Lovestory spystory: un racconto


Pubblico qui, per eventuali amiche amici interessati, un racconto d’occasione, che mi pare uscisse sul “Corriere della Sera” un paio di anni orsono, in occasione di uno speciale, credo a tema amoroso. Voltavo una lovestory in spystory, a carattere mediorientale. Spero vi piaccia. Nella foto: l’impressionante cratere della ‘Porta dell’Inferno’ a Darvaza, nel Turkmenistan.

MIDEAST SPYLOVESTORY
di GIUSEPPE GENNA

In natura esistono miriadi umane, amorose o meno, ma soltanto due tipi di isotopi di uranio: il 238 e il 235. Con quest’ultimo si riesce a produrre la fissione nucleare. Bombe, se si vuole. Chiunque baci un altro essere umano fa esplodere universi interiori, chiunque arricchisca l’uranio può fare esplodere mondi o aree planetarie, catene montuose, intere regioni, nazioni. Israele per esempio. Per il bacio mortale servono regali: bisogna arricchire l’uranio, e questo è ciò che stanno facendo precisamente nei pressi di Qom, città teologica a nord di Tehran. Uno dei siti nucleari, i famigerati, punti sensibili da cui gli occidentali si attendono partire, ad altezza San Valentino 2012, la guerra nucleare che invererà la profezia maya.
Alan Guideline non può ricordare il giovane ossuto e ombroso Ruhollāh Muṣṭafā Mosavi Khomeyni aggirarsi per la polvere stradale di Qom. Alan non era ancora nato, ai tempi, e non avrebbe appreso dell’esistenza di Qom prima del 2006. Era già venerabile e barbuto Khomeyni , la futura guida del popolo, che ne avrebbe dettato le linee politiche, comportamentali, metafisiche – negli anni Venti fu al fianco del suo maestro ’Abd al-Karīm Ḥāʾirī. A Qom, Khomeini si insedò dal 1923 al ’62, specializzandosi in filosofia e gnosticismo. E’ da Qom e dagli anni Venti che parte il processo di arricchimento dell’Iran e dell’uranio che riesce a raccogliere per il mondo globalizzato della criminalità radioattiva. La bomba teologica Khomeini è pronta a esplodere tra poco. Alan Guideline si ricorda a una a una le torture subite per penetrare nel sito segreto in cui l’intelligence nucleare iraniana stoccava l’uranio arricchito che aveva acquistato da lui? No, il dolore, come in amore, si stempera con il passare del tempo. La stanza per gli “accertamenti”, un eufemismo di indebita dolcezza, gli era riservata in quanto sospetto. Isotopi 235 allo stato puro, nei contenitori isolanti in valigette metalliche, consegnati prima di essere catapultato, un cappuccio in testa a impedirgli di intuire il labirinto di vicoli teologali di Qom, in una stanza spoglia e squallida, nera di pece umana, gomma umana che era sangue umano coagulatosi alle pareti. Il suo passaporto da infiltrato Cia recitava una falsa cittadinanza australiana. Troppo sospetta per non essere adeguatamente vagliata. Furono due notti dai crepuscoli incendiati e dai lancinanti ululati di muezzin e di un agente americano sotto copertura, il cui colon veniva perforato da agenti massacratori capitanati da una donna: era l’ingegnere capo del sito nucleare di Fodrow, poco fuori Qom. Ne conosceva il nome, non l’aspetto, l’assai preparato agente Cia Guideline: la donna dietro l’hijab verde marcio, cioè il velo dietro cui pressa la potenza di tutto ciò che è femminile, la capoprogetto del più avanzato tra i laboratori nucleari iraniani, era stata fotografata in numerosi scatti da un satellite sapiente, eppure Alan Guideline non aveva altro che pixel sgranati per identificare a malapena il suo sguardo. Fatemeh Shirannejad era il nome della donna, forse falso, quanto l’amore coniugale di Guideline o il suo trasporto patriottico. In effetti, non sapeva perché faceva un mestiere così rischioso. E’ difficile, nel corso di un’intera vita, venire a conoscenza di ciò che si desidera. Ci si accontenta di compromessi o di enfasi fasulle, in fatto di piacere. Non è quanto accadde quando Fatemeh si presentò nella stanza delle torture e con uno sguardo altero, via via sempre più inerme, osservò lo scempio su certi chakra di Alan. Ed egli stesso ritrovò la capacità di vedere, fissando le pupille nere grafite di Fatemeh. Il colpo di fulmine, evento non necessariamente mortale ma comunque doloroso, rendevca nulle le scariche elettriche che le guardie della Rivoluzione impartivano alle carni dell’infiltrato. Che venne giudicato idoneo e leale: un mercenario da pagare per il servizio: arricchirlo per avere arricchito l’uranio iraniano. Quindi, rispedirlo a Sidney. Alan vantò competenze supplettive, in fatto di fissione. Trascorse tre settimane, stoccato come uranio, nel sito di Fodrow, riemergendo per osservare il brillìo delle cupole d’oro delle moschee universitarie di Qom, in lontananza, nel crepuscolo persiano che esplodeva come un’atomica lontana da Tehran e vicina al cuore. Era il cuore, in effetti, la ragione che aveva modificato i piani di Guideline e la missione della dottoressa Fatemeh Shirannejad. I loro corpi si annodavano disnodandosi, nel respiro affannato e canino, madidi di umori e insaziabili nel loro delirio di carne a due. Facevano l’amore instancabili come lo è l’uranio 235 arricchito al 3-7%, che mantiene costantemente in vita una centrale intera. Esplodevano, a ritmi inversi o in coincidenza, come pastiglie di uranio 235 arricchito all’80%, che serve per deflagrare al cuore della Bestia israeliana, secondo le profezie del Mahdi, secondo certe sura coraniche, secondo la follia di Mahmud Ahmadinejād, il tecnologo diventato sesto presidente della cosiddetta Repubblica Islamica, un ossimoro che non bastava il suo giubbino da Standa a nascondere. Volevano la Bomba, stavano costruendo la Bomba, volevano annientare la Bestia.
In un sussurro, nel trasporto che legava il suo sterno a quello della donna, Alan Guideline donò la propria esistenza: “Vengo da Langley”. Confessava al suo amore, sapendo che sarebbe finito. “La sede centrale della Cia”. L’amore rende ciechi e desiderosi di sfiorare la morte con una qualità del tatto più decisa, urticante. Fatemeh lo sapeva. La stanza degli “accertamenti” aveva svelato l’attrazione, ma anche l’amara verità: un amore impossibile ai tempi nati sotto il segno di M.me Curie e di Fukushima. La lingua di lei tacitò la lingua di lui.
14 febbraio 2012: Alan Guideline è nei dintorni di Fodrow. Ha superato La stanza degli “accertamenti”. Solo qualche settimana addietro era tornato da un viaggio diplomatico decisivo, a Tel Aviv il capo del Pentagono, Leon Panetta, un macarone che aveva fatto carriera sotto Obama, estirpando dal regno dei viventi il corpo di Osama Bin Laden (bisogna fare attenzione agli italiani: sono bonariamente terribili). Aveva confermato all’Aministrazione e all’Agenzia: gli israeliani attaccano, poco prima delle elezioni per la presidenza Usa. Questione di un mese, forse. Non si salverà nemmeno uno dei capiprogetto, tutti i siti nucleari verranno dissolti e saranno radioattivi per ere geologiche che impediranno qualunque Egira di qualsiasi erede di Maometto. Questo voleva la Bestia: questa preda e l’avrebbe addentata. Fatemeh, abbandonata in un giorno non insolitamente piovoso nel 2004 a Qom, stampatasi nella memoria a lunghissimo termine di Alan Guideline: mentre Leon Panetta e i residui della sua acne giovanile enunciavano la sicura morte di Fatemeh Shirannejad, l’ex infiltrato Cia riassaporava la cifra salina di quella pelle ambrata, pallida nella notte lunare di Fodrow, all’ombra dei falsi silos agricoli, che nascondevano ascensori per l’inferno: le bombe si fabbricano sotto i livelli della terra, lontane dai cieli. A questo pudore giunge l’odio umano: nasconde delicatamente l’ordigno di cui non si vergogna.
Era stato tutto facile. Aveva scambiato il suo passaporto con quello di un’unità Cia uccisa in Afganisthan. Si era tinto i capelli, si era fatto crescere una barba che lo faceva assomigliare a un George Michael meno glamour e più aggressivo. Si era procurato finte mappe israeliane, criptate in un chip irrisorio. Aveva organizzato lo scambio a Fodrow. Aveva stabilito, con i contatti iraniani, che non c’era tempo per la stanza degli “accertamenti”. Il 14 febbraio 2012, a dispetto della logorrea maya, Alan Guideline scendeva, scortato, l’ascensore del terzo silo a sud. Quando le porte si aprirono, lo accolse, inequivocabilmente lei, la dottoressa Fatemeh Shirannejad. Portava una benda sull’occhio sinistro. Quando, in pochi minuti, furono soli, dopo un bacio forsennato che nessun fidanzamento sarebbe in grado di sostenere (bramosia più che brama, ferocia più che amore, possesso più che tenerezza), Fatemeh usò un tono distaccato per dire: “Mi hanno tolto l’occhio. Un’operazione in anestesia totale. Lo hanno fatto perché hai scelto me. E perché è filtrata la notizia che le rotte israeliane che gli hai portato sono false”.
Di loro ricorda il veterano dell’intelligence iraniana, esfiltrato negli Stati Uniti, prima di trovare accoglienza ipocrita in Venezuela, Reza il Vecchio: “Li immersero nella vasca di arricchimento dell’uranio. La prima fase, lo sapete, è infernale. Il miscuglio di uranio 235 e 238 viene introdotto in una centrifuga non in funzione, contenuta in un ambiente privo di ossigeno, riscaldato a temperature altissime per conservare l’esafluoruro di uranio sotto forma gassosa. Morirono sciogliendosi l’uno dentro l’altra”.
Non è vero. Alan Guideline riuscì a trascorrere quel San Valentino, radioso perché radioattivo, nella tromba del quarto tra gli ascensori pneumatici – accovacciati, lui e Fatemeh, in attesa delle 4.54 a.m. Allora uscirono, utilizzando la scala dell’unico silos agricolo autentico, svuotato di ogni grano. Se ne andarono a piedi, privi di cellulari, irrintracciabili. Passarono il confine a nord, in Turkmenistan, cinque giorni dopo molte deviazioni per confondere i nemici: che erano tutti gli umani. Le intelligence di qualunque nazione li cercavano. Li avrebbero trovati? Passato il confine, si diressero nel deserto di Karakum, a Derweze. Qui brucia la Porta dell’Inferno: un cratere artificiale del diametro di 70 metri, una voragine che esala gas velenosi e brucia ogni ora del giorno. La notte, rigirandosi tra il gelo del deserto e l’ardore del fuoco velenoso, non fecero l’amore e si baciarono finché le esalazioni ebbero la meglio.

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