“Maledetto amore mio” è il quarto romanzo di Pierfrancesco Majorino edito da Laurana, ed è il suo più maturo – una storia sorprendente di interni cittadini da cui germogliano ricordi e futuri possibili, morti e rinascite, percorrendo lo spettro intero di un’umanità dolente e misericordiosa e spietata, mossa dalla forza cieca di un amore che produce la storia. L’umano secerne la storia come il fegato la bile. Una lingua romanzesca, secca a volte, a volte virtuosa, fa da canto dissonante a quelli che furono i diseredati, i miserabili, i fantasmi viventi, le folle dei senza nome, che qui hanno un nome, un corpo, un patrimonio da condividere, una inusitata violenza e un asilo per la lunga notte italiana.
Conosco Pierfrancesco da una vita. Da ragazzini andavamo per rifugi sul Brenta, io delirando di Zanzotto e lui di migliorismo. Girammo un video epicomico in epoca predigitale, in cui citavamo Tristan Tzara e Giovanni Giudici, così, per indebita saccenza puberale, che faceva inarcare le labbra in un sorriso di pietà. Giocavamo a ping pong come se fossimo i giovani Bufalini e Terracini che si incontrano in un buen retiro, ma non eravamo né Bufalini né Terracini, il retiro non era poi così bueno: eravamo solo giovani, dunque.
Leggo Pierfrancesco dai suoi esordi e non ho mai fatto mistero di apprezzare la sua prosa strana e sorprendente, la sua narrazione che per me è sempre stata violenta e a strappi. Leggendo qualche tempo fa il manoscritto, sono restato turbato davanti al colpo di scena finale: è stranissimo, non è un espediente narrativo, è un colpo di scena sì, ma il colpo arriva al cuore e la scena è quella popolata da personaggi che saprei additare andando in giro per la mia zona a Milano. Questa verità dell’umano è denudata: la povertà come tratto distintivo della ricchezza. I personaggi non sono nemmeno “scolpiti”, poiché sono reali assai più che realistici. Il ragazzino non è più tale, non è nemmeno ragazzo, è adulto e padre, immerso nella contraddizione, modulatore di quella barbarie primaria che corre come un filo rosso di libro in libro. Questo romanzo costringe ad allargarsi, a espandere la cassa toracica, per fare da cassa di risonanza alla passacaglia feroce e delicata che è il rumore e la musica del nostro mondo, ballata che oggi investe chiunque nel momento in cui si apre il portone di casa, ma che già alimentava le stanze interiori, alla faccia dei profeti del finto bellettrismo che annunciano stolidamente l’avvento sempiterno di una musica lugubre, anticipatori di un messia italianista che non arriva mai, gente di cui “la crisi” sta mondando il nostro habitat, fornendoci di problemi ben più universali e concreti, di cui dobbiamo occuparci con intensità: gli altri, i destini, noi stessi nella situazione, esposti al “politico” di cui le arti sono veicolo privilegiato e particolarissimo. Questa folla folta osserva il mondo e il lettore dalle pagine di “Maledetto amore mio” e merita di essere accolta, amata, insultata – secondo me merita di essere letta.
da Facebook http://ift.tt/1ddOyVB
Scopri di più da Giuseppe Genna
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.