Da “History”: il Macello Universale

Il “romanzo” History (Mondadori, 2017) entra letterariamente e filosoficamente in molte istanze emerse in questi anni, dall’imporsi accelerato delle A.I. all’evaporazione dei canoni storici, dal mutamento del lavoro e del denaro al rimbalzo reazionario. Il libro si apre con un lungo antefatto, in cui si legge lo snordarsi di un avventuroso percorso di un bambino degli anni Settanta/Ottanta in un quartiere popolare della capitale del nord. Dove è ospitato il Macello Comunale che qui diviene altro: un Macello Cosmico, un Macello Universale.
Il testo della quarta di copertina del libro introduce qui a parte di quell’antefatto.

Il futuro è crollato nel presente, aggiornandolo e mutandolo. L’accelerazione tecnologica riconfigura tutto e tutti. Le macchine e gli algoritmi si candidano a mutare geneticamente il pianeta e l’umanità. Nulla e nessuno è indenne: il lavoro non è più lavoro, il denaro è puro fantasma, la specie umana è pronta a ibridarsi, persino la biologia rischia di non essere più biologica e la Storia non è più storia.
Nella città più avanzata d’Italia si è installato un tecnopolo, in cui sta vedendo la luce un nuovo tipo di mente: un’intelligenza artificiale misteriosa e incomprensibile, a cui gli umani lavorano con dedizione cieca e speranze supreme. In questo bacino occidentale prospera allo stato bacillare il personaggio di uno scrittore, disoccupato e privo di qualunque riconoscimento, che riesce a trovare l’ultimo lavoro: interagirà, a vantaggio della mente artificiale, con una bambina altrettanto misteriosa, History, figlia di un tycoon della finanza, che soffre di una forma di autismo assoluto. L’intelligenza artificiale è molto interessata ai modi in cui History sente e reagisce alla realtà, vivendo in se stessa scene terrifiche e visioni infernali, dominate dalla presenza di una Trista Figura, una sorta di Uomo Nero che la invita alla scomparsa. In una deflagrazione di complotti e di sorprendenti svolte, il teatro umano che agisce in questo libro va incontro al momento decisivo nella storia della specie, entrando in un piano di realtà ulteriore, dove va in scena la verità di tutte le verità, un inedito horror della mente e dei corpi.
Per raccontare il futuro che sta velocemente alterando il nostro presente, la scrittura metafisica di Genna intraprende una sfida all’ultimo sangue con la materia e con la lingua della narrazione estrema, rappresentando una tragedia classica in forma di autofiction e di profezia. A partire da un antefatto visionario, che consegna al lettore un intero tempo italiano trascorso e che vale un libro all’interno del libro, History è un lungo e vertiginoso precipitare verso una scena assoluta, in cui si assiste all’ultima trasformazione: quella dell’umano in una nuova forma rivista e corretta, non meno commovente e demonica della precedente, a cui noi tutti ancora apparteniamo, ogni giorno sempre meno.

[…]

La natura ci dà questo posto, il Macello Comunale, dove ammazzano alla giugulare e scolano il sangue dagli animali, il sangue fiotta, grandi animali non domestici, appendendoli per le zampe con la testa grossolana, che penzola verso il pavimento lucido, lo innaffiano per scolare via il sangue nelle canaline. Un giorno alla settimana riversano tutto il sangue residuo e la zona si impregna di un odore ferroso, di crosta di sangue nella narice.

Vado verso l’area dove stanno alla sbarra, stanno lì alla sbarra mansueti, per qualche ora o giorno, i grandi animali non domestici, sotto tettoie, nutriti con fieno piacentino, tremano, ascoltano i boati e le urla della loro specie massacrata dentro l’edificio, osservano ruminando le file degli animali che vanno a prendere il chiodo nella tempia, nella cervice, per essere adeguatamente tagliati e mangiati da noi, anche i piccoli, i vitelli con lo sguardo umano o addolcito, così simili a noi i bambini.

Noi ci sentiamo a volte piccoli bovini, masticando a lungo i fili d’erba. Invidiamo la loro mansuetudine, il loro nirvana, la loro sacralità conclamata in altre nazioni mondiali, dove sono più poveri e creduli che in questa nazione rotta a ogni abbassamento, a ogni annullamento di credenza. Ci è chiaro che qui da noi nessuno crede davvero a nulla. La cifra italiana, ci è chiaro, è un fatto culturale, è tutto nell’educazione che stiamo subendo, riottosi e proclivi a una fede animistica e pagana, del tutto irrazionale e capace di manifestazioni colorate ed eclatanti, come in Messico la Santa Muerte, dove ci raccontano che i messicani, simili a indio, venerano nelle chiese le lattine della Coca-Cola: siamo d’accordo, la veneriamo anche noi.

Veneriamo le patatine e le caramelle acidule con tanta antracite dentro, che sanno di banana, e soltanto l’impatto con le onde gravitazionali che sono la televisione sta facendoci mutare i gusti, che non era previsto fossero di moda o così rarefatti, capaci di impadronirsi di noi con il vecchio trucco del falso bisogno fatto sembrare necessario e autentico, spacciato televisivamente come desiderio, una forma ulteriore e meno materiale dell’eroina e del metadone.

C’è, sotto la tettoia, solitario, nell’ombra che è pure calda, unico, che mastica e mi fissa: un bovino. La zona di attesa del chiodo è deserta, c’è soltanto questo bovino. Il sabato e la domenica il Macello Comunale è una cittadina fantasma, i vaccari e i mercanti di carne all’ingrosso latitano, stanno diventando ricchi, ingrassano, da sempre contrattano al rialzo, la carne è oro vivo, oro rosso venato di infiltrazioni lipidiche più o meno pregiate. Lo scamone costa ancora molto, il filetto è impossibile.

Il bue non si ritrae nel fondo dell’ombra, è immobile. Sembra un toro. Mi fissa con gli occhi pieni e lacrimosi del castrato. La sua forza è in potenza, come tutto il nervosismo. Il piccolo umano che sono lo lascia indifferente, è un animale spirituale, che utilizza la masticazione delle fibre vegetali come una forma di meditazione grave, ossessiva ma calma. Sembrano guardarti dal centro dell’essere.

È autoctono, chissà di dove. Sono evidenti in lui i montaggi che risalgono all’uro e alle sue ferocie. Il bisonte americano è scenografico, questo bove impressiona invece per la sua indifferenza agli effetti, alle striature del manto: è carne semplice che ti fissa. Il suo occhio è vivente e surclassa quello di vetro del nonno. È capace di piangere.

Un’umanità scalpita in lui, che rimane sepolta, qualcosa di stopposo e granitico e sapienziale sembra estinguere nel muscolo ogni passione viva. Guarda alle emozioni con un distacco ascetico, ma non da eremita. La sua possanza riduce il mondo a un cono di luce che illumina lui, si guarda a lui, se solo c’è.

Un’antilope ha un sembiante che potrebbe impressionare allo stesso modo, ma è fugace e spaventata sempre, il bovide no. Pone l’apparato scheletrico, massiccio e dalla midolla deliziosa, in una posa statuaria che è pronta a confrontarsi con la morte di tutta la specie, oltre che di se stesso. La sua mansuetudine ha un che di ammirevole, non di provocatorio. L’osso mascellare manduca, è simbolico. I mascellari hanno creste, trasversali. È capace di silenzi profondissimi durante gli sforzi più umilianti e che provano. I buoi sono ombre del distacco.

Come dissodano il terreno ce lo insegna il sussidiario con immagini ad acquerello e grandi e ci dice che c’è la fiera del bue grasso di Carrù. Non fanno scempio di niente e di nessuno, i bovidi, se non di prataiole. Qui gli si dà foraggio fatto di paglie di leguminose, steli secchi e nudi di fava, veccia, fagiolo, pisello e di altre leguminose da granella. Lo si trebbia nel Piacentino. Lo diceva Rotore, io lo ho visto di persona. Questo bue regna ogni terra.

Come respira con un fiato eroico stando immobile e bovino! Ha zoccoli d’oro e corna di metallo nobile, narici impreziosite di gemme e di opale, gli occhi caricati di fuoco dall’interno dietro una membrana sottile di antimonio, che si arroventa ed emana il calore vindice e contrario alla sconfitta dei mondi e degli universi, e il manto stellato di costellazioni. Sul fianco destro poderoso si stagliano le stelle a forma di peribolo e all’interno del peribolo tre astri numinosi, centrali, come la Rigel; sul fianco a sinistra una costellazione disegna un profilo pericleo che guarda avanti a mostrare la direzione del futuro verso cui la nave-bue va.

La coda si agita maestosamente con il vigore delle grandi comete centrali, rivoluzionando a destra e sinistra con un ritmo regolare come il battito lento di un cuore tranquillo. Il suo cuore è di bronzo istoriato di tutte le storie dei bambini più antichi e notevoli della specie, che si costruirono da soli i dadi e li giocarono sulle sorti universali, dai nomi impronunciabili degli assiri e dei babilonesi, bimbi che si chiamano per sempre Labartu, Uttaku, Ilu Limnu, un cuore di bronzo a dimensione della testa di un bambino.

Le vene drenano e veicolano un liquido di grafite per ammassare un blocco di ghiaccio intorno al cuore che affoca, l’intestino è di ghiaccio, le ossa di diamante, la carne è celeste come la lingua, sulla quale è disegnata la mappa dei pianeti abitati. Non è erbivoro e mastica la carne dei bambini umani, che dobbiamo tributargli affinché il suo fiato non si abbatta sui nostri cieli, fragili e sottili. La nostra atmosfera è fragile e insicura, l’avvenire lo garantisce il bove universale, è immobile nell’ovunque, fuori dall’equivoco dello spazio e dalla truffa del tempo, ci osserva senza provare emozione o libidine alcuna, non pensa di noi niente, pensa al niente…

Sulla nuca all’improvviso mi colpisce una lingua di bue, qualcosa di vivo, qualcosa di mencio e bagnato, che mi cola sui capelli e mi resta addosso e di scatto vado con la mano scura a toccarlo ed è un pezzo di carne. È rossa, è fresca, è sierosa. È Rotore, me lo ha tirato lui. È alle mie spalle, a una decina di metri. Sono qui per lui.

Rotore macella i buoi. Da una decina di anni, prima che ci fossi io, prima della mia apparizione in forma di carne lui aveva a che fare con la carne, ne sa i tagli. Non sa nulla dei listini prezzo, dei mercati. Non si affaccia al recinto dove trattano. Lui sa solo della gabbia di stordimento, accompagna lì il vitellone da carne o il manzo, oppure sta nel recinto e spara con la pistola a chiodi o a proiettile captivo. La pianta in mezzo alla fronte, spara, è un tonfo, un risucchio sordo, istantaneo, è una favola quella che perdono coscienza subito.

Dei vitelli si rialzano persino, lo ha detto Rotore. Annusano il sangue nel recinto, si spaventano, gli cedono le zampe, non vogliono, mugghiano immensamente come il treno merci che passa sopra i Tre Ponti, così, a lungo, sbilanciandosi. La ferma volontà del bue è la medesima dei padri fondatori. Devi tenergli la testa e un altro sparare e poi veloci a tirare su il corpo con il paranco, a testa in giù, per fare scolare il sangue: se non è refluo, ma a uso alimentare, lo pagano bei soldi, anche se non li prende Rotore, lui è solo un dipendente del Comune, il macello è comunale e lui odia le scottone.

Dice «hanno la fregna sempre in calore, per quello le hanno chiamate così, che scottano, sono bollenti, perdono il secreto, è viscoso e puzza. Tu lo sai cos’è la fregna?» mi ha detto Rotore. A macellare l’equino è più difficile e rumoroso, anche i buoi capiscono, qualunque animale capisce tutto prima, ma l’equino scalpita e nitrisce troppo e non riesci a tenergli la testa ferma per il proiettile captivo, ha il collo troppo lungo e flessuoso, sono più nervosi e agili, qualunque animale sa piangere.

Noi mangiamo cadaveri secondo il credo teistico dell’evoluzione. Quelle molecole ci ingolosiscono, fanno il sangue buono, durante la guerra non c’era. La carne: questa utilità, questa sostanzialità gastronomica. Il parco buoi delle borse la dice tutta, al mondo, impartisce una lezione: la carne costa. Stramazzano a volte al primo colpo, a volte ne impieghi due, anche tre. Poi il paranco, rovesciarlo, è pesantissimo.

Va scuoiato, a strappi, devi tirargli giù la pelle, poi c’è la stanza accumulo delle pelli, per la concia, «da dove vuoi che esce la borsa di tua mamma?» dice Rotore, anche se la mamma una borsa in cuoio non ce la ha, costa troppe lire, forse duecentomila, ha una borsa con i manici di falso legno in plastica corrugati artificialmente ed è di tela di un tessuto écru a scacchi di molti colori, con disegni minuti ripetuti stile Holly Hobbie, che è una bambola che non c’è, sta su dei diari e quaderni fatti con delicatezza e pallidamente, per le bambine, ma a volte in cartoleria sono terminati i quaderni maschili e allora sei costretto a prendere quello Holly Hobbie e quando li tirano fuori dalla cartella li sfottiamo, diciamo che è omosessualità.

Dice Rotore che c’è anche chi se le scopa, le scottone, con quelle fregne larghe, brodose, viscose e tutto, qui, al macello comunale, «non credere» dice, anche si inculavano un cavallo una volta, erano in tre, uno era degli Spreafuoco, hanno pagato per incularselo, sono montati su uno sgabello, lo hanno fatto, anche se qui i tossici non entrano, qui deve restare pulito dai tossici e i macellatori bastonano chi prova a scavalcare la muraglia, una volta sono andati anche oltre, «hanno trasceso», dice Rotore, hanno sparato un proiettile captivo nella spalla di uno, va bene perché non esce sangue ed era un tossico, ma Rotore non era presente quella volta, glielo hanno detto.

È da quando c’era il Duce che si macella, qui. C’è sempre ovunque il Duce dappertutto, anche la scuola è stata costruita dal Duce, ha fatto tutto lui, la scuola nell’Italia unificata dove i bambini uniti della zona potevano frequentare corsi ginnici e natatori, anche il deposito dell’ATM dei mezzi pubblici davanti al macello pubblico, anche la stazione a cento metri in linea d’aria dal macello, il Duce ha sempre fatto tutto.

È sempre presente nelle nostre vite il Duce, anche se è il passato, ma sopravvive come un’ombra ovunque, che incombe, ma da dentro, da sotto, nero, deciso, burrascoso, fumantino, implacabile, umorale e non eradicabile dalle pietre che ha posto, qui, ovunque, squadrate, con delle geometrie definite, fasciste. Anche il palazzo di giustizia dove ci spacchiamo gli incisivi lanciandoci sulle gradinate è suo, del Duce, anche la piscina comunale verso Segrate, anche i maestri erano del Duce e sono sopravvissuti, sta nelle pietre e nella carne, è come un’immagine che non c’è, immateriale ubiqua, più potente delle immagini eiettate eteriche del televisore e della libera emittenza.

Dove c’era il Duce non c’era la libertà ma adesso c’è, è tutto frammisto, tutto italiota, continua, cambiando, saturo, come un recinto di stordimento, come un proiettile captivo che ti entra, mentre cresci, cresce la carne e spiritualmente il Duce è ovunque nelle cose che ti premono addosso e nelle carni che ti premono addosso.

Il Duce era molto più vasto e sempiterno del Duce quando era vivo ai suoi tempi, questo lo capiamo noi i bambini di adesso. Prima pensavano di averlo sconfitto, avevano questo cartone animato della realtà in testa, che lo avevano sconfitto in quattro anni di una guerra con molti morti militari, civili e aerei che sorvolavano la zona anticipati da un aereo di ricognizione, prima del bombardamento, cercavano di evitare la contraerea posta nel tetto a spiazzo della grande casa a fronte del Macello Comunale, anche quella casa l’ha costruita il Duce.

È impossibile pensare un tempo in cui non ci sia il Duce, qui, ovunque. Non esiste questo futuro. Chiunque sempre saprà che c’è il Duce e quello che ognuno fa si appoggia alle cose volute e realizzate efficientemente e con una certa geometria dal Duce. Non possiamo immaginare bambini futuri che prescindano dal Duce e non abbiano presente ogni secondo della giornata il Duce.

Quel tempo senza Duce è inesistente, è una fantàsima, un fumo della fantasia. Senza il Duce sarebbe un tempo liberato e forse gioioso, senza residuo, volatile e leggero come l’elio che innalza i palloncini venduti dal venditore di palloncini psicotico nella piazza dei giardini pubblici, un venditore sempre affrettato che cammina, non sta mai fermo, devi rincorrerlo, con le duecento lire dorate nella manina a chiamare «Signore!», sembra fuggire perennemente.

E anche la perennità in un certo senso è il Duce. Il venditore cammina veloce e contratto, sembra vergognarsi e fuggire e tu lo raggiungi e ti infila il filo bianco di un cotone strano, senti la pressione verso l’alto dei palloncini rossi, pronti a innalzarsi, a centinaia, migliaia, dalle manine di tutti noi bambini, dai giardinetti in cui sono confluiti tutti i bambini, con levitazione allegra e incerta, palloncini uniti che si innalzano e destinati a scoppiare per la pressione della nostra atmosfera fragile ma non inerte, pericolosa.

Con l’elio dentro che proviamo a insufflare dal tubo di una bombola una volta nella vita per fare una voce garrula e sgargiante, tipica dei cartoni animati disneyani, si va avanti per minuti, è un gas esilarante e si diventa stupidi, è un’eroina immateriale dei bambini che non si vede, l’elio dei palloncini, è un cartone animato della realtà che ci entra in corpo ma è volatile, è un’allegrezza diffusa che ci resta dentro sempre, dai cartoni animati ai giorni felici di Happy Days, in un futuro quasi immediato, quando le immagini si sono raffinate e dagli schermi escono e ci esilarano.

I palloncini a centinaia di migliaia con i loro fili tremuli come spermatozoi rossi che non feconderanno il cielo, il cielo non ha filiazione se non noi e i buoi e gli equidi, i palloncini scoppieranno a un dato punto, lo attendiamo con ansia che esplodano, come di felicità per la felicità nostra, che siamo felici di vederli morire, attendiamo la loro morte in cielo e ci disinteressiamo della lenta caduta dei resti del lattice e del filo, che avviene altrove, dove non sappiamo.

Ci fa indifferenza e non abbiamo mai trovato se non un paio di resti morti di un palloncino, ignorandoli, afflosciati e contratti e privi della vitalità dell’elio, il nostro macellare palloncini inerti con la felicità captiva, mentre il venditore si allontana nella sua fuga di nevrotico troppo, trattenendo per la mano decine di fili, sempre surclassato dalle decine di palloncini, nessuno vuole quello bianco, il venditore fugge con sei o sette palloncini bianchi e molte monete da duecento lire, mangia con quelle, non parla con nessuno, mantiene segreta una sua pedofilia che gli appiccicano addosso nei pettegolezzi le mamme.

Una donna gli ha urlato una volta «Girolimoni!», una parola bella e solare che abbiamo iniziato a utilizzare per insultare l’omosessualità tra di noi.

Il Duce vietava i palloncini, conosciamo i suoi divieti ovunque, in una società fatta a immagine e somiglianza della sua mascella, con uno sguardo che aveva perduto la credulità romagnola per assumerne i tratti dell’oscura follia tipica di quei luoghi, dove si dice che sono anarchici e folli, verso Bondeno, più che nella città, e così ha imposto alla nazione una follia a forma di mascella squadrata e cattiva, in un’esaltazione del consenso nazionale tutti sono diventati cattivi sotto il Duce e la sua ombra gigantesca da dentro le cose e le persone giunge intatta fino a noi, con il suo busto tozzo e di carne bovina.

Vogliamo tutti sparare il proiettile chiodato nella sua tempia celeberrima, che ci mostrano in prima elementare a monito e conferma che lui esiste, superesiste, nelle pareti diacce di granito della scuola regia, fantasma solido che abita nell’ovunque qui.

Rotore lo odia, è comunista, come mio padre e mia mamma e me, noi ci opponiamo al busto del Duce con una determinazione inflessibile che è per sempre, non esiste un tempo che non si opponga al Duce, è inconcepibile adesso e per sempre, il Duce è una Holly Hobbie gigantesca maschia, squadrata e priva di disegnini, che ha a che fare con il compulsare tutto, controllare tutto, inculare i cavalli e uccidere i buoi e mangiare la carne cruda e bere il sangue refluo, il Duce è teatrale pretelevisivo, è lui che ha penetrato la televisione e adesso ne esce in forma televisiva, di immagini televisive che ci sconcertano e ci piacciono e noi le ripetiamo tutte, nella vita dentro il mondo.

Rotore mi fa cenno e lo seguo, dice che il pacchetto con la carne per i miei è pronto e nella casupola dove scolano c’è un tavolaccio e su quello il pacchetto in carta oleata del macellaio e dentro c’è l’ossobuco. Chiede «È morto, tuo nonno?» e io annuisco e gli dico che il cadavere è a casa e lui scuote la testa grossa e interessante, con quei riccioli unti appiccicati sulla fronte troppo larga e alta, percorsa da una ruga unica che si approfondisce quando si acciglia, e si acciglia per la morte del nonno e scuote tutta la testa interessante.

Rotore abitava nelle case popolari e conosceva i miei, ma poi lo hanno mandato via, in altre case popolari, più brutte, fuori. Quando ero piccolo mi faceva roteare per aria con le braccia che sembrano torsi equini. Ha questo grembiule verdemarcio lucido interessante addosso, contro il sangue che schizza, impermeabile. Ci sono dei guanti dello stesso materiale, lunghi come quelli per lavare i piatti, lasciano quando si tolgono un odore di candeggina andata a male e dei fregugli di materiale bianco che odiamo e spulciamo dagli avambracci. I padri non indossano mai quei guanti.

Rotore mi dà l’ossobuco per i miei, ma non è vero. «Fagli le condoglianze» mi dice, ma non le farò, fingo, perché ho chiesto l’altro giorno di fare uscire di straforo l’ossobuco per i miei, piace a mio padre, risucchia la midolla grigia coi filamenti bianchi, morbida e dolcissima, intinge tutto nella suga che mia madre produce con delle lattine di pomodori, lattine artistiche quasi, col coperchio che taglia le dita quando è sollevato, usiamo quei coperchi per farci male nei pomeriggi per non annoiarci, ce li lanciamo, sono dischi vibratili argentei che fendono l’aria e la carne, profondamente. Proviamo a leccare la lama, sa di metallo vivo, di zinco delle pile, di cosa accesa.

Chiedo a Rotore, è bello quando mi spiega, e dice «Non preoccuparti del liquido verdastro che esce dal collo, è il bolo del bue». E la testa? Glielo chiedo, ma lo so già. La si asporta. C’è l’eviscerazione della lingua, che salmistrano. Il resto della carne della testa è edibile, va tritata, anche con ossa e cartilagini, va nella carne in scatola. C’è il deposito delle teste bovine. Rotore mi ci porta, me lo fa vedere. Non è la prima volta.

È la favola della carne. La porta è pneumatica di metallo, con un’apertura circolare, sembra un piccolo timone, che Rotore gira. La stanza è circolare e mi sorprende, sembra rotatoria e per metà è eretto, nella stanza, quasi un tumulo di edificio, una diroccatezza fatta di crani semivivi di bovino, alcuni hanno gli occhi, non sono teschi.

Lo zaffo ammoniacale della carne che marcisce brucia le narici e giunge trionfante al cervello e la testa gira, come la stanza che sembra ruotare di fronte al cumulo di ossa e carne e gelatina di quegli occhi che non lacrimano ma non sono disseccati e stanno per essere espulsi la domenica con dei camion che li portano a triturare. Cosa fanno con la tritura di osso? «Per i mangimi dei polli, viene una polveraccia, fa schifo, la fanno nel Piacentino» dice Rotore e poi dice, guardando un occhio spento in un semiteschio che sporge dal muro di crani senza pelle con i residui di carne annerita: «Estrailo».

È vero che voglio l’occhio, ne ho paura. Non è l’occhio di vetro nella carne morta del nonno. Non si insinua in me e spira da dentro lo spirito pauroso della trista figura del nonno, che sembra fatto di mangime per polli.

È nell’orbita ossea che mi fa paura, nel muro di ossa e carne di questi musi bovini che sporgono, sembra di essere nei nuovi film di alieni che fanno paura, dove io avvicino la mano, la tendo, piccino, verso dei resti di carne vermiglia, come fiori non ancora disseccati che stanno nel profilo di un muso di grande animale non domestico, dove avventuro le dita e l’occhio è scuro e mi avvicino e lo sfioro e penetro con le dita e lo prendo: lo prendo.

«Te lo tieni per fare paura agli altri, che gioco!, eh?» e ghigna Rotore, che non può ghignare perché è baritonale e quindi rimbomba, è una risata trista che si trascina in eco alle pareti circolari del deposito teste, non c’è nulla in lui del western arcaico e nulla di pagano, però di sacrale sì, di vita sì, di infrangere la vita sì, di partecipare a un omicidio alieno, di vestire il grembiule di gomma verdemarcio pesante e quel chiodo da fare andare al centro dell’osso frontale, dove sono bucati, vedo, tutti i crani e di colpo ho l’occhio in mano.

Come è dura la sclera, la cornea… Come è rotondo e grosso e Rotore gli taglia un nervo, un muscolo, lo trincia, me lo riconsegna, lo metto nudo in tasca, sembra la pallina di un tennis, più piccolo, ancora vivo, duro, quella gelatina che era si è pietrificata, è una sostanza nuova che ho nella tasca e le scarpe correttive mi riportano all’entrata, accompagnato da Rotore.

Esco in un trionfo magro, in un lutto incerto, il nonno non c’entra, Rotore rinnova le condoglianze, vuole sapere poi che cosa pensano i miei dell’ossobuco fresco nel pacchetto che porto con me dove so io ed esco, di fronte alla casa fascista, mentre la circolare mi impedisce la vista passando con il suo stridio e sbuffo, vuota, con il bigliettaio grasso addormentato sul retro nel suo posto, dietro la sbarra dove si vidimano i biglietti.

Vado…


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