[Mi interessa la letteratura? A questa domanda dovrei rispondere “sì”. E mentirei: perché mi interessa un territorio che supera la letteratura, la sopravanza, ed è un territorio di perenne indagine. Si sostituisca ad “attore” la parola “scrittore”, a “spettatore” “lettore”, a “teatro” “letteratura”: ed ecco che è ancora Grotowski a incaricarsi di enunciare quanto io non riesco a enunciare e che ho deciso di fare enunciare ad altri – non soltanto Grotowski. Tra il 1970 e il ’73, il grande regista polacco si esprimeva così, attraverso parole che valgono per arte, amicizia, amore e morte – cioè le aree umane dove l’incontro con se stessi (e quindi con gli altri) è intensificato alla massima potenza. La forma artistica extracanonica a cui allude Grotowski è dunque identica alle meccaniche amorose: un altro discorso che non riesco a fare…]
Non condurrò più esperimenti teatrali; la teoria sulla recitazione esposta in Per un Teatro Povero appartiene ormai al passato; gli esperimenti intrapresi riguardano ormai forme di attività che non avevano alcun rapporto con i tradizionali concetti teatrali di “spettacolo” e “spettatore”. Mi sta a cuore l’attuale tendenza del teatro? No. Ed inoltre, mi sta a cuore il teatro come arte? Dovrei dare una risposta affermativa. Ma è essenziale e fondamentale? No…Potrei dire che stiamo cercando un certo genere di territorio, diverso dal teatro…La ricerca stessa potrebbe diventare un campo di indagine.
[…] Nella paura, che è collegata alla mancanza di significato, noi smettiamo di vivere e cominciamo diligentemente a morire. La routine prende il posto della vita e i sensi – rassegnati – si abituano al nulla […]. Questo guscio, questo involucro sotto il quale ci fossilizziamo, diventa la nostra stessa esistenza; ci irrigidiamo e ci induriamo e cominciamo ad odiare chiunque abbia in sé una piccola scintilla di vita che ancora debolmente brilla. Non è una questione spirituale: comprende tutti i nostri tessuti e la paura di venire a contatto con qualcuno, di esporsi è sempre maggiore […].
E che cosa rimane di vivo? In Polonia si dice: Noi non eravamo lì – la foresta era lì; noi non saremo lì – la foresta sarà lì. Dunque, in che modo essere, vivere, procreare come fa la foresta? Posso anche dire a me stesso: sono acqua pura che scorre, acqua viva: e allora la sorgente non sarò io, ma lui o lei: qualcuno a cui io vado incontro, davanti al quale non mi difendo. lo posso essere l’acqua viva solo se quel qualcuno è la sorgente […].
Quando si guarda il mondo per vedere (e molti guardano per non vedere), si nota ciò che è debole e insicuro, ciò che sta pulsando verso la sua nascita. E’ una cosa nuova tra la gente – che ancora quasi non esiste, ma che si può già sentire, un mezzo impulso, una mezza necessità. Quella cosa – sto deliberatamente usando un termine per sua natura freddo – è una diversa sensibilità [,..]. Insieme a qualcuno, ad altri, in gruppo – la scoperta di te stesso e di lui. In questo c’è anche qualcosa di simile ad una purificazione della nostra vita. Il che mi fa anche pensare, in modo molto concreto e tangibile, a un’ azione: purificare. Qui non esistono altri modi, si deve parlare per associazioni: ad alcuni sembrerà astratto, persino imbarazzante o ridicolo, ad altri apparirà concreto, così come lo è per me. Anche questo è un modo per poterci riconoscere a vicenda. Corro, dunque, questo rischio e vi parlerò delle associazioni. Eccone solo alcune, sono moltissime: giochi, scherzi, vita, la nostra specie, tuffo, volo; uomo-uccello, uomo-puledro, uomo-vento, uomo-sole, uomo-fratello. Ecco la più essenziale, la più importante: fratello. Contiene ‘l’mmagine di Dio’, la generosità e l’umanità; ma anche il fratello della terra, il fratello dei sensi, il fratello del sole, il fratello del tatto, il fratello della Via Lattea, il fratello dell’erba, il fratello del fiume. L’uomo così com’è, nella sua interezza, in modo che non si nasconda; l’uomo che vive; e questo significa: non chiunque. Corpo e sangue, questo è fratello, cioè dove si trova ‘Dio’, il piede scalzo e la pelle nuda, nei quali c’è il fratello. Anche questo è una festa, è essere nella festa, è essere la festa. Tutto questo è inseparabile dall’incontro: un incontro reale, pieno, nel quale l’uomo non mente a se stesso e vi partecipa nella sua totalità. Dove non c’è quella paura, quella vergogna di sé che dà origine alla menzogna e alla simulazione, che è di se stessa progenitrice, in quanto è a sua volta nata da una menzogna e da una simulazione. In questo incontro, l’uomo non si rifiuta e non si impone. Si lascia toccare, non preme ,con la sua presenza. Avanza senza temere lo sguardo di nessuno, è integro. E’ come se parlasse con la propria individualità: tu sei, dunque io sono. E anche: sto nascendo perché tu nasca, perché tu divenga. E anche: non aver paura, vengo con te.
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