Il romanzo brucia la Waterloo di Hugo

Mentre avanza il panico, scaglie di scene si sono già nella mente formate, per comporre, secondo la metrica di metope su un frontone templare, la struttura del romanzo: e sono scene che non so come fare, esse stesse portatrici di panico. La materia storica, di cui il mio nuovo libro è un tentativo di penetrazione per angolature di sguardi, è implicitamente corale, poiché non può esserlo esplicitamente. La coralità si separa in se stessa: una componente manifesta da celebrare e rappresentare nel silenzio, fino a una data soglia, e quindi con tecniche da studiare secondo indicazioni soprattutto etiche e teologiche; e una seconda coralità, che non costituisce l’eccezione alla storia umana, che va rappresentata secondo un universale a cui l’uomo pare non opporre resistenza e riottosità nel corso del tempo – e si tratta della guerra. Più precisamente, di una battaglia, abnorme, assoluta, quasi escatologica. Il modello da mutuare è, a mio parere, non tanto Stendhal o Tolstoj, quanto Hugo, che va a diretta rappresentazione di scene emblematiche – ed è l’unico caso in cui posso permettermi la sua poetica in questo mio nuovo libro. x.jpgModello e antimodello del romanzo, in questo caso Hugo garantisce i tre quarti di ciò che posso mutuare: la rappresentazione che interessa, ma non la pietà a cui penso e che avverto. Va inoltre rigettata la sua tendenza alla mitologizzazione. La scena, insomma, a cui guardo, è la grande battaglia di Waterloo nei Miserabili: ma dev’essere sottratto Napoleone. O meglio: Napoleone deve essere azzerato. Una situazione ambigua, come ambigua è la guerra. Ma non è la guerra il nucleo a temperatura inavvicinabile che regge il progetto a cui lavoro: la guerra, ahimè, rientra nell’umano, mentre io sono costretto a occuparmi del non-umano.
Qui di seguito riproduco la gigantesca serpentina che Hugo allestisce nel suo capolavoro intorno al fronte universale di Waterloo. E’ lunga citazione, ma chi ama la letteratura non può sottrarsi dal magnetismo che irradia. Parte di quel magnetismo accoglierò, parte rigetterò.
Di fronte al disumano, l’umano arretra.
Qui però siamo ancora nell’umano, sebbene nella peggiore tra le sue facies.

[da I miserabili di Victor Hugo, parte II, libro I]

18 GIUGNO 1815
Valendoci
del diritto del narratore, torniamo indietro, al 1815, e anche un po’
più in là dell’epoca in cui comincia l’azione da noi
raccontata nella prima parte di questo libro.
Se
nella notte dal 17 al 18 giugno 1815 non avesse piovuto, l’avvenire
dell’Europa sarebbe stato diverso. Poche gocce di acqua di più
o di meno hanno deciso della sorte di Napoleone. Bastò un po’
di pioggia alla Provvidenza perché Waterloo distruggesse
Austerlitz; e una nuvola che attraversò il cielo fuori
stagione bastò a far crollare un mondo.
La
battaglia di Waterloo poté cominciare soltanto alle undici e
mezzo; il che diede a Blücher il tempo di arrivare. Perché?
Perché la terra era bagnata. Si dovette aspettare che si
rassodasse un po’ per poter usare dell’artiglieria.
Napoleone
era ufficiale d’artiglieria, e ne soffriva. In fondo a quel
prodigioso capitano c’era l’uomo che nel rapporto al Direttorio su
Aboukir diceva: "Uno dei nostri proiettili ha ucciso sei
uomini". Tutti i suoi piani di battaglia sono fatti per il
proiettile. Far convergere l’artiglieria sopra un punto dato, era per
lui la chiave della vittoria. Trattava la strategia del generale
nemico come una cittadella e la batteva in breccia.
Schiacciava
il lato debole con la mitraglia; annodava e snodava le battaglie col
cannone. Il tiro del cannone faceva parte del suo genio. Sfondare i
quadrati, frantumare i reggimenti, spezzare le linee, schiacciare e
disperdere le masse, il problema per lui stava tutto nel battere,
battere, e battere ancora senza posa; e questo lavoro lo affidava al
cannone. Metodo formidabile che, unito al genio, rese invincibile per
quindici anni quel cupo atleta del pugilato della guerra.
Il
18 giugno 1815 contava tanto più sull’artiglieria, in quanto
aveva il vantaggio del numero. Wellington contava solo
centocinquantanove bocche da fuoco; egli ne contava duecentoquaranta.
Supponete
che il terreno fosse stato asciutto e l’artiglieria avesse potuto
muoversi, l’azione sarebbe cominciata alle sei del mattino e sarebbe
stata vinta e finita alle due, tre ore prima del sopraggiungere dei
prussiani.
Quanti
errori sono imputabili a Napoleone nella perdita di quella battaglia?
Il naufragio è imputabile al pilota?
All’evidente
decadenza fisica di Napoleone si aggiungeva forse in quell’epoca una
certa fiacchezza interna? Vent’anni di guerra avevano consumato la
lama come la guaina, l’anima come il corpo?
Il
veterano si faceva fastidiosamente sentire nel capitano? In una
parola, quel genio si eclissava forse, come hanno creduto molti
storici? Dava in frenesie per mascherare a se stesso la propria
debolezza? Cominciava a oscillare traviato da pensieri avventurosi?
Oppure, cosa gravissima in un generale, diventava inconscio del
pericolo? In quella classe di grandi uomini materiali, che si
potrebbero chiamare i giganti dell’azione, c’è un’età
per la miopia del genio? La vecchiaia non intacca i geni dell’ideale:
per Dante e per Michelangelo invecchiare è crescere; per
Annibale e per Bonaparte sarebbe invece diminuire? Aveva Napoleone
perduto il senso diretto della vittoria? Era giunto a non vedere più
lo scoglio, a non indovinare lo stratagemma, a non discernere l’orlo
crollante degli abissi? Gli veniva a mancare il fiuto delle
catastrofi? Egli che una volta conosceva tutte le vie del trionfo, e
che dall’alto del suo carro fulmineo le indicava con dito sovrano,
era preso ora da un così sinistro sbalordimento da guidare nei
precipizi la tumultuosa muta delle sue legioni? A quarantasei anni
era forse colpito da una suprema pazzia? e quel titanico auriga del
destino era forse nient’altro che un gigantesco rompicollo? Noi non
lo crediamo.
Per
confessione di tutti, il suo piano di battaglia era un capolavoro.
Muovere diritto al centro della linea degli alleati, fare una breccia
nel nemico, tagliarlo in due, spingere la metà inglese sopra
Hal, la metà prussiana su Tongres, fare di Wellington e di
Blucker due tronconi, prendere Mont-Saint-Jean, impadronirsi di
Bruxelles, buttare il tedesco nel Reno e l’inglese in mare; questo
era, per Napoleone, lo svolgimento di quella battaglia. Al resto
avrebbe pensato dopo.
E’
inutile dire che non pretendiamo di scrivere la storia di Waterloo;
una delle scene generatrici del dramma che raccontiamo si rannoda a
quella giornata; ma la storia di essa non entra nel nostro tema.
D’altronde questa storia è già scritta, e assai
magistralmente, da una parte da Napoleone, e dall’altra da un’intera
pleiade di storici. Dal canto nostro, lasciamo gli storici alle prese
tra loro; noi siamo soltanto un testimone a distanza, un passante
nella pianura, un investigatore chino su quella terra impastata di
carne umana, che prende forse le apparenze per realtà; noi non
abbiamo il diritto di affrontare, in nome della scienza, un cumulo di
fatti, nei quali ci sono senza dubbio dei miraggi; non abbiamo né
l’esperienza militare, né la competenza strategica che
autorizzano un sistema; a nostro avviso, a Waterloo un concatenarsi
di casi fortuiti domina i due capitani; e quando si tratta di quel
misterioso accusato che è il destino, giudichiamo come il
popolo che è un giudice senza malizia.



A.

Chi
volesse raffigurarsi chiaramente la battaglia di Waterloo non ha da
far altro che tracciare con la mente un A maiuscolo sul terreno. La
gamba sinistra dell’A è la strada di Nivelles, la destra è
quella di Genappe, la linea trasversale è la via incassata da
Ohain a Braine-l’Alleud. Il vertice dell’A è Mont- Saint-Jean,
dov’è Wellington; la punta inferiore sinistra è
Hougomont, dove si trova Reille con Girolamo Bonaparte; e la punta
inferiore destra è la Belle-Alliance, dov’è Napoleone.
Un po’ al di sotto del punto in cui la linea trasversale dell’A
incontra e taglia la gamba destra, si trova la Haie-Sainte. In mezzo
a questa linea trasversale è il posto preciso in cui fu detta
l’ultima parola della battaglia. Là si è collocato il
leone, simbolo involontario del supremo eroismo della guardia
imperiale.
Il
triangolo compreso tra il vertice dell’A, le due gambe e la linea
trasversale, forma la spianata di Mont-Saint-Jean; la battaglia
consistette nella contesa di quella spianata.
Le
ali delle due armate si stendevano a destra e a sinistra delle due
strade di Genappe e di Nivelles; d’Erlon di fronte a Picton, Reille
di fronte a Hill.
Dietro
il vertice dell’A, dietro cioè la spianata di Mont-Saint-
Jean, sta la foresta di Soignes.
Quanto
alla pianura, figuriamoci un vasto terreno ondulato, in cui ogni
rialzo domina quello che segue, e tutte le ondulazioni salgono verso
Mont-Saint-Jean e fanno capo alla foresta.
Due
eserciti nemici su un campo di battaglia sono come due gladiatori: è
una lotta a corpo a corpo, in cui ciascuno cerca di far cedere
l’altro. Si aggrappano a tutto. Un cespuglio è un punto
d’appoggio, uno spigolo di muro è un sostegno; un reggimento
cede per mancanza d’una bicocca a cui addossarsi; una depressione
nella pianura, un’ondulazione di terreno, un sentiero trasversale,
una macchia, un burrone, possono fermare il tallone di quel colosso
che si chiama un esercito, e impedirgli di indietreggiare. Chi
abbandona il campo è battuto. Quindi la necessità, per
il capo responsabile, d’esaminare la più piccola macchia
d’alberi, di scrutare la minima accidentalità del terreno.
I
due generali avevano studiato attentamente la pianura di Mont-
Saint-Jean, chiamata ora di Waterloo. Wellington, con sagace
previdenza, l’aveva esaminata fin dall’anno precedente, come campo
eventuale d’una grande battaglia. Su quel terreno e per tale duello,
Wellington il 18 giugno 1815 aveva il lato buono, Napoleone il
cattivo. L’esercito inglese era in alto, quello francese in basso.
E’
quasi un di più descrivere qui la figura di Napoleone, a
cavallo, col canocchiale in mano, sull’altura di Rossomme, all’alba
del 18 giugno 1815. Prima che sia disegnato, tutti lo hanno già
visto. Il profilo calmo sotto il piccolo cappello della scuola di
Brienne, l’uniforme verde col risvolto bianco che nasconde la placca,
il cappotto grigio che nasconde le spalline, i calzoni di pelle, il
cavallo bianco con la gualdrappa di porpora, adorna agli angoli di N
coronate e di aquile, gli stivali alla scudiera sulle calze di seta,
gli speroni d’argento, la spada di Marengo: questa raffigurazione
dell’ultimo imperatore sta negli occhi di tutti, acclamata dagli uni,
severamente giudicata dagli altri.
Per
molto tempo questa immagine è stata sempre nella luce; e
questo dipendeva da una certa fascinosa leggenda che la maggior parte
degli eroi creano attorno a sé e che vela sempre, più o
meno a lungo, la verità. Oggi però la storia e la luce
si vanno formando.
Quella
luce, che si chiama storia, è spietata; ha questo di strano e
di divino che, per quanto sia luce e appunto perché luce,
stende spesso dell’ombra dove non si vedevano che raggi. Dello stesso
uomo essa forma due immagini diverse, di cui l’una combatte l’altra e
la condanna, e le tenebre del despota lottano col fulgore del
guerriero. Di qui una misura più equa nell’apprezzamento
definitivo dei popoli. Babilonia violata sminuisce Alessandro,Roma
incatenata sminuisce Cesare, Gerusalemme distrutta sminuisce Tito. La
tirannia tien dietro al tiranno, ed è una sventura per un uomo
lasciare dietro di sé una tenebra che ha la sua forma.


IL "QUID OBSCURUM" DELLE BATTAGLIE

Tutti
conoscono la prima fase di questa battaglia; avvio confuso, incerto,
esitante, minaccioso per entrambi gli eserciti, ma per gli inglesi
più che per i francesi.
Aveva
piovuto tutta la notte; il terreno era come sconvolto dai rovesci;
l’acqua s’era accumulata negli incavi della pianura come in tante
tinozze. In certi punti i traini ne avevano fino al mozzo; i
sottopancia dei cavalli sgocciolavano fango liquido; e se le biade e
le segale rovesciate da quelle file di carriaggi in marcia non
avessero colmato i solchi e formato una lettiera sotto le ruote, ogni
movimento, soprattutto negli avvallamenti dalla parte di Papelotte,
sarebbe stato impossibile.
La
battaglia cominciò tardi. Abbiamo già detto che
Napoleone aveva l’abitudine di tenere tutta l’artiglieria sotto mano
come una pistola, prendendo di mira ora l’uno ora l’altro punto della
battaglia. Aveva voluto aspettare che le batterie potessero muoversi
e galoppare liberamente; e per questo occorreva che il sole venisse
ad asciugare il terreno. Ma il sole non comparve. Non era più
l’appuntamento di Austerlitz. Quando venne sparato il primo colpo di
cannone, il generale inglese Corville guardò l’orologio e vide
che erano le undici e trentacinque.
L’azione
fu impegnata con furia dall’ala sinistra francese sopra Hougomont,
con più furia forse che l’imperatore non desiderasse.
In
pari tempo, Napoleone attaccò il centro lanciando la brigata
Quiot sopra la Haie-Sainte, e Ney spinse l’ala destra francese contro
la sinistra inglese che s’appoggiava a Papelotte.
L’attacco
a Hougomont, era un po’ simulato. Il piano consisteva nell’attirarvi
Wellington e farlo propendere a sinistra; e sarebbe riuscito, se le
quattro compagnie di guardie inglesi e i coraggiosi belgi della
divisione Perponcher non avessero saldamente tenuto la posizione; e
Wellington, invece di ammassarvi le sue truppe, poté limitarsi
a spedire colà come rinforzo quattro compagnie di guardie e un
battaglione di Brunswick.
L’attacco
dell’ala destra francese su Papelotte era un attacco a fondo.
Sbaragliare la sinistra degli inglesi, tagliare la strada di
Bruxelles, sbarrare eventualmente il passaggio ai prussiani,
impadronirsi di Mont-Saint-Jean, spingere Wellington sopra Hougomont,
quindi sopra Braine-l’Alleud poi sopra Hal: niente di più
chiaro. A parte alcuni incidenti, la mossa riuscì. Papelotte
fu presa, la Haie-Sainte conquistata.
Circostanza
degna di nota; nella fanteria degli inglesi, specialmente nella
brigata Kempt, c’erano molte reclute. Questi soldati novizi di fronte
ai nostri formidabili fantaccini, furono valorosi; benché
inesperti, se la cavarono intrepidamente, facendo soprattutto un
eccellente servizio di cacciatori. Il soldato cacciatore, un po’
abbandonato a se stesso, diventa per così dire il proprio
generale. Quelle reclute mostrarono un po’ dell’iniziativa e della
furia francese, e si batterono con slancio. Questo dispiacque a
Wellington.
Dopo
la presa della Haie-Sainte, la battaglia fu incerta.
In
quella giornata, da mezzogiorno alle quattro, c’è un
intervallo oscuro; il luogo della battaglia resta quasi indistinto,
diventa cupo come la mischia. Vi si fa buio; e in quella bruma si
scorgono vaste fluttuazioni, un miraggio vertiginoso, tutto
l’armamentario di guerra pressoché sconosciuto oggi, i
"colbak" a fiamma, le grosse tasche penzoloni, le
bandoliere incrociate, le giberne per granate, i "dolman"
degli ussari, gli stivali rossi a mille pieghe, i pesanti berretti
inghirlandati di cordoni, la fanteria quasi nera di Brunswick mista
alla fanteria scarlatta d’Inghilterra, i soldati inglesi con grossi
cuscinetti bianchi rotondi al posto delle spalline, i cavalleggeri
annoveresi coi loro caschi oblunghi di cuoio con strisce d’ottone e
criniere rosse, gli scozzesi dai ginocchi nudi e dalle gonne a
scacchi, le grandi uose bianche dei nostri granatieri; quadri
insomma, non linee strategiche, quel che ci vuole per Salvator Rosa,
non quello che occorre a Gribeauval.
In
una battaglia c’è sempre una certa dose di burrasca: "quid
obscurum, quid divinum". In quelle confusioni ogni storico
traccia un po’ la linea che gli piace. Qualunque sia il piano dei
generali, il cozzo delle masse armate ha dei riflussi incalcolabili;
durante l’azione i piani dei due capi si compenetrano e si deformano
a vicenda. Un certo punto del campo di battaglia divora più
combattenti di un altro, come i terreni più o meno spugnosi
assorbono, più o meno presto, l’acqua che vi si getta; e in
quel punto si è costretti a riversare più soldati che
non si vorrebbe. Spese impreviste. La linea di battaglia fluttua e
serpeggia come un filo, le strisce di sangue scorrono illogicamente,
le fronti degli eserciti ondeggiano, i reggimenti rientrando o
sporgendo formano capi e golfi, tutti quegli scogli si agitano
continuamente gli uni dinanzi agli altri; dov’era la fanteria arriva
l’artiglieria, dov’era l’artiglieria accorre la cavalleria; i
battaglioni son nuvoli di fumo. In quel punto c’era qualche cosa; la
cercate, è sparita. I vuoti si spostano; le masse oscure
avanzano e retrocedono, una specie di vento sepolcrale spinge,
respinge, gonfia, disperde quelle tragiche moltitudini.
Cos’è
una mischia? è un’oscillazione. L’immobilità d’un piano
matematico esprime un minuto e non una giornata. Per descrivere una
battaglia ci vogliono quegli artisti potenti che hanno il caos nel
pennello, Rembrandt vale più di Van Der Meulen, il quale,
esatto a mezzogiorno, alle tre mentisce. La geometria inganna;
soltanto l’uragano è veritiero. E per questo Folard ha diritto
di contraddire Polibio. Aggiungiamo che c’è sempre un certo
momento in cui la battaglia degenera in combattimento, si
particolarizza e si frantuma in innumerevoli fatti episodici, che,
per valerci d’una frase dello stesso Napoleone, "appartengono
alla biografia dei reggimenti più che alla storia
dell’esercito". In questo caso lo storico ha evidentemente il
diritto di riassumere. Egli può cogliere solo i contorni
principali della lotta; e non c’è narratore, per quanto
coscienzioso sia, che possa disegnare in modo assoluto la forma di
quell’orribile nuvola che è una battaglia.
Questa
verità comune a tutti i grandi scontri armati è
particolar modo applicabile a Waterloo.
Tuttavia
nel pomeriggio, a un certo punto, la battaglia si precisò.


LE QUATTRO POMERIDIANE
Verso
le quattro, la situazione dell’esercito inglese era molto grave. Il
principe d’Orange comandava il centro, Hill l’ala destra, Picton la
sinistra. Il principe d’Orange, smarrito ma intrepido, gridava agli
olandesi e ai belgi: "Nassau! Brunswick!
Non
si va mai indietro!". Hill, indebolito, veniva ad appoggiarsi a
Wellington; Picton era morto. Mentre gli inglesi strappavano ai
francesi la bandiera del Centocinquesimo di linea, questi uccidevano
agli inglesi il generale Picton con una palla nella testa. Per
Wellington la battaglia aveva due punti d’appoggio, Hougomont e la
Haie-Sainte; Hougomont resisteva ancora, ma era in fiamme; la
Haie-Sainte era perduta. Del battaglione tedesco che l’aveva difesa
sopravvivevano solo quarantadue persone; tutti gli ufficiali, meno
cinque, erano morti o prigionieri. Tremila uomini s’erano massacrati
in quel casolare. Un sergente delle guardie inglesi, il primo pugile
d’Inghilterra, che dai suoi compagni d’arme era creduto
invulnerabile, era stato ucciso da un piccolo tamburino francese.
Barring era stato sloggiato, Alten sciabolato.
Parecchie
bandiere perdute, tra cui una della divisione Alten e una del
battaglione Lunebourg portata da un principe della famiglia
Deux-Ponts. Gli scozzesi grigi non esistevano più; i dragoni
pesanti di Ponsonby erano tagliati a pezzi. Quella valorosa
cavalleria aveva ceduto all’urto dei lancieri di Bro e dei corazzieri
di Travers; di mille e duecento cavalli ne rimanevano seicento; dei
tre tenenti-colonnelli due erano a terra, Hamilton ferito, Mater
ucciso. Ponsonby era caduto, trapassato da sette colpi di lancia.
Gordon era morto, March era morto. Due divisioni, la quinta e la
sesta, erano distrutte.
Hougomont
pericolante, la Haie-Sainte perduta, rimaneva un posto solo, il
centro, che teneva fermo. Wellington lo rinforzò chiamandovi
Hill che era a Merbe-Braine, e Chassé che si trovava a
Braine-l’Alleud.
Il
centro dell’esercito inglese, un po’ concavo, molto denso e compatto,
occupava una posizione fortissima: l’altipiano di Mont- Saint-Jean,
col villaggio dietro, e dinanzi il pendio, che era allora molto
aspro. S’appoggiava a quella robusta casa di pietra che allora era un
bene demaniale e che si trova proprio all’intersecazione delle
strade; era una costruzione del secolo decimosesto, tanto solida, che
le palle di cannone rimbalzavano senza scalfirla. Tutt’intorno alla
spianata, gli inglesi avevano qua e là tagliato le siepi,
formato delle feritoie fra i biancospini e nascosto le bocche dei
cannoni in mezzo ai rami, di modo che le loro artiglierie erano
mimetizzate sotto le macchie.
Questo
lavoro cartaginese, incontestabilmente autorizzato dalla guerra che
ammette l’insidia, era così ben fatto che Naxo, spedito
dall’imperatore alle nove del mattino per la ricognizione delle
batterie nemiche, non si era accorto di nulla, e al ritorno aveva
detto a Napoleone che non c’erano ostacoli al di fuori delle due
barricate che chiudevano le strade di Nivelles e di Genappe. Erano i
giorni in cui la messe è alta, e un battaglione della brigata
Kempt, il Novantacinquesimo, armato di carabine, stava appiattato
sull’orlo della spianata, nascosto nel frumento.
Assicurato
e rafforzato in tal modo, il centro dell’esercito anglo-olandese
occupava una buona posizione.
Il
pericolo era rappresentato dalla foresta di Soignes, allora contigua
al campo di battaglia, e intersecata dagli stagni di Groenendael e di
Boitsfort. Un esercito non avrebbe potuto indietreggiare in essa
senza dissolversi; i reggimenti vi si sarebbero disgregati subito, e
l’artiglieria si sarebbe perduta nel terreno paludoso. Secondo
l’opinione di parecchi intenditori che però a dir vero è
contrastata da altri, la ritirata da quella parte sarebbe stata uno
sbaraglio.
Wellington
rinforzò il centro con una brigata di Chassé sottratta
all’ala destra, e una brigata di Wincke sottratta all’ala sinistra,
più la divisione Clinton. Ai suoi inglesi, ai reggimenti di
Halkett, alla brigata Mitchell, alle guardie di Maitland, dette per
appoggio e rinforzo la fanteria di Brunswick il contingente di
Nassau, gli annoveresi di Kielmansegge e i tedeschi di Ompteda.
Così
ebbe sotto mano ventisei battaglioni.
L’ala
destra, come dice Charras, ripiegò dietro il centro.
Un’enorme
batteria era mascherata da sacchi di terra, dove si trova quello che
chiamano oggi il museo di Waterloo. Inoltre Wellington teneva in un
avvallamento i dragoni della guardia di Somerset, cioè mille e
quattrocento cavalli. Era l’altra metà di quella cavalleria
inglese così meritatamente famosa. Distrutto Ponsonby,
rimaneva Somerset.
La
batteria, che se fosse stata terminata sarebbe stata quasi una
ridotta, era collocata dietro il muro bassissimo d’un giardino,
mimetizzato in fretta da sacchi di sabbia e da zolle erbose. Ma il
lavoro non era terminato, era mancato il tempo per la palizzata.
Wellington,
inquieto ma impassibile, era a cavallo e restò tutto il giorno
in quell’atteggiamento, un po’ più avanti del vecchio mulino
di Mont-Saint-Jean che esiste ancora, sotto un olmo che più
tardi un inglese, vandalo entusiasta, comprò per 200 franchi,
fece segare e portar via. Wellington mostrò una freddezza
eroica. Le palle gli piovevano attorno. L’aiutante di campo Gordon fu
ucciso al suo fianco. Lord Hill, mostrandogli una granata che
scoppiava, gli chiese: – Milord, quali sono le vostre istruzioni, e
quali ordini ci lasciate, nel caso che vi faceste ammazzare? – "Di
fare come me" – rispose Wellington. E a Clinton disse
laconicamente: – "Resistete fino all’ultimo uomo".-
Evidentemente la battaglia andava male, e Wellington gridava ai suoi
antichi compagni d’arme di Talavera, di Vitoria e di Salamanca: –
"Ragazzi, c’è qualcuno che possa pensare di cedere?
Pensate alla vecchia Inghilterra!".
Verso
le quattro la linea inglese ripiegò. Tutto a un tratto sul
crinale dell’altipiano non si videro che i cacciatori e
l’artiglieria; il rimanente disparve; i reggimenti, cacciati dai
cannoni e dagli obici francesi, ripiegarono dove il terreno ancor
oggi è intersecato dal sentiero che porta alla fattoria di
Mont- Saint-Jean; ci fu un movimento di ritirata, la linea di
battaglia degli inglesi sparì; Wellington indietreggiò.
Comincia la ritirata! – gridò Napoleone.


NAPOLEONE DI BUON UMORE
Benché
malato e tormentato a cavallo da un fastidio locale, l’imperatore non
era mai stato di buon umore come quel giorno. Fin dalla mattina, il
suo volto impenetrabile sorrideva. Il 18 giugno 1815 quell’anima
profonda, mascherata di marmo, era ciecamente radiosa, e l’uomo che
era stato fosco ad Austerlitz divenne allegro a Waterloo. I più
grandi predestinati hanno questi controsensi. Le nostre gioie sono
ombre. Il supremo sorriso appartiene a Dio.
"Ridet
Caesar, Pompeius flebit", dicevano i militi della legione
Fulminante. Pompeo questa volta non doveva piangere; ma è
certo che Cesare rideva.
Fin
dalla vigilia, a un’ora di notte, sotto l’uragano e la pioggia,
esplorando a cavallo con Bertrand le colline presso Rossomme, e
contento di vedere la lunga linea dei bivacchi inglesi che
illuminavano tutto l’orizzonte da Frischemont a Braine- l’Alleud, gli
era sembrato che il destino, col quale aveva fissato l’appuntamento
su quel campo di Waterloo, fosse puntuale. Aveva fermato il cavallo,
ed era rimasto qualche tempo immobile a guardare i lampi, ad
ascoltare il tuono, e si era udito quel fatalista lanciare nelle
tenebre queste parole misteriose: "Siamo d’accordo".
Napoleone s’ingannava: non erano più d’accordo.
Non
s’era concesso un minuto di sonno; tutti gl’istanti di quella notte
erano stati per lui contrassegnati da una gioia. Aveva percorso tutta
la linea della gran guardia, fermandosi qua e là a parlare con
le sentinelle. Alle due e mezzo, vicino al bosco di Hougomont, udendo
il passo d’una colonna in marcia, e credendo per un momento che
Wellington si ritirasse, aveva detto a Bertrand: – "E’ la
retroguardia nemica che si mette in moto per togliere il campo. Farò
prigionieri i seimila inglesi sbarcati a Ostenda". – Parlava con
espansione, aveva ritrovato quel brio dello sbarco del primo marzo
quando additava al gran maresciallo il contadino entusiasta del golfo
Juan, dicendo: "Ebbene, Bertrand, ecco già un rinforzo!"
– Nella notte dal 17 al 19 giugno egli beffava Wellington. –
"Quell’inglesino ha bisogno d’una lezione" – diceva.
La
pioggia raddoppiava, e mentre l’imperatore parlava, si udiva il rombo
del tuono.
Alle
tre e mezzo del mattino, aveva perduto un’illusione; alcuni ufficiali
mandati in esplorazione gli avevano annunciato che il nemico non
faceva nessun movimento. Non c’era neppure un fuoco di bivacco
spento; l’esercito inglese dormiva. Sulla terra silenzio profondo;
solo il cielo rumoreggiava. Alle quattro, alcuni esploratori gli
avevano condotto dinanzi un contadino che aveva fatto da guida a una
brigata di cavalleria inglese, probabilmente la brigata Vivian, che
andava a prendere posizione nel villaggio di Ohain, all’estrema
sinistra. Alle cinque, due disertori belgi gli avevano riferito di
avere abbandonato poco prima il loro reggimento e che l’esercito
inglese attendeva la battaglia. – "Tanto meglio",aveva
esclamato Napoleone,"preferisco sbaragliarli anziché
inseguirli".
Al
mattino, aveva messo piede a terra nel fango, all’angolo in declivio
della strada di Plancenoit, s’era fatto portare dalla masseria di
Rossomme una tavola da cucina, una sedia rustica e un fascio di
paglia per tappeto, e aveva spiegato sulla tavola la carta del campo
di battaglia, dicendo a Joult: – Che bello scacchiere!
A
seguito delle piogge della notte i convogli di viveri, incagliati
lungo le strade sfondate, la mattina, non avevano potuto arrivare, e
i soldati, che non avevano dormito, erano bagnati e digiuni; ma
questo non aveva impedito a Napoleone di gridare giovialmente a Ney:
"Abbiamo novanta probabilità, di vittoria!". Alle
otto avevano recato la colazione, alla quale l’imperatore aveva
invitato parecchi generali. Mentre mangiavano, avendo qualcuno
raccontato che due giorni prima Wellington era intervenuto alla festa
da ballo della duchessa di Somerset a Bruxelles, Soult, rude uomo di
guerra con una faccia d’arcivescovo, aveva detto: "Oggi c’è
il ballo!". L’imperatore aveva canzonato Ney che diceva:
"Wellington non sarà tanto sciocco da aspettare vostra
maestà". Era quello il suo modo di fare.
"Scherzava
volentieri", dice Fleury de Chaboulon. "Il fondo del suo
carattere era il buonumore", dice Gourgaud. "Abbondava nei
frizzi, piuttosto bizzarri che spiritosi", osserva Beniamino
Constant. Vale la pena insistere su questi frizzi d’un gigante. Fu
lui che diede ai suoi granatieri il soprannome di "brontoloni";
li pizzicava alle orecchie, tirava loro i baffi. "L’imperatore
ci faceva sempre degli scherzi"; è la frase d’uno di
essi. Durante il misterioso viaggio dall’isola d’Elba in Francia, la
nave da guerra francese "Zeffiro", avendo incontrato il 27
febbraio in alto mare la "Incostante", su cui stava
nascosto Napoleone, e avendo chiesto alla "Incostante"
notizie di Napoleone, l’imperatore, che in quel momento aveva ancora
al cappello la coccarda bianca amaranto con le api, da lui adottata
nell’isola d’Elba, aveva preso ridendo il portavoce e aveva risposto
lui stesso: "L’imperatore sta bene".
Chi
scherza in questo modo è familiare con gli eventi. Durante la
colazione di Waterloo, aveva avuto parecchi di questi momenti di
buonumore. Finito di mangiare, era rimasto assorto per un quarto
d’ora; poi aveva dettato l’ordine della battaglia a due generali,
seduto su un mucchio di paglia con una penna in mano e un foglio di
carta sulle ginocchia. Alle nove, nel momento in cui l’esercito
francese, scaglionato e messo in movimento su cinque colonne, s’era
schierato, con le divisioni su due linee, l’artiglieria fra le
brigate, le musiche in testa che suonavano la carica, e il rullar dei
tamburi e lo squillar delle trombe, l’imperatore, vedendo quelle
masse potenti, vaste, allegre, quell’ondeggiare di elmi di sciabole e
di baionette all’orizzonte, commosso aveva esclamato a due riprese:
Magnifico! magnifico!
Dalle
nove alle dieci e mezzo, cosa che pare incredibile, tutto l’esercito
aveva preso posizione e s’era schierato su sei linee, formando, per
ripetere l’espressione dell’imperatore, la "figura di sei V".
Poco dopo la formazione del fronte di battaglia, in mezzo a quel
profondo silenzio di inizio di temporale che precede le mischie,
vedendo sfilare le tre batterie da dodici distaccate per suo ordine
dai tre corpi di d’Erlon, di Reille e di Lobau e destinate a iniziare
l’azione battendo Mont-Saint-Jean all’incrocio delle strade di
Nivelles e di Genappe, l’imperatore aveva detto a Naxo, picchiandogli
sulla spalla:

"Ecco ventiquattro belle ragazze, generale!".
Sicuro
dell’esito, aveva incoraggiato con un sorriso, mentre gli passava
dinanzi, la compagnia di zappatori del primo corpo, da lui destinata
a barricarsi nel villaggio di Mont-Saint-Jean non appena fosse preso.
Tutta quella serenità era stata interrotta soltanto da una
parola d’altera commiserazione, quando vedendo sulla sinistra, in un
luogo dove ora giace una grande tomba, raggrupparsi coi suoi superbi
cavalli quei meravigliosi scozzesi grigi, egli aveva detto: –
"Peccato!".
Quindi,
risalito a cavallo, s’era portato avanti Rossomme e aveva scelto come
osservatorio uno stretto poggio erboso a destra della strada da
Genappe a Bruxelles, che fu la sua seconda stazione durante la
battaglia. La terza, quella delle sette di sera, formidabile, posta
tra la Belle-Alliance e la Haie-Sainte, era un monticello abbastanza
elevato che esiste ancora, e dietro al quale, in un avvallamento
della pianura, era ammassata la guardia.
Intorno
a quel poggio le palle di cannone rimbalzavano sul ciottolato della
strada, fino a Napoleone. Come a Brienne, le palle e le granate gli
fischiavano sulla testa. Quasi nel posto dove erano i piedi del suo
cavallo, vennero raccolte delle palle di cannone, delle vecchie lame
di sciabole e dei proiettili informi corrosi dalla ruggine. "Scabra
rubigine".
Pochi
anni or sono venne disseppellito un obice da sessanta, ancora carico,
la cui miccia si era spezzata rasente la bomba. Fu in quest’ultimo
posto che l’imperatore disse alla sua guida Lacoste, un contadino
ostile e spaventato, legato alla sella d’un ussero, che si voltava in
là a ogni scarica, tentando ripararsi dietro a Napoleone: –
"Imbecille, è una vergogna! Ti farai ammazzare nella
schiena!". Proprio chi scrive queste linee ha trovato nel
friabile pendio di quel poggio, scavando nella sabbia, gli avanzi del
collo d’una bomba, disgregati da un’ossidazione di quarantasei anni,
e dei pezzi di ferro che si rompevano fra le dita come cannucce di
sambuco.
Nessuno
ignora che le ondulazioni del terreno su cui ebbe luogo lo scontro
fra Napoleone e Wellington, non sono più come erano il 18
giugno 1815. Prendendo da quel campo funebre la terra per erigergli
un monumento, gli hanno tolto il suo naturale rilievo, e la storia,
sconcertata, non ci si raccapezza più. Per glorificarlo,
l’hanno sfigurato. Wellington, rivedendo Waterloo due anni dopo,
esclamò: – "Mi hanno cambiato il campo di battaglia".
Là dove oggi si erge la grande piramide di terra sormontata da
un leone, c’era un crinale che dalla strada di Nivelles si abbassava
in un pendìo praticabile, ma che dalla parte di Genappe era
quasi una scarpata, il cui livello si può misurare oggi ancora
dall’altezza dei due monticoli delle due grandi sepolture
fiancheggianti la strada da Genappe a Bruxelles; quella inglese a
sinistra, la tedesca a destra. Non c’è una tomba francese; ma
tutta quella pianura è per la Francia un solo sepolcro. Grazie
alle migliaia e migliaia di carrettate di terra adoperate per quella
collinetta di centocinquanta piedi di altezza e d’un mezzo migliaio
di piedi di circuito, si può accedere all’altipiano di
Mont-Saint-Jean per un declivio dolce; ma il giorno della battaglia
era erto e scosceso, specialmente dal lato della Haie-Sainte. Questo
versante era tanto ripido che i cannoni inglesi non vedevano sotto di
sé la fattoria posta in fondo alla valletta e che fu il centro
della battaglia. Il 18 giugno 1815 le piogge avevano fatto franare
ancor più la scarpata; alla salita si aggiungeva il fango, e
non soltanto bisognava arrampicarsi, ma anche inzaccherarsi. Lungo la
cresta della spianata correva una specie di fosso, di cui era
impossibile indovinare l’esistenza osservando da lontano.
Cos’era
quel fossato? Braine-l’Alleud è un villaggio del Belgio e
Ohain un altro. Questi due villaggi, nascosti tutti e due nelle
pieghe del terreno, sono congiunti da una strada di circa una lega e
mezzo, che attraversa una pianura ondulata, e spesso entra e affonda
fra le colline come un solco, cosicché in alcuni punti quella
strada è come un greto. Nel 1815, come oggi, quella strada
tagliava la cresta della spianata di Mont-Saint-Jean fra le due
strade di Genappe e di Nivelles; con la differenza che oggi corre a
livello col piano, allora invece era incassata. Le due scarpate che
la fiancheggiavano furono asportate per erigere il monumento.
Questa
strada, nella maggior parte del suo percorso, era ed è ancora
una trincea, qualche volta profonda fino a dodici piedi, i cui pendii
troppo scoscesi franavano qua e là, principalmente d’inverno
sotto gli acquazzoni. Vi accadevano anche delle disgrazie.
All’entrata di Braine-l’Alleud la strada era così stretta, che
un passante fu stritolato da un carro, come lo prova la croce di
pietra eretta vicino al cimitero, la quale reca il nome del morto,
"Signor Bernard Debrye mercante a Bruxelles", e la data
della disgrazia, "febbraio 1637". Sulla spianata poi di
Mont- Saint-Jean era così profonda, che nel 1783 un contadino,
Matteo Nicaise, rimase sepolto da un franamento della scarpata, come
attestava un’altra croce di pietra, la cui parte superiore è
sparita; ma il piedestallo rovesciato è visibile anche oggidì
sul pendio erboso a sinistra della strada fra la Haie-Sainte e la
fattoria di Mont-Saint-Jean.
Quella
via affossata che nulla faceva presentire e che costeggiava la cresta
di Mont-Saint-Jean, quel fossato in cima alla scarpata, quel solco
nascosto nel terreno, era invisibile, vale a dire terribile in un
giorno di battaglia.


L’IMPERATORE FA UNA DOMANDA ALLA GUIDA LACOSTE
Dunque,
la mattina di Waterloo, Napoleone era contento.
E
aveva ragione; il piano di battaglia da lui concepito, come abbiamo
constatato, era meraviglioso.
Una
volta impegnata la battaglia, le sue svariatissime peripezie, la
resistenza di Hougomont, la resistenza della Haie-Sainte, Bauduin
ucciso, Foy messo fuori combattimento, il muro inaspettato contro cui
era andata a infrangersi la brigata Soye, la fatale balordaggine di
Guilleminot, che non aveva né petardi, né barili di
polvere, lo sprofondare delle artiglierie nel fango, le quindici
bocche da fuoco senza scorta rovesciate da Uxbridge in una strada
affossata, lo scarso effetto delle bombe che, cadendo nelle linee
inglesi, si affossavano nel terreno ammollito dalle piogge e vi
producevano soltanto dei vulcani di melma, di modo che la mitraglia
si mutava in zacchere, la inanità della diversione di Piré
su Braine-l’Alleud, tutti quei quindici squadroni di cavalleria quasi
annientati, l’ala destra inglese poco molestata, la sinistra non
abbastanza battuta, lo strano malinteso di Ney che ammassava, invece
di scaglionarle, le quattro divisioni del primo corpo esponendole
così alla mitraglia con una profondità di ventisette
file e su fronti di duecento uomini, gli spaventosi vuoti aperti
dalle palle in quelle masse, le colonne d’assalto disunite,
l’inattesa rivelazione della batteria posta obliquamente sul loro
fianco, Bougeois, Donzelot e Durutte compromessi, Quiot respinto, il
luogotenente Vieux, un ercole uscito dal politecnico, ferito mentre
sfondava a colpi di scure la porta della Haie-Sainte sotto il fuoco
della barricata inglese che sbarrava la strada da Genappe a
Bruxelles, la divisione Marcognet colta in mezzo tra la fanteria e la
cavalleria, fucilata a bruciapelo da Best e Pack nascosti nel
frumento, sciabolata da Ponsonby; la sua batteria di sette pezzi
inchiodata; il principe di Sassonia-Weimar che prende e mantiene
Frischemont e Smohain, contro gli sforzi del conte d’Erlon; la
bandiera del Centocinquesimo e quella del Quarantacinquesimo prese
dal nemico; quell’ussero nero di Prussia arrestato dagli esploratori
della colonna volante di trecento cacciatori, che battevano la
campagna tra Wavre e Plancenoit; le notizie allarmanti recate da quel
prigioniero; il ritardo di Grouchy, i mille e cinquecento uomini
uccisi in meno di un’ora nell’orto d’Hougomont, i mille e ottocento
caduti in minor tempo ancora intorno alla Haie-Sainte; tutti questi
burrascosi incidenti, passando dinanzi a Napoleone come le nebbie
della battaglia, avevano appena turbato il suo sguardo, e non avevano
oscurato quel volto imperiale della certezza. Napoleone era abituato
a guardare in faccia la guerra; egli non faceva mai l’addizione
dolorosa dei particolari; a lui importavano poco le cifre, purché
in totale sommassero vittoria. Che gli inizi fuorviassero, non se ne
allarmava, poiché si credeva padrone e possessore della fine.
Sapeva aspettare, considerando se stesso fuori questione, e trattava
col destino da pari a pari. Pareva dicesse alla sorte: – Tu non
oserai.
Composto
in parti eguali di luce e d’ombra, Napoleone si sentiva protetto nel
bene, tollerato nel male. Aveva, o credeva di avere una connivenza, e
quasi potrebbe dirsi una complicità, degli avvenimenti,
equivalente all’invulnerabilità degli antichi.
Eppure,
quando nel proprio passato si trovano la Beresina, Lipsia e
Fontainebleau, pare che si potrebbe diffidare di Waterloo. Un
misterioso aggrottar di ciglia diventa visibile in fondo al cielo.
Quando
Wellington indietreggiò, Napoleone trasalì.Vide
d’improvviso la spianata di Mont-Saint-Jean sguarnirsi e sparire la
fronte dell’esercito inglese, il quale si raccoglieva ma
s’allontanava. L’imperatore si alzò a mezzo sulle staffe, e
gli passò negli occhi il lampo della vittoria.
Wellington
sospinto nella foresta di Soignes e distruggerlo significava che la
Francia abbatteva definitivamente l’Inghilterra; erano vendicate
Crécy, Poitiers, Malplaquet e Ramillies; l’uomo di Marengo
cancellava Azincourt.
Allora
l’imperatore, meditando la terribile peripezia, girò un’ultima
volta il suo cannocchiale su tutti i punti del campo di battaglia. La
sua guardia, dietro di lui con l’arma al piede, l’osservava dal basso
con una specie d’ammirazione religiosa. Egli pensava; esaminava i
versanti, notava i declivi, scrutava le macchie d’alberi, i campi di
biade, i sentieri; pareva volesse numerare ogni cespuglio. Guardò
un po’ fisso le barricate inglesi nelle due strade formate da due
larghe abbattute d’alberi: quella via di Genappe, al di sopra della
Haie-Sainte, provvista di due cannoni, i soli di tutta l’artiglieria
inglese che dominassero il fondo del campo di battaglia, e quella
della via Nivelles su cui scintillavano le baionette olandesi della
brigata Chassé. Presso la barricata notò la vecchia
cappella di san Nicola dipinta di bianco, situata all’angolo della
via traversale che va a Braine- l’Alleud. Si chinò a parlare
sottovoce alla guida Lacoste; e la guida fece col capo un cenno
negativo, probabilmente perfido.
L’imperatore
si drizzò e si pose a riflettere.
Wellington
aveva indietreggiato: non rimaneva più che completare quella
ritirata con una disfatta completa.
Volgendosi
repentinamente, Napoleone spedì una staffetta a briglia
sciolta a Parigi per annunciare che la battaglia era vinta.
Napoleone
ero uno di quei geni che scagliano il fulmine.
Aveva
trovato il suo fulmine.
Diede
ordine ai corazzieri di Malhaud di prendere d’assalto la spianata di
Mont-Saint-Jean.


L’INASPETTATO
Erano
tremila cinquecento, e formavano un fronte d’un quarto di lega: erano
uomini giganteschi su cavalli colossali. Erano ventisei squadroni, e
avevano dietro di sé per appoggiarli la divisione di
Lefebvre-Desnouettes, i centosei gendarmi scelti, i cacciatori della
guardia, mille cento novantasette uomini, e gli ottocento ottanta
lancieri della guardia. Portavano il casco senza criniera e la
corazza di ferro battuto, con pistole di arcione nelle fonde e la
lunga sciabola. La mattina tutto l’esercito li aveva ammirati, quando
alle nove, mentre le trombe squillavano e le musiche suonavano il
"Vegliamo alla salvezza dell’impero", erano andati in densa
colonna, con una delle loro batterie sul fianco e l’altra nel centro,
a schierarsi su due file tra la strada di Genappe e Frischemont, e a
prendere la loro posizione in quella potente seconda linea, così
sapientemente composta da Napoleone, la quale, con i corazzieri di
Kellermann all’estrema sinistra e all’estrema destra quelli di
Milhaud, aveva, per così dire, due ali di ferro.
L’aiutante
di campo Bernard recò loro l’ordine di Napoleone. Ney,
sguainata la spada, si mise alla loro testa, e gli enormi squadroni
si misero in moto.
Fu
uno spettacolo formidabile.
Tutta
quella cavalleria, con le sciabole sguainate, con gli stendardi e le
trombe al vento, formata in colonne per divisioni, con un movimento
uniforme e come un sol uomo, con la precisione d’un ariete di bronzo
che apre una breccia, allo squillare delle trombe, discese la collina
della Belle-Alliance, si calò nella formidabile bassura dove
già tanti uomini erano caduti, disparve nel fumo, poi, uscendo
da quell’ombra, ricomparve dall’altra parte della valle, sempre
compatta e serrata, salendo a gran trotto, attraverso una nube di
mitraglia che gli scoppiava addosso, la spaventosa china di fango
della spianata di Mont-Saint-Jean.
Salivano
gravi, minacciosi, imperturbabili, e negli intervalli
dell’artiglieria e della moschetteria si udiva quel calpestio
colossale. Erano due divisioni, quindi due colonne; la divisione
Wathier teneva la destra, quella di Delord la sinistra. Da lontano
parevano due sterminati serpenti d’acciaio che s’allungavano verso la
cresta della spianata. Il loro passaggio sul campo di battaglia fu
come un prodigio.
Non
s’era mai più visto nulla di simile, da quando la cavalleria
pesante aveva preso d’assalto la grande ridotta della Moscova;
mancava Murat, ma c’era Ney. Pareva che quella massa si fosse
trasformata in un mostro e avesse un’anima sola. Ogni squadrone
ondulava e si gonfiava come un anello del polipo. Si scorgevano,
attraverso un immenso fumo che si squarciava qua e là. Era una
confusione di elmi, di grida, di sciabole, uno sgroppare tempestoso
di cavalli tra il tuono del cannone e la fanfara, un tumulto
disciplinato e terribile, e al di sopra, le corazze simili alle
scaglie dell’idra.
Sembrano
racconti d’un’altra età. Qualche cosa di somigliante a questa
visione appariva senza dubbio nelle antiche epopee orfiche che
cantavano gli uomini-cavallo, gli antichi centauri, quei titani dal
volto umano e dal petto equino, che al galoppo scalarono l’Olimpo,
orribili, invulnerabili, sublimi; dei e bestie insieme.
Per
una bizzarra coincidenza numerica, ventisei battaglioni dovevano
contenere l’urto di quei ventisei squadroni. Dietro la cresta della
spianata, all’ombra della batteria mascherata, la fanteria inglese,
disposta in tredici quadrati di due battaglioni ciascuno, e su due
linee, sette quadrati nella prima, sei nella seconda, col calcio del
fucile alla spalla e la mira verso quello che stava per arrivare,
calma, silenziosa, immobile, aspettava.
Essa
non vedeva i corazzieri, e i corazzieri non la vedevano.
Sentiva
salire quella marea di uomini, sentiva ingrossare il rumore dei
tremila cavalli, il battere alternato e simmetrico degli zoccoli al
gran trotto, lo sfregamento delle corazze, il tintinnio delle
sciabole, e una specie di gran vento selvaggio. Ci fu un momento di
silenzio terribile; poi, a un tratto, una lunga fila di braccia
levate brandenti le sciabole apparve di sopra la cresta, e i caschi,
e le trombe, e gli stendardi, e tremila teste coi baffi grigi, che
gridavano: "viva l’imperatore!". Tutta la cavalleria
irruppe sulla spianata, e fu come l’arrivo d’un terremoto.
D’improvviso,
cosa tragica, alla sinistra degli inglesi, alla nostra destra, la
testa della colonna dei corazzieri s’impennò con un clamore
tremendo. Pervenuti al culmine della cresta, sfrenati, furibondi,
dati alla loro corsa sterminatrice sui quadrati e sui cannoni, i
corazzieri avevano scorto fra loro e gli inglesi un fossato, una
fossa. Era la strada incassata di Ohain.
Il
momento fu spaventoso. Il burrone era là, inatteso,
spalancato, a picco sotto i piedi dei cavalli, profondo due tese fra
la doppia scarpata. La seconda fila vi spinse la prima, e la terza vi
spinse la seconda; i cavalli si rizzavano, si rigettavano indietro,
cadevano sulla groppa, sdrucciolavano coi quattro piedi all’aria,
pestando e mandando sotto sopra i cavalieri. Non c’era possibilità
di retrocedere, tutta la colonna non era più che un
proiettile, la forza acquisita per schiacciare gli inglesi schiacciò
i francesi; il burrone inesorabile non poteva superarsi se non dopo
colmato; cavalli e cavalieri vi precipitarono alla rinfusa,
schiacciandosi gli uni gli altri, formando una carne sola in quel
gorgo; e quando il fossato fu pieno d’uomini vivi, il resto vi
camminò sopra e passò. Quasi un terzo della brigata
Dubois rovinò in quell’abisso.
Una
tradizione locale, che evidentemente esagera, dice che duemila
cavalli e mille e cinquecento uomini furono sepolti nella via
incassata di Ohain: verosimilmente, questa cifra comprende tutti gli
altri cadaveri che vi furono buttati l’indomani della battaglia.
Notiamo
di passaggio che quella brigata Dubois, così funestamente
provata, un’ora prima, in una carica a parte, aveva preso la bandiera
dei battaglione di Lunebourg.
Napoleone,
prima di ordinare quella carica ai corazzieri di Milhaud, aveva
scrutato il terreno, ma non aveva potuto vedere quella via incassata
che non formava nemmeno una ruga sulla superficie della spianata.
Pure, avvertito e messo in guardia dalla cappella bianca che ne segna
l’angolo sulla strada di Nivelles, aveva fatto, probabilmente
nell’eventualità d’un ostacolo, una domanda alla guida
Lacoste, e la guida aveva risposto di no. Si potrebbe quasi dire che
da quel segno di testa d’un contadino è nata la catastrofe di
Napoleone.
Altre
fatalità dovevano sorgere ancora.
Era
possibile che Napoleone vincesse quella battaglia? Noi rispondiamo di
no. Perché? A causa di Wellington? di Blücher? No.
A
causa di Dio.
Bonaparte
vincitore a Waterloo non entrava più nella legge del secolo
decimonono. Un’altra serie di fatti si maturava, nei quali non c’era
più posto per Napoleone. La cattiva volontà degli
avvenimenti si era annunciata già da lungo tempo.
Era
tempo che quell’uomo ingombrante cadesse.
Il
soverchiante suo peso nel destino umano turbava l’equilibrio.
Egli
contava da solo più che il gruppo universale. Questi pletorici
di tutta la vitalità umana concentrata in una testa, questo
accentrarsi del mondo nel cervello d’un uomo, se durassero, sarebbero
esiziali alla civiltà. Per la incorruttibile equità
suprema era venuto il momento di avvisare. Probabilmente i principi e
gli elementi, da cui dipendono le gravitazioni regolari nell’ordine
morale come nell’ordine fisico, si lagnavano. Il sangue che fuma,
l’ingorgo dei cimiteri, le lacrime delle madri sono requisitorie
terribili. Quando la terra soffre per un sovraccarico, ci sono
misteriosi gemiti dell’ombra, che l’abisso intende.
Napoleone
era stato denunciato nell’infinito, e la sua caduta era decisa.
Egli
riusciva incomodo a Dio.
Waterloo
non è una battaglia, ma un cambiamento di fronte
dell’universo.


10.
LA SPIANATA DI MONT-SAINT-JEAN

Contemporaneamente
al fosso s’era smascherata la batteria.
Sessanta
cannoni e i tredici quadrati fulminarono a bruciapelo i corazzieri.
L’intrepido generale Delord fece il saluto militare alla batteria
nemica.
Tutta
l’artiglieria volante inglese era rientrata a galoppo nei quadrati. I
corazzieri non ebbero nemmeno un momento di sosta. Il disastro della
strada incassata li aveva decimati ma non scoraggiati; erano di
quegli uomini, che, diminuiti di numero, ingrandiscono di cuore.
Solo
la colonna Wathier aveva sofferto del disastro, la colonna Delord,
che Ney quasi presago dell’agguato aveva fatto piegare a sinistra,
era giunta intatta.
I
corazzieri si precipitarono sui quadrilateri inglesi.
Ventre
a terra, a briglia sciolta, con la sciabola fra i denti e le pistole
in pugno; tale fu l’assalto.
Nelle
battaglie ci sono dei momenti in cui l’anima indurisce l’uomo fino a
cambiare il soldato in statua, e tutta quella carne diventa granito.
I battaglioni inglesi, disperatamente assaliti, non si mossero.
Allora fu una cosa spaventosa.
Le
fronti dei quadrati inglesi furono attaccate tutte in una volta. Un
turbine frenetico le avvolse. Quella fredda fanteria rimase
impassibile. La prima fila con i ginocchi a terra riceveva i
corazzieri sulle baionette, la seconda li fucilava; dietro la
seconda, i cannonieri caricavano i pezzi, poi la fronte del quadrato
si apriva, lasciava passare un’eruzione di mitraglia e si chiudeva. I
corazzieri rispondevano con lo schiacciamento. I loro grandi cavalli
si impennavano, saltavano al di sopra delle file e delle baionette, e
piombavano, giganteschi, in mezzo a quei quattro muri viventi. Le
palle dei cannoni facevano dei vuoti fra i corazzieri; questi
facevano delle brecce nei quadrati. Intere file d’uomini sparivano
schiacciati dai cavalli, e le baionette si sprofondavano nel ventre
di quei centauri; donde una deformità di ferite che non si è
vista forse in nessun altro caso. I quadrati, attaccati da quella
cavalleria forsennata, si restringevano senza cedere. Inesauribili
nella mitraglia, facevano fuoco in mezzo agli assalitori. L’aspetto
del combattimento era mostruoso; i quadrati non erano più
battaglioni, ma crateri; i corazzieri non erano più una
cavalleria, ma una tempesta; ogni quadrato era un vulcano assalito da
un nube; la lava combatteva contro il fulmine.
Il
quadrato all’estrema destra, il più esposto perché allo
scoperto, rimase pressoché distrutto fin dai primi scontri.
Era formato dal Settantacinquesimo reggimento degli "hinglanders".
Mentre
si scannavano attorno a lui, il suonatore di cornamusa, al centro,
seduto su un tamburo e con l’otre sotto il braccio, suonava le arie
delle sue montagne, chinando in una distrazione profonda gli occhi
malinconici pieni del riflesso delle foreste e dei laghi. Quegli
scozzesi morivano pensando al Ben Lothian, come i greci ricordando
Argo. La sciabola d’un corazziere tagliando d’un sol colpo l’otre e
il braccio che lo sosteneva fece cessare il canto e uccise il
cantore.
I
corazzieri, relativamente poco numerosi, decimati dalla catastrofe
del burrone, avevano a fronte pressoché tutto l’esercito
inglese; ma si moltiplicavano, e ciascun uomo ne valeva dieci. Alcuni
battaglioni annoveresi, intanto, cedettero.
Wellington
li vide e pensò alla sua cavalleria. Se Napoleone in quel
momento avesse pensato alla sua fanteria, avrebbe vinto la battaglia.
Questa dimenticanza fu il suo grande errore fatale.
D’improvviso,
i corazzieri, da assalitori, si sentirono assaliti:
la
cavalleria inglese correva alle loro spalle. Davanti avevano i
quadrati, a tergo Somerset, vale a dire i mille e quattrocento
dragoni. Somerset inoltre aveva alla sua destra Dornberg coi
cavalleggeri tedeschi, e alla sinistra Trip coi carabinieri belgi.
I
corazzieri, attaccati di fianco e di sopra, davanti e di dietro,
dovettero far fronte da tutte le parti. Ma che importava? Essi erano
un turbine; il loro valore divenne inesprimibile.
Di
più avevano alle spalle la batteria che tuonava sempre. Ci
voleva questo perché questi uomini rimanessero feriti alle
spalle.
Nella
collezione del museo di Waterloo si trova una delle loro corazze
forata da un pezzo di mitraglia al posto della scapola sinistra.
Contro simili francesi non ci volevano quegli inglesi.
Non
fu più una mischia, ma un’ombra, una furia, un impeto
vertiginoso d’anime e di coraggi, un uragano di spade lampeggianti.
In un istante, i mille e quattrocento dragoni della guardia furono
ridotti a ottocento; Fuller, il loro tenente colonnello, cadde morto.
Ney accorse coi lancieri e i cacciatori di Lefebvre-Desnouettes. La
spianata di Mont-Saint-Jean fu presa, tolta e ripresa di nuovo. I
corazzieri lasciavano la cavalleria nemica per ritornare alla
fanteria; o per dir meglio, in quella formidabile tregenda tutti si
battevano senza mai lasciarsi l’un l’altro. I quadrati resistevano
sempre. Ci furono dodici assalti; Ney ebbe quattro cavalli uccisi
sotto di sé, e la metà dei corazzieri rimase sulla
spianata. Quella lotta durò due ore.
L’esercito
inglese ne rimase profondamente scosso. Non c’è dubbio che, se
non fossero stati decimati nel loro primo impiego dal disastro della
strada incassata, i corazzieri avrebbero sbaragliato il centro e
deciso la vittoria. Quella meravigliosa cavalleria pietrificò
Clinton, che pure aveva visto Talavera e Badajoz. Wellington, vinto
per tre quarti, ammirava eroicamente e mormorava sottovoce: sublime!
I
corazzieri annientarono sette quadrati su tredici, presero o misero a
tacere sessanta pezzi d’artiglieria, e tolsero ai reggimenti inglesi
sei bandiere, che tre corazzieri e tre cacciatori della guardia
andarono a portare all’imperatore davanti alla fattoria della
Belle-Alliance.
La
posizione di Wellington era peggiorata. Quella strana battaglia
somigliava a un duello fra due feriti che, pur combattendo e
resistendo sempre, perdono tutto il sangue. Quale dei due cadrà
per primo?
La
lotta sulla spianata continuava.
Nessuno
può dire fin dove siano arrivati i corazzieri. E’ certo però
che l’indomani della battaglia, un corazziere e il suo cavallo furono
trovati morti nella basculla per la pesa delle vetture a
Mont-Saint-Jean, proprio nel punto in cui s’incrociano e s’incontrano
le quattro strade di Nivelles, di Genappe, di La Hulpe e di
Bruxelles. Quel cavaliere aveva dunque attraversato le linee inglesi.
Uno degli uomini che rialzarono quel cadavere vive ancora a
Mont-Saint-Jean e si chiama Dehaze; a quell’epoca aveva diciotto
anni. Wellington sentiva di cedere terreno; la crisi era prossima.
I
corazzieri non erano riusciti nel loro intento, nel senso cioè
che il centro non era sfondato. Occupando tutti la spianata, nessuno
la possedeva, e tutto sommato restava per la maggior parte nelle mani
degli inglesi. Wellington teneva il villaggio e la parte superiore
della spianata; Ney non occupava che la cresta e il pendio. Sembrava
che le due parti avessero messo radice in quel funebre terreno.
Ma
l’indebolimento degli inglesi pareva oramai senza rimedio.
L’emorragia
del loro esercito era orribile. Kempt, all’ala sinistra, chiedeva
rinforzi. – "Non ce ne sono", rispose Wellington, "si
faccia ammazzare". E quasi nello stesso momento, singolare
coincidenza che dipinge l’esaurimento dei due eserciti, Ney domandava
della fanteria a Napoleone, il quale esclamava: – "Fanteria? E
dove vuole che la pigli? Vuol forse che la fabbrichi?".
Tuttavia
l’esercito inglese era il più malconcio. Gli assalti furiosi
di quei grandi squadroni con le corazze di ferro e i pettorali
d’acciaio avevano maciullato la sua fanteria. Pochi uomini intorno a
una bandiera indicavano il posto d’un reggimento; il tal battaglione
non era più comandato che da un capitano o da un tenente; la
divisione Alten, già tanto maltrattata alla Haie- Sainte, era
quasi distrutta; gli intrepidi belgi della brigata Van Kluze
tappezzavano le segali lungo la strada di Nivelles; non rimaneva
quasi più nulla di quei granatieri olandesi, che nel 1811,
frammisti alle nostre fila combattevano Wellington in Spagna, e che
nel 1815 uniti agli inglesi combattevano Napoleone.
Considerevoli
erano le perdite di ufficiali. Lord Uxbridge aveva il ginocchio
fratturato e l’indomani fece seppellire la sua gamba.
Se
da parte francese, in quella battaglia erano fuori combattimento dei
corazzieri, Delord, Lheritier, Colbert, Dnop, Travers e Blancard,
dalla parte inglese Alten e Barne erano feriti, Delancey, Van Meeren
e Ompteda erano uccisi, tutto lo stato maggiore di Wellington era
decimato, e l’Inghilterra aveva la parte peggiore in quel sanguinoso
equilibrio. Il Secondo reggimento delle guardie a piedi aveva perduto
cinque tenenti- colonnelli, quattro capitani e tre alfieri; il primo
battaglione del Trentesimo fanteria aveva perduto ventiquattro
ufficiali e cento dodici soldati, il Settantanovesimo montanari aveva
ventiquattro ufficiali feriti e diciotto morti, e quattrocento
cinquanta soldati uccisi. Gli ussari annoveresi di Cumberland, un
intero reggimento col proprio colonnello Hacke, che in seguito venne
sottoposto a processo e degradato, aveva voltato le spalle alla
battaglia, ed erano in fuga nella foresta di Soignes, spargendo il
disordine fino a Bruxelles. I traini, i carri di munizioni, i
bagagli, i furgoni carichi di feriti, vedendo che i francesi
guadagnavano terreno e s’avvicinavano alla foresta, vi si
precipitavano, e gli olandesi sciabolati dalla cavalleria francese
gridavano: "Allarmi!". Da Vert-Coucou fino a Groenendael,
su una lunghezza di quasi due leghe nella direzione di Bruxelles,
c’era, al dire di testimoni ancora viventi, un ingombro di
fuggiaschi. Il panico fu tale che raggiunse il principe di Condé
a Malines e Luigi Diciottesimo a Gand. Ad eccezione della debole
riserva scaglionata dietro l’autoambulanza posta nella fattoria di
Mont- Saint-Jean e delle brigate Vivian e Vandeleur che
fiancheggiavano l’ala sinistra, Wellington non aveva più
cavalleria. Molte batterie giacevano smontate. Questi particolari
sono confessati da Siborne: e Pringle, esagerando il disastro, giunge
a dire che l’esercito anglo-olandese era ridotto a trentaquattro mila
uomini.
Il
duca di ferro rimaneva calmo, ma le sue labbra erano impallidite. Il
commissario austriaco Vincent e il commissario spagnolo Alava, che
assistevano alla battaglia nello stato maggiore inglese, credettero
il duca perduto. Alle cinque, Wellington tirò fuori
l’orologio, e fu udito mormorare queste oscure parole: "Blücher
o la notte".
Fu
in quel momento che una linea lontana di baionette scintillò
sulle alture dalla parte di Frischemont.
Ed
eccoci allo scioglimento di questo gigantesco dramma.

UNA CATTIVA GUIDA A NAPOLEONE E UNA BUONA GUIDA A BÜELOW
E’
noto il doloroso errore di Napoleone; sperava che arrivasse Grouchy e
invece sopraggiungeva Blücher: la morte invece della vita.
Il
destino ha di queste svolte; si aspetta il trono del mondo e si
scorge Sant’Elena.
Se
il piccolo pastore che serviva di guida a Bülow, luogotenente di
Blücher, gli avesse consigliato di sboccare dalla foresta al di
sopra di Frischemont, piuttosto che al di sotto di Plancenoit, forse
la forma del secolo decimonono sarebbe stata diversa.
Napoleone
avrebbe guadagnato la battaglia di Waterloo. Per qualunque altra
strada, che non fosse stata quella al di sotto di Plancenoit,
l’esercito prussiano sarebbe incappato in un burrone invalicabile per
l’artiglieria, e Bülow non sarebbe arrivato.
Ora,
se egli avesse tardato soltanto un’ora di più, è un
generale prussiano, Muffling, che lo dichiara, Blücher non
avrebbe più trovato Wellington sul terreno: "la battaglia
era perduta".
Come
si vede, era tempo che arrivasse Bülow. Del resto era assai in
ritardo. Aveva bivaccato a Dion-le-Mont, e s’era messo in marcia fin
dall’alba. Ma le strade erano impraticabili, le sue divisioni s’erano
incagliate nel fango, e le ruote dei carri sprofondavano nei solchi
sino ai mozzi. Inoltre aveva dovuto passare la Dyle sullo stretto
ponte di Wavre; e siccome i francesi avevano incendiato la via che
conduce al ponte, i cassoni e i traini dell’artiglieria, non potendo
passare tra due file di case in fiamme, avevano dovuto aspettare che
l’incendio fosse spento. A mezzogiorno l’avanguardia di Bülow
non aveva ancora potuto toccare Chapelle-Saint-Lambert.
Se
l’azione fosse incominciata due ore più presto, sarebbe finita
alle quattro, e Blücher sarebbe arrivato a battaglia già
vinta da Napoleone. Sono così questi immensi casi,
proporzionati a un infinito che ci sfugge.
Fin
da mezzogiorno l’imperatore, scorgendo per primo col suo cannocchiale
qualche cosa all’estremo orizzonte che attirava la sua attenzione,
disse: – Vedo laggiù una nube che mi pare siano truppe. – Poi
domandò al duca di Dalmazia: – Soult, che cosa vedete voi
nella direzione di Chapelle-Saint-Lambert? – E il maresciallo,
puntando il suo binocolo, rispose: – Quattro o cinque mila uomini,
sire: senza dubbio Grouchy. – Tuttavia quell’oggetto si manteneva
immobile nella nebbia. Tutti i binocoli dello stato maggiore, l’uno
dopo l’altro, studiarono "la nube" segnalata
dall’imperatore, e ci fu chi disse: Sono colonne che fanno alt; ma la
maggior parte ritennero che fossero alberi. La verità è
che quella nube non si muoveva. Napoleone distaccò, in
ricognizione verso quel punto dubbioso, la divisione di cavalleria
leggera di Domon.
Bülow
infatti non s’era mosso. La sua avanguardia era debolissima e non
poteva far nulla. Doveva aspettare il grosso del suo corpo d’armata,
e aveva istruzione di concentrarsi prima d’entrare in linea. Ma alle
cinque, vedendo il pericolo di Wellington, Blücher diede
l’ordine a Bülow di attaccare, pronunciando queste famose
parole: "Bisogna dare un po’ d’aria all’esercito inglese".
Poco
dopo, le divisioni Losthin, Hiller, Hicke e Ryssel si spiegavano in
battaglia di fronte al corpo di Lobau, la cavalleria del principe
Guglielmo di Prussia sboccava dal bosco di Parigi, Plancenoit era in
fiamme, e le palle dei cannoni prussiani cominciavano a piovere fino
tra le file della guardia di riserva dietro a Napoleone.


LA GUARDIA
Il
resto è noto: l’irrompere d’un terzo esercito, la battaglia
spostata, ottantasei bocche da fuoco che tuonano d’improvviso, Pirch
che sopraggiunge con Bülow, la cavalleria di Zieten guidata da
Blücher in persona, i francesi respinti, Marcognet spazzato
dall’altipiano d’Ohain, Durutte sloggiato da Papelotte, Donzelot e
Quiot costretti a rinculare, Lobau preso di fianco, una nuova
battaglia che al cader della notte impegna i nostri reggimenti già
decimati, tutto l’esercito inglese che ripiglia l’offensiva e si
spinge innanzi, l’enorme vuoto prodotto nelle schiere francesi dalla
mitraglia inglese e dalla mitraglia prussiana che s’aiutano fra loro,
lo sterminio, il disastro sulla fronte, il disastro sul fianco, e la
guardia che entra in lizza sotto quel crollo spaventoso.
Intuendo
di andare incontro alla morte, la guardia gridò: – viva
l’imperatore! – La storia non ricorda cosa più commovente di
questa agonia che scoppia in acclamazioni.
Per
tutto il giorno il cielo era sempre stato coperto.
D’improvviso,
in quel momento, ed erano già le otto di sera, le nubi
all’orizzonte si squarciarono e lasciarono passare, attraverso gli
olmi della strada di Nivelles, il grande sinistro bagliore del sole
al tramonto. Ad Austerlitz invece lo avevano visto sorgere.
In
quella scena finale, ogni battaglione della guardia era comandato da
un generale; Friant, Michel, Roguet, Harlet Mallet, Poret de Morvan
erano là. Quando gli alti copricapi dei granatieri della
guardia, con la larga piastra di metallo con l’aquila, comparvero,
simmetrici, allineati, tranquilli, fra le nebbie della mischia, i
nemici sentirono il rispetto per la Francia; sembrò di vedere
venti vittorie entrare sul campo di battaglia con le bandiere
spiegate, e quelli che erano vincitori, credendosi vinti,
rincularono. Ma Wellington gridò: "In piedi, guardie, e
mirate dritto!". Il reggimento rosso delle guardie inglesi steso
a terra dietro le siepi si levò, un nugolo di mitraglia
crivellò la bandiera tricolore che sventolava intorno alle
nostre aquile, tutti si precipitarono, e cominciò l’estrema
carneficina. La guardia imperiale sentì nell’ombra che
l’esercito intorno cedeva, sentì la vasta agitazione della
rotta, udì il "si salvi chi può", sostituito
al "viva l’imperatore!", e con la fuga a tergo continuò
ad avanzare, sempre fulminata, morendo sempre più a ogni passo
che muoveva. Non ci furono né trepidi, né timidi; in
quella truppa un soldato era un eroe quanto il generale; nessuno
mancò al suicidio.
Ney,
disperato, grande di tutta la grandezza della morte accettata, nella
tormenta si esponeva a tutti i colpi. Gli fu ucciso il quinto
cavallo. Sudato, con gli occhi fiammeggianti, la schiuma alle labbra,
l’uniforme sbottonata, una delle spalline tagliata a metà da
una sciabolata, la piastra che portava la grand’aquila ammaccata da
una palla, insanguinato, inzaccherato, magnifico, con la spada
spezzata in mano, gridava:- "Venite a vedere come un maresciallo
di Francia muore sul campo di battaglia!". Ma fu tutto inutile:
non morì. Era sdegnato e inferocito, e muoveva a Drouet
d’Erlon questa domanda: – "Non ti fai forse ammazzare, tu?".
In mezzo a tutta quella artiglieria che schiacciava un pugno
d’uomini, gridava: "Non c’è dunque nulla per me! Oh!
vorrei che tutte quelle palle inglesi mi entrassero nel ventre!"
– Disgraziato, tu eri destinato alle palle francesi!

LA CATASTROFE
La
rotta dietro la guardia fu lugubre.
L’esercito
cedette repentinamente da tutte le parti nello stesso tempo, da
Hougomont, dalla Haie-Sainte, da Papelotte, da Plancenoit. Il grido:
Tradimento! fu seguito dal grido: Si salvi chi può! Un
esercito che si sbanda somiglia a un disgelo. Tutto piega, si
screpola, scricchiola, vacilla, rotola, cade, si urta, si affretta,
si precipita; sfacelo incredibile. Ney si fa dare un cavallo, salta
sopra, e senza cappello, senza cravatta, senza spada, si mette di
traverso alla strada di Bruxelles e arresta inglesi e francesi alla
rinfusa. Si sforza di trattenere l’esercito, lo richiama, lo insulta,
si aggrappa alla disfatta. Ma i soldati lo sorpassano, lo sfuggono
gridando: – "Viva il maresciallo Ney!". Due reggimenti di
Durutte vanno e vengono spaventati e come sballottati tra le sciabole
degli ulani e le fucilate delle brigate di Kempt, di Best, di Pack e
di Rylandt. La peggiore delle mischie è la rotta: gli amici si
uccidono tra loro per fuggire, e gli squadroni e i battaglioni si
disperdono e si frantumano gli uni contro gli altri, enorme schiuma
della battaglia. Lobau a un’estremità e Reille all’altra sono
trascinati dalla corrente. Invano Napoleone forma delle muraglie con
quanto gli rimane della guardia, invano sacrifica in un ultimo sforzo
i suoi squadroni di servizio. Quiot indietreggia davanti a Vivian.
Kellermann
davanti a Vandeleur, Lobau davanti a Bülow, Morand davanti a
Pirch, Domon e Subervic davanti al principe Guglielmo di Prussia.
Guyot, che ha condotto alla carica gli squadroni dell’imperatore,
cade sotto i piedi dei dragoni inglesi. Napoleone corre a galoppo
lungo le file dei fuggitivi, li arringa, incita, minaccia, supplica.
Tutte quelle bocche che alla mattina gridavano: viva l’imperatore!
ora rimangono attonite; è molto se lo riconoscono. La
cavalleria prussiana, giunta di fresco, si slancia, vola,
sciabolando, tagliando, tritando, uccidendo, sterminando. Le salmerie
si precipitano, i cannoni tacciono; i soldati addetti ai traini
staccano i cassoni e ne prendono i cavalli per mettersi in salvo, e i
traini rovesciati con le ruote in aria ingombrano la strada e
diventano occasioni di massacri. Ci si schiaccia, ci si calpesta, si
cammina sui morti e sui vivi. Le braccia non sanno più quello
che fanno. Una moltitudine vertiginosa affolla le strade, i sentieri,
i ponti, le pianure, le colline, le valli, i boschi, tutti ingombri
della fuga di quaranta mila uomini. Grida, disperazione, sacchi e
fucili gettati nei campi a grano, il passo aperto a colpi di spada;
non più compagni, non più ufficiali, non più
generali, ma solo uno spavento inesprimibile. Zieten che sciabola la
Francia a suo piacere; i leoni divenuti caprioli: ecco che cosa fu
quella fuga.
A
Genappe ci fu un tentativo di arresto, di far fronte, di riordinarsi.
Lobau riunì trecento uomini e fece barricare l’entrata del
villaggio. Ma alla prima scarica della mitraglia prussiana tutti
ripresero la fuga, e Lobau fu fatto prigioniero.
Ancora
oggi si vede la traccia di quella scarica di mitraglia sul vecchio
muro d’una casupola di mattoni a destra della strada, pochi passi
prima d’entrare in Genappe. I prussiani irruppero nel villaggio
furibondi per aver trionfato con così poca fatica. La caccia
fu mostruosa: Blücher ordinò lo sterminio. Roguet aveva
dato quel lugubre esempio di minacciare di morte qualunque granatiere
francese che gli conducesse prigioniero un prussiano.
Blücher
sorpassò Roguet. Il generale della giovane guardia, Duhesme,
addossato alla porta d’una locanda di Genappe, cedette la spada a un
ussaro della Morte, il quale la prese e uccise il prigioniero. La
vittoria terminò con l’assassinio dei vinti.
Dobbiamo
punire, poiché siamo la storia; il vecchio Blücher si
disonorò. Quella ferocia portò al colmo il disastro. La
rotta disperata attraversò Genappe, attraversò
Quatre-Bras, Gosselies, Frasnes, Charleroi, Thuin, e si fermò
solo alla frontiera. Ahimè!
chi
fuggiva in tal modo? La grande armata.
Quella
vertigine, quel terrore, quella rovinosa scomparsa del più
alto coraggio che abbia mai fatto meravigliare la storia, non ebbero
dunque un motivo? Sì; l’ombra d’una mano enorme si proietta su
Waterloo. E’ la giornata del destino data dalla forza che è
superiore all’uomo. Donde il piegarsi spaventato delle teste; tutte
quelle grandi anime che consegnano la spada. Quelli che avevano vinto
l’Europa caddero rovesciati perché non avevano più
niente da fare né da dire, perché sentivano nelle
tenebre una presenza terribile. "Hoc erat in fatis". Quel
giorno, la prospettiva del genere umano si cambiò. Waterloo è
il cardine del secolo decimonono. Per l’avvento del gran secolo era
necessaria la scomparsa del grand’uomo; e se ne incaricò uno,
a cui non si replica. Così si spiega il timor panico degli
eroi. Nella battaglia di Waterloo ci fu più che una nube, ci
fu una meteora.
Dio
è passato di là.
Al
cader della notte, in un campo presso Genappe, Bernard e Bertrand
afferrarono per le falde dell’abito e trattennero un uomo torvo,
pensieroso, sinistro, il quale, trascinato sin là dalla
corrente dei fuggiaschi, aveva messo piede a terra, infilate sotto il
braccio le briglie del cavallo, e con l’occhio smarrito, se ne
tornava solo verso Waterloo. Era Napoleone che tentava ancora di
andare avanti, immenso sonnambulo di quel sogno svanito.


14.
L’ULTIMO QUADRATO

Alcuni
quadrati della guardia, immobili nella corrente della rotta come
rocce nell’acqua che scorre, tennero testa fino a notte.
Veniva
la notte, veniva la morte. Aspettarono quella duplice ombra e,
incrollabili, si fecero avvolgere da essa. Ogni reggimento, isolato
dagli altri e senza più nessun legame con l’esercito
sbaragliato da ogni parte, moriva per proprio conto. Per compiere
quell’ultimo atto avevano preso posizione, gli uni sulle alture di
Rossomme, gli altri nel piano di Mont-Saint-Jean. Là,
abbandonati, vinti, terribili, quei tetri quadrati avevano un’agonia
formidabile. Ulma, Wagram, Jena, Friedland morivano con loro.
Al
crepuscolo, verso le nove della sera, ai piedi della spianata di
Mont-Saint-Jean ne rimaneva uno, il quale continuava a lottare in
quella valle funesta, a pié di quel pendio su cui erano saliti
i corazzieri, invaso ora dalle masse inglesi, sotto i fuochi
convergenti dell’artiglieria nemica vittoriosa, sotto una terribile
tempesta di proiettili. Era comandato da un oscuro ufficiale di nome
Cambronne. A ogni carica il quadrato scemava e contrattaccava. Alla
mitraglia replicava con la fucileria, restringendo continuamente le
sue quattro ali. Da lontano i fuggiaschi, fermandosi un momento
ansimanti, ascoltavano nelle tenebre quel cupo rombo decrescente.
Quando
questa legione si trovò ridotta a un pugno di uomini, quando
la loro bandiera non fu più che un cencio, quando i fucili per
mancanza di munizioni non furono più che bastoni, quando il
mucchio dei cadaveri superò il numero dei viventi, ci fu tra i
vincitori una specie di terrore sacro attorno a quei sublimi
moribondi, e l’artiglieria inglese, riprendendo fiato, tacque. Fu
come una breve tregua. Quei combattenti avevano intorno come un
formicolio di spettri, le sagome degli uomini a cavallo, il profilo
nero dei cannoni, il cielo bianco, scorto attraverso le ruote e gli
affusti; la colossale testa di morto che gli eroi intravedono sempre
fra mezzo al fumo nello sfondo della battaglia, avanzava su di loro e
li guardava. Fra le ombre crepuscolari udirono ricaricare i pezzi; le
micce accese, simili a occhi di tigre nella notte, formavano un
cerchio intorno alle loro teste; tutte le micce delle batterie
nemiche si avvicinarono ai cannoni.
E
allora commosso, tenendo il minuto sospeso sopra quegli uomini, un
generale inglese, secondo gli uni Colville, secondo gli altri
Maitland, gridò loro: – Bravi francesi, arrendetevi! –
Cambronne rispose: – Merda!

15.
CAMBRONNE

Il
lettore vuol essere rispettato; non gli si può ripetere la
parola forse più bella che un francese abbia mai pronunciato.
E’ vietato deporre il sublime nella storia.
A
nostro rischio e pericolo, vogliamo violare questa proibizione.
Dunque,
fra tutti quei giganti ci fu un titano, Cambronne.
Dire
quella parola e poi morire; c’è nulla di più grande?
Infatti voler la morte è morire, e non fu colpa di quell’uomo
se sopravvisse alla mitraglia.
Chi
ha vinto la battaglia di Waterloo non è stato Napoleone
sbaragliato, non Wellington che alle quattro cedeva e alle cinque
disperava, non Blücher che non s’è battuto; l’uomo che ha
vinto la battaglia di Waterloo è Cambronne. Fulminare con una
simile parola la folgore che vi uccide, è vincere.
Dare
quella risposta alla catastrofe, parlar così al destino, dare
quella base al leone futuro, scagliare quella risposta alla pioggia
della notte, al muro traditore di Hougomont, alla strada incassata
d’Ohain, al ritardo di Grouchy, al sopraggiungere di Blücher,
essere l’ironia nel sepolcro, fare in modo da restare in piedi dopo
essere caduto, affogare in due sillabe la coalizione europea, offrire
ai re le latrine già note dei Cesari, far dell’ultima delle
parole la prima frammischiandovi lo splendore della Francia, chiudere
insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida
con Rabelais, riassumere quella vittoria in una parola suprema che è
impossibile pronunciare, perdere il terreno e guadagnare per sé
la storia, far ridere del nemico dopo quella carneficina, ecco un
risultato immenso.
Questo
insulto al fulmine raggiunge la grandezza eschilea.
La
parola di Cambronne fa l’effetto d’una frattura: è la frattura
interna di un petto, è l’eccesso dell’agonia che esplode. Chi
vinse? Wellington? No, perché senza Blücher era perduto.
Blücher?
No,
perché se Wellington non avesse cominciato, Blücher non
avrebbe potuto finire. Questo Cambronne, questo passante
dell’ultim’ora, questo soldato ignoto, questa parte infinitamente
piccola della guerra, sente che c’è una menzogna, una menzogna
in una catastrofe – due cose strazianti,- e nel momento che scoppia
dalla rabbia, gli si offre quella derisione, la vita! Come non
sentirsi stomacare?
Sono
là tutti i re dell’Europa, i generali fortunati, i Giovi
tonanti; hanno centomila soldati vittoriosi, e dietro i centomila un
milione; hanno i loro cannoni con le gole spalancate e le micce
accese; hanno sotto il tallone la guardia imperiale e la grande
armata, hanno schiacciato Napoleone, e non resta più che
Cambronne, e non c’è più che questo verme di terra per
protestare.
Ebbene,
protesterà. Allora cerca una parola come si cerca una spada;
gli sale una schiuma alla bocca, e quella schiuma è la parola.
Di fronte a quella vittoria prodigiosa e mediocre, di fronte a quella
vittoria senza vittoriosi, quel disperato si riprende; ne subisce
l’enormità, ma ne constata la vacuità; fa più
che sputarvi sopra; oppresso dal numero, dalla forza, dalla materia,
egli trova un’espressione alla sua anima, l’escremento.
Lo
ripetiamo: dire, fare, trovare tutto questo, significa essere
vincitore.
Il
genio dei giorni di gloria in quel momento fatale entrò in
quello sconosciuto. Cambronne trova la parola di Waterloo per
ispirazione del soffio dall’alto, come Rouget de l’Isle trova la
"Marsigliese". Un effluvio dell’uragano divino si distacca
e passa attraverso questi uomini; essi trasaliscono, e l’uno canta il
canto supremo, l’altro lancia il terribile grido. Quella parola del
titanico sprezzo, Cambronne non la scaglia soltanto all’Europa in
nome dell’impero, che sarebbe ancor poco, ma la scaglia al passato in
nome della Rivoluzione. Noi l’intendiamo e riconosciamo in Cambronne
la vecchia anima dei giganti. Ci pare sia Danton che parli o Kleber
che ruggisca. Alla parola di Cambronne la voce inglese rispose: –
Fuoco! Le batterie lampeggiarono, la collina tremò, da tutte
quelle bocche di bronzo uscì un ultimo spaventoso vomito di
mitraglia. Un vasto fumo rotolò vagamente imbiancato dal
sorgere della luna; e quando il fumo si dissipò non c’era più
nulla. Quel formidabile avanzo era annientato; la guardia era morta.
Le quattro ali della ridotta vivente giacevano a terra, e appena si
distingueva qua e là un movimento tra i cadaveri. Così
le legioni francesi, più grandi delle romane, spirarono a
Mont- Saint-Jean, sulla terra bagnata di pioggia e di sangue, nei
campi oscuri, nel luogo dove ai nostri giorni Giuseppe, che fa il
servizio della posta di Nivelles, passa ogni mattina alle quattro,
zufolando e sferzando allegramente il cavallo.

16.
"QUOT LIBRAS IN DUCE?"

La
battaglia di Waterloo è un enigma: essa è altrettanto
oscura per quelli che la vinsero, quanto per chi la perse. Per
Napoleone, è un timor panico; Blücher non ci vede che
fuoco; Wellington non ne capisce nulla. Esaminate le relazioni. I
bollettini confusi, i commenti ingarbugliati. Gli uni balbettano, gli
altri farfugliano.
Jomini
divide la battaglia di Waterloo in quattro momenti; Muffling la
divide in tre atti. Charras, dal quale però discordiamo per
alcuni punti, è il solo che abbia colto col suo sguardo fiero
i tratti caratteristici di quella catastrofe del genio umano in lotta
col fato divino. Tutti gli altri storici rimangono in certo modo
abbagliati; e in quell’abbagliamento camminano a tentoni. Giornata
sfolgorante infatti, crollo della monarchia militare, che con sommo
stupore dei re, ha trascinato con sé tutti i regni; caduta
della forza, sconfitta della guerra.
In
quell’avvenimento, improntato a necessità sovrumana, la parte
degli uomini si riduce a nulla.
Togliendo
Waterloo a Wellington e a Blücher, si toglie qualche cosa
all’Inghilterra o alla Germania? No. Né l’illustre
Inghilterra, né l’augusta Germania sono in questione nel
problema di Waterloo. Grazie al cielo, la grandezza dei popoli è
indipendente dalle lugubri vicende della spada. Né la
Germania, né l’Inghilterra, né la Francia stanno in una
guaina. In quell’epoca, mentre Waterloo non era che un cozzar di
spade, la Germania al di sopra di Blücher aveva Goethe, e
l’Inghilterra al di sopra di Wellington aveva Byron. Un vasto sorgere
d’idee è la prerogativa del nostro secolo, e in quell’aurora
l’Inghilterra e la Germania hanno il loro magnifico splendore. Esse
sono maestose perché pensano. L’innalzamento di livello che
arrecano alla civiltà è un loro merito intrinseco, che
deriva da esse e non da un accidente.
La
loro cresciuta grandezza nel secolo decimonono non ha origine da
Waterloo. Soltanto i popoli barbari ingrossano improvvisamente dopo
una vittoria; è la vanità passeggera dei torrenti
gonfiati da un temporale. I popoli civili, soprattutto in questi
tempi, non s’innalzano né si abbassano per la buona o la
cattiva fortuna d’un capitano. Il loro peso specifico sul genere
umano risulta da qualcosa di più di un combattimento. Grazie a
Dio, il loro onore, la loro dignità, la loro luce, il loro
genio non sono numeri, che gli eroi e i conquistatori, questi
giocatori, possano mettere nella lotteria delle battaglie. Spesso una
battaglia perduta è un progresso conquistato. Meno gloria e
più libertà. Quando tace il tamburo, la ragione prende
la parola. Si gioca a chi perde vince.
Parliamo
dunque di Waterloo freddamente da ambo le parti. Rendiamo al caso ciò
che è del caso, e a Dio ciò che è di Dio. Cos’è
Waterloo? una vittoria? No; un terno al lotto. Terno guadagnato
dall’Europa, pagato dalla Francia. Non valeva la pena di mettere là
un leone.
Waterloo
del resto è il più strano scontro che ci sia nella
storia. Napoleone e Wellington non sono nemici, ma contrari. Dio, che
ama le antitesi, non ha mai stabilito un più sorprendente
contrasto né un confronto più straordinario. Da un lato
la precisione, la previdenza, la geometria, la prudenza, la ritirata
assicurata, le riserve preparate, un pertinace sangue freddo, una
logica imperturbabile, la strategia che profitta del terreno, la
tattica che equilibra i battaglioni, la strage regolata col piombino,
la guerra regolata con l’orologio alla mano, nulla lasciato
volontariamente al caso, il vecchio coraggio classico, la correttezza
assoluta; dall’altra l’intuizione, la divinazione, la singolarità
militare, l’istinto sovrumano, il colpo d’occhio fulmineo, un non so
che che guarda come l’aquila e colpisce come la folgore, un’arte
prodigiosa sotto una sprezzante impetuosità, tutti i misteri
d’un’anima profonda la familiarità col destino, il fiume, il
piano, il colle, il bosco costretti in certo modo a obbedire, il
despota che tiranneggia perfino il campo di battaglia, la fede nella
stella che s’unisce alla scienza strategica e l’ingrandisce, ma
l’intorbida. Wellington era il Barrême della guerra, Napoleone
ne era il Michelangelo; e quella volta il genio fu vinto dal calcolo.
D’ambo
le parti si aspettava qualcuno, ma fu il calcolatore esatto che
riuscì. Napoleone aspettava Grouchy, che non venne; Wellington
aspettava Blücher, che venne.
Wellington
è la guerra classica che prende la sua rivincita.
Bonaparte,
nei suoi primordi, l’aveva incontrata in Italia e superbamente
battuta. La vecchia civetta era fuggita davanti al giovane avvoltoio.
L’antica tattica era stata non solo fulminata, ma scandalizzata.
Cos’era quel Corso di ventisei anni, che cosa significava quello
splendido ignorante che, avendo tutto contro di sé e nulla a
favore, senza viveri, senza munizioni, senza cannoni, senza scarpe;
quasi senza esercito, con un pugno di uomini di fronte a intere
masse, si precipitava contro l’Europa coalizzata e riportava
assurdamente delle vittorie in condizioni impossibili?
Da
dove usciva quel forsennato fulmineo che, quasi senza riprendere
fiato e con lo stesso pugno di combattenti, polverizzava uno dopo
l’altro i cinque eserciti dell’imperatore di Germania, rovesciando
Baulieu su Alvinzi, Wurmser su Beaulieu, Mélas su Wurmser,
Mack su Mélas? Cos’era quel novellino della guerra che aveva
la sfrontatezza d’un astro? La scuola accademica militare lo
scomunicava fuggendo. Da ciò un implacabile rancore del
vecchio cesarismo contro il nuovo, della sciabola corretta contro la
spada scintillante, dello scacchiere contro il genio. Il 18 giugno
1815 quel rancore ebbe l’ultima parola, e sopra Lodi, Montebello,
Montenotte, Mantova, Marengo, Arcole, scrisse Waterloo. Trionfo della
mediocrità, così gradito al maggior numero. Il destino
acconsentì a quell’ironia, e Napoleone al suo declino si
ritrovò davanti Wurmser giovane.
Basta
infatti incanutire i capelli di Wellington per ritrovare Wurmser.
Waterloo
è una battaglia di prim’ordine guadagnata da un capitano di
second’ordine.
Ciò
che si deve ammirare a Waterloo è l’Inghilterra, è la
fermezza, la risolutezza inglese, il sangue inglese; ciò che
l’Inghilterra ebbe di superbo a Waterloo, e non gliene spiaccia, fu
se stessa; non il suo capitano, ma il suo esercito.
Wellington,
bizzarramente ingrato, in una lettera a lord Bathurst dichiara che il
suo esercito, l’esercito che combatté il 18 giugno 1815, era
"detestabile". Che ne pensa la tetra confusione di ossa
sepolte sotto i solchi di Waterloo?
L’Inghilterra
fu troppo modesta di fronte a Wellington. Con l’ingrandire tanto il
generale si rimpicciolisce la nazione.
Wellington
è un eroe come un altro. Quegli scozzesi grigi, quegli
"horse-guards", quei reggimenti di Maitland e di Mitchell,
quella fanteria di Pack e di Kempt, quella cavalleria di Posonby e di
Somerset, quegli "highlanders" che suonavano la cornamusa
sotto la mitraglia, quei battaglioni di Rylandt, quelle reclute
allora giunte che sapevano appena maneggiare il fucile e che tennero
testa alle vecchie bande d’Essling e di Rivoli; ecco che cosa fu
grande. Wellington fu tenace, ecco il suo merito, e noi non glielo
lesiniamo; ma l’ultimo dei suoi fantaccini fu saldo al pari di lui.
Il soldato di ferro vale quanto il duca di ferro. Quanto a noi, tutta
la nostra glorificazione al soldato inglese, all’esercito, al popolo
inglese. Se c’è un trofeo, è dovuto all’Inghilterra. La
colonna di Waterloo sarebbe giusta se sollevasse alle nubi la statua
d’un popolo, anziché quella d’un uomo.
Ma
la grande Inghilterra si irriterà di quello che diciamo qui.
Dopo
il suo 1688 e il nostro 1789, essa ha ancora l’illusione feudale, e
crede nell’eredità e nella gerarchia. Quel popolo, a nessuno
secondo in potenza e in gloria, ha stima di sé come nazione,
non come popolo; in quanto è popolo si subordina volentieri, e
scambia un lord per una testa. Operaio si lascia spezzare, soldato si
lascia bastonare. Tutti ricordano come alla battaglia d’Inkermann un
sergente, che a quanto sembra aveva salvato l’esercito, non poté
essere menzionato da lord Raglan, perché la gerarchia militare
inglese non permette di citare in un rapporto un eroe che sia al di
sotto del grado d’ufficiale.
Quello
che ammiriamo soprattutto, in uno scontro come quello di Waterloo, è
la prodigiosa abilità del caso. Pioggia notturna, muro di
Hougomont, strada incassata d’Ohain, Grouchy sordo al cannone, una
guida a Napoleone che l’inganna, una guida a Bülow che lo
illumina; tutto questo cataclisma è condotto
meravigliosamente.
Bisogna
confessare che, in complesso, a Waterloo ci fu più massacro
che battaglia.
Di
tutte le battaglie in campo aperto, Waterloo è quella che
presentò la fronte meno estesa in proporzione del numero dei
combattenti; Napoleone tre quarti di lega, Wellington mezza lega; e
settantaduemila combattenti da ciascuna parte. Da tale densità
derivò la carneficina.
Si
è fatto questo calcolo e stabilita questa proporzione: perdita
d’uomini: ad Austerlitz: francesi, quattordici per cento; russi,
trenta per cento; austriaci, quarantaquattro per cento; a Wagram:
francesi,
tredici per cento; austriaci, quattordici; alla Moscova:
francesi,
trentasette; russi, quarantaquattro; a Bautzen:
francesi,
tredici per cento; russi e prussiani, quattordici; a Waterloo:
francesi, cinquantasei per cento; alleati, trentuno.
Totaleper
Waterloo: quarantuno per cento: centoquarantaquattromila combattenti,
sessantamila morti.
Il
campo di Waterloo oggi ha la calma che appartiene alla terra,
impassibile sostegno dell’uomo, e somiglia a tutte le altre pianure.
Però
di notte da quella pianura s’innalza una specie di bruma fantastica;
e se qualche viaggiatore, passando di là, osserva, ascolta,
medita, come Virgilio nella funesta pianura di Filippi,
l’allucinazione della catastrofe l’assale. Il terribile 18 giugno
rivive; sparisce la falsa collina-monumento, sfuma quel leone
qualunque, e il campo di battaglia riprende la sua realtà:
schiere di fanteria ondeggiano nella pianura, galoppi furiosi
attraversano l’orizzonte; il sognatore spaventato vede balenar le
sciabole, scintillare le baionette, fiammeggiare le bombe,
incrociarsi mostruosamente i fulmini; sente, come un rantolo in fondo
a una tomba, il vago clamore della fantastica battaglia; quelle
ombre, sono i granatieri; quel luccichio, sono i corazzieri; quello
scheletro è Napoleone; quell’altro scheletro è
Wellington. Tutto questo non esiste più, eppure cozza e
combatte ancora; e i burroni si tingono di rosso, e gli alberi
fremono, la furia arriva fino al cielo, e nelle tenebre tutte quelle
alture selvagge, Mont-Saint- Jean, Hougomont, Frischemont, Papelotte
e Plancenoit, appaiono confusamente coronate da un turbine di spettri
che si sterminano tra loro.


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