La pandemia che assaltò un tempo devastato e vile

Nella più recente versione di “Assalto a un tempo devastato e vile”, edita da minimum fax, risulta che nell’estate 2009 io scrivessi questo: “Sono fatto accomodare direttamente davanti all’astanteria del pronto soccorso e qui almeno venticinque anziani sotto ossigeno parlano nonostante le maschere dell’ossigeno, sono morenti, si vede vizza la loro pelle gialla, piagata, i vestiti privi di una qualunque coerenza stilistica, quella sorta di slacciamento finale che anticipa in estetica quanto accadrà in fisiologia. Il golfino marrone chiaro, i pantaloni verde marcio in un tessuto poco spesso, le scarpe traforate, il vicino indossa un pullover a scacchi multicolori e tiene un basco sulla nuca pelata e parlano da sotto la maschera per l’ossigeno, fittamente, dell’influenza A, la Suina, la Nuova, la pandemia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha indicato come la versione rinnovata della Spagnola, tutti sono terrorizzati, il primo morto a causa di influenza A non è morto a causa di influenza A, a Napoli, nessuno è andato al suo funerale per la paura, le scorte di Amuchina si sono esaurite in poche ore, anche a Milano, per via degli annunci tremendi sulla pandemia che va interrotta interrompendo le strette di mano per via dei germi, tutto deve essere disinfettato. Sono più di venticinque vecchi, tossiscono, gravi in insufficienza respiratoria, una sorta di coro tragico disposto su una skenè fintamente tecnologizzata, borbottano, hanno paura, sono terrorizzati, dicono che moriranno per l’influenza A mentre stanno morendo per un virus parainfluenzale, non si accorgono che stanno morendo adesso, parlano di quando moriranno dopo, la parola “pandemia” viene pronunciata un numero impressionante di occorrenze.
La pandemia è l’annuncio della pandemia.”

Giulio Giorello

Per le conseguenze del Covid è scomparso a Milano il filosofo Giulio Giorello.
Fui suo allievo alla cattedra di filosofia della scienza e interlocutore in seguito. Vorrei ricordarlo con un tremito d’anima, è la quarta persona tra i miei amici e conoscenti a morire per questo virus, che pare non avere impresso a sufficienza la sua pedagogia nei cervellini infeltriti della nazione più tossica che c’è.
Veniamo a Giorello, ora.
Era un uomo di capelli strani messi a confronto con le sopracciglione di Carlo Ginzburg in una faccia severa, con la montatura degli occhiali spessa, a significare lo studio e una sapienza fine anni Settanta, Ottanta. Di un illuminismo mai scabro, ma una fantasticheria del positivismo con l’immaginazione, secondo me, ulteriore a ogni teorema, per esempio l’incompletezza e Gödel, e fare tanti esercizi sullo Shoenfield per la logica matematica (stavo facendo quello, gli esercizi e Cantor, nel sottoscala a Brera nel 1993, quando apparve un volto di turista inglese ed era il primo amore invece, l’ultima volta che la vidi: i ricordi vanno così, chiedo scusa a tutte, a tutti). Quindi con Tex Willer ti sembrava un po’ pop e ti insegnava il liberalismo con un Seicento inglese e i Padri Pellegrini, dicendoti che il continuo in logica meritava una riflessione meno umanistica che pratica, secondo il magistero del maestro Ludovico Geymonat, sotto cui era cesciuto nell’intelligenza delle cose e dei saperi, lo demoliva per via del marxismo in maniera militante, l’altro a farlo era Stefano Zecchi. Nessuno voleva bene a nessuno. L’ultima volta che parlavo a Giorello mi diceva: sento colpa nei confronti della vostra generazione, vi abbiamo massacrato perché eravate troppi all’università a filosofia, al primo esame avevo dovuto portare quarantadue testi di esame, di filosofia antica della Caizzi, discepola di Untersteiner, solo per studiare il “De Anima” di Aristotele e Giorello rideva. Non fa niente, gli dissi che non faceva niente, tanto la realtà tendeva sempre e da sempre e per sempre a farti le difficoltà non spiegabili da Frege e da Feyerabend, Paul, filosofo che gli piaceva, per via delle rivoluzioni scientifiche e il metodo. Faceva scrivere i suoi assistenti, non scriveva mai, tutti erano scandalizzati per questo. Grande Giorello. Aveva fatto una collana di filosofia delle idee per l’editore Cortina, con tanti titoli di ottimati della scienza storia filosofia morale. Passavo a quei tempi poche ore in Festa del Perdono, lavorando, a vedere stormire delle foglie contro le case ricche delle famiglie ricche, pensando agli appestati nelle pestilenze secentesche e oltre, riflettendo sulla diluizione che la prosa applica al pensiero, che di per sé è poetico e rapsodico, repentino, non disteso, va ad archi voltaici, attraversati dal profumo di legno di rosa nel 1993 tra i miei disastri…

Cos’è la Lombardia

Dovremo dunque dire qualcosa della Lombardia. Cos’è la Lombardia. Secondo me è un pezzo di terra con dell’erba, delle montagne a forma di sega e dei laghi dove vanno gli americani celebri, in dei castelletti che danno sul lago, con delle spiaggette che non sono spiagge, ma dei sassi un po’ neri, dove non voglio stare, se ci vado allora prendo un asciugamano grande e mi metto lì, sto lì. C’è anche la Brianza, con tutte le cose che si sanno nel mondo, di questo Texas con la nebbia, si cercano i butteri e si trovano dei mobilifici ovunque, lì fanno i divani e sono molto doviziosi rispetto ai soldi, con grandi capacità di un’abnegazione dove non voglio essere. C’era il Parini e il Manzoni aveva questa faccia scura di un cattolicesimo fatto di ginocchia piegate su assi di mogano nelle chiese più umide e vereconde, con il suo cattolicesimo stranissimo in una forma di giansenismo, che viene da Giansenio che non ho mai capito chi era, non volevo saperlo, mi faceva paura. Il massimo della Lombardia di Milano secondo me è piazzale Loreto, dove arrivi da Monza se sei di Monza, ma ha degli oblò novecenteschi incomprensibili in un prato in mezzo alla piazza e tutti ancora stanno a guardare il Duce appeso, c’è molta polemica su questo. Poi c’è misteriosa Varese dove non c’è niente e una versione peggiorativa sulle montagne, che è Sondrio. A Bormio tutti sciano e partoriscono Deborah Compagnoni, ha vinto tanto. Dall’altra parte vai a Bergamo, dove non ricordo niente se non che è bella e è piena di muratori nelle valli attorno, tra cui Bossetti, vengono giù a Milano, costruiscono tutto loro, materialmente. Dall’altra parte ancora hai Cremona Mantova Pavia, che è la parte democratica con più comunisti che altrove, ci sono anche dei cespugli e della flora diversa, ti avvicini al Po padano, si mangia meglio (su, solo i pizzoccheri). E’ più Berlinguer che altrove. In totale qui vive un efficientamento molto orgoglioso di un silenzio montagnino, il pudore si sfinisce nella tonalità di base del lombardo che è la Ü. A Brescia, la bomba e Martinazzoli, ma da piccolo ti dicevano che era una Leonessa. Ci vai la prima volta e ti accoglie una piazza squadrata da Mussolini. Milano lasciamo stare, è diversa, c’è sempre. Mi fanno schifo le rogge. Ci sono ovunque quelli di CL, Formigoni. Hai Pontida con Gad Lerner ogni anno. Fanno il burro. Mangiano queste cotiche spesse con delle verze in umido in una broda, è la cassoela. Orzinuovi si trova qui ma nessuno è proprio certo che si trova qui. Abbiamo il cielo e Stresa, con le vacanze intelligenti del 1956, andavano tutti lì. C’è anche la San Pellegrino, la Polenghi Lombardo e anche l’Alfa, ma la hanno evacuata più e più volte, nessuno sa più se ci sono gli operai o è deserto lì. Molto bello il belvedere ovunque. Prendi i traghetti e hai lo spirito lacustre oppure le Alpi e sei prima della Val d’Aosta, regione strana con degli strani dialetti loro verso la Francia e Gressoney. Le villette dei geometri spaccano con dei nani da giardino ovunque l’aria forte stagna tipica della Lombardia.
Per tutto questo io guardo i volti e sento le voci di Attilio Fontana e Giulio Gallera.

“Quarta stella” di Gisella Genna

E’ appena uscita l’opera prima poetica di Gisella, mia sorella. Si intitola “Quarta stella” ed è edita da InternoPoesia. Non avrebbe alcun senso che un famigliare si mettesse a discettare criticamente e infatti non lo faccio. Mi lascio andare invece a qualche impressionismo, più giustificato dal fatto che dalla poesia vengo e alla poesia tornerò. La scrittura di Gisella mi interessa per la capacità di slogare l’immagine, di concedere un fiato barbaro al verso (a volte composito, come quello formato dai due settenari “Sono nata un venerdì, giorno pari dell’inverno”) e di utilizzare assonanze sorde che hanno un precedente in certa tradizione lombarda. Una sintesi per rattrappimento che scatta in folgorazioni, spesso lessicali, dà un’impressione di chirurgia poetica, di essenzialità efficace e gnomica. Mi sembra che gli echi di questo lavoro rimandino a movenze di Sereni, di Raboni, giù giù fino a Riccardi. Per me è un’espreienza emotiva, oltre che conoscitiva: sono, in pratica, molto orgoglioso. Spero che il libro interessi e piaccia!

Transizione

Oggi il “Corriere della Sera” dedica un articolo alla mia collaborazione con Amat, l’agenzia del Comune di Milano, che è una sorta di centro studi sull’ambiente, la mobilità e il territorio. Sono grato a Maurizio Giannattasio per questo articolo, che affronta la questione della transizione ambientale, le cui deleghe ha fortissimamente voluto tenere per sé il Sindaco, Beppe Sala. Devo confessare la mia gratitudine per il fatto che un intellettuale sia chiamato a occuparsi del più imprescindibile mutamento di paradigma sociale di questo tempo. L’uscita del film “Alice e il Sindaco”, attualmente in sala, mi aveva già ispirato questa riflessione. In effetti il Corsera qualifica come “green” un àmbito in cui la questione ecologica va di pari passo a quella sociale, della cui progettazione e comunicazione vado a occuparmi. La transizione ambientale non prescinde dal dispositivo sociale, storico ed economico. Gli stili di vita sono chiamati a un cambiamento radicale. Le fasce più povere rischiano di sostenere il costo immane di un simile salto quantico. Se proprio dovessi connotarmi, impegno più uno sguardo “red” che “green”: il punto è infatti scoprire soluzioni e progettualità sociali, per trasformare in ricchezza collettiva la partecipazione alla transizione che la città, il Paese e il pianeta devono affrontare. Mi permetto un’unica notazione, rispetto all’articolo: non sono e non mi sento un’eredità di Elly Schlein, leader che amo incondizionatamente e che ho avuto l’onore di conoscere e intervistare. Un intellettuale sono e rimango: autonomo, nel desiderio di offrire il proprio sguardo e le proprie idee e le proprie competenze al servizio della comunità.

“Io Hitler” e la questione dell’oscenità

Ierisera mi sono trovato a discutere, con un funzionario editoriale, della postura poetica che assunsi nel corso della difficoltosa progettazione e della piuttosto angosciante stesura di “Io Hitler”. Ne ho tratto due sensazioni, antagoniste e complementari. La prima è questa: la bellezza di riuscire ancora a scontrarsi per ragioni di poetica e di filosofia. La seconda è la seguente: la difficoltà di reggere l’argomentazione su un testo che desidera essere letterario abolendo la letteratura. Quanto alla prima impressione, sono rimasto davvero colpito dal constatare che, per quanto mi riguarda, la discussione collettiva dei testi è una delle ragioni prime e fondanti con cui mi accostai alla poesia, così come alla prosa in un momento successivo. Questo spasmo della dialettica, il “no” duro che non esaurisce il confronto, mi appare una fonte di ossigeno nel tempo nuovo, che continua a essere nuovo pure essendo previdibilissimo, ciononostante risultandomi in qualche modo ipossico. Quanto alla seconda sensazione, mi confermo dopo anni nel ribadire una posizione di assoluta fermezza e intransigenza poetica circa l’oggetto della presunta narrazione, che per me proprio non poteva risultare tale, ovvero non poteva essere narrazione. Ogni manipolazione fantastica intorno a Hitler o a leggende immaginarie che, utilizzando il nazismo, coprono l’assolutezza e l’intangibilità di un’evenienza non semplicemente storica, quale è Hitler, che per me non è un fatto tra fatti. La corrispondenza letteraria alla nozione di “non-persona”, elaborata dal biografo Fest, mi è sempre sembrata traducibile in termini di “non-letteratura”, sia in senso stilistico sia in senso inventivo. Per me la cosa si giocava tutta in questo: so per certo che Hitler in una determinata occasione ha mangiato coste e patate lesse, mi avvicino con l’occhio e descrivo la manducazione di quei cibi – da lì può scaturire qualcosa che non è osceno, nel senso che non inventa un’azione, finendo così per elaborare una sia pur minima giustificazione mitografica di Hitler stesso. Io volevo evitare quella possibile oscenità. Non voglio assolutamente impedirla a nessuno, ma io voglio assolutamente evitarla. Di fatto, ai tempi, le critiche al libro, estremamente feroci, da parte di D’Orrico e Cortellessa, installavano come principio espressivo proprio il frame di ciò che io avvertivo come osceno e che ero ben contento di avere evitato, magari annoiando a morte il lettore. Sono, a mio modo di vedere, problemi del lettore, quelli della noia rispetto a Hitler. Non arretro di una sillaba, su questo.

Nuovi ordini mondiali contro l’ordine spirituale

Tre variabili di mutazione radicale della circolazione che si dice “geopolitica”, con grave miscomprensione della realtà. C’è un meridiano zero di questo ragionamento, che vado a dipanare, sia pure rimanendo criptico in qualche modo: l’Inghilterra, ovvero che cosa è davvero ora l’impero inglese. Qui non c’è la rappresentazione fisica e nemmeno programmatica dell’influenza mondiale ispirata dall’Inghilterra. Dovremo prescindere dal Regno Unito, il che significa che il ragionamento non sarà completo. Veniamo alle variabili geopolitiche. La più ovvia è l’epitome della strategia non tanto americana, quanto del presidente degli Usa, con l’uccisione di Qasem Soleimani e la pressione sull’Iran. Si tratta di una dismissione del presidio e del controllo di una vasta fascia orizzontale del pianeta, ovvero il Medioriente e l’interezza del Mediterraneo, a favore dell’ingaggio alla Russia come unico freno alla Cina, che resta il competitor Usa nell’asse orizzontale del Pacifico e nella zona più calda, che è poi quella più fredda, del Mare del Nord. Questa dinamica non è condivisa dall’interezza dell’esercito e dello hard power statunitense, costituendo l’autentica minaccia di agrammaticalità che l’amministrazione Trump propone all’instabile e multipolare disordine mondiale. La variabile più critica è tuttavia lo sbilanciamento e direi la rivoluzione degli storici equilibri nel Mediterraneo, mossa dalla Russia e dalla Turchia, grazie all’incredibile e incombente intervento militare in Libia. La penetrazione cinese nel bacino mediterraneo è cosa fatta. Il disinvestimento Usa sortisce un effetto di destabilizzazione e ristabilizzazione nell’area precipua italiana. Sostenere che il pianeta non passa più dal Mediterraneo, bensì dalla Groenlandia, è una delle stupidaggini più colossali che può commettere ciò che fu l’impero americano, il quale si avvia a non esserlo più: né impero né americano, perché la proposta statunitense non è detto che passerà in termini culturali, essendo già debordata e trasformata dal protocollo digitale, che non sarà certo una modalità di affermazione di identità statale, bensì di disabilitazione delle infrastrutture statali stesse. L’unica possibilità di affermare una civiltà statale americana è la corsa a Marte, quindi un passaggio ulteriore di territorio, con orizzonte il decennio tra il 2030 e il 2040 – e infatti Trump ha lanciato l’assunzione di 16mila addetti spaziali, il massimo rilancio della Nasa nella sua storia. E veniamo all’ultima variabile suppostamente geopolitica. Poiché si tratta di neutralizzare l’idea stessa di territorio, sarà necessario contare su una nazione non territoriale: e si tratta della cristianità. La mossa più acuta è dunque spirituale, ovvero deterritorializzare attraverso il nucleo spirituale. In questo senso potremo osservare l’enormità di un Papa, scopertamente mistico, che afferma una cosa come quella che segue, nel momento in cui darebbe mostra di scusarsi con una signora, offesa perché lo tirava per un braccio: «Gesù non ha tolto il male dal mondo ma lo ha sconfitto alla radice. La sua salvezza non è magica, ma `paziente´, cioè comporta la pazienza dell’amore, che si fa carico dell’iniquità e le toglie il potere». Il potere è dell’iniquità oppure è semplicemente il potere? Neutralizzare l’iniquità è togliere un o il potere. La geopolitica soccombe davanti a questa geopotenza. Il Pontefice aveva affermato, soltanto pochi giorni prima, che non siamo più nella cristianità. Ciò che è mistico non è irrealistico, tantomeno è irreale. Non essere più nella cristianità, cioè nel canone storico di affermazione di un primato culturale (è il Papa stesso che dice che la Chiesa e i cristiani non sono più i primi né gli unici né i più ascoltati nella produzione di cultura) e quindi territoriale, porta la cristianità non ad annullamento, bensì al polo opposto: il tempo è kath’olòn, la civiltà universale è realmente è la Catholica, il primato dell’universalismo è affermato più con profondità che con forza o con azione magica. Se Trump, gli Usa, la Cina, la Russia e la Turchia non calcolano l’enorme potenza che sprigiona dal cattolicesimo fattosi realmente ubiquo, ignorando che esso ha un cuore fisico che pulsa precisamente a Roma e cioè al centro del Mediterraneo, si ritrovano fuori da qualunque partita. La forza che sobilla questa incomprensione, per governarla meglio, ritengo che si limiti non a sopravvivere sotto le gemme della corona inglese.

“Non siamo più nella cristianità! Non più!”

Sono rimasto sorpreso, una volta di più, cioè una volta di meno, dalla resilienza del giornalismo italiano, ma direi dell’editoria italiana tutta, il quale ama parole come “resilienza”, per potere perdere meglio lo specifico del momento storico e annidarsi nella resilienza del nulla, a cui sono votati tutti coloro che sempre perdono il momento angolare del proprio tempo. Dunque due giorni fa il Pontefice, quello in carica, ha pronunciato parole che scuotono i millenni e la cosa è stata ripresa poco e male, così come fu compresa poco e male la ventura a cui espose il mondo il predecessore dell’attuale Papa, quando si dimise. Ha detto Francesco. “Non siamo più nella cristianità! Non più!”. E’ come se un uomo fosse salito sulla vetta più alta dell’universo, per scuotere le atmosfere dei pianeti, con un gong e uno tsunami cosmico. Il principio storico viene disappropriato e la cristianità esce momentaneamente dall’arco della vicenda umana, questa routine disastrosa, questo impiego del tempo per non annoiarsi da qui alla fine dei giorni, questo escamotage per soffrire meglio, per soffrire tutti. Il predecessore aveva sollevato la propria carica dall’ingarbuglio con la storia dei giorni. Il successore solleva il popolo di Dio dalla preoccupazione del dominio temporale, del presidio dell’epoca, per affrontare un discorso più alto, che è quella dell’era: le ere infatti non sono epoche. Il coraggio di questi due umani, nudi di fronte al Cristo, lascia sgomenti. La percussione potente che impongono allo “io”, non soltanto il proprio, ma quello più largo e corale della Chiesa, sbalordisce. I mediatori culturali del momento mancano il momento e la mediazione culturale. I riverberi di simili parole saranno tornado in un imminente futuro. Lo choc al tempo storico apre a un tempo spirituale: è forse meno vero Cristo, se l’époque non è belle? Chi non è nemmeno battezzato, come me, come può esimersi dall’ascolto di un giudizio che sembrerebbe storico, mentre consiste in una chiamata alla vocazione generale di tutto il tempo riassunto in Cristo? Quale era in realtà la domanda, a cui le parole di Papa Francesco danno risposta? Il nostro passaggio in questo mondo, storicamente accertato, è qualcosa di immensamente misterioso, se non siamo più nel canone comodo di una Chiesa plenipotenziaria della progressione dei giorni. Questo Papa, come il precedente, è apocalittico. Questo tempo è apocalittico. Disvelare il tempo significa aprirlo alla sua verità, che appare in forma di mistero. Entriamo nel mistero.

Esce “Romanzo nero” (Mondadori): tutti i thriller in un unico libro

Scopro che da ieri è in tutte le librerie l’edizione completa e compatta di “Romanzo nero”, il titolo che ho dato all’insieme dei noir e thriller che ho firmato in un decennio, dal 1999 al 2009. Sono cinque titoli, presentati in un continuum: “Catrame”, “Nel nome di Ishmael”, “Gotha” (ho ripristinato il titolo originale, era stato pubblicato come “Non toccare la pelle del drago”), “Grande Madre Rossa” e “Le teste”. Il protagonista è sempre l’ispettore Guido Lopez, nome mutuato dall’erudito autore di una celebre guida storica su Milano. Lopez nasceva inizialmente come omaggio a mio padre e a mio zio, lettori appassionati del ciclo di Maigret, e per venerazione nei confronti di Simenon. Tuttavia non c’era alcun intendimento di imitare l’inimitabile, avendo tra l’altro preoccupazioni e ossessioni molto distanti da quelle che impulsavano il maestro belga. Mi interessava, così come mi interessa ancora, utilizzare la forma nera come traccia e percorso di una metafisica che si rendeva esplicita, sia pure in una forma teologica. Tale prospettiva andava in convergenza parallela rispetto alla storia politica e civile del nostro Paese, da Mattei a Moro a Tangentopoli, così pure come andava in convergenza parallela con il piano internazionale che l’intelligence sostanzia e presidia – non si comprende perché le convergenze parallele debbano essere tra *due* e non *tre* linee. L’idea era dunque di occupare e stravolgere un genere, quello nero, che al momento in cui iniziai l’intrapresa era considerato in Italia una serie cadetta rispetto alla letteratura, a parte le eccezionali eccedenze costituite dalle eccellenze, ovvero essenzialmente Sciascia, a cui proprio guardavo (insieme a Simenon e al grande siciliano, era tra l’altro lo Handke de “L’ambulante” a catturarmi lo sguardo). Era altrettanto evidente che questo genere, popolarissimo e bistrattatissimo dalla critica (ma non dalla teoria), sarebbe divenuto il dominus del *mercato* e il divoratore di ciò che un tempo fu detto “secondo binario” (detta rudimentalmente, il mainstream come primo binario e la qualità come secondo). Inoltre si giocava, in quel tempo, una partita che non in molti erano in grado di prevedere e cioè la questione della serialità come perno della percezione nel contemporaneo, il che sarebbe risultato effettivo nell’arco di un decennio, fino a oggi. In questo campo di forze, provenendo dalla scrittura poetica, in cui mi sono formato e non ho smesso di formarmi, tentavo di introdurre anche una questione formale, che verteva sullo stile, e che potrei tradurre in questo modo: come fosse possibile che la problematica formale venisse ridotta all’antagonismo tra paratassi (per esempio: Ellroy) contro ipotassi, anziché in termini di ritmica assoluta, cioè non soltanto accentuativa, ma anche immaginativa. Entro pochi anni qualunque opzione sullo stile sarebbe evaporata o si sarebbe ridotta non tanto a discussione di nicchia, ma addirittura ad azione di nicchia (chi oggi lavora stilisticamente?). Ponevo domande, insomma. Proponevo risposte? Questa è ancora una domanda. Ora quelle domande, che sono storie raccontate da me (da me?), sono compattate in un volume di 1452 pagine, che costa 17 euro, edito per Mondadori nel marchio dei tascabili, Oscar. Spero che interessino.

Sciogliere la scuola italiana?

Vedo due criticità assolute, che costituiscono le principali emanazioni sociali del momento politico: i bambini e il disagio psichico collettivo. Sono la medesima *cosa*, sono il politico. Affronto un’unica declinazione, ovvero i bambini. Mi scuso preventivamente con insegnanti, operatori scolastici, addetti al vasto spettro psicologico e genitori che possono sentirsi offesi leggendomi: parlo della mia esperienza, generalizzo a partire dal me stesso. Il sistema educativo italiano è semplicemente crollato negli ultimi decenni, sia in termini di pura organizzazione sia sul piano della qualità dell’offerta sia a livello di sistema valoriale incarnato dai protagonisti dell’erogazione di ciò che si pensa essere un “servizio” – e che servizio non è, è la coappartenenza a una società. La sanità è un servizio, l’educazione no, l’educazione è ben più che un servizio. Le riforme scolastiche sono del tutto consentanee a un’idea di mondo orrendamente liberista, ovvero riduzionista, che evita l’idea stessa di soggetto e quindi di relazione tra soggetti, facendo del soggetto un oggetto e delle relazioni pure un oggetto. Una visione devastantemente antiumana coordina le azioni più penosamente immorali nel gradiente dell’efficacia, in realtà facendo impazzire le gerarchie di senso e le tassonomie che quel senso traducono in punti di riferimento di qualunque processo. La morte della lingua, cioè del processo linguistico, è un sintomo, peraltro il meno “impattante” (“impattante” lo dicono *loro*), di una patologia che in modo sconvolgente ha infettato tutto il corpo sociale. L’idealtipo di bambino integrato, responsivo a un pavlovismo che nemmeno considera il cane come focus dell’esperimento, poiché ha in mente di sperimentare su un piccolo robot, è il responsabile del contagio diagnostico a base di acronimi come DSA o BES o numeri come 104, per ingabbiare ciò che non è ingabbiale, ovvero la naturalezza di uno spirito, precisamente la quintessenza del fenomeno umano. L’esclusione degli spiriti profondi, che sono *tutti* i bambini, viene comminata a base di azzeramenti progressivi delle loro capacità di varianza, della loro creatività che è anarchica per principio, della loro forza incapacitante l’adulto, rovesciando il tutto in questo: che sono *loro*, insegnanti et alii, a incapacitare lo spirito dei bambini. L’incapacitamento dell’adulto è il momento in cui i bambini esprimono tutto l’amore e l’odio, ovvero la propria potenza, nei confronti di quell’incomprensibilità dura, peripatetica e resa crisalide, che è la condizione adulta. Si sottrae il pensiero delle mani, sottraendo il gioco fisico libero, quindi impulsando l’inabilità ai micromovimenti e all’autopercezione, andando a sovraordinare il gioco con protocollarità innaturale, per esempio mettendo un bambino a giocare a pallone in un campo regolare. Ogni profondità segnala “grossi problemi”. E’ subito spettro autistico, se si reagisce bruscamente alla luce o ai suoni. Disturbo generale dell’apprendimento come correlativo oggettivo dell’epilessia. Didattica non analogica. Impossibilità della deriva fantastica. I generi del testo, a cominciare da quello horror, in luogo del processo testuale sfrenato. La regola non come limite da cui nasce il progetto, ma come abolizione di ciò che sarebbe da limitare. Psicopedagogie a procedimenti illogici e controfattuali. Annichilimento dell’amore (quale insegnante davvero ama i propri alunni? Tutte e tutti, certamente, ma davvero le persone insegnanti sono a oggi capaci di amare?). Un esercito di professionisti del disagio, che coincide con la schiera dei creatori del disagio medesimo, dagli psicoterapeuti under 50 ai logopedisti, dagli psicomotricisti che non hanno un’esperienza profonda del corpo fisico e di quello emotivo, fino ai baby sitter performativi su cui si scarica il tempo libero di bambini e ragazzi. Inesplicabilità del tutto. Delusione dei piccoli, che fanno da soli in un mondo che dice loro di non fare da soli, perché essi vanno capiti e ascoltati, vanno compresi, e giustamente, se il piano di proposta è quello della comprensione, si sentiranno incompresi. Silenzi e perenni sdraiature dei più giovani non stanno a dire che non ci sono parole oppure che i più recenti non hanno spina dorsale: provate a respirare da stesi, da sdraiati, poi confessate a voi stessi quanto è difficile inspirare ed espirare. La metafisica tecnologica non è un alibi, ma semmai la causa scatenante di una irresponsabilità degli adulti attuali, che sono transitori e che non hanno compreso che la giovanissima generazione sarà la prima a decidere se ibridarsi o meno, quindi è eroica ed epica a priori. Questa irresponsabilità adulta fomenta l’incredibile abbandono a un disturbo narcisistico debordante, generalizzato, incoercibile. E’ colpa degli adulti, non delle macchine, tantomeno dei bambini. L’arretramento anagrafico della prima mestrualità, per ragazzine che sono incapaci di leggere l’orologio con le lancette o di percepire effettivamente la dimensione concreta del tempo cronologico, è soltanto un emblema grottesco di una condizione tragica. Come si può rimediare a questa situazione collettiva e sistemica? Risolvendola. La scuola va sciolta. Tutti gli organismi scolastici vanno sciolti. Chiunque deve perdere il lavoro. La collettività sarà costretta a riorganizzarsi nella povertà, nell’emergenza reale. Si deve andare a referendum sul sistema scolastico. Bisogna che ci siano centinaia di migliaia di disoccupati, di persone realmente preoccupatissime. Se la scuola è un problema, non è necessario risolvere il problema: è necessario realizzare che c’è il problema.
Non ho inteso affatto di essere provocatorio.

Venezia

Deve morire non Venezia, ma l’idea di Venezia, io penso questo. C’è però che Venezia divenne la propria idea. Non concordo con l’opinione di chi dice che deve finire Venezia come Disneyland – magari fosse Disneyland, perché Disneyland è viva, non sopravvive, ma vive e, soprattutto, non è morta. Venezia deve finire, essa iniziò. Le sue cesellature conferirono un limite a ogni progetto, il che è bene, poiché soltanto nel limite è il progetto. Queste alghe esitano a dichiarare a chiunque nel mondo che Venezia è finita. Ha inventato l’intelligence, i servizi segreti, le gondole sono un progetto di scalmo che esce da se stesso e si fa barca, quindi devono affondare, poiché è destino di ogni barca, prima o poi, di affondare. L’equorea metropoli che non è metropoli, con la sua filosofia rutilante di maschere canterine e saltellanti, i notabili di paese che, divenendo primati di una città, ritengono di esserlo del mondo, l’odiosa eccezionalità esotica, le accademie e il cristianesimo sbilenco e intriso di fumo sulfureo, l’idea stessa di copertura e la lotta per nulla erculea contro il tempo – tutto fa di questa idea di città un equivoco del pensiero e un agire dell’eccezione che non è tale: non è agire (Venezia non agisce) e non è eccezione (rispetto a cosa sarebbe eccezione? Al Bayou o a Firenze?). I promotori di questa città pretendono di avere una grammatica, garantita dal foglio di carta che si trovano davanti. Quale sarebbe infatti la scuola che prepara a Venezia? Che cosa è questa promiscuità tra dolce e salato, tra muschi d’acqua e concrezioni calcaree? Quanto è bella piazza San Marco? La bellezza estenua il poeta, ma lascia indifferente l’uomo che nutre dubbi gusti. Il gusto che irrora papille è in una città il suo spirito, ovverosia il suo movimento, e da questo punto di vista Venezia è immobile da secoli. Laccate le unghie, non i popoli. Quale sarebbe il popolo di Venezia? E’ un enigma da cui, per l’appunto, nasce la modernità dell’intelligence, poiché Venezia è un’idea inglese, Canaletto parla Tamigi. Quegli orridi che sono i canali parlano a Kafka o a Broskij (i Piombi devono essere resi lievi, aerei, sfumare), ma non certo allo scrivente tipicamente italiota dei tempi del mainstream. L’indignazione mi gorgoglia a 1.87m. Gli hotel esclusivi, le cripte, le edicole: tutto ciò fa notizia. E lo fa non per i morti, ma per la morte del museo, questo pensamento morto, larvale, inutile allo sviluppo regressivo degli spiriti più indomiti. Che in Venezia vedono la Fenice, la quale nulla ha a che vedere con l’omonimo teatro. Se fosse davvero un teatro, Venezia! Non lo è, questo il suo dramma, la sua condanna, l’emivita a cui si costringe in un’ambra di luce che non è più italiana, non lo è mai stata. La cantò un interprete armeno in pesante accento francese. Il filosofo si ubriacava sui suoi ponti, ritenendo possibile non soltanto governarla, ma propriamente governare, il che è uno sproposito per un filosofo. Procacciare poesia non è la sua funzione, che è piuttosto intrappolarla in una forma di decadenza, strapiena di Tadzii e di servitori di due padroni. Non si capisce cosa io intenda dire. Il garantismo finisce qui, insieme alla famiglia del tempo, che pretende di sconfiggere l’errore, questa grande salvezza che ci è concessa: errare, ambire alla latenza, incombere, concludere, essere inutili, per sempre totalmente inutili…

Testo politico e testo letterario oggi

Il testo politico è attualmente più interessante del testo letterario. Per testo letterario si inenda non il capolavoro o l’opera d’arte, bensì la media che viene emessa dal librificio. La prevalenza del testo politico su quello letterario vanta molteplici ragioni e modi di essere. Anzitutto il testo politico, a differenza di quello letterario, ha a che fare con un’idea del potere grossolana, ma precisa e direttamente attiva. Il testo letterario non intende intrattenere alcun rapporto col potere, anche quando esso appare civile e di fatto politico. Il problema del testo letterario odierno è che invece intende sempre avere relazioni con il potere, in ogni caso, per la stolidità degli attori che combuttano a produrlo e a non recepirlo – in questo caso si spende tutto il ridicolo e il patetico dell’abborracciato tentativo di assalire la vita storica di una comunità, che è del tutto disinteressata ai contributi, alle ubbie e alle carnagioni di una volontà di potere del tutto innaturale e inculturale nell’officina permanente in cui un autentico testo letterario si fa e cresce. D’altro canto la comunità di riferimento del testo letterario non attribuisce nessun valore di verità, in termini di attesa o compimento, a un testo prodotto dall’incapacità di interrogare, a partire proprio dall’interrogazione dell’idea di verità. Il testo letterario avrebbe un rilievo spirituale, se soltanto gli attori avessero almeno il coraggio di cantare, cioè anche di denunciare, la desertificazione spirituale del testo letterario stesso. Un’ulteriore prevalenza del risguardo che assume il testo politico oggidì è la pratica del crollo delle tassonomie, attraverso l’elezione del sistema di condizionamento di massa, che le tecnologie attuali permettono, propugnano e completano. Quest’ultima possibilità era letteraria, al punta che la retorica, strumentazione linguistica e in prima battuta letteraria, veniva fatta propria dalla politica, mentre oggi non esiste retorica letteraria e quella politica è del tutto rivoluzionata, mantenendo però intatta la sua potenza di conversione del dato materiale ed esistenziale in operazione psichica, sia per ciò che concerne la manipolazione degli intelletti e degli affetti sia alla luce dell’isolamento relativo dell’utente digitale, ormai rimediabilmente afflitto da disturbo narcisistico di massimo grado, ovvero il meno percepibile e riconoscibile. Accade dunque che il testo politico stia sperimentando il passo ulteriore, e forse estremo, della contemporaneità, la quale è sempre la fine momentanea del tempo esperito. Il testo letterario non sperimenta né ciò né altro. L’irrilevanza della lettera, ridotta a somma di numeri e ritenuta un pacchetto di informazione codificabile a cifre, è ormai abissalmente spalancata. L’unica opera che ci si attende, in questo tempo definitivo di ogni testo, è lo scavo nel vero, che è il proprio sé, il quale nessuno sa e può sapere cosa sia. Al termine di questo viaggio notturno, si apre l’unica possibilità di desunzione di sé e del mondo in forma non più retorica, ma addirittura sintattica: ed è il punto di domanda.