Uno scrittore venuto a trovarmi a casa: “Non può essere visto soltanto dalla prospettiva dell’aggregazione comunitaria, il mito. Altrimenti si giunge alla persuasione, occulta o palese, alla calcolabilità. Che cos’è il mito?”
“Una domanda aperta. Si pone nello spazio oscuro per cui dall’essere, misteriosamente, si giunge all’esserci del mondo, al divenire – un salto buio, dove non vediamo. La letteratura mitizza quando si pone, non in forma di risposta, ma in forma di immagine che domanda, in quello spazio. Non dipende dalla percezione. Il mito viene configurato dalla percezione della specie che mitizza (mettiamo: lo stupor mundi), ma la potenza da cui emerge è della natura e prescinde dalle specie che percepiscono. Estinta quella umana, non le stesse configurazioni mitiche, ma le potenze da cui il mito scaturisce influenzerebbero anche altri apparati percettivi. La forma dura e materiale, il divenire tutto pone la domanda del mito”.
“Quindi è una domanda sul fatto che il disumano, o l’assenza dell’umano, sia nell’umano e il metafisico nel fisico. E’ la natura che irradia il mito, secondo te?”
“E’ l’essere. Nel passaggio di creazione (sia il Big Bang o altro), vi sono dimensioni che non sono parallele, ma interlacciate al tessuto universale che cogliamo soltanto nella sua dimensione materica, ma si tratta di mondi non captabili da percezioni e nemmeno da protesi tecnologiche delle percezioni. E’ l’etere aristotelico o l’akasha degli orientali. Lì dimorano le potenze. Il pianeta Giove, la sua forma, irradia comunque una potenza, a disposizione di qualunque apparato percettivo, cioè coscienziale, che intercetti quella forma. La dualità in toto esprime la potenza mitica”.
“Dunque il tragico utilizza il mito come forma primaria, specifica della specie umana. Ma il mito risiede nel regno delle potenzialità. E’ già la tesi della filosofia della natura di Schelling”.
“E riconduce l’uomo alla natura: cioè al non pensare, all’essere che accade, senza che linguisticamente (cioè attraverso l’intelligenza dialettica) sia possibile descrivere questo accadimento dell’essere”.
“Bisogna apprendere dunque a modificare il meno possibile ciò che emerge nell’atto della scrittura. Fare in modo che ciò che si scrive (o da cui si viene scritti) appaia già conformato in forma mitica. Intercettare…”
“Questa è la mia posizione. Poi ce ne sono molte altre. Però per me il centro totale è questo: è questo che determina la ‘penultimitività’ della letteratura”.
“Sì: che è ‘penultima’ perché non può rappresentare il mito fuori dal linguaggio e, quindi, fuori della specie”.
“Esatto. Questa è la mia poetica: la mitografia dell’aperto e del misterioso in questo senso…”
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