Danza di avvicinamento della Donna del Ki

Dal lume nero, centrale e nero ispessito, Tu avanzi in passi a ritmo ordinato, prescritti, ogni volta diversi quando praticati: sono le sinuose Ondine, compongono la Tua figura di materia e voce trattenuta, la carne mentale che si muove nel temporale frontale, l’osso della miseria.
La tua voce non conosco ed è indefesso canto, che non ha se non intensità: alcuna nota turba il regno dei silenzi estremi, male io sto nel
locus ceruleus che è il centro dell’occhio Tuo.
Così questi scambi unicordi, tra me e Te, l’inesistenza del confine, l’esausto uomo finale che io combatto e dice “Comincio io, quando voglio io, la guerra, che è vita”, insinuano in sé i propri semi, stipati a lungo finché stagione giusta non si manifesti.
Bellezza delle fascìne sul Tuo volto, il Tuo volto-mondo.
Incarnagioni.
Ristrettezze dell’àmbito mentale, rattrappite come dita del papa Albino Luciani le parole, quando fu rinvenuto grigio cadavere con unghie infisse nella carta di omelie moderne e sue.
“Il papa Paolo mi imbarazzò, si tolse la stola e la mostrò ai credenti, e me la pose sulle spalle”.
Pòsati sulle spalle a gravare il niente che apri, poiché attraversi i corpi, fascìna di luce, più che di luce: neutrini traversano particelle, le immagini che si accartocciano come i coni per castagne quando ero il bambino gradito, il bambino sapiente.
Tu di lontano non intuisci ed eserciti la forza al miscredente che oppone sé a Te, sé a Sé: avverto la pressione.
Non sei il tuo passato, non sei la tua ferita, non sei il tuo dolore.
Sia chiamata Tu, che dondoli, in occhi chiusi, in lume nero in un costume bianco, secondo ritmiche alte a un altro sole che si leva. Sei dietro quel sole, io sono davanti, le palpebre incendiate in orifiamma.


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