Il corpo santo: Leone XIV e Aldo Moro

Dal discorso inaugurale alla prima omelia pubblica, Papa Prevost affronta temi teologici di enorme rilevanza. La prima omelia pubblica cade nel giorno dell’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro. Alcune convergenze e meditazioni su ciò che viene e fu detto del corpo di gloria

E’ inequivocabile il fatto che i tempi, aumentando la velocità con cui si consumano i grandi eventi, ed espandendosi al di là dei numeri a più alta magnitudine con cui la circolazione di informazioni ha raggiunto fino a questa età avanzata l’umanità intera, ormai non più confondibile secondo categorie fuori dal momento storico, quali “occidente” e “oriente” – è inequivocabile e inevitabile il fatto che si creino cortocircuitazioni “storiche”. Alcune delle quali, meditabili.
Se è vero che il cancelliere tedesco, per la prima volta nella storia della Germania, non viene eletto al primo scrutinio e, dopo due giorni, viene eletto con uno scrutinio molto veloce il Papa – per fare un esempio irriverente -, si potrebbe riflettere sulla mancanza di tenuta politica dell’istituzione laica, a fronte di una tenuta universale della politica sacra (di fatto, la Catholica è l’ecumene più politicizzata del pianeta, per via del numero di fedeli, cioè un miliardo e quattrocento milioni di battezzati, oltre a esserlo di fatto per come si è sviluppata la storia delle sue potestà temporali e dunque i modi con cui sono forgiati i suoi riti politici).
Eppure non è ai giorni precedenti l’elezione del cardinale Prevost, che ha assunto l’illuminante nome pontificale Leone XIV, a cui qui vorrei con rapidità guardare e, se possibile, offrire una piccola riflessione.
Oggi, 9 maggio, è l’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro, in Roma, in via Caetani, per mano delle Brigate Rosse che, rapitolo, dopo una strage di tutta la scorta di sicurezza che lo accompagnava ad altezza via Fani, lo ha tenuto sequestrato 55 giorni.
Nel momento in cui sto scrivendo, il nuovo pontefice, indossando le semplici vesti di un sacerdote, sta celebrando la messa per i cardinali elettori, pronunciando la sua prima pubblica omelia da Papa. Questi due fatti, per quanto concerne il sottoscritto, si parlano.
Ecco le profonde parole che il pontefice sta pronunciando:

“Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio la mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale, secondo la celebre espressione di Sant’Ignazio di Antiochia (cfr Lettera ai Romani, Saluto). Egli, condotto in catene verso questa città, luogo del suo imminente sacrificio, scriveva ai cristiani che vi si trovavano: «Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo» (Lettera ai Romani, IV, 1). Si riferiva all’essere divorato dalle belve nel circo – e così avvenne –, ma le sue parole richiamano in senso più generale un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.

Il mondo non vede più il corpo, la sagoma, la figura del Successore di Pietro: egli è dunque ora pienamente discepolo di Cristo, colui che ha raggiunto Roma. Lì il circo ha operato in modo che la ferocia beluina ne cancellasse se ne cibasse. Il corpo ciba belve inadatte ad assimilarlo: le belve rimarranno tali.
Però la lezione è altra: deve scomparire l'”io” visibile, affinché prevalga la potenza e la gloria, prive di immagini e sagomature, di ciò che si dice il Cristo. Si tratta di una lezione di svuotamento, di kénosis, addirittura inaspettata, se si pensa che questo pontefice nato negli USA arriva a pochi anni dalla morte di un teologo, prima tomista e poi mistico, come Benedetto XVI, cioè Joseph Ratzinger – l’indirizzo ideologico opposto all’agostinesimo di Papa Prevost.
“In illo Uno, Unum” è il motto pontificale scelto da Leone XIV: è certamente Agostino, ma, appunto essendolo, è Platone, è Plotino – al netto che a questi due riferimenti manca il fatto centrale del Cristo. Però c’è una infinità di modalità con cui ci si può avvicinare al fatto incarnato e unigenito del Figlio. In questo caso, l’interpretazione è ciò che supera il distacco dalla Croce del cadavere momentaneo del Cristo.

“Il Dio crocifisso” è un testo del grande teologo Jürgen Moltmann, che Aldo Moro stava leggendo la notte prima del suo rapimento e della strage in via Fani. Il testo è vincolato alle prospettive che potremmo chiamare eschatologia crucis. Il corpo, in questa escatologia, è gloriosamente inchiodato e sta per diventare teoreticamente e carnalmente scomparso dalla Croce stessa, la quale prosegue oltre ogni tempo con la sua consistenza reale, letterale, anagogica, spirituale. Ma, del libro di Moltmann, va sottolineato soprattutto un aspetto: il mistero della Croce è riguardato qui dal punto di vista di Dio. Bisogna meditare se e come la morte di Cristo riguardi o faccia patire Dio. La passione non del Figlio semplicemente, ma del Dio tutto. Gli attributi di immutabilità e impassibilità sembrano colpiti. Se Dio muta, subisce il divenire? Può subire dall’esterno qualcosa? Il corpo del Figlio diviene, scomparendo, l’assenza di figura nel Padre, ovverosia la sua gloria con cui il non visibile penetra e si annuncia quale mysterium non iniquitatis nel mondo.

“Tutto sia calmo”: così inizia a scrivere all”imminente vedova Eleonora il presidente DC, nella lettera che verrà recapitata il 5 maggio. E’ la penultima. Nell’ultima: “Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione. Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue”. E’ nelle mani. Le mani sono divine e muliebri. Il cropo sta per essere divorato. Non lo vediamo da 55 giorni, se astraiamo da quelle sconce immagini, circensi appunto, con cui i rapitori vogliono dare prova che il corpo è ancora in mano loro. E’ scomparso prima di scomparire. Non ha minimamente adottato una rassegnazione che fosse scambiabile, in modo maldestro ed erroneo, con lo “svuotamento” di se stesso: perché kénosis non significa morire, bensì mettere lo “io” al suo posto e fare crollare così ogni cristallizzazione del potere, per discioglerlo in augurale gloriosa immane potenza.

Papa Prevost ha pronunciato parole molto vicine a una celebre affermazione teologica di Paolo VI: “Il male non prevarrà”. Sembrerà pur che prevalga al momento, nel tempo presente in cui si danno i corpi; non prevale quando i corpi saranno trasformati, in un futuro la cui ampiezza è al momento incommensurabile. Questa imponderabilità del tempo che sta per finire, che prima o poi arriverà a compimento ha un nome laico: rinvio. In un’omelia dedicata a Moro, a cinque giorni dall’uccisione, padre Dossetti parla di “una morte non in connessione con una particolare formalità della professione di fede, ma ricevuta e a un certo momento, in Cristo, accettata” e spiega che la Pentecoste è dono dello Spirito Santo che porta ad accettare “le piccole morti di ogni momento” ma anche “la grande morte, che verrà a un certo punto in cui non vorremmo, nel punto in cui diremo a Dio e agli uomini: ma ho ancora una cosa importantissima da fare, sono ancora necessario a questo o a quello; quindi ti supplico Dio, rinvia!”.
Il disegno è il rinvio, che non ha tratti né mappe: perché non ha un corpo, e non mira ad averne uno in modo speciale o specifico, e perché al posto del corpo il rinvio illumina ciò che è nel cuore del tempo e fuori del tempo, ovverosia l’unigenito “in illo Uno, Unum”.


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