Un po’ di parole al vento da profano musicale. Ho sempre pensato che la cosa più lontana da un archetipo, da un’esperienza arcaica trattenuta e ripetuta e variata fosse la musica Country. Questo è molto strano, se penso al parentado che questo genere vanta, in particolare con il folk alla Woody Guthrie e alla tradizione popolare del Dust Bowl, che costituiscono uno degli autentici “momenti storici” – in senso continentale e novecentesco – degli Stati Uniti. Quel sentore da Appalaco di pianura, quegli intrecci orrendi e ciechi della genetica e dell’esistenza priva di redenzione in Faulkner e Steinbeck e giù giù fino a McCarthy, quella tenebra a uso del morboso da cui fugge la giovane Scarpette Rosse in “Oz”: è certamente un “sapore” che qualcosa ha a che fare con il Country. Lungi da filologie che contemplano differenze e accostamenti tra lo strano blues parlato di Guthrie e lo stracischio di Vernon Dalhart, devo dire che, da italiano formatosi nei Settanta e Ottanta italiani, per me il country è unicamente l’explicit degli episodi di “Hazard”, con la cugina Daisy che erotizza grossolanamente quei locali tutti legno e cuoio e fibbie metalliche arzigogolate con motivi secessionisti. A differenza del mio sodale Igino Domanin – un uomo che, in tutto segreto, è riuscito a elaborare una genealogia ontologica sul Country – non mi sogno nemmeno di godere della gioia artefatta, ipocrita, compulsiva e metodista di Frankie Laine o John Denver. Odio i loro sorrisi implumi o la rude epidermide segnata da bionde barbe sfatte, non tollero le loro capigliature vivacemente troppo lunghe e lisce o eccessivamente ricce o artefattamente arruffate, detesto i loro sorrisi da dentifricio Blanx, mi adiro di fronte alle loro smorfie orizzontali troppo allegre e caricate e che coloro intendono come inviti camerateschi a partecipare a una spumeggiante vita vivente. I loro abbigliamenti mi sembrano parodie di nobili stoffe canadesi o scozzesi, praticate da sarti paranoidi e dediti a braccare un esborso massiccio dai clienti. Il pellame trinito dei loro stivali fuori dal tempo, che calcano l’asfalto metropolitano, mi sa di australiano, nel senso che mi evoca la sgradevolezza di Crocodile Dundee e della sua virilità verdearancione. I loro rodeo, la loro visione del mondo brianzola, quei benjo maltrattati per cavarne fuori assoli frenetici e spastici, quelle grigliate consumate davanti a fuochi scoppiettanti in una natura né selvaggia né pettinata, i garage nelle case aperti per restaurare una convertibile rosso ciliegia del ’58, quell’occhieggiare tra palco e platea che abbatte la norma del corretto spettacolo in nome di un’unione carnale che si sa già culminare in mugolati nasali e americani, l’entusiasmo con cui ruminano apertamente le cicche al mentolo, l’ambigua relazione con i pozzi di petrolio, il vigore di istituzioni delle misteriose “contee” e l’onnipresenza dello sceriffo o del pastore che cedono alle pressioni corali e, sì, lasciano il boccale di birra sul bancone e si mettono anche loro a danzare battendo troppo pesantemente e ritmicamente le mani, la sempiterna chiamata di uno che si chiama “jr” (pron. “giùnior”), l’esibizione di cappelli da decadenza primonovecentesca del West, l’irreperibilità di negozi che commerciano in quei cappelli, le basette come forma di affronto e di griffe fintoarcaica da maori rieducato, la conventicola delle salcicce, il romanticismo del luppolo al chiaro di luna davanti a sicomori e stalle verniciate di bianco, la normalizzazione del negro che assume i tic linguistici e neurovegetativi del posto (un posto che non si sa che posto è: il Texas, l’Indiana, la Georgia, l’Alabama, perfino il Montana più buio e gelido…), le band inutilmente folte di elementi secondari che si pensano più degni del complesso di Raul Casadei soltanto perché sembrano lucidati con lo Svitol e vestiti da “Sette spose per sette fratelli” in estate, gli speroni intatti e sempre abbacinanti, i loro fermagli con le stringhe in cuoio sul petto sempre peloso e muscolare, gli ululati quando il gioco si fa duro e i duri ballano al centro del locale in assi mai sconnesse: ecco, questa fenomenologia Country mi sfianca, mi dà la nausea e – ci tengo a sottolinearlo per corenza nella surrealtà – non da oggi mi ammorba.
Sono quindi sorpreso che il paracountry di Avicii in “Wake me up” mi contagi di allegria, la quale volevo qui condividere con tutti coloro che possono apprezzare la perfezione di un attimo non italiano. Poi ho scoperto che Avicii è svedese e che la voce – una tonalità soffice e acuta e grave che mi ricordava una Tracy Chapman stridula – è di Aloe Blacc, mentre il tutto è stato scritto anche con uno che si chiama Arash Pournouri. Mi sono detto che l’unico modo con cui il Country può costituire qualcosa per me è facendosi globale e meticcio, abolendo cioè quel country dove fanno il whiskey illegale e fiutano tabacco e hanno tutti un’officina a cielo aperto.
Tutto questo, scritto appositamente lunghissimo per fare dispetto, introduce al pezzo di Avicii.
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