolare fa il paio con l’utilizzo di un canone nero, dico canone narrativo, e con le macerie del romanzo che, profeticamente, Cucchi antivedeva ad altezza dell’apice postmoderno, in quegli anni plumbei e aurei. Il sottovoce, l’incespico, la modalità da referto autoptico, l’irresistibile puntata in un mondo definito dalle parole (Milano, i Sessanta e i Settanta), Valéry e Kafka ben oltre l’apparenza da regesto del meglio della non so quanto esistente “linea lombarda”, l’organicità raggiunta al colmo della frammentazione, la revisione come modalità ellittica, l’iperbato e l’utilizzo del maiuscoletto – tutto corrobora un tentativo quanto mai felice di estrarre linfa da un mondo basso e al contempo celestiale. Le persone e le cose vengono non scagionate, ma osservate come scagionate, mentre la colpa, pur emendata, resta la materia prima di una figurazione che non abbandonerà mai la poesia di Cucchi, cioè quella del cretinismo splendido (qui appare un gran bel ragazzo mongoloide), a più riprese eiettata per conferire una prospettiva sul mondo, differente e stordita, eppure nitida e mai appannata – l’umiltà della carne e l’insufficienza luminosa come cifra del vivere, attaccati ai muri, un po’ untori e un po’ regali, così come si prevedeva la sagoma del re degli idioti nel carnevale da tempi hugoliani. Un regesto letterario che, per quanto vado pensando praticamente da mezzo secolo, ancora non è stato raggiunto nella sua fatalità: quella di offrire una forma a un futuro postumo, che potrebbe essere il nostro presente, se ancora collettivamente fosse viva la poesia, l’attesa poetica, il che costituisce un problema per lo stato odierno delle patrie letture. Il compimento di questo percorso viscoso e strepitosamente rivelativo, l’indagine che potrebbe ricalcare le modalità dell’interrogatorio a cui il Signore sottopone Caino o quello praticato su Lino Ventura in un film in bianco e nero di Melville, offrono il destro a una meditazione sullo stato della nostra prosa narrativa, oltre al fatto che inchioda i poetanti alle proprie responsabilità oggidì. E’ un percorso coerentissimo e senza eguali, quello compiuto da Cucchi in questi 45 anni, fino all’acuto del suo ultimo capolavoro, “Sindrome del distacco e tregua”, uscito recentemente sempre per i tipi dello Specchio di Mondadori. Se la poesia e la prosa nazionali sapranno cogliere questa chance sempre a disposizione, che è l’opera di questo grande poeta milanese, avremo un patrimonio e un matrimonio ineguagliabili: avremo la forma del presente.

Luther Blissett: “Net.gener@tion”

Una copia del libello d’assalto “Net.gener@tion”, il mio esordio in prosa risalente al 1996, con lo pseudo-pseudo di Luther Blissett
“Noi non vogliamo lavorare allo spettacolo della fine del mondo, ma alla fine del mondo dello spettacolo”.
Nel 1996, ovvero un quarto di secolo fa, pubblicavo il mio esordio in prosa, un saggio di saggi all’interno di una cornice narrativa. Utilizzai lo pseudonimo Luther Blissett, al cui gruppo di riferimento non appartenevo, ma che mi sembrava costituire la più forte proposta culturale per l’elaborazione di una visione letteraria e politica al contempo, rispetto all’orizzonte che si stava muovendo e riconfigurando. Si intitolava, questo libro, net.gener@tion e lo pubblicarono gli Oscar Mondadori, che ai tempi contavano su una dirigenza per me memorabile. Gianluca Lerici, in arte Doctor Bad Trip, mi fece l’onore di disegnare la copertina, che a distanza di tempo mi pare ancora bellissima. Era un quarto di secolo fa. Tra le sortite dello sguardo, mi colpisce a oggi l’intuizione che i motori di ricerca sarebbero diventati super-Stati, che il complottismo avrebbe sostituito l’appartenenza politica di massa, che la battaglia per la fluidità di genere sarebbe risultata una variabile fondamentale e anche l’explicit finale: “Dappertutto si è posta in modo oscuro la questione di una nuova organizzazione, che comprenda abbastanza bene la società dominante per funzionare effettivamente, a tutti i livelli, contro la società dominante: per trasformarla integralmente, senza riprodurla in nulla, ‘sorgere del sole, che, in un lampo, modella in una volta le forme del nuovo mondo'”.
Qui di seguito pubblico il link alla file con l’intero testo di quel libello agile e impegnativo, che si trova in ogni caso disponibile su archive.gov.

Luther Blissett (alias alias Giuseppe Genna), Net.gener@tion, Mondadori

Meditazione sul tempo rivoluzionato e scemo. Dove si muove Guido Lopez.

Stamattina ho letto dalla home di Repubblica un’intervista a due “gemelle influencer” da milioni di follower su TikTok. Un’intervista che in tempi sospetti poteva essere fatta a Carlo Felice Nicolis conte di Robilant, a Concetto Marchesi, a Luciano Lama e poi via via a Gaetano Quagliariello, al papà di Eluana Englaro, a Solange, al primo Cracco, a Nina Moric, ad Antonio Zequila, fino a Imen Jane. A queste latitudini siamo nell’ovvio – anzi, sono io nell’ovvio: la renitenza a questo tempo in forma dell’opposto della resilienza e dell’empatia. Un reazionariato tutto interiore, un invecchiamento precoce, un moralismo rigido e vieto. La norma anagrafica data da mutamenti impressionanti nell’antropologia di riferimento. Il percorso in stato confusionale, mentre i lipidi gonfiano e non più le mamme imbiancano, perché a imbiancare sono direttamente io. Io, io, io: gli organismi geneticamente e antropologicamente mutati faccio fatica anche solo ad assaggiarli, ma il primo a essere tale sono ancora io, questo pronome con la pappagorgia, questa piccola abissalità che verticalizza poco e ciancia molto. Partendo da simili e intimi banchi di nebbia – una nebbia livida, spessa, premessa spontanea all’indecifrabilità delle strade e quindi delle vie di fuga -, non esimo il me stesso dall’espressione di tutto un disgusto legato alla norma esistenziale di un tempo rivoluzionario come quello che stiamo vivendo. Tempo rivoluzionario in quanto rivoluzionato. Non si scorge infatti all’orizzonte nessun conato rivoluzionario, che starebbe in luogo dell’asserzione che uno esiste al mondo e il mondo esiste a lui. La rivoluzione sta nelle cose e nei rapporti di base, abbruttiti oggettivamente, oggettivamente istupiditi. Ho atteso nove minuti della mia giornata a guardare una delle challenge delle due tiktokers omozigote: si mettevano davanti alla camera, ingollavano acqua e la trattenevano in bocca, guardavano video al cui confronto le perle di “Paperissima” sono Marsilio Ficino, la prima che sputava l’acqua ridendo perdeva. Nove minuti: l’infinito intrattenimento, l’infinita conversazione. In quei nove minuti chissà cosa pensavano Zingaretti o Cuperlo o Garavaglia della Lega o Fraccaro. In quei nove minuti chissà quante challenge fallite, registrate, implementate con gli effetti da app, chissà quanti cadaveri e quanti morti, quanti ologrammi umani, quanti sogni di andare su Marte a colpi di bitcoin per terraformare a colpi di arsenale nucleare. E quanti sussurri e quanti parti cesarei e quanta disperazione. Tutto che sfuma in una disattenzione: e anche questo non è vero, perché prima sfumava tutto nell’oblio o nell’inconsapevolezza, mentre ora sfuma nei rigorismi di un disinteresse per le cose e per il mondo da celenterati, da tubi digerenti, da enzimi digestivi, da dieci erbe e da troppa curcuma. Insomma: un mondo e un tempo che lievemente mi disgustano, a ondate di nausea, capaci però di salire a procella, a volte a onda anomala, altre volte a vaga allegria da naufragio, se non a lieta dissociazione. Tutto mi rimanda oggi a io, a io, a io. E i testi, i testi!, che mi servivano a corredare quel pronome lipidico con le medagliette del senso, dell’illusione di un senso ricavato dal parlare, dallo scrivere, dall’immaginare. Si era dentro un fare comune. Si ragionava fumando pacchetti su pacchetti, bevendo grappa con gli amici, che sapeva di legni pregiati, impiegando l’alito in una fonazione stupenda al momento, memorabile il momento successivo, dimenticata due istanti dopo. Dove dovevo muovere il mio personaggio vuoto, in una cupa atmosfera fitta di simboli più o meno arcani, più o meno neri, tra ventate di paranoia e scivolate improvvise sui ghiacci della memoria? Cosa parlavo a fare di complotti e religioni sbagliate, di terrorismi impensati e di invasioni cinesi e vaticane, tra intelligence scafate e governanti assai poco ingenui o inermi? Tutto avrebbe dato ragione a ogni cosa. Era una questione di tempo, ovvero di impermanenza, e si sarebbe dovuto inventare in altro modo, più beota e semplicistico, poco respingente e decorativistico, sterilizzato e lineare – cioè minimo. A presiedere al principio di scrittura, le challange delle sorelle gemelle rincretinite dall’enfasi espressiva delle stories e dei video post. Nessun simbolo, nessuna croce e, soprattutto, nessuno a portarla, la croce. Se non questo io. Dunque il segreto del tempo che come una bibita sorbisco per rendermi ebbro sempre, sempre matto o disallineato, sempre sfigato e sofferente nello sguardo poco stupito, era l’irritazione della prima persona, l’indecidibilità del pronome, lo sciabordio del tempo peggiore che copre il *tuo* tempo migliore. E così andare, nella nebbia, nella deriva, nell’immane disillusione che la realtà offra una chance pionieristica, un eroismo privato, un ricordo di sé qualunque, stinto o vivido. In questo esserci che è pari al non esserci, si muove Guido Lopez.

I BAMBINI DEL 1978 PARLANO DEI BAMBINI DEL 2021

(da “History”, Mondadori)

“E’ tutta una vita dei nervi che stiamo imparando noi bambini. Infido è il bambino del tempo che vivo e lo sarà sempre, a meno che non si rovesci il tempo, con grande fragore di anime e profondo dissesto degli apparati preposti alla sopravvivenza. Il benessere, per esempio, potrebbe riscattare i bambini a venire dalla vita dei nervi e tradurli a un altro tipo di reazione vitale, contro le pressioni e le insidie del mondo. L’incremento della vita economica, che ci è al momento inimmaginabile, sarebbe capace di produrre un esemplare moccioso, inabile allo scontro, malsicuro, incline all’isolamento, di quella specie che oggi si dice stare “sotto le sottane della mamma”, riottoso al sole e all’aria aperta e azotata della metropoli, che produce più smog tra i distretti sudeuropei: un bambino molle e assente, un rincretinito, rappresentante di un’umanità diversa, che sta per affacciarsi alla storia nel futuro imminente, un rappresentante bambino di un’umanità rinnovata e pallida nel sembiante, così come negli atti, un’umanità larvale e poco volitiva, autocostrettasi in un utilizzo limitato del gergo, incapace di invenzione che non sia tecnica, inetta, inidonea all’elaborazione istantanea di strategie e tattiche opportunamente conseguenti, incapace di concepire un sentimento del territorio e di violare le moralità molteplici che le norme del vivere civile impongono a noi i bambini uniti di questo tempo di adesso, un’umanità esangue e priva della necessaria ferocia e spogliata di qualunque disinibizione, poiché i rappresentati di questa umanità debosciata vivranno in un tempo privo di inibizioni e quindi di sfrenatezze, questi bambini di un futuro imminente, che a noi sembra impossibile, saranno allevati all’interno di un corollario di piaceri e attività ludiche, limitati da una cautela tipica degli idioti preoccupati, che strappa loro un previo consenso sociale, sotto il quale non si accorgono di avere apposto la loro firma spirituale, in un’epoca prossima in cui sarà tutto da vedere se la firma spirituale avrà una qualche incidenza sul comparto sociale. Ne dubitiamo. Pensiamo a questi possibili bambini futuri con una commistione di pietà indifferente e odio radicale. Non ci passa neanche per la testa che possano esistere. Avrebbero un aspetto più prossimo alla bambola attuale che a noi.

La nostra umanità, fino alle scuole superiori, che molti di noi non solo non sperano ma nemmeno desiderano di finire per frequentare, è un’umanità belluina, alla ricerca continua di uno stato selvatico, nonostante ci muoviamo in una situazione altamente urbanizzata, in cui evidentemente va a incremento esponenziale il traffico su strada e i consumi di oggettistica privata. Sarebbero, questi bambini del futuro imminente, sarebbero plasticati in qualche modo, inespressivi nel volto e impacciati nel corpo. Si proverebbero su di loro tare cognitive ed emotive che, oggidì, risultano impensabili e, se anche si manifestano, non gliene frega nulla a nessuno, a chi frega in questo tempo della dislessia e del mutismo selettivo?, non frega a nessuno, dai genitori agli insegnanti, nonostante l’introduzione della figura scolastica dell’insegnante di sostegno indichi che qualcosa sta declinando verso una debolezza e un incivilimento maggiore dei tempi a venire, comunque restando per noi inimmaginabile un’epoca in cui a un bambino sia indicato da parte degli adulti come salire e dondolare su un’altalena o, peggio, gli si occupi il tempo cosiddetto libero con attività ginniche, oppure capaci di sviluppare abilità artistiche e preprofessionali del tutto inutili, se non dannose. Avrebbero i volti fermi, privi di caratteristica, la mimica ridotta all’espressione di poche e facilmente individuabili emozioni, la cui intensità sarebbe in ogni caso ridotta e tendente più allo sfogo isterico che alla veracità della passione provata. Le loro carnagioni dolci ci fanno venire in mente la fibrosità bianca del pesce di fiume quando è lessato. Non è un caso se in questo tempo ci propinino il pesce di fiume lessato con l’olio e il limone e noi lo schifiamo e le prendiamo sonoramente perché ci rifiutiamo anche solo di addentarne la polpa sfilacciata: il pesce di acqua dolce ha infatti un costo economico ridotto rispetto al suo omologo marino e questo non è il tempo delle prelibatezze o dei controlli sanitari ossessivi sugli alimenti, sulla surgelazione. Quella consistenza filamentosa della carne inesperta dei bambini futuri è fonte di indignazione e ci fa infuribondire. Se li incontrassimo nel nostro tempo, li attaccheremmo impietosamente, godendo della violenza che siamo capaci di esercitare su di loro, infliggendo umiliazioni e dilatando il tempo dell’aggressione, fino oltre l’orario in cui i nostri genitori ci pretendono a casa per la cena, quando il crepuscolo chimico vira verso l’imbrunimento meno poetico e si annuncia la notte, questo repertorio di meraviglie e ardimenti che ci viene proibito a bella posta, cacciandoci a letto mentre vogliamo leggere o giocare all’astronave, nascondendoci all’interno dell’armadio, dove succhiamo gelatine alla frutta costellate di granelli di zucchero, di un rosso acceso che quasi illumina dietro le ante che teniamo semichiuse nell’armadio, inalando i vapori di naftalina tarmicida e pilotando l’astronave immaginaria con una torcia accesa, in platica verniciata di metallico, la torcia per adulti che abbiamo sottratto dalla cassetta degli attrezzi dei nostri padri impiegatizi, non aprono mai quella cassetta degli attrezzi, non lavorano in casa, non fanno niente in casa, sfruttano la manodopera delle nostre madri, le quali strofinano tutto e spostano i quadri e sono in grado di scegliere i chiodi più adatti per le pareti in cartongesso delle nostre abitazioni di periferia. Noi renderemmo lacerocontusi quei bambini di domani, picchiando forte e cattivo, dove le cartilagini sono meno morbide ma non ancora stagne come l’osso, sentendo crocchiare sotto le nostre nocche, attendendo il flusso di muco e sangue dal naso, dallo strappo all’angolo della bocca, o dall’orecchio, quando decidiamo di perforare i loro timpani. Gli strappiamo i capelli, noi che li abbiamo unti e improtetti ai pidocchi, tagliati male, noi non andiamo a fare i piccoli principi sul sediolino a forma di cavalluccio dai barbieri, ce li taglia la mamma con una scodella, a caschetto, a ciotola, e li teniamo unti e incrostati di polvere del ghiaino ai giardinetti. Siamo capaci di mangiarci le croste di sangue rappreso strappandole dalle ginocchia ferite, senza passarci sopra il disinfettante o fare i drammi con le madri eccitate nel sistema nervoso: il sangue secco mantiene qualcosa di ferroso e di salato, la carne viva dove strappiamo la crosta è biancastra e sembra essudare sangue come ci immaginiamo i martiri cristiani dovevano trasudarlo in nominechristi, addentiamo con gli incisivi e mastichiamo con i molari, là in fondo dove sappiamo che ci cresceranno i denti del giudizio e abbiamo fatto girare la voce che, allo spuntare dei denti del giudizio, saremo capaci di copulare le bambine, diventate ragazze. Questi esseri mosci, che sono i bambini del futuro imminente, a cui avremo ridotto i genitali a un livido unico a furia di calci di punta, strilleranno senza reagire o reagiranno scompostamente, ignari delle grammatiche più elementari della lotta e inconsapevoli che, anche se si attaccano alle ciocche delle nostre zazzere e le strappano via e si vede il sangue sul cuoio capelluto, noi siamo entusiasti di intingere nella ferita il polpastrello dell’indice e di succhiarlo. Il nostro di adesso è un tempo in cui, appena ci sono i soldi per la spesa alimentare, si corre alla macelleria equina per acquistare bistecche ferrose e si mangia tutto, la carne e i nervi e, col pane, la sugaglia, intingendo nell’olio di frittura e nel sangue suppurato dalla polpa il pezzo di michetta, poiché il pane all’olio costa e bisogna pensarci, a comprarlo, devono pensarci tutti, non soltanto le madri, i padri non fanno acquisti alimentari, ma dobbiamo pensarci anche noi, che siamo avvertiti del prezzo di ogni cosa, utilizzando come unità di misura le cinque figurine calcistiche della bustina all’edicola. Questi bambini inerti futuri li massacriamo e tentiamo uno stupro ai danni delle bambine con le bottiglie di vetro verde lasciate vuote a decine nei giardinetti dai tossici e dagli ubriachi nottetempo, che nessuna nettezza urbana viene a ripulire. L’atto va compiuto ciecamente e noi siamo ciechi, appunto: annusiamo l’aria, aguzziamo l’udito, come la nidiata dei pipistrelli che si orienta in una vasta grotta sotterranea ed è dove viviamo, qui, ora, in questa città, in questo tempo. Però noi riteniamo che il tempo non si chinerà mai a produrre una simile specie rincretinita e imbelle, sciolta in un ammollo perenne di cure troppe e sommersa da beni di consumo fino all’annullamento della percezione di un bene, di una cosa. Sdegniamo l’omologazione, ma stiamo apprendendo i riti e i piaceri della ripetizione sempre uguale, stiamo affacciandoci agli schermi: potremmo essere noi la premessa a quella popolazione di bambini idioti, viventi, deambulanti, chini e attoniti in un futuro per ora inimmaginabile.”

“SANPA”, la serie memorabile

C’è una serie su Netflix, che compensa anni di produzioni italiane, con la loro enfasi da mainstream e quella retorica orrenda, schierata contro l’immaginario e tutta a favore di una finzionalità tipica di una nazione che se ne è strafregata dell’immaginario e dei suoi rigori. I rigori dell’immaginario: la serietà del lavoro giornalistico, anzitutto, e la capacità di inabissarsi nell’ambiguità, cercando il verbo e la storia di un tempo. “Sanpa”, serie sulla vicenda di Muccioli e San Patrignano, è stata ideata, realizzata e prodotta da una persona speciale, per quanto concerne la mia vita, che è Gianluca Neri. Insieme a lui, a scrivere questo documentario seriale, che è un capolavoro autentico, un’altra persona che stimo tantissimo, Carlo Gabardini. Prima di affrontare “Sanpa” per ciò che è e che ha fatto sorgere in me, mi consento due parole sul creatore, Gianluca Neri, appunto. Ho avuto l’onore di conoscerlo e di lavorare insieme a lui a Clarence, portale satirico politico culturale etc., una delle sue creature, sempre sorprendenti, spiazzanti e capaci di accendersi un fulgore e una memorabilità, di stampo assai diverso dai fulgori e dalle memorie tipicamente italiani. Da quegli ultimi anni Novanta, in cui si lavorò con una crew eccezionale, ai primordi della Rete, Gianluca è andato avanti facendo davvero la storia della Rete stessa, attraverso intuizioni progredienti firmate Macchianera, il suo blog e brand, dalla Festa della Rete fino al travaso di oggi, in un àmbito che si direbbe proibitivo: la produzione seriale su Netflix (“Sanpa” è la prima docuserie italiana prodotta dalla piattaforma al momento dominante). Nelle secche per nulla immaginifiche dell’elaborazione culturale in questo Paese, Gianluca si inserisce sempre con un passo e una direzione per me stupefacenti: taglia obliquamente, garantendosi una zona non toccata da altri, e al contempo si muove frontalmente in direzione di quella zona vergine, con una completezza esaustiva (è un procedere ossessivo e compulsivo, in realtà: la benzina della personalità che crea il nuovo) e un’inventività assoluta, finché il territorio è esplorato, passando dunque a identificare un’altra area da mappare e abitare. Fa così nei decenni. E’ arrivato a svelare l’identità del killer militare Usa a cui si deve la morte del povero Calipari, in questo modo. Entra ed esce, si muove a zig zag, intende comunque e sempre rispondere a quesiti etici e proprio questo interrogarsi sul filo della morale e dell’ambiguità permette di vederne in risalto il profilo, l’azione, l’invenzione. Tutto ciò che Gianluca Neri ha fatto esercita un dominio di ordine intellettuale proprio per questo motivo: c’è una formulazione di domande profonde dal punto di vista morale, il che costituisce un nucleo pesante alla produzione apparentemente più leggera. Non ho mai conosciuto in tutta la mia vita una persona che, come Gianluca, sia in grado di immaginare oniricamente e lavorare il sogno realisticamente, portandolo a compimento. E’ per me un unicum, affettivo, conoscitivo, protettivo. Tutte le volte che rimango senza lavoro, ricorro sempre a questo passaggio: vado a parlare con lui, sono disperatissimo sempre, lui mi accoglie con una positività fattiva, io mi tranquillizzo. Quanto alla questione professionale, il mio costante desiderio è tornare a lavorare con lui, che mi ha garantito gli anni più felici della mestieranza – un mix non casuale di risate, passioni, scientificità, invenzione sfrenata e, tipica cifra sua, libertà incondizionata. Ora vengo ad affrontare “Sanpa”, scusandomi per la lunghezza di una testimonianza che, negli anni, mi matura dentro. Veniamo dunque alla serie.”Sanpa” è tutta la storia dell’Italia, che soltanto un prodotto non italiano poteva identificare, prendere d’infilata, raggrumare in un evento che al contempo è significativo in sé ed emblematico di un tutto, il quale tutto è la nazione e la sua vicenda. Tale cifra esotica e straniera non è un’esclusiva di questa produzione, ovviamente. “Veleno”, la serie podcast firmata da Pablo Trincia, ne è un altro esempio. Resta il fatto che la verità più scottante, diciamo il motore di produzioni come “Sanpa”, anche se ciò può sembrare eccessivo, mentre non lo è affatto, risiede in un sentimento della storia nazionale. Soltanto avendo compreso che la nostra vicenda esula dal carattere nazionale e propone eccezionalità e singolarità a iosa, si può approdare a un racconto tanto universale e specifico, tanto profondo e sconvolgente. Il mostro di Firenze è ben più di Ted Bundy e Alfredino non ha pari nel pianeta e le BR non sono la RAF o l’esercito simbionese. A ogni narrazione della storia nazionale, quando la storia nazionale stessa sia riguardata con le lenti che permettono di vedere che il fatto accaduto esemplifica ben altro da sé, si approda all’eccezione e al singolare. Si può dire che l’ispirazione arriva dall’esterno e, avendo assistito alle prime fasi della creazione di “Sanpa”, posso testimoniare che certamente si è guardato a “Wild, wild county”. Tuttavia l’ispirazione è soltanto una leva per andare laddove non era andato in precedenza nessuno: nell’ambiguità meno mercificabile, nell’italianità che si sussume nel fatto che essa inventa il Senato e duemila anni dopo quell’invenzione Trump si appende al Senato stesso. E’ un gerundio universale, il tempo italiano. Gianluca Neri e gli altri autori hanno applicato queste diottrie alla vicenda di Muccioli, ovvero alla parabola storica della più vasta comunità in Europa di recupero per tossicodipendenti. Mi si permetterà di non calarmi nelle polemiche su quanto fosse santo o criminale Vincenzo Muccioli. Già deflagrano, queste polemiche, sui quotidiani e sui siti, nella giornata di oggi. Il punto che mi interessa non è l’eterno gioco tra guelfi e ghibellini o colpevolisti e innocentisti, una sempiternità nei nostri costumi italiani. Questo stadio del problema storico, cioè l’infinita e sfinita contesa tra quelli del sì e quelli del no, rende sbalzati dalla vicenda italiana gli agreggati storici stessi, solitamente macchiati di nero come la cronaca a cui appartengono, con il risultato di vivere in Italia un’esistenza storicamente determinata dal male, intorno a cui chiunque si sente in grado di dire qualcosa, finendo per non dire nulla. Il format, questo preciso format storico, sarebbe esausto, se non fosse che in ogni ambiguità italica risiede un’attrazione morbosa, la quale pretende di vedere la totalità di se stessa a colpi di morti misteriose e di tragica commedia dei vizi, mai delle virtù, con cui l’italiano, un tempo medio e ora non si sa bene più che cosa, intende autocollocarsi rispetto al mondo che vive. L’antidoto a una simile esaustione da format è il rigore e la sfrenatezza con cui si rappresenta il momento storico – e questo rigore, questa sfrenatezza sono tutto ciò che l’Italia non può o non intende fare. Le migliaia di ore di footage esaminato e montato in “Sanpa”, l’atteggiamento scientifico applicato a un dilemma morale, rendono la serie presule in patria: io non ho mai assistito a qualcosa di simile, che venisse dall’Italia. E’ un prodotto a vocazione statunitense o anglosassone. Roma non vi lascia traccia. E questo assolutismo, conoscitivo e compositivo, genera un effetto devastante, a mio modo di vedere: genera l’esperienza del tempo. E’ un effetto di realtà che mi ha toccato profondamente: formatomi nei Settanta e negli Ottanta, dimenticatomi nei Novanta, ho avuto accesso a quei tempi dissennati, che ho vissuto distrattamente. E’ un atto di accusa implicito, che i creatori di “Sanpa” non so fino a che punto hanno cercato con ostinazione: chiunque veda la serie è catapultato nell’ultima storia prima dell’avvento del digitale di massa. Il vestiario, le posture, la lingua, le gestualità, gli oggetti di consumo, le costumanze, la politica, il lavoro, il riposo e il divertimento, ridere e piangere e immaginare, la fine dell’impegno ideologico, il grottesco teatro umano in cui finì per installarsi Muccioli (a un certo punto a San Patrignano appaiono Craxi e Andreotti), il mistero e la cospirazione, quel tanto di Borgia che è geneticamente inscritto nell’italianità, l’eccezione e lo spettacolo: qui abbiamo a che fare con una totalità. Il fatto che ci troviamo di fronte a e immersi in una totalità, fa compiere un balzo impensabile alla serie e alla materia che tratta, poiché si finisce dalle parti della produzione artistica, il che non credo fosse un’ambizione iniziale e finale di Gianluca Neri e degli altri che a “Sanpa” hanno lavorato così ossessivamente. Per spiegarmi, provo ad avvicinare Muccioli, al tempo stesso king e king-maker della serie. Le fasi di invenzione di San Patrignano, di crescita e collasso e caduta, nell’identificazione assoluta tra fondatore e fondato, disegnano un ritratto a tinte forti, una luce abbagliante sul volto romagnolo, via via pacioso o drammaticamente scavato, di un re Lear che costruisce da se stesso la propria fine. Questo “sapore” non appartiene agli eventi, non è la natura scontata di una vicenda, anche giurisprudenziale, con cui Muccioli ha pressato sul comparto nazionale. La sua stazza fisica era indiscutibile, la sua stazza morale andava discussa. Le polemiche che stanno investendo quest’opera estrema sull’uomo scontano un vizio di fondo: la serie non è sull’uomo, poiché è piuttosto centrata sullo shakespearismo dell’uomo stesso. La persistenza del fondatore, il troppo di storia che gli tocca vivere e gli tocca perché è andato a cercarsi il fatto che lo toccasse, è davvero un delirio preventivo e postumo, un delirio totalizzante che è tipico dell’uomo quando si fa demiurgo, produttore di realtà, affabulatore di se stesso e quindi degli altri. Poco importa, in termini storiografici, che quell’uomo con un trincetto si fosse procurato finte stimmate, prima di fondare San Patrignano, quando ancora si occupava di parapsicologia e Raggi Cristici. Importa invece dal punto di vista della pura narrazione. Sulla quale ho ancora una cosa da dire. E’ davvero per un equivoco che non mi è capitato di partecipare alla scrittura di quest’opera portentosa. Esprimevo tecnicamente perplessità, rispetto alla quantità della narrazione possibile. Vedevo la fondazione, vedevo la crescita, vedevo l’imporsi dell’Aids, vedevo i processi, vedevo la morte del fondatore – e pensavo che, dal punto di vista tecnico, si sarebbe dovuti ricorrere a un certo ridondare, che solitamente è avversario alla tenuta narrativa. E infatti a questo sono ricorsi Gianluca Neri e gli altri autori, facendo ridondare le testimonianze, giocando la partita con un apparente catenaccio – che si rovescia in un gioco a zona. Aveva davvero ragione Gianluca Neri: i fatti si pesano, non si contano. Avere sobillato la rappresentazione di più decenni rende del tutto occasionale il traliccio a cui essi si appoggiano. Se persino Red Ronnie diviene fraterno a Orazio o Mcduff, significa che si viene a subire e a esperire la mobilitazione di un tempo più vasto del tempo che possiamo ricordare o apprezzare, nelle immagini di questo clamoroso montaggio applicato su “Sanpa”. Anche questa generalità della mobilitazione di un tempo è cromosoma non del giornalismo, ma dell’operare in termini artistici o almeno intellettualmente rilevanti. L’oggettività che diviene espressione: quando ci si trova a simili latitudini, si può essere felici di avere *visto*. Guardate “Sanpa”, per trovarvi a queste latitudini: morte, amore, comico, dramma, libertà e necessità, sopravvivenza, il sistema dinamico delle virtù, la fede e la preghiera, il nichilismo e la cecità, il contrasto e la luce, il buco nero e il bilancio, la legge e la violazione, l’affetto e la finzione delle amicizie, il tradimento e la fraternità, il padre e l’assenza di madre – questa è la materia e la risoluzione della materia stessa, ovvero l’umano, che ho visto e che avrete visto.
PS1. C’è un momento di puro assassinio delle mie memorie condizionate, nel corso della visione di “Sanpa”. Un momento che mi parla dei miei automatismi, del mio vacuo desiderare stando al mondo. Viene descritta una procedura con cui Muccioli penalizza chi abbia violato le regole o commesso qualche abominio, schiaffeggiandolo sulle orecchie da dietro, con due ceffoni contemporaneamente. Tale procedura era battezzata “Sole piatti”. E questo, perché una celebre pubblicità, di un altrettanto celebre detersivo per piatti, mostrava una casalinga, impersonata da Gabriella Golia, che batteva due piatti tra di loro. Lo spot appare fugacemente in “Sanpa”, mentre si descrive la punizione “Sole piatti”. Io sono crollato in me stesso all’istante. Ho avvertito il peso di un immaginario collettivo, nel quale ero stato storicamente incluso. Una referenza chiara a tutti, su cui potersi appoggiare per comunicare, per condividere e confliggere. La merce come sogno. L’oggetto come incubo. L’essere nel consumo come delirio. Oggi la storia mi pare davvero distante dalla possibilità di un esercizio comune di ordine immaginario. Se perfino una pandemia non parla all’immaginario, se perfino un veicolatore di immaginario qual è un social diviene decostruttore dell’attività intima di un immaginario – a cosa dovrò votare l’energia delle mie alienazioni? Ecco dunque un’ulteriore specola da cui guardare a “Sanpa”: l’illusione di un’impermanenza totale della storia, dell’esserci e dell’esserci stati.PS2. Personalmente sono uscito dalla visione della serie con un’opinione su Muccioli davvero trasformata. Mi ha colpito l’eroismo del narcisismo inconcusso e sorgivo, con cui è stato in grado di costruire qualcosa di impensabile e di fatto prima di lui impensato.

“REALITY?” a Zona K

Un dialogo su teatro e contemporaneo nella prospettiva politica, insieme con il regista lettone Valters Sīlis e la critica teatrale Sara Chiappori, nell’àmbito di un ciclo di quattro dialoghi organizzati da Zona K. Il titolo che era stato dato a questa serie di incontri, in tempi non sospetti, è “REALITY?”, ovvero lo stesso che ho provveduto a dare al mio libro a partire dal primo lockdown. La differenza, peraltro cruciale, è quel punto di domanda. Riflessioni e incursioni nella drammaturgia del reale – buona visione a tutte e tutti! ❤

Reality Trump

C’è, si sa, del patetico nel tragico, meno che del tragico nel patetico. In questa sottile e indefinibile linea d’ombra si pone il fatto storico e letterario che riguarda il 45mo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, rinchiuso da dieci giorni nella Casa Bianca, che egli immagina assediata, mentre è già stata presa. Non credo che esista un momento più patetico e tragico di questo, rappresentato da un anziano leone del furto, più che del mai specificato capitalismo, grottesco fino alla comicità e al dadaismo, fisiognomicamente impressionante con la capigliatura e le mani che sono sopportate più che portate ed essenzializzate nei gesti che non sono più gesti, la pelle arancione, la massa grassa, i cortigiani proliferanti e continuamente licenziabili attorno, la famiglia di freak, il male perpetrato a partire dalla forma cariata di un io insufflato a morte di gas venefici, le stragi comminate all’estero e in patria, il Ku Klux Klan come orizzonte e il pitbull come bestia domestica, la moglie ex modella muta e perennemente assorta in un orizzonte nirvanico, quasi appoggiata al corpo goffo e gradasso dell’inadatto consorte, inadatto a tutto, con quel vestiario da manichino XL del peggior outlet di provincia, la provincia americana a cui questo antinewyorchese parla sbraitando, il cravattone all’aria, mentre separa i bambini dai genitori e conclude la più allibente politica estera nella storia recente degli Usa, ignorando via via la verità e la correttezza e il minimo di etica, protestante a tutto, fino alla negazione di un virus pandemico, all’ignoranza del quarto di milioni di morti che si sono spenti sotto il suo comandamento, mentre gli inoculano farmaci da assiro, ricchi in monoclonali, resuscitandolo dopo qualche ora di profonda patologia e minaccia bilaterale ai polmoni, mentre piazza l’antiabortista alla Corte Suprema, avvelenando il giudizio nei prossimi decenni, ed esce dall’ospedale militare pensando di levarsi la camiciona Oxford per mostrare davvero una maglietta da Superman e rientrando alla Casa Bianca e nei sondaggi, diventando il secondo uomo più votato nell’intera vicenda elettorale di questa nazione tutta aquile Remington e ipocrisia, la nazione libertariana che si erge sulla schiavitù e in direzione della schiavitù di tutti a nessuno, fino a perdere le elezioni strepitando a trucchi e complotti e morti risvegliati all’anagrafe per il voto falso, falso, falso, accusando la sconfitta nel momento in cui gioca a golf in un campo di sua proprietà e chiedendo, mentre è iniziato il processo che lo depone, un attacco militare contro un sito nucleare iraniano, per scatenare una guerra di chiunque contro chiunque – e si aggira sgonfiato o gonfio, empio e drammatico, nella penombra dei corridoi e nella teoria di stanze dall’Ufficio Ovale e dal Giardino delle Rose fino alle cucine e alla sala stampa, chiuso in questo castello di zucchero filato finito a marcescenza nella concrezione, nella putrefazione in vita, sbadigliando dalla furia, immobile nei tre quarti di luce sul volto fratturato dalla dottrina morale e dalla ricerca filosofica, il sangue grosso gli scorre nelle arterie bloccate e il sistema nervoso è fatto di nervi spessi che gli ululano dentro e nell’immensità interna, che gli è intima come la slitta Rosebud, c’è il bimbo arancione e biondo sul pavimento di una stanza in ombra desolata e non sa se piangere, se ridere, è vivo… E’ sempre e ancora vivo… E’ l’ultima chance del romanzo, dell’epica contratta al corpo imbelle del capitale sconfitto, dello spettacolo che è esploso perdurando un secondo di più in tutti gli schermi di tutti i device frontali di questa epoca in transumanza, da un codice carnale a un codice che lo sarà, dalla carne allo stemperamento degli istinti e delle sopravvivenze, la tomba digitalizzata che mostra i momenti apicali della presidenza e i finti affetti dei molti figli e dei generi e delle nuore, senza conoscere il deserto o scrutare le coste gessee del firmamento, ma avendo in vista soltanto soffitti, e lampadari, soltanto solitudini reiterate, pedofilie e scranni, martelletti giudiziari e palloncini sospesi sulle acque clorate delle piscine a Mar-a-Lago, le dentature bianche, poi gialle via via, il membro che si rattrappisce e la rapina sessuale incombe ovunque nell’aria attorno a lui, lui che è impossibile che sia mai lei, un maschio dell’occidente maschile nella luce maschia delle alogene a led, il miliardario che stringe in un abbraccio ideale tutti i rurali di cui è esplicitamente avversario e fiero incantatore, distante dalle vacche e dalle striate del loro sterco: lui, lo sterco, sempre, ma ora più che prima, ora più che mai, tracimato oltre se stesso e collassato supernova di carne bionda dentro il buco nero della reggia ridicola, mentre lo osservano tutti gli abitanti della Cina e lo vedono accasciarsi, provare la fitta cardiaca, mangiare il colesterolo, fino a non esserci più, a esserci sempre…

“Reality”: cosa sta succedendo

Lungi da me immaginarmi come l’esperto letterario di alcunché, tanto meno del virus che sta piagando l’umanità su questa bollicina di terra commista ad acqua, sulla quale la specie secretoria ritiene tuttora di essere una modalità dell’onnipotenza. Fatto sta che un libro su lockdown e postumi del medesimo lo ho apparentemente scritto (si intitola “Reality. Cosa è successo”, lo ha pubblicato Rizzoli). Il libro è uscito a luglio, quando le vanoloquenti sottospecie della pavidità si erano tramutate in assicurazioni sulla morte: supposti luminari in sanità privata che dicevano essere clinicamente esaurito il Covid e necessarissimo riprendere a vivere normalmente, ovvero produttivamente, nell’indistinzione tra tempo libero e tempo schiavo, perché il Paese doveva correre; frange di parodie di Lefebvre e Himmler a manifestare con l’illuminante cartello vergato dallo slogan più tragicomico di sempre, ovvero “BASTA SCIENZA”; entrepreneur dall’inequivoco cipiglio lombrosiano e paraconfindustriale, come sempre con qualche piccolo fallimento alle spalle o davanti agli òmeri, a pigliare grano dallo Stato per potere licenziare meglio *dopo*, a reclamare che quel *dopo* era già lì, bello estivo e pronto a farsi autunnale; cazzate mediatiche, sorrisini opinionistici, congetture che sfumavano a fronte della drammatica sconfitta dell’Inter in finale di Europa League o discettavano che qui “non ce n’è di Còviddi!”; contro immaginari biopotentati, i complottisti colti, la cui patente di filosofi e letterati andrebbe messa al vaglio da anni e tanto più dopo una simile prova di meschineria piccina e arrogante; assalti alla diligenza politica, a colpi di 577 progetti surreali, per spartirsi il grano europeo del fondo ricoverativo, tra cui un memorabile acquario civico a Taranto per uscire dall’emergenza. Implicito, implicato e sempiternamente saccente, l’atteggiamento nazionalista italico, cioè un nazionalismo privo di nazione, secondo la cui vulgata saremmo stati i migliori, noi italiani, eravamo disciplinati, avevamo qualche migliaio di vittime meno dell’Inghilterra, che bravi!, 35mila se ne erano andati e manco una parola di pietà per i morti, manco una parola di orrore per i cadaveri, manco una parola di paura per le intubazioni e i caschi della subintensiva, manco una parola di rispetto per i malati, manco una parola di amore per chi aveva rischiato la vita in nome di Ippocrate e della cura e dell’umanità. Con insensato orgoglio per la frittura del nulla, tutti a spassarsela con l’orizzonte litoraneo. Chi avrebbe accusato le mancanze governative non ha agito collettivamente, protestando perché nulla si stava facendo, nulla si stava predisponendo, nulla si stava ragionevolmente prevedendo. Eppure i sintomi c’erano tutti, le diagnosi anche, i realisti pure. Nessuno spaccia il benvenuto all’inferno, che una popolazione greve si merita dopo questo festival della cazzata e della leggerezza e dell’empietà allegra. Però il sottotitolo del libro, di cui sopra, ovvero “Cosa è successo”, continua a essere perituro ma valido, si trasforma come un proteo, formula l’inesausta domanda, continua a radiare e a proporre *una* chiave di lettura, che è appunto la radiazione: irradia e commina la cacciata dall’albo delle carità più intense. “La realtà geme e si ribella da se stessa” ha scritto il pontefice cattolico nella sua recentissima enciclica, “Fratelli tutti”. Non l’umanità, non la natura: la realtà in toto. Sono lacrime delle cose e le cose umane toccano la mente. A me basterebbe sfiorarla, la mente, inocularvi il punto di domanda che sempre manca di esservi accluso.

“Reality. Cosa è successo” sul Corriere della Sera



Inimmaginabile, eppure reale Viaggio nell’apocalisse Covid
Incubi Giuseppe Genna racconta i giorni più tragici e sconvolgenti della pandemia in Italia (Rizzoli)

Di Stefano Montefiori
[Corriere della Sera, 30 luglio 2020]

Un libro sul coronavirus, sul lockdown, su come lo ha vissuto l’Italia. Ovvero sull’argomento forse più coperto dai media della nostra epoca. Ore e ore di trasmissioni televisive, tonnellate di pagine di giornali, milioni di caratteri sui siti di informazione. In questi casi, si può scegliere un angolo di attacco, o magari lasciare sedimentare i fatti, riprenderli una volta che siano più distanti e chiari per non correre il rischio di raccontare per l’ennesima volta qualcosa che si è appena letto, visto, vissuto. Con Reality (Rizzoli) invece Giuseppe Genna si butta a capofitto, subito, nella tragedia italiana, raccontandola mentre si svolge, e riesce comunque a dare al lettore una visione unica, incomparabile con quanto è già stato descritto da altri, perché lo sguardo — e la lingua — di Genna sono peculiari, inconfondibili.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro (e dell’opera di Genna): l’impossibilità di accettare la realtà per quel che è, lo stupore di fronte a fatti della vita ai quali gli uomini tendono ad abituarsi in fretta. In passato sono stati Vermicino, o la morte di un neonato, o più banalmente i villaggi turistici o l’estetica berlusconiana o gli aperitivi milanesi. Capiterà, se non sta già capitando, con le mascherine. Leggendo Genna si ha spesso l’impressione di averlo lì vicino, che ti prende per il braccio e ti dice «ma ti rendi conto? È pazzesco», e ha ragione, è tutto pazzesco, e questo approccio serve a scuotere il lettore quando gli parla delle biciclette Graziella dell’infanzia così come quando Genna affronta l’inaudito, cioè l’epidemia a Milano, per qualche tragica

settimana capitale mondiale del coronavirus.

Scrittore milanese, 50 anni, Genna trova nella crisi sanitaria e nel lockdown l’occasione per offrire un nuovo capitolo del racconto di Milano che egli ha intrapreso da tempo. «Una metropoli che si è glitterata nell’ultimo decennio, una pandemia del consumo veloce, il piombo reso oro atomicamente. La capitale immorale della nazione Italia, ma priva delle dolcezze italiane, disattenta e attrattiva, die

ci milioni di turisti l’anno. Produce. Produce e produce. (..) Milano a ondate elettriche si accende e la guardano le metropoli del pianeta. E adesso è buia».

Genna percorre Milano con la Vespa «male in arnese», un viaggio da Linate verso il centro che poi lo porterà negli ospedali, e tra i tossici di Rogoredo e al mercato ortofrutticolo, e nella Bergamo del sindaco Giorgio Gori, quell’uomo con «la faccia tra la faina e il perfezionismo» che gli ricorda le marionette di Gerry e Sylvia Anderson nella tv per ragazzi: «Le labbra un poco a ciliegia ma strette si muovono al modo di certe marionette in alcuni telefilm fantascientifici degli anni Sessanta, pupazzi con bocche umane filmate sovra impresse, si muovevano in asincrono, con le labbra troppo rosse e i denti in evidenza, Thunderbirds era il titolo, forse».

Probabilmente solo da Genna ci si può aspettare un passaggio sui Thunderbirds mentre racconta di Bergamo, o sulla «magrezza tiroidea» di Pietro Mennea quando affronta la questione dei runner. Ma non si tratta del solito espediente di mescolare alto e basso, di usare la cultura pop come strumento per strappare interesse. Genna sembra scrivere in stato di trance, il destino fantascientifico di Milano si compie inaspettatamente qui e ora, con decenni di anticipo, e lo scrittore reagisce raccontando quel che vede ma anche quel che ricorda, con associazioni improvvise e impreviste, costretto a guardare l’orrore con gli occhi spalancati come Alex nella cura Ludovico di Arancia Meccanica.

Reality è il racconto di un mondo che era stupefacente anche prima, e che adesso ha solamente cambiato modo di essere straordinario. C’è la Macarena cantata e ballata in modo rallentato, mostruoso, sui balconi, c’è il malato che urla insulti ai medici e «appartiene a una ben nota classe bastarda (..), la quale sta fra la cosiddetta classe media e la cosiddetta inferiore e riunisce taluni difetti della seconda con quasi tutti i vizi della prima, senza avere lo slancio generoso dell’operaio né l’ordine onesto del borghese», e c’è anche il fatto che «bisogna raccontare gli scaffali svuotati. Nessuno di noi aveva mai visto prima il fondo della scaffalatura al supermercato, era un segreto che detenevano soltanto gli addetti a riempirli». Genna sembra avere depurato la sua lingua, sempre unica ma più efficace, al servizio di un viaggio psichedelico nella realtà che tutti vedono, ma non così.

«Siamo attoniti», scrive l’autore alla quarta riga, e questa è forse la chiave di tutto il libro