L’ebook gratis degli interventi dalla lista Pianetica

Una novità dalla lista pianetica.org a chi ne fosse interessato. pianetica.org è una newsletter senza cadenza periodica, che rilascia testi pianetici e li invia alle persone iscritte. Essa nasce in coincidenza con l’uscita del libro cartaceo “Pianetica”, di cui sono autore insieme al filosofo e scrittore Pino Tripodi, stampato in alta tipografia e acquistabile in libreria (ordinandolo) oppure sulle piattaforme on line oppure sul sito delle edizioni Milieu. Finora i testi inviati dalla lista pianetica.org erano leggibili soltanto da chi avesse effettuato l’iscrizione. Ora sono radunati in un file unico, che costituisce un ebook gratuito, dal titolo “Europa mundi”, downloadabile in tre formati ai seguenti link:

“Europa mundi” docx“Europa mundi” pdf | “Europa mundi” epub

Ecco l’indice dei contenuti dell’ebook:

  • “Europa Mundi”
  • “L’opra. Il buco di Michelangelo Frammartino”<br>
  • “Suicidio eutanasia”<br>
  • “Opera Ultima Madre” (con il film “Ultima madre” di Federica Intelisano)
  • “Draghi: la diarchia dell’uno, il popolo di nessuno e l’avataro”
  • “Il libro pianetico”
  • “Tutto è impossibile”
  • “Guerra mostra patrioska”
  • “Guerra superflua”
  • “Opera Learica – Su ‘M’ di Popolizio”
  • “Valerio Evangelisti pianetico”
  • “Lettera recapitata al ed effettivamente ricevuta dal Presidente Putin”
  • “L’arma letale di Zelensky”
  • “La dettatura europea”.

“Ufo 78”: diario di una genesi durata sedici anni

di WU MING

[In occasione dell’uscita del nuovo romanzo del collettivo Wu Ming, UFO 78, edito da Einaudi Stile Libero, il supplemento culturale de La Stampa, tuttolibri, pubblica un intervento del collettivo stesso. Al di là del coinvolgimento personale dello scrivente, esplicitato nell’articolo, ritengo che si tratti di un insieme strutturato e destrutturante di indicazioni metodiche e pratiche – un metodo e un possibile esito delle scritture infinite, ovvero il segno precipuo di ciò che è un’avanguardia non più semplicemente storica: la genesi infinita. Il poeta Antonio Porta, in un libro uscito postumo (1991), affrontava il tema, parlando di “progetto infinito”. Che esista un metodo poetico, sembrerebbe una contraddizione, ma soltanto a chi ingenuamente avesse avvicinato quella Chernobyl antropologica che è la poesia. Si ritrovano nella genealogia di UFO 78 alcuni poteri fortissimi, della scrittura così come dell’attività fantastica e immaginativa, che valgono a mio modo di vedere un piccolo trattato di assalto e arte della guerra a ogni presente dominante. Parrebbe incongruo, ad altezza *UFO 22*, una teorizzazione della scrittura che risulta inscindibile dalla pratica della scrittura stessa. Tuttavia si è varcato tutti insieme un confine posto da colonne d’Ercole cruciali: dopo il 2020 non è più la stessa storia. In questo breve intervento di Wu Ming si ha a che fare essenzialmente con questo: il 2020 era arrivato già 16 anni prima: era arrivato già da sempre. Queste poche righe, a introduzione di quelle altrettanto poche del collettivo bolognese, stanno al detector di radioattività, così come il testo che segue sta all’uranio arricchito. Per tale motivo, bisogna riservarsi lo spazio di meditarvi sopra, poiché le parole non hanno più peso, se non atomico: il che le rende perenni, nel cerchio prestabilito delle nostre vite. Intendo riservarmi quello spazio di meditazione e dunque proporre ragionamenti a breve, su UFO 78 e sul testo qui riprodotto. gg]

Ufo 78 cominciò a prendere forma molti anni fa. Il primo nucleo risale al 2006, quando insieme al collega Giuseppe Genna ci lanciammo in un’improvvisazione narrativa che chiamammo Mater Materia, incentrata sugli anni Settanta. Non gli «anni di piombo», come da cliché, ma quelli dei nostri ricordi di bambini sognatori: la fissazione di massa per gli Ufo, il paranormale, il «misterioso»; gli incontri ravvicinati del terzo tipo; il Triangolo delle Bermude; il “sensitivo” Uri Geller che piegava cucchiai col pensiero – già allora ci chiedevamo: se ha simili poteri, perché li spreca piegando cucchiai? Chi se ne frega dei cucchiai? – e i libri del “fantarcheologo” Peter Kolosimo (1922–1984), che si vendevano a carrettate. Erano in ogni casa, le nostre e quelle dei nostri amici: Astronavi sulla preistoria, Odissea stellare, Fratelli dell’infinito

Si produsse un corto circuito tra quei ricordi e altri, vividi ma meno affascinanti: echi di lotta armata, tg che riferivano di attentati, immagini di posti di blocco.

Ambientammo Mater Materia nel ’78, l’anno del sequestro Moro e di altri eventi cruciali, ma anche dell’«ondata» di Ufo, circa duemila avvistamenti nei cieli d’Italia, record tuttora ineguagliato. Ci figurammo uno scrittore ispirato a Kolosimo e un convegno sugli Ufo programmato a Roma per il terzo weekend di marzo. Il convegno saltava dopo l’agguato di via Fani. Che avrebbero fatto tutti quegli ufologi in una capitale precipitata nel caos?

Ci baloccammo con l’idea di scrivere un romanzo insieme, noi e Genna. I casi della vita ci condussero altrove, ma quelle suggestioni continuarono a lavorare. Nel 2007 Genna pubblicò Medium, romanzo in cui elaborava il lutto della morte del padre. Peter Kolosimo – ma era proprio lui? – vi compariva come personaggio. Quanto a noi, nel luglio 2009 pubblicammo su GQ un articolo dedicato a Kolosimo e intitolato Ufo e rivoluzione, come un celebre scritto del trotskista argentino Juan Posadas (1912–1981). Lo stesso Posadas affiancò Kolosimo come possibile protagonista – benché trasfigurato – di un futuro romanzo.

Materiale che si accumulava nei computer. Nel mentre scrivemmo Altai, poi ci fu la lunga gestazione de L’Armata dei Sonnambuli, oltre ai vari progetti solisti.

Nel maggio 2013 il Guardian ci chiese di compilare una «top ten» ragionata delle nostre utopie predilette. Interpretammo «utopia» non come descrizione di una società ideale, ma come desiderio di altrove che si esprime nella cultura e nelle pieghe del nostro quotidiano. Includemmo nella lista quattro libri di Kolosimo.

Nel 2014 la nostra «sezione musicale», il Wu Ming Contingent, incise il suo primo album, Bioscop. Un brano, Italia mistero kosmiko, parlava di Kolosimo, di cui proprio quell’anno cadeva il trentennale della morte. Sul nostro blog Giap, insieme allo studioso di magia e misteri Mariano Tomatis, celebrammo la ricorrenza in uno speciale intitolato, con citazione beatlesiana, Trent’anni «across the universe».

Recuperammo Mater Materia. Col permesso di Genna, per conto nostro ci lanciammo in un brainstorming. Nuovo titolo di lavoro: Viva Posadas! Nel libro doveva chiamarsi così l’ultimo spaghetti western, girato a voga finita da un pezzo. Fu allora che lo scrittore ispirato a Kolosimo prese il nome di Martin Zanka. 

Lacerti del brainstorming e delle prime ricerche li depositammo come bombe a tempo in alcuni dei libri a seguire. In Un viaggio che non promettiamo breve (2016) compare un (vero) ufologo torinese, Paolo Fiorino, e si accenna alle leggende “spaziali” che avvolgono la Val di Susa.

Nel frattempo, come tanti anni prima dalle ricerche per 54 era nato Asce di guerra, da una costola di Viva Posadas! nacque un altro romanzo. Accadde quando incrociammo la traiettoria di Aleksandr Bogdanov (1973–1928), dirigente bolscevico, avversario politico e teorico di Lenin, autore di un classico della fantascienza in lingua russa, Krasnaja zvezda (Stella rossa).

Il romanzo che dedicammo a Bogdanov, Proletkult, uscì nell’autunno 2018. Lo presentammo a Bologna in una sera di novembre, proprio mentre in città si svolgeva un convegno ufologico sull’Ondata del ’78, nel quarantesimo anniversario di quegli avvistamenti.

La coincidenza ci spinse a riprendere in mano Viva Posadas!, che nel frattempo aveva cambiato titolo di lavoro e si chiamava La grande ondata del 1978, oltre ad aver cambiato intreccio molte volte. Ora avevano un ruolo alcuni lemuri fuggiti da un camion diretto allo zoo di Pistoia. Creature aliene, già apparse nel 2004 in uno dei nostri romanzi solisti, New Thing.

Nel gennaio 2019 iniziammo la stesura, ma nel 2020 calò come un maglio, schiacciando tutto, l’emergenza Covid. Non smettemmo di scrivere, ma lo scrivere è parte della vita, e nel 2020 le nostre vite, come quelle di tutti, cambiarono bruscamente.

Mentre lavoravamo a La grande ondata sviluppammo su Giap riflessioni critiche sulla gestione pandemica. Inevitabilmente, il romanzo fu influenzato da quelle analisi, e da quanto ci accadeva intorno. Nei due anni seguenti continuò a trasformarsi, a cambiarci tra le mani.

Nel 2021 il titolo si era ormai asciugato: Ufo 78. Quell’estate terminammo la prima stesura completa, la rileggemmo e ci dicemmo: no, ancora non funziona. L’Einaudi ci concesse un altro anno. Lavorammo come dannati. Tagliammo una sottotrama che mal si intrecciava alle altre, ambientata nel mondo musicale neofascista, tra le band che suonavano ai Campi Hobbit. Quanto ai lemuri, erano già scomparsi tempo prima.

Finita la nuova stesura a fine maggio 2022, abbiamo continuato a limarla fino al 26 agosto, e all’ultimo minuto prima di andare in stampa.

Ufo 78 arriva in libreria pochi mesi prima del centenario della nascita di Kolosimo, che venne al mondo il 15 dicembre 1922. Giuriamo, non l’abbiamo fatto apposta. È stata la rotazione di ingranaggi celesti, ruote dentate il cui moto cominciò un giorno del 2006 quando Genna al telefono disse: «Che pazzesco personaggio letterario, Peter Kolosimo!»

A dio, Valerio

La morte di Valerio Evangelisti mi lascia attonito, ci lascia attonite e attoniti. Reagisco a caldo, a gelido: tornerò prossimamente a scrivere quanto ho sempre letto di lui. Se ne va uno dei pesi massimi della letteratura italiana del mio tempo. Senza la sua inesausta opera di radicalità narrativa e poetica, di incisività intellettuale e di presenza storica, la mia generazione letteraria non sarebbe quella che è. Ha spalancato il fantastico, sottraendolo alle fumisterie fasciste e ricollocandolo nel cuore del farsi narrazione, aprendo l’idea di ciclo alla possibilità di percorrere nuovamente una scrittura epica e mitopoietica inesausta, infinita. Perdo, perdiamo un amico e un maestro. Il metallo era urlante tanto quanto la carne, la bandiera nera schiantava lo spettro cromatico, l’inquisitore era colpevole e il colpevole inquisitore, la parola si spalancava a tutte le diversità, la più intollerabile delle quali era il silenzio per impotenza, senza rischio: la morte in vita. Valerio Evangelisti è stato vivo in vita e ora è morto in morte. I suoi cieli plotiniani, ben ancorati nella storia, sono patrimonio del piacere di chi ha letto, legge e leggerà. Vorrei qui, per l’enormità della notizia e della perdita, ricomporre il rito laico con cui fu celebrato al suo exitus Primo Moroni, che Evangelisti amava: la celeberrima poesia di Franco Fortini da L’ospite ingrato, a Primo dedicata e ridedicata da Primo a Fortini, è evidentemente dedicata a Valerio.

Forse il tempo del sangue ritornerà.
Uomini ci sono che debbono essere uccisi.
Padri che debbono essere derisi.
Luoghi da profanare bestemmie da proferire
incendi da fissare delitti da benedire.
Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza
alla feroce scienza degli oggetti alla coerenza
nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare.
Al partito che bisogna prendere e fare.
Cercare i nostri eguali osare riconoscerli
lasciare che ci giudichino guidarli essere guidati
con loro volere il bene fare con loro il male
e il bene la realtà servire negare mutare.

La direzione Damilano

E’ necessario per me umanamente e da intellettuale scrivere qualcosa circa le dimissioni del mio direttore, Marco Damilano, da “L’Espresso”, un giornale che il direttore stesso mi ha permesso di abitare come casa e spazio agonistico del pensiero per più che tre anni. La situazione è nota a tutte e tutti e indica un gravissimo problema che concerne la stampa e i media in questo Paese – una questione annosa, se lo stesso Damilano ha indicato in un passaggio da Aldo Moro nel 1978 il nucleo sempre radiante di un male storico che affligge l’Italia. Circa i comparti industriali e quanto essi avranno da affrontare politicamente per esistere, parlerà la variabile del pianeta, l’unico soggetto e più-che-soggetto, che dalla comparsa del Covid sta rivoluzionando strutture secolari e addirittura millenarie. Perché, se si pensa che un magazine possa ancora essere “italiano”, si è davvero nell’Ucraina del pensiero e del risentimento: libertà stracciata, ambiguità intorno agli inesistenti confini, dispositivi di lotta in allerta, errori tecnici provinciali, giostre grottesche e risultati prossimi allo zero di Kelvin in termini di proposta del dibattito: ciò che il coautore di “Pianetica”, molto giustamente, indica come “la Pocalisse”: un helter skelter ridicolo, eppure un helter skelter. Si potrebbe continuare e tentare di convalidare un ragionamento intorno alle opportunità di mercato, ma sarebbe opera dissonante rispetto alla cifra che emerge da almeno tre anni come genetica del momento geometrico e storico, in cui il pianeta smette di attenderci e di attendersi qualcosa da noi: si ignorerebbe, cioè, “una certa oggettività”, ovvero, come ha detto e mostrato Marco Damilano esplicando pubblicamente le sue dimissioni, la verità che fa umano l’umano. Tuttavia il tempo in cui si è inscritta la direzione di Damilano, a capo del più storico e importante magazine italiano, suggerisce che l’aspetto politico, così come quello cognitivo, è insufficiente a interpretare la realtà e dunque viene trasceso. Non è stata una direzione leggibile soltanto con le lenti della politica. Affermo ciò nella consapevolezza che “L’Espresso” ha molto pesato politicamente sulla storia nazionale di questi quattro anni. Non mi pare impressione personale che l’inchiesta sui legami tra Lega e Russia putiniana abbia sortito effetti sul crollo del governo gialloverde – perfino i media statunitensi se ne sono appropriati, per pronunciare una parola internazionale, che certo non era esperanto, e mostrare a Salvini come le porte, che egli riteneva spalancarsi a se stesso e ai sovranisti europei, fossero chiuse non dico per sempre, ma quasi. Marco Damilano rivendica con orgoglio l’inchiesta sul cardinale Becciu, che ha portato alle dimissioni dell’alto prelato, ma proprio su questo punto si mostra la differenza tra aspetto politico e piano effettivo del discorso, assai più alto e vasto: è l’inchiesta sul malaffare vaticano a segnare una stagione memorabile oppure l’inesausto discorso del cattolicesimo democratico, che trova il terreno di rigoglio con la cultura aconfessionale, a marcare l’eccezionalità di un lustro indimenticabile nella storia del settimanale più laico d’Italia? Poiché questa è, a mio avviso, la verità, cioè “una certa oggettività”, dell’operato di Marco Damilano sulle pagine del giornale da lui diretto: la tessitura di un testo, vale a dire l’apertura di uno spazio che è il campo culturale del presente. Qui appunto un’osservazione del tutto personale, quindi strettamente riguardante la mia persona: non soltanto non smetterò mai di essere grato al direttore per avermi permesso di camminare al fianco suo su “L’Espresso”, sotto i portici di una stoà centrale nella vita della città, correndo il rischio di esporsi ed esporre altre e altri all’agorafobia; ma non cesserò di ringraziarlo per avere concesso asilo a parole difficoltose da pronunciare, in un tempo di disintermediazioni progressive e regressive del discorso, della visione, dell’intuizione. A oggi mi chiedo ancora con allibimento come sia possibile che il direttore accettasse formulazioni tanto difficoltose e stili così perigliosi come quelli che mi sentivo di proporgli. Lo ha fatto, per me è tantissimo; non lo avesse fatto, sarebbe comunque stato tantissimo per me. Chiusa la parentesi personale, che non disegna l’universo degli affetti che mi legano a questo grande giornalista e intellettuale, vorrei tornare alla matrice culturale di Damilano, che fatalmente mette l’ingaggio culturale in un quadro formativo, rivoluzionario se si sta alla tradizione e alla storia del giornalismo italiani: è la questione della matrice cattolico democratica. Andrebbe fatto il nome, tecnicamente preciso, di questa cifratura spirituale, che dunque è anche cognitiva e sentimentale, politica e filosofica: è la teologia assoluta della persona. Possiamo tranquillamente pronunciare il nome del massimo esponente dell’umanesimo intergrale e del personalismo, Jacques Maritain; ma forse è più opportuno valutarne qualche parola, poiché le parole sono pietre che ci giudicano e che stentiamo a masticare, pena la rottura di qualsiasi chiostra dentale: “Più la causa è grande, più ci sentiamo piccoli e inadeguati ad essa: è la causa di questo umanesimo integrale che ci attende come il segno e il simbolo di una nuova civiltà, nella quale l’ispirazione democratica e l’ispirazione evangelica saranno riconciliate”. Qui noi vediamo all’opera (e “L’Espresso” di Damilano è stato per quattro anni un’opera: un libro, i cui capitoli uscivano a cadenza settimanale, un testo unico che intrecciava testi multipli) l’idea stessa, che coincide con la sua prassi realizzativa, di un apostolato del giornalismo, ovverosia della libertà rispettosa dell’anima che brilla in ogni persona e in ogni cosa vivente, in cui il no ha potuto corrispondere al no e il sì al sì. Questo, il quadro. Dentro quel quadro, la pittura fosca e albale dell’infinitudine di tutti i discorsi. Ve ne fosse stato uno che smentiva la centralità della persona, anche nei momenti di più acuto attacco: ma un conto è la persona, un conto è il ruolo che ambisce a ricoprire, cioè il potere come ambizione ed esercizio, e un altro conto ancora è l’istituzione in cui la persona è costretta a compiere un salto, ad autotrascendersi, per rappresentare non più soltanto se stessa, ma tutte le persone. Questo radicalismo della verità, di “una certa oggettività”, era e temo che resterà un inedito, al di fuori della complessa e profonda operazione, a cui il direttore Damilano mi sembra avere atteso in questi anni. L’ingaggio spirituale laico è una chiave di lettura sempiterna, che positivamente si direbbe metastorica, senza la quale non si apre la porta dell’anima, ovvero non si passa la soglia tra “io” e “mondo”. La tesi di fondo all’apparir del vero, nel febbraio 2020, quando la pandemia esordisce in Italia ed Europa con tragica rilevanza, è che il virus è l’agente non umano di una rivoluzione che muta i contorni dello stato di cose: la politica, la geopolitica, l’economia, il lavoro, i rapporti, il clima – invisibile parodia dell’Invisibile, il virus è una Comune di Parigi planetaria. Questo discorso, che spesso non sembra esserlo, diviene una delle prospettive culturali, e più che culturali, di un newsmagazine italiano: è qualcosa a cui eravamo abituati negli ultimi decenni? “Uomini e no”: Damilano scelse Vittorini per opporre la persona alla non-persona, in una storica copertina de “L’Espresso” agli inizi della sua gestione: lo avremmo letto da qualche altra parte, su qualche altra pagina? L’impegno politico è un impegno di umanità e di una certa forma di santità; è un impegno che deve poter convogliare verso di sé gli sforzi di una vita tutta tessuta di meditazione, di prudenza, di fortezza, di giustizia e di carità. Per questo il giornalismo è politico e, se lo è, è pure la letteratura. Roberto Ruffilli, nel 1981, su “Il Politico”, rivista fondata nei Cinquanta da Bruno Leoni, metteva fuori sesto qualsiasi gradiente ideologico che tentasse di spiegare l’Italia postfascista con apparati storiografici marxisti, leninisti, azionisti e anche cattolici, perché una era la questione: la “crescente, anche se travagliata, presa di coscienza della complessità assunta nel nostro Paese dalla costruzione di una democrazia politica e sociale assieme”. Si può osservare da qui, da questa potente consapevolezza, ciò che Marco Damilano ha tentato nel corso della sua direzione: la costruzione della democrazia assieme sociale e politica, con la controparte sociale che ha espresso le sue richieste alla componente politica e non purtroppo viceversa. Disse Aldo Moro: “Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi”.

E’ uscito “Pianetica”, il libro

Siamo lieti di annunciare che è acquistabile il libro “Pianetica”, saggio di filosofia e lettera a cui hanno atteso lo scrittore e filosofo Pino Tripodi e il sottoscritto. Nell’immagine, la copertina, sulla quale non compare alcun nome di autore. Il logo “Pianetica” è stato creato da Fabrizio G. Confalonieri. Si tratta di un libro cartaceo. Costa 50 euro. Ogni copia è numerata: ciascuna copia è la numero 1. E’ acquistabile su tutte le piattaforme, ma consigliamo l’acquisto direttamente dal sito della casa editrice Milieu, che di “Pianetica” è non editore, veicolandolo ovunque.

Come sanno le lettrici e i lettori che frequentano questa pagina, Pianetica è anche una mailing list fantasmatica, che rilascia testi occasionalmente: e sono testi che non fanno parte del libro “Pianetica”. Il quale è stato progettato per recare in sé una quarta di copertina letteralmente attaccata al libro. Ne pubblichiamo il contenuto, sperando di suscitare interesse e condivisione per la prospettiva a cui si è lavorato e non si smetterà certo di lavorare. Ecco lo scritto in quarta, che porge all’occhio che legge alcuni termini chiave e sono chiavi che aprono qualsiasi porta, cioè nessuna:

“Pianetica annuncia un salto di specie singolare. Dalla politica alla pianetica. Dalle tecniche di dominio della polis all’arte di governarsi del pianeta. Lo enuncia a suon di fulmini e balbettii. Un salto di specie che accade non solo nella natura testuale: è gesto irreversibile per smarcarsi dalla politica veleggiando verso la cosmotica. In questo spaziotempo confusivo che ne è di politica, arte, filosofia, letteratura, scienza, religione? Ecco elencati i nomi dello sfinimento generale. Ecco i confini da spezzare. Ecco le armi con cui la specie avanza gloriosamente verso il suicidio. Ecco le consunte forme con cui l’umanosfera ha tentato d’incorniciare l’universo. Un universo prodigioso in cui brillano sempre e soltanto le macerie. L’umana specie atterrita e moribonda si trascina verso l’immortalità. Il desiderio dissennato di vivere in eterno marcia nel suo letame indifferente al fenomeno vivente. Ecco il costo assurdo e ragionevole di ogni sapere costituito. Il sapere è affetto da zoppia ancestrale. Non c’è sapere o potere che non sia insufficiente. La ragione seppellisce le sue pretese nel buco nero dell’indistinto. Esausto dello sfinimento, qui, in questo tempo – ovunque e sempre – ecco larvale un nuovo inizio. L’eversione di ogni sapere costituito, la sovversione di ogni potere, a cominciare dal proprio potere, l’innescato sempre pronto per essere lanciato contro ogni canone. Ecco la sacralità dell’istituzione. Ecco la funzione catartica della teatrocrazia. Non c’è barriera, paradigma, prigione che non debba essere attaccata, distrutta, estinta. Ecco la legge della creazione. Ecco l’azione senza il lutto incancrenito della reazione. L’universo non si fa contenere da nessuno spazio, da alcun tempo, e neanche da qualsivoglia pensiero. L’universo per riconoscere come amica l’umanosfera attende sempre l’infinità posturale dei suoi due più sublimi gesti: la surrezione e l’abdicazione. Pianetica bussa alla tua porta. Non è una nuova utopia. Non è l’ennesima distopia. Non è l’ultimo sintomo pandemico dell’umanite. È l’aria informe che si respira nello sfinimento ultramillenario dell’epoca stantia. È la realtà che cozza contro ogni realismo. Sei tu oltre la tuità, è ciascuno oltre la ciascunite. Pianetica è la Repubblica che sovrasta gli stati. Ecco l’informe Repubblica davvero degna di essere vissuta.”

Da Pianetica: “opera ultima madre”

E’ stata rilasciata ora la quarta uscita di pianetica.org, dopo quelle dedicate a Europa Mundi, all’ultimo film di Michelangelo Frammartino “Il buco” e alle riflessioni sull’eutanasia. Sono state riscontrate alcune defaillance nel sistema di spedizione della non-newsletter e siamo stati costretti a inviare una errata corrige. Nel caso chi si fosse iscritto riscontrasse problemi col download, ecco il link da cui scaricare i file di Pianetica: https://we.tl/t-kTGDqf11TW. Al link WeTransfer, valido da oggi a sette giorni, saranno scaricabili due file: un film di 15’36”, che alcune delle persone iscritte forse hanno già avuto occasione di visionare in passato, “Ultima madre”, opera della regista Federica Intelisano, che ringraziamo per il permesso di distribuzione; un breve scritto di annotazioni in margine all’opera e all’avanguardia. Al momento sono 518 le persone iscritte a Pianetica. Nel frattempo sta per andare in macchina presso lo stampatore il libro “Pianetica”, che sarà disponibile in cartaceo a inizio febbraio e di cui sono autori lo scrittore e filosofo Pino Tripodi e il sottoscritto. Genesi, sviluppo, significazioni della mossa neoeditoriale verranno raccontate ed evidenziate sul mio account Facebook e nel mio sito personale nei prossimi giorni.

Che cos’è “Pianetica”

Questo è ciò che apparirà in copertina di “Pianetica”, il libro a cui abbiamo lavorato, attendendo all’opera con molte meditazioni, lo scrittore e filosofo Pino Tripodi e io. Di cosa si tratta? E’ un saggio? Sì. E’ un tentativo di poetica? Sì. E’ una narrazione? C’è anche narrazione all’interno del testo. Possiamo dire che il passo di inizio è stato questo: la considerazione che la politica è, se non finita, almeno sfinita; la generazione del sostantivo e aggettivo “politica” avviene da un nucleo radioattivo che pone i suoi esordi teorici e pratici nella suprema lingua greca, derivando dalla pòlis, ovverosia la città, e indicando un regime di relazioni che garantisce sopravvivenza e vita attraverso l’innesto dell’individuo in collettività o, per come ne dice Aristotele che ne è uno dei codificatori, addirittura costituendosi come cifra indifferentemente genetica e culturale dell’intera specie umana. Questo è stato il passo di partenza. Questo spiega l’origine della parola “pianetica”. In fitti, continui, costanti e saltabeccanti incontri, in dialoghi appassionati e per intensità a noi care, il discorso è emerso, prendendo le parole e le idee, spingendole oltre il meridiano zero della filosofia, la quale è tutto. Tale, dunque, l’ingaggio, tale la materia. Ha esorbitato, è andata oltre l’idea di sistema. Ogni dialogo depositava in capitoli ardui, in tappe della repubblica di Pianetica. Così è venuto facendosi un testo. Abbiamo pensato di proporlo. La copertina interroga: cos’è questa *cosa*? “Pianetica”, anzitutto, è due scritte o una sola? E’ un marchio o un titolo? Per caso è il logo dell’editore? O forse è il nome dell’autore? Questa “Brillo box” è un libro secondo quali canoni? Perché hanno fatto così? Perché non hanno fatto cosà? Intanto, appunto, la copertina. Questo è il primo di una serie di post che appariranno presso il mio account Facebook, che sarà totalmente dedicato a Pianetica fino all’uscita del libro omonimo, prevedibilmente a inizio anno. C’è da raccontare la scelta e la mossa editoriale: “Pianetica” non uscirà infatti né per un editore né autoprodotto. Sarà disponibile in cartaceo e non in digitale, attraverso le piattaforme e nelle librerie che vorranno ordinarlo. Poi c’è da dire di chi ha creato la scritta “pianetica” e perché la ha interpretata in questo modo. Poi ci sarà da dire delle copie numerate: saranno numerate, ma non saranno numerate. Poi bisognerà dire del sommario, che è una summa, ma non si sa di quali cifre, però costituendo un testo a se stante. Quindi si dirà della fatica di fare così, della bellezza entusiasmante di fare così. Inoltre bisognerà vedere dove finisce e leggere il testo di quarta di copertina, che non lo è, perché è altro, esula e si intrude e si rende autonomo. Oltre tutto bisognerà dire anche della cosmotica. E della mailing list che non lo è affatto, pianetica.org, attraverso cui si distribuiscono testi che si autodistruggono rimanendo. Ecco, questo era ed è e sarà il passo d’inizio, l’incominciamento del gesto. Benvenute benvenuti in Pianetica, non abbiamo da vendervi nulla, poiché ci avete già donato tutto.

Un nuovo testo in Pianetica.org: “L’opra”, a partire dal film “Il buco” di Michelangelo Frammartino

Un nuovo testo sta per essere rilasciato in Pianetica (l’indirizzo per iscriversi è http://pianetica.org). Il testo in questione si intitola “L’opra” ed è una riflessione su nuclei di senso, a partire occasionalmente dalla più recente opera cinematografica di Michelangelo Frammartino, “Il buco”. Non è un discorso sul film e non è un discorso sul cinema. Iscrivendosi a Pianetica, quando verrà rilasciato il testo, si riceverà un link dal quale scaricarlo. Dopodiché il testo non sarà più reperibile in nessun archivio, cartaceo o digitale. Le iscrizioni a Pianetica sono al momento 342. La diffusione e la libera circolazione del testo da parte di chi lo abbia ricevuto sono garantite. “Pianetica” è anche un libro, di cui Pino Tripodi e Giuseppe Genna risultano autori, che verrà pubblicato tra non molto, in una maniera essa stessa inedita.

Addio a Franco Battiato, 80% di me

E quindi, poiché sempre bisogna parlare, pur sempre bisogna aggiungere qualcuna di queste antiche sorelle a cui si dà addio, da sempre, ovvero le parole, si parlerà di un’anima che ha piegato il linguaggio a nuovi orizzonti, cioè gli antichissimi, facendo pulsare il muscolo cardiaco del mondo, schiudendone la valvola mitralica, apponendo un sorriso tra il beffardo e il saggio, tutta un’ipostasi del sentire, vedendolo mentre bambini si cercava il colore croco del sole in piazza Martini, tra una pallonata di Tele e un sorso alla vedova verde con il rubinetto a forma di testa di drago, che scintilla, nella pozza dove esubera l’acqua è una fanghiglia intrisa di filamenti carminio, sangue vivo dalle siringhe di eroina. E’ il 1978, io incontro Franco Battiato per la prima volta. E’ l’inizio lì, tutto, di tutto di me: questo tutto piccino, davanti all’uomo che mi dà il tutto immenso. Sgambetto per via Perugino, dove ha l’appartamento nella casa borghese, dal portone esce con Alice, vestito di nero, lo seguo, attraversa via Greppi, fende piazza Martini, si infila nel negozio a due vetrine che è la cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi, che compone la pubblicità straniante del divano Busnelli, uno choc per Milano: Battiato androgino e settantino, strafottente e laico, avanguardista e spazientito, che ti parla da tutti i muri che urlano quel divano brianzolo (si arrabbiò molto con il designer Gianni Sassi, gli aveva tirato uno scherzo, non sapeva che quella foto era una pubblicità, che i muri di Milano avrebbero coinciso con lui). I suoi accenti sono ignoti, le armoniche evadono via via sempre più, dalle fluttuazioni di “Foetus” fanno ingresso nella facilità, dichiarandosi esoteriche, creano il paradosso: involgarisce raffinandosi. Si crea, all’istante, l’atmosfera che ne fa il nome, il colpo d’ala, il buffetto a me bambino che gli chiede l’autografo e cerca di copiarne gli esotismi, le parossitone, le culminazioni. Di “Sentimiento nuevo” equivoco il verso “la passione nella gola” con “la passione nella colla”, penso a liquidi seminali, anticipando sempre ogni accento, lui: lo scomparso, il padre che non vuole esserlo. La magistralità non è di lui, poiché appartiene alle dottrine, efficaci e semplici, impossibili da realizzare, trasognato con i suoi occhi nemmeno bovini, tra il vitreo e la bonomia, il sorriso tremulo, quella faccia scalena da cui escono il cinghiale bianco, il cammello, l’ombrello, la macchina da cucire, Duchamp e Quinzio, Monteverdi e Ramana Maharshi, Gurdjeff e le ragazze ye-ye.Come è triste ora fare a meno del padre che non lo è stato.C’era, c’è, tuttavia, una sua maternità: perpetua, una cifra mariana del parto imminente, un’angelologia, che carazzava nell’aria che sa di pesca me mentre moriva Moro e non moriva più, non moriva mai. Dava alla luce (è letterale) il suono di Goldrake che sfinisce in Tenco, le ambasce dei Kraftwerk che risalgono alle passacaglie e alla giga, ritmi a sette ottavi, piazze di Berlino sconfinate nella voce muscolare e aliena di Milva che forzosamente era “rossa”, era “fulva”, per caso incontrava Igor Stravinskij. Ciò che fece fu la letteratura, non la musica soltanto. Non è vero che fu un genere, era letteratura, con la faccia da Pino Caruso che aveva il silenzioso Giusto Pio compositore con il violino e poi Manlio Sgalambro con le sue ipotassi rischiose, le sue sintesi vertiginose.Franco Battiato sorrideva timidamente ed esercitava un lessico sconcertante, pareva uno scolaro delle elementari e io non riuscivo a indovinare il genio delle parole, che con due tratti verbali faceva tralucere l’Afghanistan alla Bicocca. Sapeva molto, non sapeva nulla.Ho osservato a lungo, meditabondo, spegnersi il magistero, la sua faccia preternaturale e la tonalità che qualcosa con il Battisti dei dischi bianchi aveva a che fare per me e solo per me: quell’essere alieni, per essere umani.Quante giornate ad ascoltare, a ricordare che si ascoltava. Quante toppe di luce e angoli di stanze morte, imbiancate.Non sapeva cosa fosse il panico? La grazia che bilancia il disastro del mondo con l’aroma dell’essere era lui, gocciava dalla vita superiore in un’esistenza grossolana, in cui era cinghiale e cammello, l’animale che si portava dentro. E sfumava, la cognizione sfumava, ne era compromesso…Oggi il padre cattolico che per primo ne ha dato notizia lo citava occultamente negli scritti. Tutto è occultismo, tranne l’amore. E’ con l’amore che va, mio, nostro, tutte e tutti insieme, a spingerlo, bardo nel Bardo, poeta nella fatica del sole a illuminare settantescamente l’esca del pallone nella piazza dove bambino torno, mai andato via, io, il piccolo io che ho e che gli sussura: grazie… grazie…

Su “Reality. Cosa è successo” – di Silvia Bottani

Con molto ritardo, mi sono accorto di ciò che su “Reality – Cosa è successo” ha scritto Silvia Bottani, che leggo da anni su testate splendide come Doppiozero o Riga, autrice edita da SEM con “Il giorno mangia la notte”. Lo riporto qui di seguito, con gratitudine e ammirazione: «Ho sentito spesso ripetere la domanda “Chi scriverà il romanzo della pandemia?” e altrettanto spesso rispondere che ci vorranno anni prima che il vissuto venga metabolizzato e restituito in una forma letteraria soddisfacente, che ci vorrà un grande autore per concepirlo e anni di distanza per rielaborare ciò che è stato, mentre le redazioni sono invase dai manoscritti di spericolati che si cimentano con la distopia che si è fatta reale (non pare neanche vero, che occasione ghiotta). Un libro assoluto però è già stato scritto ed era probabilmente così indicibile ciò che ne marca le righe da essere già fuori scena, troppo reale per commentare il reale, insostenibile nell’operazione di disvelamento. Il romanzo – perché si tratta di un romanzo, altrimenti quale lingua avrebbe potuto dire tutto questo? Un testo sacro forse, oppure un paper scientifico, nient’altro di possibile – è “Reality” di Giuseppe Genna, un testo che è esso stesso malattia, su cui ricade la colpa imperdonabile di riportare il lettore alla cognizione del dolore, spazzando via dall’orizzonte le riaperture, le mete delle prossime vacanze, gli aperitivi su Zoom, la nuova serenità vaccinale, le task force ridicole. Genna punta lo sguardo dove non si può guardare, si spinge e resta nell’oscenità di una pandemia che ha riportato la morte al centro del quotidiano globale, rifiutando l’escapismo e la possibilità della consolazione offerta dal rimosso. C’è un’insonnia febbrile che spinge l’autore – protagonista in giro per la città ammalata, che gli impone di continuare a guardare, di vegliare su chi finisce nella solitudine, chi si sfinisce negli ospedali, sugli abbandonati e sui traditi, sull’infinita perdita che conteggia le giornate da tredici mesi a questa parte, che gli fa esperire il contagio e salda realtà e allucinazione. Quando l’intrattenimento finisce, rimane spazio solo per l’annichilimento o la negazione. Mentre programmiamo la prossima estate e immaginiamo la nuova normalità che ci aspetta come un Eldorado, dovremmo assumerci come impegno la lettura di questo romanzo infetto, perché forse non abbiamo ancora compreso cosa ci è accaduto, cosa accade e cosa, rovinosamente, continuerà ad accadere.»

“Il disperso” di Maurizio Cucchi – 45 anni dopo.

A rileggere “Il disperso” di Maurizio Cucchi non parrebbero trascorsi 45 anni dalla sua uscita. E’ un romanzo poetico o un poema che corteggia il prosastico e che, a distanza di quasi mezzo secolo, sconcerta ancora, come certe narrazioni oscure e perturbanti sulle sirene o sui cavalieri del secchio o sul diabolico Sancho Panza. Il fattore temporale è per me anche avvilente: portai “Il disperso” alla maturità, i professori rimasero a bocca aperta mentre ne leggevo tratti e versi. C’è da figurarsi come io mi senta vecchio, oggi, di fronte alla spirale inquietante che Cucchi allestì e che fu esaltata da una leggendaria nota di Giovanni Raboni. L’impiego di una lingua bassa e popolare fa il paio con l’utilizzo di un canone nero, dico canone narrativo, e con le macerie del romanzo che, profeticamente, Cucchi antivedeva ad altezza dell’apice postmoderno, in quegli anni plumbei e aurei. Il sottovoce, l’incespico, la modalità da referto autoptico, l’irresistibile puntata in un mondo definito dalle parole (Milano, i Sessanta e i Settanta), Valéry e Kafka ben oltre l’apparenza da regesto del meglio della non so quanto esistente “linea lombarda”, l’organicità raggiunta al colmo della frammentazione, la revisione come modalità ellittica, l’iperbato e l’utilizzo del maiuscoletto – tutto corrobora un tentativo quanto mai felice di estrarre linfa da un mondo basso e al contempo celestiale. Le persone e le cose vengono non scagionate, ma osservate come scagionate, mentre la colpa, pur emendata, resta la materia prima di una figurazione che non abbandonerà mai la poesia di Cucchi, cioè quella del cretinismo splendido (qui appare un gran bel ragazzo mongoloide), a più riprese eiettata per conferire una prospettiva sul mondo, differente e stordita, eppure nitida e mai appannata – l’umiltà della carne e l’insufficienza luminosa come cifra del vivere, attaccati ai muri, un po’ untori e un po’ regali, così come si prevedeva la sagoma del re degli idioti nel carnevale da tempi hugoliani. Un regesto letterario che, per quanto vado pensando praticamente da mezzo secolo, ancora non è stato raggiunto nella sua fatalità: quella di offrire una forma a un futuro postumo, che potrebbe essere il nostro presente, se ancora collettivamente fosse viva la poesia, l’attesa poetica, il che costituisce un problema per lo stato odierno delle patrie letture. Il compimento di questo percorso viscoso e strepitosamente rivelativo, l’indagine che potrebbe ricalcare le modalità dell’interrogatorio a cui il Signore sottopone Caino o quello praticato su Lino Ventura in un film in bianco e nero di Melville, offrono il destro a una meditazione sullo stato della nostra prosa narrativa, oltre al fatto che inchioda i poetanti alle proprie responsabilità oggidì. E’ un percorso coerentissimo e senza eguali, quello compiuto da Cucchi in questi 45 anni, fino all’acuto del suo ultimo capolavoro, “Sindrome del distacco e tregua”, uscito recentemente sempre per i tipi dello Specchio di Mondadori. Se la poesia e la prosa nazionali sapranno cogliere questa chance sempre a disposizione, che è l’opera di questo grande poeta milanese, avremo un patrimonio e un matrimonio ineguagliabili: avremo la forma del presente.

Luther Blissett: “Net.gener@tion”

Una copia del libello d’assalto “Net.gener@tion”, il mio esordio in prosa risalente al 1996, con lo pseudo-pseudo di Luther Blissett
“Noi non vogliamo lavorare allo spettacolo della fine del mondo, ma alla fine del mondo dello spettacolo”.
Nel 1996, ovvero un quarto di secolo fa, pubblicavo il mio esordio in prosa, un saggio di saggi all’interno di una cornice narrativa. Utilizzai lo pseudonimo Luther Blissett, al cui gruppo di riferimento non appartenevo, ma che mi sembrava costituire la più forte proposta culturale per l’elaborazione di una visione letteraria e politica al contempo, rispetto all’orizzonte che si stava muovendo e riconfigurando. Si intitolava, questo libro, net.gener@tion e lo pubblicarono gli Oscar Mondadori, che ai tempi contavano su una dirigenza per me memorabile. Gianluca Lerici, in arte Doctor Bad Trip, mi fece l’onore di disegnare la copertina, che a distanza di tempo mi pare ancora bellissima. Era un quarto di secolo fa. Tra le sortite dello sguardo, mi colpisce a oggi l’intuizione che i motori di ricerca sarebbero diventati super-Stati, che il complottismo avrebbe sostituito l’appartenenza politica di massa, che la battaglia per la fluidità di genere sarebbe risultata una variabile fondamentale e anche l’explicit finale: “Dappertutto si è posta in modo oscuro la questione di una nuova organizzazione, che comprenda abbastanza bene la società dominante per funzionare effettivamente, a tutti i livelli, contro la società dominante: per trasformarla integralmente, senza riprodurla in nulla, ‘sorgere del sole, che, in un lampo, modella in una volta le forme del nuovo mondo'”.
Qui di seguito pubblico il link alla file con l’intero testo di quel libello agile e impegnativo, che si trova in ogni caso disponibile su archive.gov.

Luther Blissett (alias alias Giuseppe Genna), Net.gener@tion, Mondadori