Leggendo l’analisi di Paolo Mieli sull’egemonia Pd

Oggi sul “Corriere della Sera” l’ex direttore Paolo Mieli pubblica un’analisi sulla debolezza della proposta da parte di sinistra e centrosinistra attualmente rappresentati nei parlamenti, sia l’italiano sia l’europeo. C’è un discorso da fare, intorno alla abituale centralità di quel repertorio di voti che è stato e sta continuando a essere il Partito Democratico. Giovedì, a PiazzaPulita, il fu padre nobile del Pd, Romano Prodi, ha testualmente asserito che la formazione dem “non è più il partito dei ricchi”. Bisogna intendere bene, dico filologicamente, ciò che Prodi intende e, a mio umillimo parere, sta intendendo questo: il Pd è il partito dei ricchi. Nessuno aveva mai estratto una simile definizione su una formazione che ha progressivamente tradito gli ideali di una sinistra governativa, a cui nessuno chiede di essere una lista di quella arcobaleno, ma che ha comunque perpetrato politiche devastanti e un abbattimento del comparto identitario, e dunque popolare, da cui veniva o pretendeva di venire, sintetizzando i portati sociali e storici sia dell’esperienza comunista e postcomunista sia di quella cattolica illuminata. Il Pd attualmente sta dimostrando che una sorta di mélange tra vecchissima classe dirigente e nessuna novità autentica, in un contesto di pura idraulica politica, mercè il progressivo collasso dei Cinque Stelle, porta la formazione di csx un poco sopra il 20%. E questo sembra non dico bastare ai dirigenti piddini, ma addirittura pare euforizzarli. La questione del ritorno al governo del Paese è distante anni luce rispetto a questo orizzonte. Cosa deve dunque accadere? Il Partito Democratico può salire al secondo posto tra le liste più votate alle europee, ma proseguirà nell’impossibilità di sciogliere il nodo identitario e la relazione con le molte persone che non intendono tornare a votarlo – senza dire di quelle che non hanno mai avuto intenzione di sceglierlo e a cui nessuno è andato a recapitare una proposta di valori (al massimo, gli si è fatta giungere un telegramma a timbro neoliberista, confidando nella disastrosa prospettiva che si disse Terza Via – il faccione che si deve avere in mente in questo caso è quello di Matteo Renzi). La mitografia implicita, coltivata soltanto dalle classi dirigenti di questo partito sull’orlo dell’esaurimento della propria autosufficienza, davvero, è l’egemonia a sinistra. Questa vocazione maggioritaria è una delle più devastanti ipotesi lanciate dalle storiche dirigenze della Cosona di centrosinistra. La propalò Walter Veltroni – e continua a propalarla. Sostiene Paolo Mieli che devono sorgere due soggetti politici, uno a destra e uno a sinistra del Pd. Ciò determinerebbe la fine di questa follia, che è stata l’autosufficienza su cui hanno contato tutti i segretari e i quadri dello partitone. Io non concordo con Paolo Mieli, ma soltanto perché penso che si debba andare a un soggetto di natura modalità e persone davvero diverse. E’ una sfida complessa, anzitutto perché è una sfida della complessità, ovvero la cifra autentica del tempo che viviamo. Va ridefinita la rappresentanza, la delega, il rapporto tra leadership e collettività, in una concretezza virtuosa del discorso. Non credo che si tratti di aspettare Godot. Credo che Godot sia arrivato, sia già tra noi. Sono un osservatore, a volte anche privilegiato, e a questo sto. Il passaggio storico è complicato e serve un’inventiva enorme, una capacità di prassi altrettanto enorme, un’intensa capacità di coniugare coraggio e rischio, calma e accelerazione, processo e contenuto.
Si vede l’alba, non è quella dorata. E’ luminosa.

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Presentazione de “I fratelli Michelangelo” di Vanni Santoni: il supertesto

Questa sera alle 21, alla libreria Verso, ho l’onore di discutere con Vanni Santoni del suo nuovo romanzo, “I fratelli Michelangelo”. Checosa è questo oggetto fraterno che ci viene offerto da una delle menti più vibratili e innovative della comunità letteraria italiana? E’ una summa, anzitutto, ma anche dopotutto, poiché la summa apre un discorso che prevede la propria fine, essendo una grande sintesi e rilanciandone i contenuti e le forme in un’avventura successiva. L’ultima delle cose che desidero dire intorno a questo libro è la descrizione che se ne trova in aletta, così come le informazioni spicce che riempiono normalmente metà degli articoli dedicati a un lavoro letterario. E’ necessario anzitutto affrontare Dostoevskij. Nel caso di questo masterwork di Santoni il ruolo del titolo è delicatissimo e si tratta della risoluzione davvero originale di un problema modale: confrontarsi col passato, mettendo in difficoltà il passato stesso. Se i Karamazov, a cui IFM rimanda nel titolo, fossero stati i fratelli Puškin, allora avremmo qualcosa di simile al tentativo che compie l’autore de “La stanza profonda” (un altro titolo perturbante, che non decresce nella sua attualità e potenza anche rispetto al nuovo testo, di cui costituisce una traiettoria tra le moltissime). Eppure è Michelangelo, non Alighieri: il passato viene utilizzato contro il passato, facendo schiantare Dostoevskij contro l’immanità del Buonarroti, artista diverso e probabilmente più vasto del grande padre russo del romanzo occidentale. La storia è un viaggio: sono molti viaggi. C’è la convocazione di un padre che è Zeus e Coglione al tempo stesso – un padre novecentesco, ma della seconda metà del Novecento. Egli emblematizza una storia, nazionale e non soltanto, a cui i suoi figli, segreti e non, furibondi e non, sono stati convocati di colpo, in un esercizio di confronto con il gigantismo. Che è lo stesso confronto che Vanni Santoni è chiamato a risolvere con un gigantismo parallelo e coincidente, ovvero la storia della lettertura: della *sua* letteratura, dei suoi canoni, dei balzi in avanti che ha osservato praticare in un agone artistico in cui si è formato, precocemente e avidamente. Ogni figlio costituisce una categoria dello spirito. Ogni figlio è narrato da o narra una costruzione storica della personalità. Ogni figlio rappresenta una mossa del contemporaneo. Ciò che fatalmente accade è che la rivoluzione antropologica con cui il mondo trascende le epoche, ovvero il complesso digitale e la psiche collettiva che ne deriva, avviene proprio all’interno della vicenda storica della “famiglia” Michelangelo. La variabile spirituale, così come quella materialistica, ottengono, in questo multitesto che è un ipertesto, la più cristallina e tormentata delle esposizioni narrative. E’ per me impossibile ritrovare, non dico in completezza, ma almeno in una forma accettabile, le tracce sotterranee e le chiavi che Santoni allestisce e seppellisce nel suo macrotesto: citazioni, easter eggs perfino, allusioni, rimandi. Del resto io non leggo in questo modo i testi, perché ragiono sui medesimi come assolutismI: e questo testo è un assolutismo. Il postmoderno viene divorato, esplicitamente, e non è più un modulo all’altezza dei tempi e della mente: si è postmodernizzato e poi è stato dimenticato – e tutto ciò in pochissimi anni. Venature horror (ancora: il perturbante), dispositivi biblici o provenienti dallo stile delle Antiche Scritture di ogni metafisica, improvvise evoluzioni in direzione Risi & Monicelli, una visionarietà che coniuga Cattelan a Richter, Balzac a Lynch, Gadda ad Ariosto – e così via pressoché all’infinito. La lingua di Santoni è congeniale a questo progetto di inabissamento nei saperi e nella vita, questi labirinti che potrebbero, come sempre hanno fatto, trovare un punto di incontro, se non una pacificazione, nel grande mistero della Biblioteca, luogo in cui i libri riposano o sono morti ma comunque attivabili, per costruire l’adeguata interfaccia rispetto alla realtà. Non è questa la sede per un’opera di rigore ermeneutico, su questa architettura narrativa e questa esecuzione sinfonica (à la Penderecki) – qui c’è spazio soltanto per un impressionismo, che risulta impressionato, a fronte dell’impressionante che Vanni Santoni, compositore e direttore d’orchestra e strumentista *e anche pubblico in sala*, ha realizzato con “I fratelli Michelangelo”. Leggetelo, seguitelo nelle sue evoluzioni dal vivo e in Rete, non perdete contatto con questo monstrum letterario.

L’editoria alla fine: trascendimento dell’editoria. Su Book Pride 2019 e vasti dintorni

Passeggiando, rubricando gli spazi, esplorando i milioni di pagine, scrutando migliaia di volti, conversando per niente fitto con pochissimi colleghi e amici, intervenendo a tre incontri, dando sette pacche sulle spalle a sei persone, contando i volumi che fuoriuscivano tra le mani degli avventori, ammirando lo spazio postindustriale molto milanese, commuovendomi un paio di volte, osservando con distacco certe dinamiche di piccola comunità, sentendomi dire che sono ingrassato enormemente, trovando un compagno di sigaretta filosoficamente attrezzatissimo, cercando con lo sguardo l’intesa degli astanti ai dibattiti in cui ero frontale agli intervenuti che ancora vengono detti “pubblico”, constatando che moltissimi nomi di moltissime scrittrici e moltissimi scrittori venivano richiamati con una facilità sospetta perché accumulativa e incrementale ma per nulla progressiva, abbracciando il direttore Giorgio Vasta, sedendomi solitario continuamente su panchine tra la vegetazione tipica delle gentrificazioni, notando lo scandalo dei professionisti per la nomina di dodici libri al Premio Strega, continuando a ripetere che il testo al momento non c’è più perché è trasceso e di fatto non è mai conduttore elettrico di verità per la collettività odierna, assistendo all’assalto dell’appunto pubblico della poesia, annusando l’incongruo puzzo di merluzzo fritto accanto a un foodtruck bio, misurando lo tsunami di pareri sui “ragazzi” “in” “piazza” e su Greta Eleonora Thunberg Ernman ovvero “Greta”, notando che nessuna parola rimbalzava dall’assemblea nazionale del partito maggiore di opposizione che eleggeva il nuovo (…) segretario, sorvolando qualunque chiacchiera e passeggiando mite e testimoniale e solitario in mezzo alla folla, assaporando il sentore di primavera lombarda e calda come una guancia, andando a prendere il motorino a cui si staccava il fanale posteriore, facendo circonvoluzione della città distratta, controllando lo smartphone e trascorrendo a telefono per un tempo inconsulto – ho dunque fatto l’esperienza della fiera dell’editoria indipendente Book Pride in Milano, che si teneva in contemporanea con l’omologa fiera dell’editoria indipendente Libri Come in Roma, e mi sono sentito felicemente solo. Mi sono sentito in connessione, molto intensa, con le persone che intervenivano agli incontri a cui ho partecipato: sguardi di complicità e opposizione, mite e veritiera, una dialettica che non ricordavo possibile negli ultimi anni. Ho sempre tentato di portare il rovello della verità ovunque intervenissi, ma sempre misuravo un gradiente, come dire?, di spettacolo, una finzione tutta connaturata alla frontalità, alla supposta preminenza degli editori e dell’editoria, che ora, e secondo me fortunatamente e molto motivatamente, non ha luogo di accadere, non ha spazio per esistere, crolla con un sentore di miserevole irrilevanza, non può nemmeno nascondersi dietro l’idolo del mercato, questa parolina che ne ha giustificato le malefatte anticulturali e le dinamiche di finzionalizzazione della realtà. Mi è sembrato di percepire la questione editoriale come un secondarismo, un minoritarismo schiacciato da movimenti giganteschi, una riduzione imposta dalla storia, che l’editoria e ciò che molto tempo fa si poteva chiamare industria culturale non stanno capendo e, di fatto, non avevano capito nei decenni scorsi. Gli svolazzi ridotti a svolazzi, gli orpelli a orpelli, la fede sempre interessata non nella letteratura ma nell’editoria stessa decresciuta a elemento microprofessionale, ridotta a una tenera sopravvivenza la saccenza del popolo del testo che se ne fotteva di ciò che accadeva in microfisica tanto quanto in teologia. Insomma: una fine umana. L’aggettivo surclassa il sostantivo: questo è importante sottolinearlo e comprenderlo. La disumanità di una classe intellettuale legata all’editoria è ora divorata dalla disumanità delle idrauliche 4.0, che a me pare tuttavia più accettabile di quell’angosciante cerchio della verità prestabilita in cui sono cresciuto. E’ bello morire, è dolce vedere morire con serenità: le gemme, le foglie, i fiori appassendo – e, appunto, l’editoria. Che si trascende, sia chiaro: c’è un’altra cosa, enorme, che esplode, che trasforma, che trasmuta tutto: la forza che attraverso il verde talamo preme il fiore preme la verde età dell’epoca nuova. A interpretare una tale forza sono pochissimi umanisti, perlopiù giornalisti, il che mi sorprende: pensavo che avrei vissuto la fine del giornalismo e mi ritrovo a vivere la fine dell’editoria, dei librari, degli ipermetrici del testo. Le filologie esplodono, si trasformano, trasmutano: muoiono per come le abbiamo trattate nei millenni. I romanzi non sono più romanzi e, se lo sono, è inutilissimo che lo siano: devono essere *veri*, devono condurre la vibrazione della ricerca di verità e dell’ipotesi di una risposta assoluta all’approssimazione dell’umano che pensa di interfacciarsi con una realtà. Ciò non accade? E chi se ne frega: questi giorni dimostrano che si può vivere senza testo, cioè senza ermeneutiche, senza strategie disgiunte dalle tattiche, senza momenti templari perché inferiori. Un effetto paradosso, che ulteriormente mi prende in contropiede: il luogo dell’estinzione è sovrappopolato. Del resto, come osservava il sempre inquietante Spengler, le forme finali assumono dimensioni ciclopiche. Allora ho visto una lucertola, tra l’erba poco rasata della vegetazione 2.0, in un metro quadro di verde dietro il footruck, dove nessuno passeggiava, è arrivato un cagnolino e la ha mangiata.

[Nella foto, scattata da Jonathan Bazzi, un momento dell’incontro a Book Pride con Viola Di Grado]

A Book Pride 2019

Da venerdì 15 a domenica 17 si tiene a Milano presso la Fabbrica del Vapore la nuova edizione di Book Pride, fiera degli indipendenti, diretta da Giorgio Vasta. Per le interessate e gli interessati: sarò presente a tre eventi – tutti costituiscono un onore per il sottoscritto. Il primo appuntamento è previsto venerdì 15, alle ore 17 nella sala Salinger, con un incontro per me molto intenso, dal punto di vista letterario e anche emotivo, poiché sono a colloquio con Viola Di Grado, a proposito del suo nuovo, splendido romanzo “Fuoco al cielo” (La nave di Teseo), una narrazione potente che sconfina nella poesia, creando una vertigine linguistica e immaginale che, a mio modesto parere, risulta cruciale nel panorama italiano contemporaneo, il che è molto coerente con quanto percepisco di Di Grado, ovvero che siamo di fronte a una delle scritture imprescindibili del nostro tempo. Sabato 16 sarò alle 18 in sala Brera, con il direttore di Wired” Federico Ferrazza, a celebrare i dieci anni di vita del magazine dedicato all’innovazione e ai nuovi immaginari e che pubblica un numero dedicato alla storica occasione: dieci racconti su dieci eccellenze italiane, compreso un robot, cioè iCub, l’umanoide realizzato dall’Istituto Italiano di Tecnologia, guidato da Roberto Cingolani. Domenica 17 alle 12 sarò all’arena Robinson (l’inserto culturale di Repubblica, insieme al vicedirettore de “L’Espresso” Alessandro Gilioli, a rispondere alle domande di Marco Bracconi su “Quell’oscuro oggetto del desiderio italiano”. W gli indipendenti, w Book Pride!

“Fuoco al cielo”, l’ibrido assoluto di Viola Di Grado

E’ un tempo, questo, di molte scritture, di autorialità finita per eccesso di diffusione e disintensificazione dell’autorialità. Non ho più nulla da dire a proposito di questo: non soltanto sono disinteressato al 90% delle scritture che circolano, ma proprio mi infastidiscono, mi nauseano e mi fanno giungere all’esito naturale della nausea. Questa premessa mi sembra personalmente necessaria per dire che: grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente. In questa eccellenza, e non da ora, inscrivo l’opera e la scrittura di Viola Di Grado. Questa prosatrice in poesia è una poetessa in prosa e costituisce uno dei vertici qualitativi nell’attuale paesaggio basso padano della narrazione contemporanea in Italia. In quanto è un’acuzie, Di Grado è riconosciuta non soltanto in Italia, è tradotta e apprezzata un po’ ovunque e, per ciò che concerne la percezione collettiva potrebbe apparire un equivalente nazionale di Amélie Nothomb e infatti ciò appare ai giornalisti nostrani, quando non c’entra nulla di nulla con la scrittrice belga, a cui, secondo il generalismo cronachistico italiano, la accomunerebbe il fatto di vestire e truccarsi *strana*. Di Grado in realtà a me non pare c’entrare niente con Nothomb e, al tempo stesso, niente anche con la supposta tradizione prosastica e narrativa in lingua italiana. E’ uno strappo che Di Grado compie, da subito, violentemente, per appartenenza anche generazionale a una nuova anagrafe italiana, che non è più tale: né anagrafe né italiana. La sua specificità è accogliere, modificare, inventare, tragicizzare storie dal nuovo mondo, che è un nuovo tempo – un tempo molto feroce. Molto più di sue colleghe e suoi colleghi, Di Grado affronta il dramma di una nuova sostanza del tempo, che tende all’abolizione dell’autorialità e, per paradosso, all’imporsi soltanto dell’autorialità, ovunque e sempre. Questa supponenza dell’epoca è, credo, uno degli avversari impliciti della narrazione di Di Grado, che reagisce esaltando la lingua italiana, poeticamente avvertita e restituita in pagina, attraverso stridori e crepature, stupri e tenebrosità, rintocchi del cristallo e dolcezza pensativa, che ha in Pascoli forse il referente naturale, dal cosmismo all gracchìo del fantasma, della natura morta eppure ancora esistente. Le prose di Viola Di Grado sono ibridazione, sempre, tra acrilico e lana, tra bambini e ferro e, adesso, tra fuoco e cielo. Con il nuovo romanzo, “Fuoco al cielo”, edito da La nave di Teseo e in libreria dal 21 marzo, si accoglie la prova forse più radicale dello helter skelter privato e poetico (dunque: collettivo) del percorso iniziato con il sorprendente “Settanta acrilico trenta lana”: una vicenda di psichismo intensissimo, così difficoltoso da reggere, nell’assolutezza di una amore privo di compromessi e ricco di compromissioni, un gorgo di anime in un’ambientazione ibrida e carcinomatosa per eccellenza, in Siberia, nella zona più radioattiva del pianeta e nell’epoca più sconvolgente di sempre, per chi visse la dissoluzione del gigante sovietico a inizio Novanta. Regesto di forze all’opera secondo una psicologia dell’aberrazione che coincide con la corruttela di tutte le cose, mutagena e tumorale, in un esotismo impressionante, che sposta chi legge fuori dal cerchio prestabilito del controllo di sé e della conoscenza mitigata da ciò che è familiare. Una paratassi che conferisce velocità suprema, conturbante, mai assolutoria, e la precisione ottica, ma anche fonica, in una spirale che avvolge di colpo, tragicamente, senza insinuarsi, senza sedurre: questo movimento circolare è per ibridazione una frontalità che non dà scampo, l’onda anomala delle parole che si schianta e spacca il temporale umano per pressione, soffoca il brochìolo, fa battericidio del vivente, non gose mai: mai, mai, mai. Questo avverbio di tempo diviene in Di Grado un’ontologia, un antiumanismo che è l’ultima salvezza della specie che scriveva e che ora, forse, va a non scrivere più, perché si limiterà a ricevere visioni. In “Fuoco al cielo” è tutto un corpo, un avvinghiarsi dei boa umani come in gruppo laocoontico, una spigolarità scabrosa e scalena, urtante, tossica. E’ una delle prose più artisticamente valide e impietose che abbia letto in questi anni. Sono onorato e orgoglioso di affrontare il discorso con l’autrice, Viola Di Grado, il 15 marzo alle 17 presso BookPride.

“Capitano fragile”: il fenomeno che non è un fenomeno

C’è una dimenticanza, una disattenzione di massa, e dico non dei seguaci del fascismo collettivo ispirato a Salvini: quest’uomo di mezza età, paffuto e via via mascherato con felpe da mercato rionale e divise militaresche, è fragile perché banale, è debole perché portato in alto da uno stato di cose e non da una propria intelligenza. Non esiste alcun Salvini grande politico, come invece si affannano a enfatizzare i corsivisti e i mediatori mediatici – e dico coloro che sarebbero critici. Il ragazzotto nullafacente che partecipava a “Il pranzo è servito” nell’edizione condotta di Mengacci (nemmeno quella eroica di Corrado…) è privo di voli pindarici, sprovvisto di retoriche e acuzie dell’ingegno, un sottoprodotto degli anni Ottanta e della generazione-sandwich. La sua incapacità a comunicare, scambiata per una raffinatezza del tutto inesistente, mi fa venire in mente certi muri ciechi della Barona a Milano, certi triangoli di prato all’incrocio di tangenziale e Forlanini, certo kebab mangiato sotto un fungo per il riscaldamento d’inverno, certi panzerotti di Luini: una produzione di massa, cioè, del tutto coerente con le kilocalorie e i trigliceridi. Questa vulgata, dimentica della paciosità normodotata del Medesimo, si scorda che Salvini e i suoi collaboratori non sono cime (l’unica cima, a onor del vero, sarebbe Giorgetti: ma è proprio quello che come ministro per la scuola ha scelto il Bussetti, dimostrando assai poca lungimiranza), che la Lega non dispone della benché minima classe dirigente, che questi qua si schiantano contro i giovani e le donne. Per correggere il tiro, dunque, rimanderei alla fragilità del capitano (con la minuscola, che si fa maiuscola solo perché a inizio titolo), con cui Marco Damilano intercetta su L’Espresso la cifra grigia, fumigosamente spersa tra cassoela e possa Girella, di un fenomeno che non è un fenomeno.

La fine del libro è la fine di me?

Una riflessione molto idiosincratica, che concerne ciò di cui mi sto occupando sui social e nel blog da un po’ di tempo. Non so da quanto non affronto *libri*. Fino all’anno passato, mi sembrava doveroso recensire, entrare in dialettica con romanzi e romanzieri, con la poesia nazionale e non soltanto, con la saggistica più o meno d’avanguardia. Da circa un anno, no. Non leggo meno di prima. Lo faccio sicuramente meno di amici e colleghi, impegnati nella divulgazione e nel discorso più o meno letterario. Cosa sta dunque accadendo? Sia chiaro che posso parlare di ciò che accade a me, non di ciò che starebbe accadendo al mondo. E’ sempre bene precisarlo, in questi anni di accelerazione, distrazione ed emotività isterizzata dalle medesime. Il fatto è che proprio il sentimento dell’accelerazione mi porta a contrarre l’attenzione a ciò che, a mio sindacabile parere, offre un raggrumarsi e un’intensificazione del *senso*, ovvero del *progetto*, come momento qualitativo della vita velocizzata, neurotizzata, abbacinata. Quanto credo di percepire in me, nel campo politico e culturale in cui mi sto muovendo, disegna una sitiuazione personale in cui scalo dalla questione della memorabilità dei momenti che vivo, poiché sto esperendo un tempo che attualmente sembra fuggire dai canoni e quindi dalla memorabilità dell’esperienza – e dunque accedo esclusivamente alla sensazione di *significatività* delle esperienze stesse, dimenticando l’archivio e l’identità costruita sulla storicizzazione di ciò che appunto vivo. Per essere più chiaro, visto che per dire questa cosa, per me nuova, non dispongo di una koinè linguistica, posso fornire un esempio: ho visto due volte il film “Roma” di Alfonso Cuarón al cinema e ne ho tratto l’idea di un capolavoro della mia epoca, ma per l’appunto non riesco ad accedere a un sentimento del canone e pronunciare esattamente “della mia epoca”. Ho la sensazione che il repertorio della storia si sia sfarinato, nella velocità definitivamente occidentale delle cose tutte. Ciò significa anche che l’identità mi sta slittando dal per me usuale metabolismo: compio delle esperienze, esse costituiscono la mia vicenda, le richiamo come principio di individuazione di me stesso. Non mi funziona più la secrezione culturale che componeva il principio di identità come momento genetico del me stesso. Invece l’esperienza non decresce nel suo valore di incanto e scorticamento: anzi, il fatto di non doverla collocare in un canone o in una cristallizzazione storica, rende più luminoso il momento in cui la esperisco. Rinunciare alla memoria non è una questione: ricordo e mi costituisco su ciò che inserisco nell’immane (eppure piccolissima) dispensa della memoria. Tuttavia, per continuare la metafora, io mi sento *dispensato* dall’obbligo di rappresentare la memoria in termini di collettività. Osservo questo paesaggio da un finestrino del treno: prima impiegava sei ore da Milano a Roma e potevo annoiarmi o estasiarmi al già veloce ma ancora lento incedere tra le campagne fumiganti di questo scorcio padano in cui vivo – e ora c’è un’altissima velocità e Trenitalia non mi permette più di apprezzare con un tempo ideale gli alberi contorti e solitari nelle pianure campestri della mia orrenda regione di appartenenza. A una simile velocità, pochi particolari colpiscono intensamente la mia attenzione ed essa comunque decresce al ritmo dell’accelerazione. D’altro canto, in quanto tutto si contrae a nuclei di senso, pochi e penetranti, la realtà tridimensionale in cui sono elemento natatorio, con le sue perenni contraddizioni, si fa sempre più *drammatica*, secondo un ritmo direttamente proporzionale all’incremento della velocità di tutte le cose. Poiché mi appare sempre più drammatica e il dramma è per me una categoria letteraria della realtà, io finisco per acuire la lettura della realtà stessa, proprio nell’era in cui la realtà non sembra più costituire un macrotesto da interpretare secondo i canoni della lettura, del libro-mondo. Mi scuso per questa idiolessi che potrà apparire indecifrabile, ma non so come esprimere compiutamente ciò che tento di dire e che confusamente avverto. Poiché la realtà mi diventa l’unico testo interessante, mi interessano sempre di meno i testi che ne derivano o che discutono la realtà stessa. I testi vanno tutti nella grande sentina del piacere cieco e io ho da sempre qualche difficoltà con il piacere. Non riesco dunque più a trovare il tragico nei testi derivati, ovvero nei libri, e non perché non ci sia in sé il tragico, ma proprio perché io non riesco a recepirlo. Ogni narrazione, nella saturazione che l’atmosfera subisce con il surplus di trame plot storytelling e pseudopoesia, mi appare pallida, fragilissima e definitivamente *non significativa*. Osservo con allibimento le persone che lavorano alacremente in una zona che a me e soltanto a me pare irrilevante. L’opera di costruzione dell’irrilevanza mi ha sempre colpito nella vita, ma oggi ben più che un tempo. Se pure mi affaccio su queste scritture che avverto prive di stile e di poetica, trattarne mi fa impressione, mi sembra che io costruisca irrilevanza sull’irrilevanza. Questo cedimento al nemico interno, che è sempre il corrosivo nichilismo, mi pare uno sconfinamento in territorio nemico, una guerra che si combatte a un livello aliena rispetto al piano in cui si sviluppano i testi derivati dalla realtà. Eppure scrivo. E scrivo perché avverto la sensazione di senso dell’attività di scrittura, di meditazione sulla e nella scrittura. Non mi viene minimamente in testa l’idea che io stia lavorando, con i miei testi, a una qualsiasi memorabilità. Forse è perché non ho mai fatto esperienza del successo editoriale, sia quello per me più umano a cui si poteva accedere nel passato sia quello per me teratogeno che si tributa nel presente a scritture e scriventi. La fragilità della narrazione comporta che la parola della poesia si faccia asilo estremo della sensazione di senso – ma appunto io non trovo da leggere una poesia decisiva, ultimativa, assoluta e mai assolutoria. La realtà fa dramma, la letteratura non lo sta facendo: è questa l’impressione che traggo dal momento storico: una questione di mesi, di pochi anni, ma in ogni caso per me effettiva e, ciò che più conta, efficace. Vedo Nietsche e Hölderlin nell’esplosione tecnologica e nella cupa politica che ne scaturisce o che la anticipa come preparazione del fenomeno umano a una traslazione speciale: di specie. Non leggo Nietzsche o Hölderlin nei testi: né i loro stessi testi né in quelli che dovrebbero derivarne. Ci sono pochissime eccezioni, come è ovvio, ovvero i momenti di alta significatività – mi vengono in mente per esempio “Bontà” di Siti e “Il dono di saper vivere” di Pincio. Però qui si entra nella categoria del gusto. In gioco c’è una mia sensazione, non un’oggettività testuale o storica. Quale sarà il passo successivo per me? Un ulteriore innamoramento per la realtà e la linea di fuga che essa mi sembra avere intrapreso? Un accecamento che mette in ombra qualsiasi testo? La contemplazione distaccata della piccola vita che non smette di prosperare intorno ai libri? Una comunità? Una solitudine? La fine del libro è la fine di me?
Ripeto: la fine del libro è la fine di me?