Le allucinanti valigie italiane: una prosa inedita


Le valigie italiane sono stracolme di ricordi che non si ricordano di ricordare. Una materia sfibrata e sfrangiata, una sfoglia che si disfa, immagini e immagini e immagini, l’accumulo di miliardi e miliardi di tecniche sentimentali sovrapposte, e tutte le tipologie umane, qui per sempre, che sono state e saranno: il servo blanditore lusinga i piedi del padrone strafottente che ciancia all’aria, accanto alla compostezza astratta ed elegante di un imperatore augusto, apparso prima di qualunque altro imperatore ovunque nel mondo, più aggressivo ed espansivo del faraone e del grande re persiano, augusto, che ha dietro di sé a un passo la sua donna sofferente che sa in anticipo ciò che accade e piange, trattiene in sé lo sguardo jugoslavo di ogni madre, mentre già impunito l’assassino mena il fendente alle spalle dell’imperatore, assente la figlia dell’incesto consumato nella penombra un pomeriggio nella casa aurea, in un’aria sospesa in cui accade tutto, e i vecchi, i vecchi italiani che esistono da sempre e per sempre, immobili in un’aria scaldata dal sole non accecante, vorrei dire vaporoso, mentre lavorano di buona lena i giovani e altri giovani girano su biciclette basse e lunghe, acconciati a un’ultima moda che mai è ultima, le creste e le sopracciglia come kajal tutto italiano, e sullo sfondo di un paesaggio sfumato di rade colline intrise di corsi d’acqua e ruscellamenti vagolano tra le greggi di ovini in ordine sparso rari mendicanti con un saio grezzo e marrone, il monachesimo che dalle rade italiche ha raggiunto qualunque monte e ha tòrto la furbizia mediorientale e ha mostrato che la forma levantina è anzitutto una deità italica, ubiqua e illusoria, una forma della nostra perennità, che intride di sé persino le scorze dei frutti che pendono da rami e lievi sotto cui fanciulle vestite di bianco e ornate di primavera intrecciano danze circolari, osservate da una cerchia di matrone impassibili e invidiose, con il loro mutismo insegnano che è italiana la forma del tempo che trascorre e va, verso chissà dove, così come la forma del sogno è italiana e stipa le valigie degli emigranti, cartonate e colme di formaggi di pecora e tenute con lo spago, dopo che questi uomini hanno combattuto al fronte, pietosamente nelle trincee di fango, immobili attendendo un nemico che si muova, che faccia la prima mossa e scateni l’avvenire, uomini vittime dei propri comandanti di battaglione, vestiti di latta e consumati dai gas austriaci, tossici e urticanti, la forma del veleno è italiana, quello stiletto intinto in un curaro alchemico, sinistro baluginio del sorriso traditore tra paggi immobili in piazze eterne e rinascimentali, fatte con un cotto secolare rosso, comari intente ad azzuffarsi in campielli e vicoli, e carrugi e quadrivi, forme urbanistiche tutte italiche, dove giace con onore il cadavere della vittima civile, con la camicia bianca aperta sul petto a evidenziare la macchia nera di sangue e la bocca spalancata verso il cielo intuibilmente blu, ferme le coppie di gendarmi e carabinieri a scrutare senza scomporsi in quella forma di lutto statico che tutto giudica del mondo e della storia, una presenza silente e pesante che prende via via incarnazioni argentine e greche e sovietiche e nipponiche e cinesi e indiane e tedesche e australi, queste coppie di autorità marmorizzata, italiana appunto, dietro cui l’attentatore furtivo fugge spiando all’indietro la scena che ha provocato e la deflagrazione dell’ordigno posizionato male, lo attende la donna del coito sopportato con franca rassegnazione e disagio scomodo, sbattuta la sua carne come da un macellaio italiano che apprezza la consistenza della polpa sul tagliere di legno e rialza segretamente il prezzo dell’alimentare, quando fuori un carnevale di zanni e di madamigelle principesche festeggia gli sberleffi al potere eternamente dileggiato, eternamente corteggiato, operai e sfaccendati al bar commentano quelle polpe ed esplodono in risate grasse, cameratesche, dozzinali, distantissime dallo slancio rarefatto di un genio italico solitario, abbigliato in marsine o pepli o grisaglie, verso l’esosfera dell’invenzione, della prima volta, che è sempre italiana, della scoperta e della sinuosità dei verbi e dei cristalli di parole, un artista tumultuoso tutto chiaroscuro e devoto alle azzurrità immense, contrario alle truppe corrusche che da sempre covano sotto la storia italica, squadriglie romane e testuggini schierate, ordinatamente, cupe coi bagliori del gladio e della carabina, contro eroine risorgimentali, sempre risorgimentali, ricche di una femminilità sbandierata e forse sconcia, neolatina, che danno l’abbrivio a un attacco dissennato di patrioti sbagliati, gente alle slot in tuta da operaio e prosecco in mano a rovesciare monete in una forma di divertimento losangeleno, anticipando sempre tutti i Messico del mondo, decine di scienziati innappuntabili con le fronti ampie, stempiati, grigi, che forniscono la tecnologia di un’estetica italiana, come gli autori pubblicitari dentro il Boom, i baritoni e i soprani della storia da sempre a intonare romanze italiane facili e indecifrabili nella loro lingua russa e stolida, il sonno della malaora italiana sotto platani e ulivi preellenici, l’agreste italiano trionfa sulla sfera del mondo unito nelle immagini e nelle memorie, una vecchiezza stracarica di oblii e anticipata nel suo sfinimento, una vecchiezza onusta e facile, serena e pacificata, il proiettile della bomba aerea è nero nel campo di grano esteso a perdita d’occhio verso il digradare delle colline dolci, le taverne sono buie e basse, infossate, nel buio rosseggia un mozzicone di torcia, c’è il vino e il pane e l’olio, si trama, i trimalcioni hanno già unto le labbra a ciliegia e spesse, i parrucchieri hanno affilato i rasoi e agitano nell’aria le forbici, pronti a dilagare nelle nazioni, il cerusico rivoluziona Ippocrate e prepara i suoi unguenti e le sue lozioni, l’alchimista rumina insegnamenti fiorentini, i preti fingono di non parlare la lingua del sì, i cardinali stanno assisi su troni antichi e italiani, pietre stupefacenti prive di rassegnazione e di speranze, orlati nella porpora e nello sguardo, fini nell’inchino e pronti al baciamano che insinua tutto, ovunque, in ogni crepa e fessura del mondo intero, viene inserita una parola italiana, priva di significato e adatta all’occasione, una parola carica di storia e sganciata da qualunque evento, una musica sottile e triste, ondulata e povera, letale per questo, come un grano di sale che dà senso alla terra viene schiacciato e inserito in ogni grammo di terra, questa parola italiana è un’inedia falsa, grigiochiara e celeste, schierata contro il buio norvegese, verbo cristico sceso in terra, purgatoriale e mediano, contro il tumulto dei cembali di questi barbari, celti e vichinghi, teutoni e cimbri, che la parola italiana ha creato prima ancora che essi fossero, avendoli da secoli superati quando apparvero e si presentarono per la conquista, la lingua italiana che ha superato la morte e sta da tantissimo in un torpore di spettri e di fantàsime, tutte le figure e le azioni umane ha partorito molto tempo addietro, nessuno stragista ha accesso a questa lingua, egli è l’estraneo che questa lingua assedia e soffoca, ambiguamente, aspettando con metri cinesi o vaticani che il futuro si confermi identico al trascorso, perpetuamente edenica in un suo presente, questa Italia, corrosa dai rimorsi e dalla sfacciataggine, dai suoi cibi multicolori e dagli intingoli, uve spremute sotto il sole e mosto che fermenta, diseguali e identici i suoi abitanti, prima italiani e poi delle nazioni tutte, privi di mappe e di cartografie in cartapecore che si furono sgretolate lustri fa, protési verso le convulsioni della terra lavica e vulcanica, intere città sepolte in un istante supremo e rese cenere e pietra in un secondo appena, l’italianità è questa lava dura che ha fatto evaporare il corpo, pompeiana, vesuviana, che stupisce Plinio e carezza Tacito, con i lapilli e le acque lustrali illuminate a giorno, in una notte dolce e profumata di gelsomino e cefalo, accanto al luccio che si avanza nelle acque fangose di Lombardia, nelle rogge e nelle polle, scure contro le trine di luce dei fontanili italici che trillano, gorgheggiano, squillano a distanza dai rimorsi, senza rimorsi affatto…

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