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“Sono un cittadino privato”

E’ una mattina che esprime una nota polare, l’estate trafitta da un pregelo, il solito cielo chimico milanese, quel cielo di Lombardia, così metallico quand’è metallico, così splendido, così in pace mortuaria. Nel tumulto delle genti, tra i fanali posteriori delle auto che scartano all’improvviso e mettono a repentaglio le traiettorie del motorino che tossicchia e l’integrità morale del viandante che desidera non pensare a nulla (a nulla!…), si percepisce lo scollamento e l’affanno collettivi, si ostruisce il forame attraverso cui scorre la grazia, si abolisce l’incantamento: ecco l’arido vero, ecco la replica della macchina nella vita comune, noi, tutti singolari, chiunque, progrediti nel sistema nervoso, chiunque enhanced, chiunque aumentato nella stolida concentrazione su se stesso e le proprie miserie, un popolo esangue in una transumanza livida, i device ovunque aggrediscono gli sguardi ovunque e ovunque è come ovunque. Dove sono terminati i poeti. Si scende dal motorino e l’aria è secca, è di titanio. Attraverso il passaggio sulla circonvallazione esterna, mentre sfiata un bus che si ferma sulla preferenziale. Qual è la sponda opposta? L’asfalto è sbriciolato. Verso Cinque Giornate è rosso e elastico, sostituendo il pavè storico. Critico l’urbanistica, circolando a vuoto. Gli italiani annichiliscono la fede, praticano la razzia, conclamano il segreto: assentare l’abbraccio, sanare se stessi a scapito della felicità, riguardare una strana e non allibita nullità, in luogo dell’altro. E mi lamento. Il pane è quotidiano? La fila dei poveri lo è e il CPS non evade le richieste di soccorso e i farmaci generici invadono la circolazione sanguigna dei molti derelitti, qui. Appena poso piede sull’altra sponda, superata la preferenziale nella circonvallazione esterna, ecco il volto della donna: bovinoide, pachidermico, ottuso. Indossa, questa donna sessantenne, un husky granata e l’epidermide presenta bolle da secondarismo etilico o epatico in genere. La zazzera unta, lo sguardo vacuo, la camminata plantigrada, un assentamento che impressiona. Oggi l’altro mi spaventa, è giudicato. “Posso chiedere un aiuto?” e la sua voce corrisponde alla fisionomia, all’andatura, è una parlata lenta, complicata da antipsicotici. Io sto camminando veloce, un’onda anomala di ansia si abbatte su di me, da fuori, da dentro, scatto, scarto, tossicchio, rispondo: “Non sono di questa zona”. La supero, ancora vorrebbe rispondere, io ho fornito il diniego alla sua umanità spessa, alla sua cecità bambina, una paziente psichiatrica che arranca verso la camionale di Ripamonti: una povera donna, a cui ho rifiutato l’aiuto minimo. Sento la colpa. Chiedo cosa sia accaduto. Cosa mi è accaduto, che ore vivo, chi sono diventato? Non è distrazione, è negazione, fuga, svanimento dal reale. La fila delle povere anime al Pane Quotidiano mi squadra con un’inermità tenera dello sguardo. Io faccio scintigrafia al mondo, ho timore, l’isolamento è terrifico, renitenza e neghittosità dominano, schiacciano, rigettano lo scrittore Giuseppe Genna. Vado per Milano la Rovesciata, la metropoli si rovescia con i suoi cementi cupi, le rotte di ciascuno, le erranze, chiunque è solo con se stesso e non approda a se stesso. E’ il tempo della negazione, quindi. Più in là, verso la Naba, c’è una luce ulteriore, nessun povero. Cosa è questo acquario sporco, dove nuotiamo intossicati tutti? Il nuovo mondo albeggia: sono un cittadino privato.

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Su “L’Espresso”: il reportage narrativo dalle chiese vuote

Nel nuovo numero de “L’Espresso” (@espressonline) in edicola da oggi, un mio repaortage narrativo, a cui molto tengo: girando per chiese vuote, dove e come la Chiesa si spegne in questo tempo che ha bisogno di profezia e apostasia.

“… Da giorni avevo incominciato a girare per le chiese milanesi: per verificarne i vuoti. Le ho scrutate come ventri cavi, ruderi attivi e spazialmente imponenti, proposte di immortalità andate deluse […+ Lo scollamento abissale e pervicace tra magistero, fede e fedeli, solleva l’enorme domanda su quale sia il credo e la sostanza cattolica di questo tempo. Quindi ho preso a girare per chiese milanesi, contemplandole vuote e rischiose, abitate da renitenti luminosi, aree oratoriali infoltite da bambini digitali, popolate da sacerdoti preoccupati dell’insegnamento morale.”

“L’Espresso” è sempre più irrinunciabile. Il reportage dalle chiese si inscrive in un’indagine davvero impressionante su Chiesa e nuovo eterno potere, partendo da uno strepitoso editoriale firmato dal direttore Marco Damilano, continuando con un’intervista spaventosa all’altrettanto spaventoso padre spirituale del ministro della famiglia Fontana, innestando un’inchiesta sui network cristianisti e reazionari che con la Lega intendono toccare in modo regressivo divorzio e aborto. Oltre a questo giro d’orizzonte, si leggono servizi importanti, da uno scoop sul premier secondario Conte a un report sulla catastrofe climatica…
E’ un onore per me pubblicare su un magazine tanto bello e necessario. Spero di incrociare i vostri sguardi sulle sue gloriose pagine!

atro · blog · Da un libro atro in via di facimento

“Oscuro arcaico”: il secondo capitolo di un libro che non vedrà mai la luce

Pubblico il secondo capitolo di “Oscuro arcaico”, un libro inedito che non vedrà mai la luce, perché è cupo plumbeo e atro. E’ una fantasia malata, che snoda vicende incongrue nell’ombra infetta di un collegio eternamente primonovecentesco. Il primo capitolo è leggibile qui.

CAPITOLO SECONDO

“Mi lasciarono dormire, evidentemente, perché mi risvegliai al suono di una campanella in ottone a mattina inoltrata, come dedussi dal fatto che la parete a sud del colle Tenda andava rischiarandosi di raggi del sole obliqui, i quali si avventuravano nella gola in ombra.
I letti erano vuoti, tutti. Qualcuno non rifatto perfettamente comunicava una sensazione penosa di disguido e panico.
Mi infilai i calzoni della divisa, stando attento al buco di entrata nella fibbia, apprezzai come penetrava il fermo in metallo, ovvero l’ardiglione: pratico, pneumatico. Quindi mi precipitai nelle cucine, che avevo conosciuto la notte precedente.
Non si vedeva nessuno, sull’angolo di una tavola ampia bianca in fòrmica era stata sistemata una ciotola ancora calda, di caffè di orzo, e un tozzo di pane. La bevanda di orzo era acquosa e insipida, il pane sapeva di cantina. Quindi, ricontrollando la cinghia di tela che tenesse, i libri e l’astuccio ben sistemati, a perdifiato feci il corridoio che portava all’aula e bussai.
Il maestro dietro la cattedra era compunto e pignolo. C’era da aspettarselo. Venni presentato alla classe. Quei ragazzi mi parvero ostili, senza eccezioni.
Il banco in fondo a destra era dunque quello che mi era stato riservato. Trovai il manuale sotto il piano scrittoio, che si apriva come un cofano. I libri di testo non servivano. Qualche pastello di scorta era sparso sul fondo desolante di quella scrivania, insieme a una riga, una squadra in plastica trasparente e una lente di ingrandimento. Annusai i pastelli: era un odore di tempera e di pongo, confortante, un materiale di cera colorata, il giallo giallo, il rosso rosso, lasciavo le impronte digitali dell’indice su quella pasta colorata. Sono prodotti similmente i dadi di estratto di carne, marroni, ma un poco screziati, che ciucciavo anni prima, dopo averli sottratti segretamente alla mia madre dentro la dispensa. In quella madia, mi era stato riferito, veniva lasciato l’impastato del pane casereccio e il lievito a riposare, in un’ombra lievemente umida e pomeridiana.
Iniziammo tutti a leggere la prima pagina del manuale, pareva un abbecedario perché aveva le pagine grandi, i caratteri a stampa grandi, la carta grezza, il quale manuale diceva, come leggeva a voce alta e ferma il maestro:
“Quantunque a volte, graziosissime femmine, e maschi naturalmente, vi capiti di pensare di sembrare di essere qualcosa in qualche modo, noi tutti conosciamo, nemmeno quasi lo ricordassimo, e con certezza lo si potrebbe dire, sappiamo perfettamente che sarà gravoso, per voi, il cominciamento del sapere qui illustrato, con grandi affanni per via della memoria, che è imperfetto ricordo fallace e non una fantasia dei popoli, per quanto qui pure raccontati nel loro progredire verso le forme attuali di esistenza, e per l’età e per la fatica che segna la fronte, essendo che chiunque è niente, il più insignificante tra gli apprendisti, e dunque chini resterete su queste pagine, memorabili per voi, che sempre porterete in un cantuccio del cuore, custodendovi caramente l’insegnamento e la sua fruttificazione, la quale tanto vi sarà utile alla fabbricazione, nella società, di voi stessi, e dei vostri cari, esistenti già ora, e a venire, edificando il consesso e maturadone la pietà e l’amore”.
Fui stranito dal fatto che venivano convocate femmine, qui, e per di più all’inizio, trovandomi in un Collegio esclusivamente maschile, come dimostravano del resto quelle teste chine e torve, sulle parole del libro di testo, intente tutte a piegarsi come al di sotto di un bastio, invisibile ma non per questo meno pesante. Dunque erano costoro che dormivano nel buio della stanza quella notte!
Uno si attorcigliava l’indice ai capelli corti e unti, uno sembrava in cerca di pidocchi, sembravano dormire leggendo.
Studiai il maestro. Aveva una patina biancastra sulla lingua, una lingua che raspava il palato e l’interno degli incisivi, per fare le fricative, senza baffi, alto fino al limite superiore della lavagna, tutta già ingessata, sopra cui si stagliavano le cifre misteriose, le radici quadre, i numeri irrazionali. Aveva una giacca con un fregio che non mi parve quello abituale del Collegio. La grafite della lavagna testimoniava la propria età. Forse era del luogo: pensai alle pietre simili a quella grafite che secondo me avevano estratto da qualche faglia occulta del monte, magari una miniera verso valle: pensa, pensai, agli gneiss antichi, agli scisti, a certi calcari cristallini. La sua costituzione lamellare su cui vergavano con i gessi un po’ dappertutto, per conculcare le nozioni e mostrare apertamente a tutti che cos’è la mente, cioè un campo nero con cifre e grafemi insolitamente bianchi, fluttuanti, cancellabili, in un progresso dettato dal passaggio di questo stoppino a spirale grigio di feltro un po’ lanoso. Sappiamo tutti come si respira il gesso.
Si ritirava la sera in un’ala dedicata agli insegnanti e alle insegnanti, il maestro? Mi risolsi a scoprirlo entro breve tempo, purché quei ragazzi stolidi e secondo me cattivi me lo permettessero.
Mi incantai quindi fuori della finestra, alta sulla sinistra, dopo certe lamelle di carta stagnola messe lì a frusciare riflettendo i barbagli contro i piccioni selvatici vedevo profilarsi le stalle, ma non si notavano animali tutto intorno, tantomeno puledri o bretoni da tiro o agricoli, forse le avevano dismesse. E la parete corrusca di granito a grana grossa di questo colle Tenda, ombreggiava già e nemmeno era la mezza. Un ripugnante gatto randagio una volta avevo visto addentare le interiora di un ratto sventurato sulla soglia in pietra di una porta simile a quella che accanto alle stalle dismesse dava su qualche vano o direttamente sulle cucine. Mi riebbi.
Venni chiamato alla lavagna. Mi fu chiesto di dimostrare abilità nella grafia e prontezza nell’aritmetica. Svolsi i miei compiti con imbarazzo, per via del silenzio con cui il maestro scrutava le mie esecuzioni, senza annuire o concedermi un cenno di assenso, di incoraggiamento. Non mi interessava invece la pressione degli sguardi dei miei nuovi compagni, quei loro bulbi oculari sporgenti, addirittura infelici.
Non c’era pietà né grazia lì.
Il maestro fu soddisfatto e mi additò a esempio per tutti.
Alcuni di loro si sfregavano con le mani le parti intime e quindi fui portato a considerare quale visione deve sopportare un insegnante davanti a quella schiera con le gambe aperte, che soltanto lui può notare.
Avremmo affrontato la chimica delle cose, la trigonometria, la bella scrittura e ovviamente la storia, la tecnica, un po’ di scienza delle costruzioni. Era davvero il primo giorno per tutti, scoprii. Non si conoscevano, quindi. Mi sentii rassicurato da quella constatazione. A volte non serve molto per rasserenarsi.
Certi argomenti scabrosi mi hanno sempre intimidito. Ora non era più tempo di correre fendendo le felci del giardino grande e andare tra le vesti garzose della mia madre, a rifugiarmi in quel grembo cotonoso e privo di profumi, che dovevo ogni volta immaginare, figurarmi quali erano i sentori di una donna, e per di più della madre, forse salini o ittici. Allora tornavo alla palla, al cerchio di legno. I miei balocchi erano oramai scaduti, la fallacia della memoria era insidiosa, aveva pienamente ragione l’estensore del manuale.
Il maestro pretese di spiegarci dell’auditoria quando mancava qualche minuto al trillo della campana e infatti fu interrotto alla metà di una frase. Tacque con disappunto.
Mentre uscivamo dall’aula in ordine sparso, silenziosi ed effettivamente stanchi, avemmo l’impressione che un’ala della cretineria ci avesse sfiorato le nuche piatte.”

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Incipit di un libro fantasma: “Oscuro arcaico”

Oscuro arcaico è un libro che vorrei completare e non pubblicare presso editori. Mi piacerebbe distribuirlo in cartaceo, attraverso la Rete. Di cosa si tratta? Di una scrittura ottonata, ottusa, ottentotta. Una vicenda in uno spazio plumbeo, un’avventura in un tempo eternamente primonovecentesco, un’azione pesantemente caricaturale, una parodia tragica e irrisolvibile, un fantasy di natura altra ed estranea a ogni fantasy, una spelonca e uno spedale, dove Jakob Von Gunten e il giovane Törless non hanno nulla a che spartire con un’emulazione metallica ed estravagante di se stessi. Una cupa sessualità in un cupo sentire, un’ombrosa accolita di bambini maliziosi e adultiformi, una collage di college per un incubo scolastico del tutto idiosincratico. E’ un libro in cui apparentemente non si spende alcun contatto con l’attualità e la realtà è sovvertita da un indecente impressionismo. Pubblico qui il primo capitolo. Spero che non dispiaccia, confido che dispiaccia.

GIUSEPPE GENNA
OSCURO ARCAICO

Quando arrivai dormivano tutti, tutti.
Presi possesso del mio letto nella grande camerata buia, a stento illuminata dalla luce lunare che penetrava attraverso finestroni alti, le cui cornici erano consunte e sistemate con lo stucco. La coperta è immaginabile: marrone indefinito, due strisce chiare, colore panna, longitudinali, quel certo gusto militare che va avanti negli anni.
“Sarà questo il mio posto, dunque” mi dissi. Quasi attesi che qualcuno si svegliasse, al suono di vibrafono del mio pensiero.
La fanciullezza è sempre estenuante, perdura infinitamente. Si desidera che l’autunno venga.
“Lo studierò attraverso questi vetri” che mi parevano tanti schermi ondulati e irregolari, un po’ assiri, nella camerata coperta dal sonno. Anche io ero stanco. Le foglie di un tiglio pallido tichettavano contro uno di quei vetri, era un osservatorio naturale per l’autunno.
“Poserò le mie cose qui” e il buio si fece gigantesco, quasi fossimo un glutine digerito dalla pancia di Behemot, il famoso mostro biblico. Ero infatti stanco, per il viaggio e anche per il silenzio del mio padre, che avevo fronteggiato a ogni tornante del colle Tenda, tra i dirupi marziani e il torrente rumoroso e nero, fino al Collegio.
Eravamo infatti giunti, stremati alquanto, a tarda sera.
Il torrente Tenda spruzzava le sponde erose di ciottolato bianco, la fonte si trovava in qualche tabernacolo sulla vetta di quel monte arcigno, una escrescenza mostruosa, sembrava un cretese cresciuto sotto l’ascella di un colosso appestato.
Il Collegio era costituito da un edificio centrale dalla architettura considerevole a cuspide nella facciata, privo di ornamento e particolari a cui la visione potesse appendersi, a parte il graticcio di travi portanti a vista, di un legno forse mineralizzatosi. Il frastuono sotterraneo del torrente richiedeva qualche minuto ad abituarsi, poi pareva tutto silenzio, impropriamente.
Voltandosi, con le spalle volte alla facciata del Collegio, la valle crepitava di cicale ritardatarie verso la sera, era una feritoia chiusa e asserrata, una gola in roccia grigioscura e vegetazione impetuosa e disordinata, cupa di un lucore che disorienta chiunque. Quella facciata era fatta di una texture di pietra scura, lavica se non mi sbaglio.
Due parole su Behemot. Il Behemot è il più grande animale che vive sulla terraferma. Il “Libro di Giobbe” ricorda che si nutre di erba come un bue. Ha ossa tubi di bronzo, arti verghe di ferro; ogni giorno si nutre del foraggio di mille montagne enormi. Non abbandona mai le mille montagne e quell’erba che ha consumato di giorno risputa stupidamente di notte. A causa del suo appetito ne fu creato un esemplare unico, impedendo in questo modo che si moltiplicasse. Il suo mugghio è udito da tutti gli animali del mondo, per il terrore si fanno meno feroci e evitano così di assaltare i cuccioli per un anno intero.
Gli è stato vietato di vivere negli abissi. Ha la forza bruta. Dorme molto: per molti secoli. La sua pelle è fatta di graniti scuri. Non sogna. Suo nemico sarebbe il Leviatano.
All’incirca due ore ci vollero perché il Rettore accogliesse mio padre, calorosamente con una stretta di mano, affabile come lo spettro di una rivoluzione americana.
“Ha la divisa, il ragazzo?” chiese, ero incantato dalla sua marsina. Era lisa sotto le ascelle. Chissà quale tuba indossava quando usciva. Non seppi sul momento dire se l’uomo se ne andasse di notte ad abitare da qualche parte oppure dormisse lì, sospeso tra lavoro e lavoro. Quei baffi bianchi e biondi alla Thomas Jefferson non mi facevano simpatia.
Rimasi in attesa fuori dell’ufficio, contavo le brecce nella vernice vecchia, verde sanatorio. Dietro la porta col vetro smerigliato e lo stucco erano confuse le loro chiacchiere. Pareva un controcanto al ruscellare di quell’acqua, sfrenatamente la natura lancia i suoi elementi dentro il vuoto, io pensavo.
Ne vennero a una e fui chiamato nell’ufficio rettorale. Mi impressionò questo mobile forse Luigi Filippo, comunque fine Ottocento, che veniva usato a mo’ di scrivania. Dentro i cassetti laterali venivano conservati gli incartamenti forse. La grana della carta, a quei tempi, era porosa e restia all’acqua, gli inchiostri ne venivano dilavati, lasciando traccia di certe lacrime e immagini tristi quasi mariane.
“E’ questo il ragazzo!” disse l’uomo.
“Possiamo applicare qui la nozione di privatezza assoluta?” domandò il padre.
“Certamente!”
“Quindi posso dimostrare la sanità della sua costituzione. E’ integrale!” affermò il padre. Carezzò la mia nuca, i miei capelli ispidi parevano una ciotola all’incontrario. Con l’indice mi sfiorò il labbro superiore, saggiandone la tenerezza, poi mise il dito a gancio e sollevò il labbro, spostandosi a contatto delle gengive e dei miei denti, in orizzontale, poi aprendomi il labbro inferiore verso la gengiva, come un cavallo.
“Che denti!”
“Infatti. E’ stata dura conculcare nel ragazzo” e mi diede uno scappellotto “l’abitudine a spazzolarli bene”, appariva soddisfatto.
“Ok, è venduto!” disse quindi il padre. “Il ragazzo è vostro. Fatemi firmare il contratto”.
Sistemarono le incombenze dell’affare.
“La divisa” chiese quel rettore.
“E’ nella borsa”. Quella borsa era un rotolo di pelle consumata, due fibbie in cuoio la chiudevano sommariamente, una borsa da sella praticamente. I miei effetti giacevano lì dentro tutti compressi. “Va bene così” mi dissi.
Quindi venni affidato a un bidello in un certo senso imponente e matronale, alto e vestito con un grembiule bianco tazza un poco ingiallito. Senza parlare mi portò nelle cucine dietro il salone dove pranzavano e mi diede una tazza di latte caldo, senza parlare. Poi lo seguii verso la camerata.
Incontrammo casualmente il mio padre, il rettore lo stava accompagnando fuori, verso l’automobile. Mi strinse, forse eccessivamente, forse invece a segnalare che il momento era importante: “Non comportarti come sai e andrà tutto bene” mi sussurrò autoritario.
Provai a baciarlo sulla guancia e non vi riuscii, annusando soltanto un poco della sua pelle secca, che il mattino aveva asperso di un’acqua profumata, un elisir dopobarba.
Quando mi infilai sotto la coperta scolastica, militare, allora mi levigò l’amido eccessivo del lenzuolo di telaccia.
“Sì! Studierò di qui i segnali dell’autunno imminente” feci in tempo a pensare, ascoltando il crepitio lieve dei respiri assopiti di quei ragazzi e non mi chiesi altro.

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“VI FACCIO VEDERE COME VIVE UN ITALIANO” – IL GIORNALISMO AI TEMPI DEL SUO PIONERISMO ODIERNO: I CASI LA 7 E “L’ESPRESSO”

Ierisera ho assistito, tra il conturbato e l’invidioso, a “L’uomo nero”, lo speciale su Massimo Carminati, il re del mondo di mezzo romano, che La 7 ha trasmesso come approfondimento di “Bersaglio mobile”, diretto e condotto da Enrico Mentana: una narrazione formidabile, una vicenda emergenziale continua e continuamente sorprendente, volti e voci e accenti romani devastanti e rivelatori, una composizione ricca di ritmi e temi e storia. Sono rimasto colpitissimo. Il giornalismo è in crisi costante pressoché da quando sono nato, a discapito delle folle che era in grado di raggiungere quando ero bimbo o ragazzo e che ora non raggiunge nemmeno col binocolo. Però non è un discorso quantitativo, che bisogna emettere, piuttosto è un’osservazione precisa degli apici qualitativi, degli enviroment giornalistici, delle voci e delle menti ancora capaci di creatività e di elaborazione del testo. In ciò è per me evidente che il giornalismo italiano contemporaneo, soprattutto grazie a due spazi che vanno allestendosi dinamicamente, e cioè La 7 e “L’Espresso”, sta vicariando l’editoria libraria ormai in crollo, incapace di proporre visuali prospettiche sul reale, sull’odierno, sul canone storico, oltreché inadatta a concepire format e a militare nella battaglia delle idee. La proposta culturale in genere è definitivamente abbandonata dall’editoria libraria e non del tutto per sua endemica colpa. Negli ultimi anni mi è parso di intravvedere solo nel Mark Fisher di “Realismo capitalista”, edito da NOT, un frame culturale consistente, che è stato capace di catturare l’attenzione non soltanto degli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto di chi è fuori dalla comunità specifica dell’editoria italiana – un testo divenuto un evento culturale continuo, che mi ha ricordato e fatto toccare con mano una proposta all’altezza di ciò che editoria dovrebbe essere e non è più. Certo, viviamo un avvitamento del discorso culturale, che non penetra più fasce ampie di popolazione. Tuttavia non si misurano in Italia sforzi all’altezza di questa crisi, slanci, sogni possibili, istanze che varchino le soglie dell’ignoranza collettiva attraverso competenze e stili. Soltanto l’altro giorno veniva pubblicato dal “New York Times” uno speciale sul crollo del ponte Morandi a Genova, in edizione bilingue, con immagini e video strepitosi, secondo un’impaginazione da lasciare a bocca aperta, una profondità investigativa e antropologica sconvolgente e una tensione assoluta alla verità. Soltanto pochi giorni prima, il NYT pubblicava una denuncia sconcertante da parte della talpa che svela il lavorìo malevolo e i disastri della Casa Bianca sotto Trump, diventandone l’incubo: uno scoop tra i più memorabili di questi decenni, sistemato in esercizio di minimalismo grafico che sfiora l’arte. (Per non penalizzare questo post, pubblico i link relativi nei commenti, altrimenti scatta la censura contenutistica di Facebook) I libri non sono più in grado di interpretare la realtà con un simile stile, con una simile proposta profonda di conoscenza e verità. Sbagliava e sbaglia chi ha voluto e vuole sostenere che l’erede della letteratura e della grande narrazione sia la serialità televisiva: è invece il giornalismo. L’àmbito in cui si percepisce lo sforzo di riappropriazione del simbolico e dell’intenzione di verità non è per nulla il discorso sempiternamente effimero e dimenticabile delle serie tv, ma un giornalismo capace di intessere una relazione profonda tra testi e mondo. Se ho citato l’attuale corso de “L’Espresso” e gli spazi allestiti da La 7, è proprio perché ravvedo in queste zone addensarsi un lavoro non soltanto giornalistico, ma realmente narrativo, sempre sorprendente, capace di interloquire e di abbassare il rumore di fondo in cui qualunque operatore culturale è oggi immerso e annichilito. Che Enrico Mentana sia magistrale nel ripensamento dei toni e della macrotestualità, mi pare che a questo punto sia universalmente riconosciuto, avendo egli sparato contro, con un coraggio inedito in Italia, a ciò che era stato, ovvero l’emittente più emblematico di una paratassi velocissima e tipicamente televisiva, che non può minimamente candidarsi al racconto della realtà, nell’attuale fase di cloud e confusione dell’apparato comunicativo. Questa tensione alla costruzione del discorso testuale è ravvisabile nella patente politica di congiunzione dei singoli testi, che su “L’Espresso” appaiono con rimandi impliciti e intuitivi, fornendo una chiave di interpretazione alla complessità del reale: tutto si tiene, i rimandi interni sono perseguiti con una strategia che è più letteraria che banalmente giornalistica. Si tratta, in pratica, non soltanto di effettuare una battaglia delle idee, ma anzitutto di spalancare uno spazio in cui quella battaglia si tenga. Non sono più gli epici cantori o le autorialità trobadoriche, i giornalisti che compiono e realizzano questo sforzo nell’Italia 2018: sono coloro che sorprendono, piuttosto, menti che strutturano e perseguono strategie di senso, ovvero di progettualità. La mancanza di progettazione, l’incredibile volatilizzazione dell’idea stessa di progetto, si rivela l’eziologia decisiva che determina l’attuale sintomatologia italiana: una nazione abbandonata nella produzione di strategie e di tattiche culturali, politiche, sociali, addirittura estetiche. La 7 e “L’Espresso” mi paiono in questi tempi i cantieri di una ricerca di senso, di un’invenzione appunto strategica e tattica, di una riabilitazione dell’ordine del discorso, che definisce l’eccezionalità e il pionierismo del nostro giornalismo contemporaneo. Per formazione e per ideologia, non ero incline a immaginare che il giornalismo avrebbe aggredito con tanto potere veritativo l’ammanco di senso a cui, già da molti anni, vedevo ridursi il contesto nazionale in cui sopravvivo e, quando posso, vivo. Se avverrà una ricostituzione, una palingenesi, addirittura una palinodia del progressismo in Italia, sarà merito di questo discorso che, in tempi di azzeramento della categoria dialettica, sono i giornalisti migliori di questo presente a praticare e inventare. Va a queste zone, tutte contestabili politicamente proprio a partire dal carattere della loro proposta, la mia gratitudine.
“Vi faccio vedere come vive un italiano”.

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Nel diciassettesimo anno delle Torri Gemelle

Oggi è l’11 settembre e a pochissimi italiani sembra importante ricordare cosa accadde e cosa determinò ciò che accadde diciassette anni fa. Il canone storico si vaporizza sempre più intensamente, rendendosi pura aleatorietà, come natura crea, visto che la natura impone tutto un altro funzionamento della facoltà mnemonica, mentre per il fenomeno umano essa era il fondamento della culturalizzazione della realtà, dell’espressione mitica, della normatività legata alla gestione del reale, della parodia di un ordine divino in terra. Assumerò questo menefreghismo verso il contesto neuronale in modo polemico, tardivo e del tutto vintage. Io ricordo la frenesia e la vibratilità del sistema nervoso a contatto con quel ciclopico loop di immagini e di percezione del clamoroso, a cui l’11 settembre 2001 mi fece accedere, con dispendio di oscenità mia personale e collettiva. Ogni secondo era uno scoop. In precedenza, il riferimento mio individuale a una simile oscenità si raggrumava nell’attesa spasmodica che mio padre rientrasse a casa, per potergli rivelare la notizia del giorno e dell’anno e della vita intera, e cioè che era morto in incidente in pista il pilota ferrarista Gilles Villeneuve: era il 1982, avevo dodici anni e apprendevo le tecniche dell’oscenizzazione di me stesso. L’11 settembre espanse e intensificò quella sensazione di morbosità e di dissipazione di ogni sistema morale. Ero appiattito sul momento, che risultava certamente istantaneo, ma dilagava in una sorta di eternità e dilatazione eonica – un eone durato un giorno. Molto più che il crollo di Berlino o l’annullamento di una fondamento storico immutabile e statuario come l’Unione Sovietica, a conti fatti, aveva sortito su di me una simile vivescenza dell’immagine della fine vissuta in diretta. I complotti guadagnavano qui la loro legittimazione pubblica, la loro pervertita attualità, il loro simbolo transeunte e supremo. La legge dell’atmosfera risultava elettrica in quelle ore. Ogni pixel vibrava e si esaltava, come se la cronaca, fattasi storia in tempo reale, fosse stato ripassato da un evidenziatore spirituale. Il momento era canonico: fu l’ultima esperienza collettiva di canone. Dopo le Torri e il Pentagono, la storia si cronicizzava incronachendosi, qualunque dramma sarebbe scivolato nel repertorio dell’oblio: quante stragi in Europa avremmo dimenticato, in Spagna Belgio Germania? L’elenco dei morti era irricevibile dallo spettacolo, che andava compiendo il suo mandato secondo le ritmiche frenetiche dell’11 settembre, quando i cadaveri erano da subito 25mila e non era vero, ma era vero comunque? La spettacolarizzazione non della morte, bensì dell’omicidio di massa, era una sostanza civile, in cui accogliere l’abbrivio militare, che da sempre premeva contro il set spettacolare: ecco una guerra civilmente spendibile, cioè apprezzabile dai civili, ed ecco la regola aurea di ciò che finora avevamo visto coi nostri occhi intesi a decrittare e coagulare in senso i pixel dello schermo! Roteavo nella città, finii alla sede milanese della Rai, dove mi accolse un muro di schermi televisivi, sintonizzati con Cnn e qualunque altra emittente internazionale, dove si appressava in maniera discrasica e confusionaria il riciclo delle stesse immagini, la sostanza del dramma trasformata in godimento collettivo, a favore di nessuno spettatore. La ritualità si infrangeva contro la diffrazione delle immagini. La nube edile della torre crollata si avanzava come un’onda anomala di polveri della storia, fino a portare a nero la ripresa in soggettiva. Non si respirava, né a New York né a Milano né nella Storia. L’asimmetricità delle concause apriva a qualunque potenzialità lo sperpero di ipotesi, moltissimi maggiordomi erano colpevoli, indossando kandura kippah o spezzati da Fbi. Lo sconcerto scimmiesco del presidente in carica, una sorta di utile idiota con la pupilla glauca e la tonalità brizzolata che rassicura gli elettorati occidentali, apparve da subito una coglioneria di un potere pronto a trasformarsi, a rendersi più aereo, più ubiquitario. E cadevano, cadevano, cadevano. E aumentava a dismisura la libido di vederli cadere, cadere, cadere. Nel momento in cui accadeva, già si pensava al memoriale che gli americani ne avrebbero tratto. Il ventre molle del capitalismo era il capitalismo stesso e le pulsioni conducevano l’arcaico a una nuova forma di militarizzazione della realtà. I fondamentalismi prendevano forma definitivamente spettacolare, definitivamente morta. Ciò che uccideva moriva con l’uccisione. Ogni trascendenza era abolita. La pietà cristiana era un peloso sventolio di stars&stripes mestamente innalzate nel giardino davanti alla villetta monofamiliare. Era già tutto dopo, mentre stava accadendo ora. Il mondo assunse una nuova forma? Sì, portandola da latente ad attuale. Era una forma obliqua e indecifrabile, indecifrabilmente *strana*, un orrore ambiguo che non terrorizzava nessuno degli spettatori, imponendo al contempo il terrore come eziologia geopolitica, militare, economica e quindi autorealizzantesi, nella quotidianità in cui le alienazioni occidentali si creavano i loro bacini di validazione: andare al lavoro avrebbe significato altro che andare al lavoro, mentre si saliva in metropolitana con la paura del Sarin e dell’antrace, con l’imminenza sempiterna di un’esplosione di ordigni di vario colore e religione. Ah!, quella freschezza dell’accadimento!, quella veridicità dell’istante storico!, quella bella angoscia di stare tutti insieme, planetari ed eterodiretti, partecipando alla propria eterodirezione! Come vorremmo che cadessero migliaia di Twin Towers sempre! E’ stato un grande momento, un grande sogno vivere, un’enorme abluzione rituale, una letteratura… Proprio per questo non frega più a nessuno. Quante torri sono state erette da allora? Quante ne crolleranno? E quando crolleremo *noi*?

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“L’inferno è una buona memoria” di Michela Murgia – una presentazione milanese

Ieri ho partecipato a una delle presentazioni più emotivamente coinvolgenti della mia vita. Si parlava de “L’inferno è una buona memoria”, il nuovo libro di Michela Murgia, edito da Marsilio nella nuova collana PassaParola, diretta da Chiara Valerio. L’incontro avveniva sotto un tendone tensostrutturato, al parco Sempione, nell’àmbito del festival antirazzista dedicato ad Abba, immigrato del Burkina Faso ucciso a sprangate dieci anni fa, da due negozianti che lo accusavano di avere rubato una confezione di biscotti – fu un fatto che sconvolse Milano e che innescò una reazione civile e politica impressionante, con una mobilitazione generale contro il razzismo, che dopo un decennio non si è spenta. Accanto a Michela Murgia, questa scrittrice e intellettuale che è un patrimonio nazionale, si è discusso del suo testo, occasione di intenso ragionamento e di espressione passionale su temi macroscopici, dal femminismo alla religione, dalla cultura di origine alla sostanza del potere, dalla poesia all’attualità. Non è possibile riassumere tutti gli sguardi e le prospettive che la scrittrice ha lanciato, a favore dei circa trecento lettori e lettrici intervenuti, suggestionandoci e guidandoci in una riflessione rigorosa, feroce e appassionata, che ha lasciato tracce non delebili in tutti noi. Raramente mi è capitato di assistere a un rapporto simbiotico e a un attaccamento umano e umanistico tra chi ha scritto un libro e chi è pronto a leggerlo. Per me, che formulavo domande a Murgia, è stato parecchio commovente, in alcuni passaggi ero sottoposto a una doccia fredda di brividi e a frantumazione dei miei blocchi interni. Non so come ringraziare Michela. Provo a dire qui in breve cosa mi pare del suo compatto, folgorante, sistematico libro. Anzitutto: parrebbe un saggio e non lo è. Si tratta di un formidabile oggetto ibrido, che, alla meditazione a partire da “Le nebbie di Avalon” di Marion Zimmer Bradley, sottopone a una forza centrifuga e centripeta il ragionamento: la forza centrifuga è una funzione filosofica e politica, con cui Murgia arriva ad attaccare il carattere maschile della grande narrazione costituita dall’immaginario, con tutte le sue derive cogenti e i condizionamenti sociali e politici che, senza una consapevolezza piena, esercitano su di noi l’aberrazione in modo implicito e infido; la forza centripeta è costituita dalla potenza poetica, schierata dall’autrice de “L’accabadora” attraverso la stesura di mirabili e impressionanti monologhi, in cui si dà voce alle personagge della materia di Britannia, da Morgana a Igraine a Ginevra, connettendosi a un canone che in principio era orale e versificato, quindi arrogandosi un ruolo attivo in un’elaborazione collettiva ciclopica e storica. Centrare il discorso sull’attribuzione di una narrazione al fenomeno femminile innesca riflessioni penetranti e rivoluzionarie, rispetto allo storytelling occidentale, alle tradizioni intossicate di sguardo al maschile. Murgia centra il discorso sul femminile intorno al perno dell’ambiguità, delineando un’indifferenza assoluta tra racconto delle virtù, enfatizzato in vista della santificazione o deificazione, e assunzione della negatività e del perturbante che il femmineo incarna, al di fuori dell’ideologia dei “ventri magici” e della costrizione al momento generativo, a cui la donna va incontro quando a guardare e narrare è il maschio. “L’inferno è una buona memoria” diviene così anche modulazione del canto di un’infanzia, di una pubertà, dell’età adulta e dell’indentramento nell’invecchiamento personale, oltreché collettivo – figure matriarcali, visitatrici di mostre sul Divisionismo, bambine oscure da cui proteggersi più che proteggere, giocatrici di live fantasy, vicepresidentesse Acli, doppie e ultime madri: una cosmografia personale e poetica, ovvero universale, che la scrittrice declina senza posa, mostrando una lucidità ermeneutica e una presenza emotiva implacabili e toccanti. Viene elaborato un testo che individua una crucialità del nostro presente, il che non significa il tempo attuale di oggi, bensì di ogni oggi, poiché la questione del rapporto con il potere, l’identità, la colpa e la memoria, a cui finalmente viene agganciato il discorso femminile, avviene senza posa nel nostro presente, da quando ci siamo: è davvero *la* questione e non si sfugge all’elaborazione di più soluzioni e di un avvertimento della poliedricità del reale – la parola è una ed è tutte le molte parole, così pure il femminile è uno ed è tutti i femminili possibili. Storia, narrazione, assalto politico, amore, ambiguità: gli universali sono maturati nel verbo fattosi parola, cioè sostantivo femminile. Non si esce che trasformati da un simile racconto, da una così acuta esperienza di pervasività del temibile, che Murgia ha compattato in pagine davvero dense di crucialità. Di questo si è parlato ieri e questo si è ascoltato, fatto proprio, vomitato e metabolizzato.
Di questo io non posso che essere grato a Michela Murgia, madre che non è solo madre, madre prima e ultima madre, che dà forma alle colpe e agli inferni, alla cosalità e all’intenzione di emanciparsi dalle cose tutte.