Due interventi esterni mi inducono a tornare sull’utilizzo di materiali non immediatamente letterari (in particolare Stan Brakhage, nella foto a destra; ma l’exraletterario cinematografico e televisivo si fonda sulla retorica letteraria), per alleggerire (???) e rispiegare il discorso sullo svuotamento della Cosa in quanto mito: la Cosa è il Male non esterno all’uomo, anzi, per la precisione, non esterno a un umano in particolare – colui che costituisce il soggetto del romanzo a cui alacremente lavoro (sono ancora nella pesantissima fase di studio, la stesura, forse, inizierà a gennaio).
Un’adorabile esperta di terzo grado culturale mi chiedeva ierisera per telefono come si possa demitizzare una storia preconosciuta e quindi mitica. Ci sono due vie: una decostruttivista, che prescrive di mostrare ciò che non appare, e determina definitivamente che la storia non è affatto preconosciuta e quindi non è mitica (nel caso in particolare, il mito del Male si concentra non sul supposto eroe tragico, ma investe di valore umano altissimo chi subisce innocentemente la nemesi del Male).
L’altra strada è il lavoro sulla retorica: un’elaborazione di questa potenza (per me retorica significa: contenimento e modulazione ritmica e figurale della violenza in forme umanistiche di persuasione), in modo da evitare i protocolli che riempiano la figura del personaggio, svuotandolo come deve esserlo anche per ragioni storiche (qui la storia preconosciuta non è affatto preconosciuta: è scandaloso pensare a quanto “idiota” sia la Cosa) attraverso un evitamento delle antitesi interne e un’adozione dell’antitesi in senso totale: antitesi contro le analogie, le allegorie e le metafore, patrimonio linguistico e immaginario che ha creato nella memoria collettiva la Cosa – ed è la soluzione che intendo adottare per il romanzo: mantenere la finzione (non scivolare nel saggistico), ma non arricchire di alcun espediente finzionale cio che è. L’unica finzione ammessa è il mio sguardo autoriale e il mio linguaggio poetico: una poetica del silenzio, come detto in precedenza.
Per fare un esempio che esuli dalla letteratura in senso stretto, non ritrovo migliore esperienza artistica di un film cosiddetto d’avanguardia, del ’71, The act of seeing with one’s own eyes di Stan Brakhage: ne propongo l’interpretazione datane da Francesco Patrizi su Cinematografo.it. Con una precisazione: l’autopsia che si svolge nel romanzo non ha nulla di orrorifico in senso corporeo: è un’autopsia sulla Cosa, sul suo cadavere storico che è stato oscenamente mitizzato.
The act of seeing with one’s own eyes di Stan Brakhage (1971)
di Francesco Patrizi
“The act of seeing with one’s own eyes”, spiega Brakhage nell’intervista che ha preceduto la messa in onda, è l’etimologia del termine “autopsia”. “L’atto di vedere con i propri occhi” dentro l’uomo.
Il documento, privo di sonoro, estraneo ad un linguaggio fluido e coerente, com’è nello stile personalissimo del filmaker americano, mostra il sezionamento dei cadaveri in un obitorio.
Assistiamo allo svuotamento della carcassa, all’apertura del torace, all’apertura del cranio, all’estrazione del cervello e alla visuale, attraverso la scatola cranica vuota e il buco della gola, dell’interno del corpo, aperto e svuotato. Il corpo non ha più segreti, resta un involucro vuoto.
Brakhage insiste sul dettaglio delle dita dei cadaveri, l’unico elemento che ancora ci rapporta l’oggetto filmato ad un essere umano.
Vedere il volto accartocciato, dalla nuca, come se fosse una maschera, fino al mento, è assistere alla progressiva scomparsa della sembianza umana. Ci deve essere, c’è, un preciso istante, durante questo accartocciamento, in cui il volto umano da presenza reale, da fattezza concreta, diventa astrazione. Da volto, non volto. Maschera.
Mentre il medico chirurgo incide il cranio e solleva il volto dalla calotta per farlo scivolare fino al mento, il visibile così come lo riconosciamo – il volto, l’identità – diviene apparenza.
Ed ad ogni inquadratura si sente il pressante titolo “l’atto di vedere con i propri occhi”, non c’è volontà di trasfigurazione artistica (chi lo ha scritto, non consoce affatto l’opera e il pensiero di Brakhage) né intento scandalistico; non è neanche un documentario, benché sia tutto ripreso in diretta.
L’operazione di rivolge unicamente allo sguardo, mette in discussione, in “movimento”, delle categorie non estetiche, ma percettive-gnoseologiche, euristiche.
L’atto di vedere che guida il discorso filmico è un lento scivolare verso l’astrazione attraverso un’operazione di sottrazione di senso e di scomparsa del soggetto.
Il corpo sezionato è ancora un corpo umano, riconosciuto come tale, violato (per un occhio non medico), indagato, scrutato. Ma non è questo ciò che mostra Brakhage.
The act of seeing with one’s own eyes mostra dei corpi svuotati, ripuliti, raschiati via da ogni residuo di organi da mani di infermieri e dottori, mentre una pompa aspira il sangue e un’altra sciacqua l’interno della carcassa, rispolverata da una spazzola.
È il corpo che le Baccanti, nel furore orgiastico, facevano a pezzi, è il Dio della rilettura dionisiaca del mito operata da Nietzsche che si smembra e dall’Uno diviene Molteplice.
Qui l’Uno, il Soggetto – notare che Brakhage insiste nell’inquadrare i cartellini con i nomi dei defunti – scompare man mano che procede il sezionamento/svuotamento. Non è solo il cervello ad essere estratto dalla calotta, ma è il cranio a restare completamente vuoto, scatola vuota che “affaccia” attraversala gola, su un altro vuoto totale, aperto.
Al Soggetto è susseguito il Vuoto.
C’è un sentimento di pervicace blasfemia, di iconoclastia, nell’assistere, con un occhio non medico, non professionale, a questo filmato.
Non c’è nulla di scandaloso in sé nella pratica normale e di routine mostrata. Quello che muta è lo sguardo, è l’atto del vedere.
Perché il cinema (se di cinema di tratta; qui veramente è una “riproduzione di un atto del vedere”) è uno sguardo “non indifferente”, è una lettura, è una trasfigurazione suo malgrado. Il dato filmato è sempre l’oggetto più “qualcos’altro”. L’autopsia è medicina e allegoria filosofica.
Quei corpi, in medicina legale, sono corpi; su pellicola sono una la morte del Soggetto.
Quei sezionamenti sono una ricerca medica; su pellicola diventano ricerca ontologica.
Questo può accadere perché non c’è fiction. Unicamente perché non si tratta di fiction [sottolineato mio. gg].
Chi crede che la “ricostruzione”, la finzione, avrebbe potuto sortire un effetto similare, cade in errore. Solo la realtà tout court può imprimere al materiale filmato un salto nel simbolico. Solo così può “accadere” un atto del vedere. La fiction avrebbe dirottato la riflessione verso l’allegoria, verso la rappresentazione simbolica di idee. La natura del documentario (perché così, superficialmente, si presenta) implica invece un’addizione al dato reale, una ricerca di senso. La finzione è invece già una produzione di senso compiuta. Qui il senso – l’autopsia – è già dato, appartiene alla medicina. La reazione di chi guarda è l’addizione, la ricerca del senso: ecco l’operazione euristica.
Vedere è conoscere, conoscere è ricercare. La ricerca è ricerca del senso. Il senso è nell’Universo, è Dio, è l’Uomo, è il Significato.
Qui assistiamo alla ricerca oltre ogni limite consentito, al sezionamento dell’Universo.
Brahkage, nell’intervista mostrata da Fuori Orario (domenica 19 maggio 2002) prima del filmato, specifica giustamente che il titolo rimanda all’autopsia, all’etimologia di quella pratica che cominciò nel Medioevo da parte di chi, sfidando la Chiesa, voleva “conoscere/vedere”, ricercare Dio altrove.
The act of seeing with one’s own eyes è forse il punto più alto verso cui può spingersi il cinema come strumento di riflessione e di ricerca. Ha il sapore della sfida blasfema e “immorale” oltre l’immaginabile, oltre il consentito. In questo, forse, apparentata allo spirito filosofico “sotterraneo” medievale.
Il cinema di Brakhage è stato catalogato dalla critica come “cinema astratto”, o per meglio dire “concreto/astratto”, etichetta che intende sottolineare la dialettica fondante della produzione del filmaker americano, dove gli interventi diretti sulla celluloide (scritte , colorazioni, graffi, incisioni…) si intersecano a forme, frammenti di visioni, sovrapposizioni di diversi materiali. L’astrazione del suo stile, inaugurata negli anni sessanta, è la rappresentazione di un qualcosa di non riconoscibile, il muoversi oltre il rappresentabile.
Seguendo questo schematico tracciato che accenna brevemente alla ricerca artistico/filosofica di Brakhage, si deve considerare il discorso di The act of seeing with one’s own eyes come una prosecuzione di questa ricerca, giunta forse, nel 1971, anno di realizzazione, ad un punto di non ritorno.
Il cinema conduce l’occhio umano oltre l’artistico, oltre quella ricostruzione della Natura che sta a fondamento della funzione artistica; percorrendo, anzi, la genesi del processo artistico/conoscitivo (“ricercare/vedere”) a ritroso, alla radice più recondita originaria.
The act of seeing with one’s own eyes è la genesi del pensiero, la radice della ricerca del Senso, l’impulso (percettivo, gnoseologico, eurisitco) da cui nasce il cinema come atto del vedere moderno.
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