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Ricordando Franco Scaglia

Nel 1994 mi ritrovai a Roma a lavorare come attaché alla presidenza di Montecitorio, incarico del tutto incongruo per uno che era cresciuto in una periferia tossica a sud di Milano, con gli amici morti per overdose o sieropositivi. Organizzavo eventi culturali e studiavo per il Presidente il who’s who delle commissioni su stragi, terrorismo e P2. Nel giro di un anno mi venne interrotta da un giorno con l’altro la collaborazione con la Camera dei Deputati. Avevo in tasca 1.200 lire, il conto in banca risultava in rosso, ero disperato. Non avevo nemmeno i soldi per tornare in treno a Milano. Allora arrivò letteralmente a salvarmi uno scrittore e grande intellettuale, che intervenne dopo avermi conosciuto a Videosapere, una struttura Rai tanto meritoria da avere prodotto un’enciclopedia multimediale della filosofia. Questo uomo pacato, calmo e taglientissimo, questo umanista prestato alla tv di Stato, questo coltissimo cattolico che osservava al contempo con passione e scetticismo la realtà in cui si trovava a navigare – si chiamava Franco Scaglia ed è morto quasi tre anni fa. Ieri ne parlavo con un mio amico, sono stato preso da commozione. Devo ringraziare molte persone che nella mia miserrima esistenza sono state tanto buone con me, applicandosi a trovarmi da lavorare o a offrirmi opportunità quando ero sconfortato e privo di prospettive, ma tra queste Franco Scaglia non smette di stupirmi, il suo ricordo mi conforta sempre, la sua generosità e il suo rigore mi hanno sempre fatto pensare che con simili persone in ruoli influenti questo Paese sarebbe una landa migliore. Esperto fino a raggiungere vertici di filologia in teatro, opera e teologia, mente curiosissima e dispiegata in qualunque sapere, Franco Scaglia è stato uno scrittore importante negli anni in cui ha pubblicato romanzi e saggi, al punto di vincere il Campiello, nel primo conato di indifferenza da parte di critici e mediatori, che lo ritenevano un autore secondario o troppo mainstream, quando in realtà Scaglia si mangiava a colazione l’interezza del nostro comparto letterario ed editoriale. Era del resto un grande editore egli stesso, guidando la Rai in acque sperimentali assai raffinate, selezionando teste pensanti e facendole lavorare nel servizio pubblico con una rara dirittura etica e una altrettanto rara attenzione alla collettività e alla pedagogia diffusa. Il suo sguardo pulito e profondo metteva a nudo l’egoità dell’interlocutore, che soccorreva con la sua blanda idiolessi che ibridava il genovese al romano. Parlare con lui significava essere visti e ascoltati, sporgersi in una dialettica continua, in cui si ritrovava antagonismo e comprensione, opposizione e sintesi. A me era capitata un’esperienza equivalente solo ai tempi della frequentazione di Antonio Porta e della compagnia fantastica della coperativa Intrapresa di Gianni Sassi. Non a caso Scaglia aveva fondato una rivista leggendaria, “Achab”, tanto quanto quellidell’Intrapresa avevano fondato una rivista leggendaria, “Alfabeta”. Il libro più sorprendente, sconcertante, incendiario, poetico e oltranzista di Franco Scaglia, “Non vestitemi di bianco” (uscì nell’84 per Spirali/Vel), è un lavoro in cui l’avanguardismo storico prende una piega esoterica sconvolgente e a oggi mi pare insuperato nell’avanzare un’ipotesi che compie il postmoderno italiano e si indentra un territorio ulteriore. Sarebbe da leggere e rileggere, Scaglia, e sarebbe anche da prendere il testimone da lui e condurlo tra le genti che desiderano anche oggi fare cultura ad altezza dei tempi – il che, sia chiaro, intendo fare e faccio, con i miei poverissimi mezzi, da sempre: aprire possibilità, lavorare per l’alterità, discutere, condividere i saperi, essere spalancati da un dialogo ininterrotto, tentare di mettersi a disposizione dei giovani e delle brillantezze – servire, finché non si risulta servi inutili. Giunga ovunque sia Franco Scaglia il mio abbraccio, aria nell’aria, sottilissima energia e profondo ringraziamento, testimonianza di cuore e di testa, interezza della mente e puro amore per esserci stato, per essere stato.

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Janeczek e Zaccuri alla libreria Egea: tra biografia e tragico


Nel bellissimo spazio incontri della nuova libreria Egea (che si è spostata di poche decine di metri, sempre nel complesso dell’università Bocconi), si è tenuto ieri l’incontro con Helena Janeczek e Alessandro Zaccuri, sulle “biografie magnetiche”. A partire da “La ragazza con la Leica” (Guanda) di Helena e da “Lo spregio” (Marsilio) di Alessandro, si è parlato di: verità e finzione, memoria e immaginazione, tragico e male, trauma e mistificazione, nomi dei padri, storia e uscita dalla storia, metafisica e politica, narrazione e poetica, immagine fotografica e tempo, paradigma della vittima e dispositivo della colpa, fede nella parola e coerenza del lavoro di scriventi, Tolstoj e Dostoevskij, Petrarca e saga “Millennium”, “Divergent” e “True detective”, Disturbi dell’Apprendimento e Bisogni Educativi Speciali, Snowden e letteratura nera. E di molte altre cose. Ringrazio tantissimo chi è intervenuto. Ci si vede il 7 maggio, quando si presenterà nella stessa sede il nuovo libro di Ferruccio Parazzoli, decano dell’editoria e venerabile maestro occulto di molti scriventi attuali, maestro del postmoderno e di quella piaga luciferina che è la letteratura.

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Il 16 alla libreria Egea: incontro con Janeczek e Zaccuri

Presso la Libreria Egea, in viale Bligny 22 a Milano,
BIOGRAFIE MAGNETICHE: NARRARE VITE ECCEZIONALI
con Helena Janeczek e Alessandro Zaccuri
modera Giuseppe Genna

Nel primo di due incontri d’autore presso la Libreria Egea (qui la pagina dedicata), presentati da Giuseppe Genna (autore del recente “History”, pubblicato da Mondadori), per discutere sulle nuove narrazioni e il racconto biografico saranno ospiti Helena Janeczek e Alessandro Zaccuri.
Il racconto della vita e della storia è uno dei generi che stanno subendo una delle più intense e sorprendenti trasformazioni poetiche in epoca contemporanea. A partire dai testi di Janeczek (“La ragazza con la Leica”, edito da Guanda e candidato al Premio Strega) e di Zaccuri (autore del recente “Lo spregio”, pubblicato da Marsilio, ha esordito con “Il signor Figlio”, opera che incrocia biografie di Leopardi, Kipling e Messiaen), la letteratura entra in un confronto al calor bianco con l’esistenza e la leggenda, la verità distorta e piegata dalla finzione, il documento increspato dall’immaginazione e dall’evocazione, il saggio deflagrato in narrazione. Il tragico, il comico e la memoria nell’opera di due narratori centrali del comparto letterario italiano.

HELENA JANECZEK è nata a Monaco di Baviera nel 1964, in una famiglia ebreo-polacca. Vive in Italia da oltre trent’anni. È autrice dei romanzi “Cibo” (Mondadori, 2002), “Le rondini di Montecassino” (Guanda, 2010), e “Lezioni di tenebra” (Guanda, 2011), oltre al recente “La ragazza con la Leica” (Guanda, candidato Premio Strega). E’ tra i fondatori del sito letterario Nazione Indiana.

ALESSANDRO ZACCURI è nato a La Spezia nel 1963. Giornalista del quotidiano «Avvenire», da Mondadori ha pubblicato i romanzi “Il signor figlio” (2007, Premio Selezione Campiello), “Infinita notte” (2009) e “Dopo il miracolo” (2012). È inoltre autore di alcuni saggi su temi dell’immaginario contemporaneo: “Citazioni pericolose” (Fazi, 2000), “Il futuro a vapore” (Medusa, 2004) e “In terra sconsacrata” (Bompiani, 2008).

GIUSEPPE GENNA è nato a Milano nel 1969. Ha pubblicato molti romanzi, prevalentemente per Mondadori, tra cui “Nel nome di Ishmael” (2002), “Dies Irae” (2006), “Hitler” (2008) e il recente “History”. E’ autore del saggio “Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza” (il Saggiatore, 2015).

blog · Poesie

“Trasbordo”: una poesia del 1994

E’ stato ritrovato un mio testo poetico che pubblicò la rivista “Poesia” (Crocetti Editore) nel 1994. Faceva parte di un libro, intitolato “Libro bianco”, che andò purtroppo perduto. Ecco la poesia, con la foto che illustrava la sezione dedicata ai miei testi:

TRASBORDO

Il mio battesimo di solo è stato
nel tuo nome che dice: pace

Abitando nel vento i corpi stanchi,
i nostri, saranno tuniche, non più dolori
e che il dolore e questo nocciolo
puro che ci viene incontro e ci spalanca
nelle mani di chi mi viene incontro dice:
abita una parola piccola, una casa piccola
dove il dolore è smesso

Abitiamo insieme la nuova casa dell’amore
ma questa mente che abita non conosce il passo
e i sabati del dolore, le ore bianche
(davanti al suo libro bianco pronuncio i loro nomi:
desiderio, accaduto, basta)

Insieme, mano nella mano, con lacrime, nel sonno
ho sognato questa notte che mi prendevi
e mi scioglievo in te, scioglievo
questa mente della carta, mente incartata

Funzionami, chiedo, mente
tu che sei la sorella, e quanto amore ha dipinto
con la mia mano la mia stanza bianca
dove coprire il capitolo del giorno prima

Ora che io sono stanco, che io sono questo
– guance, pensieri, sentimento –
preparatemi, stanze, alla chiamata dei trasbordi
come bimbi che si sporgono io sono
piccoli uomini del senso, noi diciamo:
basta, accaduto, desiderio
e un vento buono
di fiori farà il corpo, una strada
bianca, lontana, tutta curve e calma
ma con dita bambine capaci di segnare noi siamo
cifre grandi, lacrime, finestre appannate di fiato.

blog · Il nuovo libro

L’universalità nel nuovo thriller

Si medita, in questi giorni, sul nuovo thriller. La necessità di un congegno narrativo parallelo all’indagine storica, di cui vorrei occuparmi, è per me il dato attualmente più sconcertante e inibente. Gli stilemi di genere impongono solitamente l’individuazione dei personaggi dal punto di vista psicologico ed esistenziale (ossessioni, manchevolezze morali, corruttela, traumi, etc.), che sono la restanza più acuta di quanto fu il romanzo di formazione. Tutto ciò diviene meccanico, la personalizzazione è ormai depersonalizzante, poiché si tratta di stilemi giunti a consunzione, dopo secoli di utilizzo, se non di abuso. E’ ciò che già mi capitò di osservare all’uscita della prima stagione di “True detective”, rispetto alla scrittura di “Nel nome di Ishmael” anni prima, il mio thriller meglio riuscito. La difficoltà si pone anche a un altro livello: dove andare a creare spaccature nella storia, in modo che sia concessa la chance di narrare l’universale? La struttura mitica, sottesa dal genere nero, è ancora attiva o attivante? Da un lato il thriller contemporaneo sembra fottersi di questo problema artistico e letterario, piuttosto che di pura affabulazione: il Male è sempre il male, anche se si sbandiera velleitariamente l’assolutezza degli elementi in gioco. Il punto cruciale, per me, è proprio questo: cosa è assoluto nella narrazione odierna? E ciò vale non solo per la scrittura di genere: vale per tutto. Quando una psicologia risulta emblematica di una generalità? Dove spira il perturbamento metafisico? L’impatto tecnologico, nel genere nero, laicizza tutto, rende tutto meccanico – si tratterà quindi di prescindere dall’oggi e *tornare indietro*, piegando al genere storico l’anima nera del racconto, per esempio come fa Ellroy?…

blog · Nel nome di Ishmael

“True detective” e me

Me e “True detective”. Una delle ragioni per cui sono stato tanto affascinato da quella che considero La Serie è di ordine proiettivo e riguarda certe cose che ho scritto quando ero giovane. Pubblicai dei libri “neri”, delle specie di crime e di thriller. Mi interessava lavorare allo sfondamento della nozione di genere e alla struttura stessa di romanzo come unica possibilità di narrazione. Tuttavia, essendo inesperto della scrittura in prosa, mi attaccai a mie personalissime ossessioni. Ecco un parallelo tra i nuceli generativi di “True detective” e un romanzo che si intitolava “Nel nome di Ishmael”:
– l’ambiguità del titolo, che, nel caso della Serie, rimanda alla tradizione della “Quest”, cioè la “Ricerca del Graal”, e non solamente all’indagine in corso, avanzando una domanda implicita che ha a che fare con tutto lo svolgimento della serie (ovvero: chi è il *vero* detective? Quale *verità* cerca?); nel caso di “Ishmael”, il riferimento è a Melville e all’incipit di “Moby Dick” (“Chiamatemi Ishmael”), e quindi è un riferimento scritturale, e avanza domande su chi è la funzione che sopravvive agli eventi testimoniando tutto, sopravvivendo oltre la fine per raccontare;
– nella Serie i detective sono due, così in “Ishmael”;
– nella Serie i due detective si muovono su piani temporali diversi, sfalsati (stessi luoghi in tempi diversi), mentre in “Ishmael” i due detective si muovono separatamente in piani temporali diversi e sfalsati (stessi luoghi in tempi diversi);
– nella Serie si indaga su riti parasatanici, così in “Ishmael”;
– nella Serie ci sono vittime bambine, così in “Ishmael”;
– nella Serie i bambini sono utilizzati come simboli, così in “Ishmael”;
– nella Serie un detective vive l’esperienza di una figlia piccola morta, così in “Ishmael”;
– nella Serie il male è il Male, così in “Ishmael”;
– nella Serie, a coprire e forse motivare il giro di sacrifici umani, è un livello politico alto, così in “Ishmael”;
– nella Serie si fa un percorso in un tempio del Male (Carcosa) fatto di distorsioni percettive e articolazioni umane slogate, così in “Ishmael” (il Cottolengo, una brefiotrofio milanese dove sono in contenzione bambini affetti da aberranti sindromi genetiche);
– nella Serie si arriva al discioglimento attraverso un triangolo, laddove un detective irrompe e risolve il duello tra il Cattivo e l’altro detective, e così accade in “Ishmael”;
– nella Serie c’è la “Scopata squallida orrenda”, così in “Ishmael”;
– nella Serie ci sono i colleghi dei detective che depistano e coprono, così in “Ishmael”;
_ nella Serie viene enunciata, in termini enfatici, una filosofia del vuoto e del nichilismo metafisico, così in “Ishmael”, con la medesima retorica;
– nella Serie c’è un detective impermeabile all’amore e alla femminilità, ostinatamente solitario e ritentivo, così in “Ishmael”;
– nella Serie c’è non l’evocazione, ma la pratica del sadomaso, così in “Ishmael”;
– nella Serie c’è continuamente erba secca, così in “Ishmael”, dalle crete senesi all’erba veccia delle zone di nessuno accanto alle carreggiate delle tangenziali milanesi;
– e così via.
Non intendo asserire di avere raggiunto, con “Nel nome di Ishmael”, l’altezza degli esiti artistici che vanno riconosciuti a “True detective”. Intendo sottolineare come esistano molti snodi canonici della storia “nera”, da un lato; d’altro canto, come siano comuni certe ossessioni personali. Al di là delle intensità artistiche e dei risultati sortiti (davvero, lungi da me qualunque reclamo di un’artisticità del “thriller” che pubblicai nel 2001), la differenza tra il libro e La Serie risiede secondo me in questo: nella Serie non c’è la storia, se non come tradizione magica (gli orripilanti carnevali della Louisiana), mentre nel libro i piani temporali servono a fare percepire il salto tra l’Italia dei Sessanta e l’Italia del 2000.
Chiedo scusa per l’equivocabile slalom parallelo.

blog · La vita umana sul pianeta Terra

La vera morte del digitale

Questa, un tempo, la si sarebbe detta storia, poiché, come sempre è accaduto, la storia è storia della morte e delle modalità in cui la morte si declina, seppure sembri che la storia sia il racconto della vita universale, che evita la morte. Oggi c’è un minus di storia, poiché la storia si manifesta attraverso percezioni offuscate rispetto al passato (che è appunto storico) e nuove modalità, le quali si direbbero distrattive, almeno rispetto al paradigma sociale precedente. Ciò che è capitato nella sede californiana di YouTube è proprio lo smarcamento dell’epoca digitale a fronte della morte. Tutto ciò che esprime la youtuber frustrata, che impazzita ha tentato la strage nell’azienda detenuta da Google, è purissima epoca digitale: è la prima volta dell’epoca digitale. La frustrazione emarket della stragista è un unicum, è un primum, proprio nel tempo in cui tutto è primum fino a risultare premium. La morte, comminata nell’epoca presingolarità tecnologica, è una lieve nebula, un cirro in un cielo cromato, un velo di maya sopra l’interezza dell’illusione universale. Accadrà di più e di peggio, come chiaro, ma resta il fatto che la pietra miliare è stata posata, anche se non esiste più la percezione diffusa che esista una francigena su cui contare le pietre miliari. E’ “La vita umana sul pianeta Terra”, per come la preconizzavo in un testo uscito per Mondadori, a partire dalla svolta che impose al mondo qualche anno fa lo stragista norvegese Anders Behring Breivik, con modalità nuove e astratte, con fattualità capaci di annullare la memoria e dunque la storia – un elemento alieno, ultracorporeo, silente e zittente, un’onda anomala di antimateria che pare materia, un disastro privo di desiderio, un’alienazione che cancella i quadri precedenti. Benvenuti nell’accelerazione che mira al download della psiche, benvenuti nell’inorganico umano: il tempo prescrive una severa meditazione, ovvero un silenzio trascendente, che abbandona le parole, per evitare di ritrovarsi al di sotto della soglia delle parole, delle immagini, della storia e, infine, dell’esistenza.