Valeria Parrella: “Tempo di imparare”


Mi sembra estremamente perturbante l’ultimo libro di Valeria Parrella, “Tempo di imparare” (Einaudi). La materia esistenziale è anzitutto perturbante, però poi c’è il fatto che questa materia è comune a moltissime persone e non tutte dispongono delle capacità linguistiche di Parrella, sicché ne deriva un libro che romanzo nel senso generico (dei generi di poetica) si fatica a definirlo, mentre è più propriamente un ingaggio di moduli di tragedia classica, poesia e riflessione profonda, sempre condotte per svolte stilistiche sorprendenti. Il confronto tra “io” (madre) e “tu” (figlio piccolo, chiamato al vocativo “figlio” in determinati momenti per nulla casuali), nel ribollire incandescente della situazione politica italiana (una situazione sociale, una situazione clinica, una situazione di pòlis greca andata a tumefazione, una situazione psichica personale non soltanto dell'”io” narrante) appare tumultuosamente governato verso punti di impossibilità a dire la parola, a pensare il pensiero, a nominare il nome, a formalizzare la forma. Quello “spazio bianco” con cui la scrittrice napoletana continua a misurarsi, via via redigendo storie esemplari che sembrano formulate da un Tacito dedito all’interiorità quanto al campo del percetto, è un “non sapere” molto concreto, che ristabilisce le quote degne di qualunque letteratura tesa ad affrontare la fine dei linguaggi e l’emersione bruciante della vita vivente.
Spesso mi chiedo se ho un debole per la scrittura di Parrella, ritenendo io di non averlo per nulla. La continua e sempre sorprendente slogatura linguistica e immaginale, certa secchezza sapienzale dei dialoghi (davvero meno shakespeariana che sofoclea), l’indeterminatezza di ciò che dichiaratamente viene posto quale “asticella” a partire dal titolo, l’esito finale che è sempre altamente formale e carico di persuasione poetica (una modalità della seduzione che questa scrittrice desume da una propria anarchia interna, spesso prepotente e altrettanto spesso accoglitiva), la prosodia che è davvero uno stile connotativo forte e radicato in evidenti studi e vocazioni – tutti questi elementi mi fanno propendere per una risposta molto tranquilla alla questione del rapporto con la seduzione linguistica operata da Parrella: è una scrittrice da leggere, oggi la sua è una scrittura che esiste. Ciò è molto, a mio avviso.
A disturbare non intervengono neppure le passionali e sospirate, quanto immotivate e scipite, reazioni di operatori fintoculturali, che lasciano il tempo che trovano. Come dicevo, la materia esistenziale impone da sé l’eruzione di pietas che è chiaramente data per scontata dall’autrice e che davvero non sarebbe il caso di sottolineare o enfatizzare emotivamente, poiché la cifra di Parrella è sempre quella di sprofondare nell’emotivo a tale punto da trascenderlo. La lettura ne risente, com’è ovvio. Si è sempre accompagnati da un sistema poetico ben oltre l’evidenza del fatto umano che crea scompenso, che turba. Non c’è oscenità, esibizione del dolore o, al contrario, ipocrisia tipica di quel genere orrendo che è l’autofiction. O si comprende questo o si fa pubblicità, il che va benissimo, spero anzi che tanta pubblicità si faccia sempre intorno a scritture simili, che tuttavia meritano una lettura più ferma e rigorosa, se non altro per attivare lo sguardo che sempre tali scritture richiedono e che, se negato, impone una vaga depressione affettiva a chi scrive o artisticamente crea. Secondo me i libri di Valeria Parrella meritano tale sguardo.

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