Appunti e riflessioni su un’omelia di Leone XIV

Del Padre, il Figlio è l’esegesi. Il popolo di Dio è più ampio di quello che si vede. Non siamo perfetti, ma è necessario essere credibili.
Note a un’importante omelia di Papa Prevost.

Il 31 maggio, un sabato, il Papa Robert Francis Prevost, assunto il nome pontificale Leone XIV, pronunciò un’omelia [qui il testo integrale] con la quale, tra i molti passaggi, mise in evidenza alcune parole.
La specificità della parola, per chi predica e crede che in principio il Logos appaia in forma di Verbo, ha un’enorme rilevanza sullo sviluppo effettivo e storico dell’umanità. E tuttavia fallisce ciò che è la totalità, la quale dentro e sotto il Verbo può ripararsi e invece rifiuta di farlo: l’universalità, in greco καθόλον, manifesta una crepa, la quale è la ferita della Catholica ed è la ferita che supera il Verbo. O, meglio: la ferita è insieme al Verbo. Qui e ora, dove “non siamo perfetti”, noi siamo feriti, crepati, incompleti: cioè non cattolici, non universali, non tutti.
Questa ferita fa male, ma è essa stessa feritoia: guardandovi attraverso, si intuisce cosa vi è dentro. Il corpo compatto parrebbe invece immobile. La totalità in quanto totalità pare disdire ogni possibilità di movimento, poiché non c’è spazio oltre il tutto e quindi il tutto non potrebbe muoversi e divenire, a meno che non fosse una specie peculiare di tutto, il che nessuno riesce a escludere – per esempio, io, cioè tutto di me, avanzo e incedo. E si tratta dunque di un tutto ferito, incompleto, insufficiente. Da quella ferita sgorga la vita rinnovata, il segno della morte è l’identità una volta risorti, una volta resurretti. Questa indifferenza tra pieno e vuoto come totalità di vita è così detta:

“[…] Estroverse sono la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Voi farete vostre le sue parole in ogni Eucaristia: è «per voi e per tutti». Dio nessuno l’ha mai visto. Si è rivolto a noi, è uscito da sé. Il Figlio ne è diventato l’esegesi, il racconto vivo. E ci ha dato il potere di diventare figli di Dio. Non cercate, non cerchiamo altro potere!”

Estrovertire, uscendo da sé, è dunque, paradossalmente o “illogicamente” (ma quando e quale teologia è logica, in tale senso?), risultare centrati, secondo misura, nell’universale: il centro è ovunque, se il centro non è nel tutto, non è nel “tutti”. Infatti è detto che siamo di fronte a

“una dinamica unità”

poiché l’unità è il luogo stesso del divenire, dello svolgersi delle potenze e delle potenzialità. Il problema dell’unità viene violentemente spostato fuori dalla concezione per cui l’unità stessa coinciderebbe con una totalità senza sommovimento, cristallizzata in un senza tempo e senza spazio che non sono né vita né morte. Il motto pontificale che Papa Leone XIV ha scelto è infatti “In Illo uno unum”, laddove, nonostante la citazione agostiniana, noi letteralmente non leggiamo il nome del Cristo. Il quale nome va aggiunto, come del resto esplicitamente Prevost fece il giorno successivo l’importante omelia qui considerata, in un’ulteriore omelia:

“un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio”

laddove si estroflette, quale fosse quasi ernia e ferita dell’universo, il Salvatore, poiché, a proposito del Padre, il quale è uscito da Sé,

“il Figlio ne è diventato l’esegesi”

ovverosia, per impiegare le parole in maniera esatta,

“racconto vivente”.

Esegesi, dunque. La filologia ritiene che l’etimo originale del sostantivo “esegesi” sia in greco antico dal verbo ἐξηγέομαι, un derivato dal verbo radicale ηγέομαι: che significa custodire, accompagnare guidando, andare fuori provenendo, articolarsi con il comando e il potere in modo da avere presente l’egemonia e, dunque, criticamente, guidare nella comprensione dei significati, nella selva linguistica in cui siamo universalmente immersi. Non è semplicemente ermeneutica. L’esegesi guarda alla fonte.
Il Figlio guarda dunque alla Fonte, è l’esegesi del Padre. La Fonte è il Padre, lo Spirito condivide questo sguardo tra Padre e Figlio. Amorevole, lo sguardo, poiché, come indica Prevost e come si dice in Giovanni 17,24

“il Padre non ama noi meno di quanto ami il suo Figlio Unigenito, cioè infinitamente. Dio non ama meno, perché ama prima, ama per primo! Lo testimonia Cristo stesso quando dice al Padre: «Tu mi hai amato prima della creazione del mondo»”

Questo “prima”, che solleva, come tutto ciò che viene qui citato, tradizioni di interpretazione biblica di dimensioni sterminate e di sviluppo e durata più che millenari, le quali in questa modesta sede vengono non ignorate, ma affiancate da una lettura priva di laicità o confessione, e quindi propriamente linguistica e filosofica – questo “prima” è il tempo in cui il Padre non era ancora uscito da sé per donarci la possibilità, o, più precisamente, “il potere” di essere sue filiazioni: “Non cercate, non cerchiamo altro potere!”. Riconoscere la filiazione, vedere la Fonte e andare via dalla Fonte, nel rispetto della Fonte, ferma la catena del contagio quale forma del “potere”, attivando nel figlio una paternità filiale che è essa stessa in movimento: un’unità in cui si diversifica ogni atomo d’anima, poiché alcune “cose” sono animate. Poiché non siamo in un contesto animistico, comunque bisognerà discriminare e tenere presente che

“il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini.”

Ci sono più persone, più appartenenti al popolo di Dio di quante ne vediamo.
E’ una lezione di creaturalismo radicale, sulle tracce di quanto il predecessore di Prevost, Papa Francesco, enunciava nell’encicloca “Laudato si'”, emessa e pubblicata esattamente dieci anni fa, nel maggio 2025:

Niente di questo mondo ci risulta indifferente

e

“La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora”.

Ma Prevost, pur senza avere qui la possibilità e la legittimità di accostare la sua sintesi a un’esplicazione tanto articolata, fino a costituire un testo che è libro, quale l’enclica di Francesco, sembra addirittura andare oltre. Francesco, e Paolo VI e Benedetto XVI prima di lui, venendo essi citati a incipit dell’enciclica, intende il pianeta come “casa comune” e guarda alla “famiglia umana”. Non si è sicuri che il differenziale tra il popolo di Dio che si vede e quello che non si vede sia necessariamente umano e non invece, in modo radicale, creaturale.
Certo le preoccupazioni appaiono le medesime, considerando un passaggio fondamentale dell’enciclica di Francesco e uno dei motivi per cui Prevost ha guardato a Leone XIII come suo predecessore, per continuarne la linea onomastica. L’attuale pontefice ha dichiarato che sarà Papa nel tempo della rivoluzione dettata dall’emersione dell’intelligenza artificiale, rivoluzione pari, se non più profonda, al salto quantico novecentesco compiuto dalla specie, a cui guardava Leone XIII, formulando a sua volta un’enciclica fondamentale, quale la “Rerum novarum”. Scrive Francesco nella “Laudato si'”, a proposito del paradigma tecnocratico che sta emergendo come guida dell’umano contemporaneo e che sta evenendo, che egli

“può disporre di meccanismi superficiali, ma possiamo affermare che gli mancano un’etica adeguatamente solida, una cultura e una spiritualità che realmente gli diano un limite e lo contengano entro un lucido dominio di sé”.

Questa mutazione non è più politica né sociale. Essa tocca un cuore ontologico della questione umana, della famiglia umana, dei legami interni al popolo di Dio e tra il popolo di Dio e Dio stesso.
Al punto che proprio qui si dà una traccia, al contempo teologica e metafisica, che indubitabilmente deve tenere presente il visibile e l’invisibile. Ecco cosa scrive nell’importante omelia del 31 maggio 2025 Papa Leone XIV:

“Stiamo dentro il popolo di Dio, per potergli stare davanti, con una testimonianza credibile.
Insieme, allora, ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un’umanità ferita, dentro una creazione ferita. Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili”.

Credere nel visibile e così credere nell’invisibile. Non nell’assurdo (il detto “credo quia absurdum” va riportato a Tertulliano, non ad Agostino): nel visibile e nel non visibile.
Quel “noi”, pronunciato dal Papa, riguarderebbe gli ordinandi sacerdoti, oltreché i vescovi e i membri della gerarchia. Tuttavia le leggi della letteralità indicano tautologicamente che è stato pronunciato quel pronome, la prima persona plurale: “noi”. E noi tutti siamo il popolo di Dio, in parte veduti e individuati, ma in parte non visti, perché non vanno dati confini al popolo di Dio.
Fino a quando e per quanto ancora il “Figlio dell’uomo” sarà detto tale?
A tale proposito, si suscita memoria del Concilio. L’imminente celebrazione a Nicea, per l’anniversario del cruciale Concilio che vi si tenne, non soltanto anticipa la possibilità che Prevost sia papa del Concilio Vaticano III, ma impegna il pontefice stesso a una considerazione che sembra scivolare in questa direzione e al contempo smentirla. Questa forse auspicabile, gloriosa e difficoltosa opportunità per la Chiesa, che sarebbe il nuovo Concilio, dovrebbe tenere comunque presente l’attualità del Concilio Vaticano II, sottolineata dal Papa, il quale tuttavia ne dà una potente interpretazione. Se la vulgata ritiene che si trattasse del momento genetico con cui la Chiesa andava ad “ammodernarsi”, rispondendo a un tempo di forti ideologie politiche e confessionali, per Prevost invece bisogna integrare questa prospettiva con un’altra più avanzata e, se si può ingaggiare il termine, profetica:

“Siamo popolo di Dio. Il Concilio Vaticano II ha reso più viva questa consapevolezza, quasi anticipando un tempo in cui le appartenenze si sarebbero fatte più deboli e il senso di Dio più rarefatto”.

Le appartenenze, ad altezza fine anni Sessanta, non soltanto in occidente, ma nel mondo intero, tutto apparivano, tranne che deboli. Eppure storicamente si sarebbero rarefatte, insieme con il senso di Dio. Papa Leone XIV indica e invoca un rimedio a questo affievolirsi del senso della Terra e dei Cieli: è la “credibilità”. Che un padre agostiniano qual è Robert Francis Prevost impieghi questo sostantivo, “credibilità”, non può esimere chi lo ascolta di ricordare Agostino, quando traccia il credere con la sua fortunata formula, “Credo quia intelligo”. Il che significa, tra le molte direzioni che può prendere l’interpretazione: si utilizza la totalità della comprensione, del cogliere le cose, del trascegliere, del raccogliere le tracce, per arrivare a credere. Ed essere “credibili” significa incarnare questa traccia. La credibilità è la spinta dell’incarnazione verso l’unità, che va oltre il tempo e lo spazio, va al “prima” in cui è stato dato l’amore del Padre, il “prima” che avvenisse la creazione.

“Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili”.

Dalla credibilità, in direzione perfezione. Perfezione che non è né un al di là né un al di qua, non è un prima nel senso del tempo e nemmeno è temporalmente un dopo.

“Insieme, allora, ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un’umanità ferita, dentro una creazione ferita”

ma

“la Chiesa è costitutivamente estroversa, come estroverse sono la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù”.

L’estroversione è la ferita?
Possiamo essere feriti, anziché da un danno che apre e infetta, che ci trapassa la superficie per scavare dentro e fare uscire Sangue, feriti secondo dunque una diminuzione o una sottrazione – possiamo essere feriti invece da un’escrescenza, da un qualcosa in più che concresce, che se ne esce, che si estroflette? E attraverso la cui manifestazione intuiamo l’interiore come l’esteriore?
Il Padre è uscito da Sé.

Tali domande pertengono a una considerazione teologica o, il che è ben diverso, filosofica? Sono stati forniti qui soltanto alcuni accenni, senza alcuna ambizione, di interpretazioni e meditazioni letterali di un’omelia papale: non altro.


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