Le steatopigie

Mentre rientravo a casa, ierisera verso le 22.30, su viale Sabotino, era carnevale ambrosiano e si vestivano con costumi, avevano anche quarant’anni, e venivo superato da tre ragazze, una in avanguardia, veloce ma goffa, su tacchi altissimi pertinenti a un abbigliamento da anni Venti americani, il proibizionismo mélo e grottesco di un liberty fumoso e immaginario, che veste improvvisamente una giovane pugliese, e sussurra a un passo da me: “Se mi fermo, non riesco più a riprendere!”, usando questi tacchi male, come trampoli. E’ una ragazza tornita, il naso quasi greco, i polsi grossi, le caviglie larghe, certa arroganza nello sguardo, non una sfrontatezza giovanile, quasi invece una superiorità antica e manifesta, con uno scialle nero, tutta un poco nera, le anche robuste e i glutei muscolosi, quasi che l’aria fosse ingombrata, male disposta ad accoglierla e allora mi sono venute in mente le steatopigie.
Certe donne steatopigie nella mia vita continuano ad apparirmi, negli anni, definitive e silenti, un cipiglio che silenziosamente ammonisce e condanna, un erotismo che mi è estraneo, una cura eccessiva per il proprio corpo statuario, una terracotta umana pallida e sempre lo stesso sembiante, sempre la medesima distanza, verticale e misteriosa, di un mistero che non mi interessa di risolvere. Parlano e a me sono mute. Controllano che io stia a distanza e non mi occupi di loro. A volte si interessano a me, con un erotismo meridiano e cupo, una declinazione mediterranea e nivea, i capelli corvini e i denti perlacei, un certo sorriso materno che smentisce la fisiognomica tutta, aliene che pretendono di mettermi una vasta mammella in bocca, di nutrirmi con un latte posticcio e supremo – una manna salata, una impossibilità. I larghi fianchi esistono in una immobilità in movimento che impressiona l’aria e segna la visione, quasi che un fantasma venisse verso di me allontanandosi. Sanno tutto del mondo e serrano in un silenzio mortuario questa conoscenza, che spartiscono con i pochi a loro simpatici. Tributano entusiasmo a maschi più magri e fragili, oppure che si azzuffano tra di loro, tutto è Barletta per le donne steatopigie, i Fieramosca, i Maramaldo, certa storia nazionale italica converge in loro e le fa brillare nelle cene in compagnie trascorse, tra fumo e vino cattivo sotto lampade che danno poca luce, gialla sporca. Ogni effetto personale è in loro un gioiello. Manipolano le sigarette lunghe strette, le Kim, o delle Muratti, c’è un esotismo in loro che unisce “Le mille e una notte” alla roccia selenica, islandese. Sanno soltanto loro quanto sono intense nel privato, in istanti erotici autentici, reali, dietro porte che non si schiudono, nella penombra notturna che non si può vedere, non si riesce a indagare. La loro vagina è una carne tenebrosa ed esposta soltanto a degli adepti, imposta, la barriera di un’immagine che si impone alla percezione. Non si sa se voglia risucchiare o penetrare o semplicemente, semplicemente essere un quadro, essere contemplata. E’ una forma di dominio, lo si subisce. Le steatopigie stanno davanti, sono soddisfatte e vogliose, sembrano che mangino l’aglio, vivevano in certi villaggi, quando sono fuoriuscite e hanno educato la mente maschile a una venerazione senza scampo. L’attenzione con cui si muovono è innaturale e priva di calcolo. Tutto riesce loro senza artificio alcuno. Argomentano frontali. I loro sillogismi sono sbagliati e grossolani, sono botte, l’occipite vibra. Universalizzano e la lizza dei loro pretendenti è ridotta a due ragazzi, assai differenti tra di loro, inesplicabile il fascino, le battute, gli scherzi. I loro umorismi sono taglienti e rispondono a una logica che soltanto loro sanno, un codice che soltanto loro possono decifrare e ti esclude. E’ sempre notte, anche quando è giorno. Queste steatopigie sono una forma unica di alma mater, di cetaceo terrestre, enigmatica e claustrale, violenta e irridente. La fisicità virile ne è schiacciata. Emettono l’esigenza di un culto votato a loro. Sono antipatiche eppure ridanciane; non sempre, però. Danno lezioni di vita, la sanno lunga, ti schiacciano, ti murano, stanno a guardare mentre muori con un taglio degli occhi indifferente a tutto, il buddhismo dei gaviali mentre sbattono le palpebre, calme, una forma suprema di disinteresse, mentre l’ossigeno ti manca e come una sfoglia immaginaria si stacca da te l’anima passando per la gola…

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