Ierisera non avevo nulla da fare, quindi, nella mia situazione di bel tesorino che se ne sta al caldo dove gli piace tanto, girovagavo tra i canali digitali preferiti alla tv e incappo in una puntata di “Amore criminale”. La trasmissione potrebbe intitolarsi “Femminicidi”. Si narra della storia angosciante che porta all’omicidio di una ragazza madre friulana, aberrantemente messa sotto pressione da un grassone col sembiante palesemente schizoparanoide, un volto del male dei nostri tempi, ma anche di qualunque altro tempo. Le dà continuativamente della troia per sms, telefono, di persona, la minaccia. Lei si accorge di essere incinta al sesto mese. Devo ripetere l’ultima sconcertante proposizione? Nasce una bellissima bambina. Madre e figlia vivono presso i genitori della ragazza. Lei non lavora. In modi sempre più tragicamente intimidatori, l’orrendo individuo dà dimostrazione di essere un assassino annunciato, nonostante la mediazione delle avvocatesse, che si rimpallano la questione dell’affidamento della piccola. Il tizio arriva a filmare una specie di rapimento della bambina, che serra nella sua autovettura, con la famiglia della giovane madre che impazzisce intorno ai cristalli. Tali immagini sono integralmente trasmesse. Arrivano i carabinieri, il comandante intima al futuro omicida di aprire la macchina, tutto si risolve in uno sfiato di pura angustia opprimente. Una sera il tizio, con estrema premeditazione, si reca a casa della famiglia della madre di sua figlia, con tanto di coltello nascosto in una cartellina per documenti. Arrivato, citofona. La giovane madre esce, parla con lui, gli apre il cancello nonostante le farneticazioni. Viene accoltellata e muore. Per comprovare alle autorità l’ulteriore minaccia, ha il cellulare acceso in modalità registratore e, quindi, registra tutto della propria morte. L’audio viene integralmente trasmesso. Arriva la madre della povera ragazza, in studio, davanti alla presentatrice, una scordabile attrice che presenta uno strano sembiante, come se ci avessero lavorato dei maghi dello scalpello e del silicone sigillante. Il tono serissimo, contrito e rigorosamente silente dell’attrice interroga la madre della vittima. Ella racconta di quando con la figlia stavano proprio guardando una trasmissione sul femminicidio e la ragazza ha chiesto: “Non è che è quello che capiterà a me?” e sua mamma dice di no, che è impossibile. Ci si lamenta delle istituzioni, che non sono intervenute quando potevano. La madre della ragazza uccisa viene invitata a leggere “il biglietto affidato alle fate, alle quali tanto credeva” la vittima, e si tratta di un biglietto “affidato al pozzo di San Patrizio”, su cui la ragazza scrisse un pensierino, che voleva starsene serena. Alla bimba è stato detto che la mamma non c’è più, ora è un angelo, è in cielo e la protegge. Il criminale appare in aula, dove viene condannato all’ergastolo in primo grado di giudizio: freddo, autisticamente dispotico, deformato come un elefante marino. Non pronuncia una parola umana nei confronti della ragazza che ha ucciso.
Questa descrizione è il più completo commento che posso restituire davanti alla mia attuale contemporaneità, dall’alluvione di Genova (con tanto di premesse storiche e avvenimenti posteriori) all’atteggiamento della Turchia nei confronti dei curdi che reggono a Kobane contro l’avanzata delle truppe Isis, dall’atteggiamento occidentale nei confronti di Ebola (su ogni piano) all’utilizzo del medesimo frame “femminicidio”.
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