Il cipiglio di Angelino Alfano seduto accanto a Matteo Renzi, il quale è garrulo e vintage-pop nell’aula del Senato, stabilisce una convergenza parallela con la fisiognomica di Gianfranco Fini nell’europarlamento quando Silvio Berlusconi insultò quantisticamente Martin Schulz ed elogiò dadaisticamente le più brutte bellezze dell’Italia, compreso il sole. Il cipiglio alfaniano non instaura soltanto una parallela da universo lobacevskiano, ma offre anche un prolungamento in uno spazio non euclideo del sembiante biliare e somatostatinico di Enrico Letta quando ha passato una campanella al suo successore l’altrodì. Dico ciò non perché mi interessi, ma perché il lombrosianesimo, applicato su emuli psichedelici di Gui e Tanassi, mi diverte.
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