Ierisera ho rivisto “La messa è finita” di Nanni Moretti. La prima e unica volta in cui assistetti alla proiezione di questo piccolo capolavoro, definito tale per pura idiosincrasia personale, fu nel 1985 a Coredo, un paesino della Val di Non, d’estate. Il cinema locale era poco più che una sala parrocchiale. Si trascorrevano in quel luogo dolce, tra meleti di mele dolci della Val di Non, estati tranquille che facevano pausa ai travagli tragici dei mesi milanesi. In questo buen retiro, si viveva in un bilocale, a volte un trilocale, alla cui statica partecipava una buona porzione di legno chiaro o fiammato. C’era un poeta che vagolava, lo sguardo liquidamente chiaro, i consigli sui versi venivano forniti in modo preterintenzionali. E lì, con il mio amico fraterno, più piccolo di me e non di poco per quell’età, stupimmo davanti all’intensità delle scene e delle battute di quel film di Moretti: era in effetti poco più di una sceneggiatura messa in scena, il cinema forse è altra cosa, comunque la potenza e il voltaggio e l’intensità di quello che avviene ne “La messa è finita” fece crescere in noi, me e il mio amico fraterno, certo gusto per certo surrealismo estetico, da giocarsi politicamente. Praticamente ogni scena è uno sketch drammatico, non si capisce se privato o universale – noi propendevamo per la seconda ipotesi, ma avevamo un’idea molto riduttiva dell’universale. Entrambi idolatravamo Franco Battiato e l’unificazione del principio Moretti col paradigma Battiato ci sorprendeva, confermava che eravamo nel giusto. Usciti dalla visione pervasi di certezze e moine fatteci da un dio delle disillusioni precoci, restammo in quella via alta del paesino a 800m sul mare. Chiacchierando (la mia logorrea era già adulta, il fisico magherrimo nulla aveva a che vedere con l’attuale trionfo polinsaturo), giungemmo alla conclusione che era fondamentale una scissione del Partico Comunista in due distinte entità: una socialdemocratica e una comunista. Il crollo dell’Unione Sovietica, fatto inimmaginabile, era di là da venire. Si viveva in questa granitica certezza fornita dal tempo che fugge: siamo nati con gli Usa e Urss e saremmo morti in quella solidità dei giorni, tra dinieghi a Ginevra da parte di zar eletti dal Comitato Centrale in forza di ciglioni e colbacchi, mentre già appariva troppo sbarazzina la scelta americana di inventarsi come spaventapasseri presidenziale un ex attore di western. Tutto l’immaginario era di striature di fluidi fluo e ferro dell’oltrecortina, molto stabile, molto esistente, da opporsi efficacemente, almeno quanto sempiternamente, alle fumisticherie della deità ciellina (inclinavamo a una sorta di paternalismo nei confronti del dio delle Acli). Ed ecco dunque cos’era ciò che oggi appare come la cifra struggente, per me e i miei coetanei (crescendo, io e il mio fraterno amico più piccolo diventammo via via sempre più coetanei), di quella *pellicola* che apparteneva a un tempo spartiacque tra un tempo nuovo che sarebbe poi avvizzito subitamente, fino al salto quantico della storia e dell’antropologia consumatosi nel 2010: soltanto uno che avesse vissuto la fine degli anni Settanta e che esprimesse una naturale inclinazione a commemorare la vanitas vanitatum prima di raggiungere il traguardo dei quindici anni – soltanto un comunista che già prima si sentiva un ex, uno che non era disposto a commutare la tenerezza della storia umana in impotenza sessuale o tantomeno sessuale, uno insomma che immalinconiva nel disagio che commina la sentenza del crescere e morire, attraversando la fase del complesso di Telemaco in quel momento e poi mai più, tanto da stupirsi dell’esistenza di Massimo Recalcati nel 2015: ecco, soltanto uno così poteva comprendere profondamente e profondamente sentire cosa si dava tra quelle battute folgoranti di Nanni Moretti (“Vi amo, voi tutti che siete in questo bar”) e le note pesanti del Piovani anteveltroni. Era l’Italia di allora, lo sarebbe stato per poco: dopo un avverbio c’è sempre un altro avverbio, anche adesso stiamo vivendo allora. Davvero? No, è vero: non stiamo vivendo alcun allora. Non voglio tornare là, in quel momento. Mi piace pensare al mio amico, vedere cosa fa, sapere che la sua schiatta si è propagata per fecondazione nonassistita, sapere che fa bene alle persone: sollevo il petto per la stima e l’affetto, mi cheto un poco. Dovete avere nei miei confronti un briciolo di pazienza addolcita dall’amore: sono incredibilmente diventato uno che pensa poco.
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