Perno del Nondualismo e del percorso realizzativo Advaita, la Māṇḍūkya Upaniṣad insegna che l’unica Realtà assoluta è Brahman/AUM, identica all’Io profondo (Ātman) e all’universo intero. L’esperienza umana si articola in tre stati ordinari, ovvero veglia e sogno e sonno senza sogni, oltre i quali risplende il quarto stato, detto Turya, ineffabile e nonduale, in cui si realizza l’identità tra Io individuale e Realtà suprema. Il commento alla più metafisica delle Upaniṣad è di padre Anthony Elenjimittam (1915–1981), filosofo e mistico indiano, quindi sacerdote cattolico, in cerca di una sintesi tra spiritualità indiana e cristianesimo.

“Māṇḍūkya Upaniṣad”
di padre Anthony Elenjimittam
L’intero universo non è altro che AUM, sillaba simbolica imperitura che sta per Brahman. Tutto ciò che è esistito, tutto ciò che esiste e che esisterà non è in realtà che AUM. Qualsiasi cosa si pensi sotto spoglie di presente, passato o futuro, è anch’essa AUM.
Esiste un’unica, singola Realtà nell’Essere supremo che, racchiuso entro i fattori limitati e condizionanti dei sensi e del ragionamento ristretto basato sulla vita dei sensi, appare, sotto forme diverse e molteplici aspetti, tutti ridotti entro le categorie di tempo, spazio e causa, nonché entro quelle di nomi e forme. Ciò che trascende ogni limitazione e classificazione di nomi e di forme, di tempo, di causa e di spazio, che sta al di là del passato, del presente e del futuro, è questa Realtà singola, l’Essere unico, l’Essenza di Dio, Dio stesso che prende i vari appellativi di Allah, Elohim, Tao, Brahman, Aatman e AUM, che è il simbolo vedico vibrante dell’Essere infinito che è Brahman. Al di fuori di questo non esiste niente altro, e l’universo intero, il cosmo, non è se non un Brahman condizionato ed imprigionato entro forme e nomi.
Il Cosmo è Brahman. L’Io stesso è Brahman. (Il cosmo oggettivo è l’Uno, il Brahman, e l’anima soggettiva è anch’essa Brahman, sia il mondo interiore sia quello esterno sono Brahman, Aatman, Superanima). Questo Io presenta quattro stati diversi di essere (il Brahman esiste in quattro modi, quattro stadi di consapevolezza mentale).
Tenuto conto che esiste un’unica, singola Realtà, che è l’essere Supremo, diciamo che la distinzione che noi, poveri omuncoli, facciamo tra il mondo esteriore e quello interiore è relativa e, comunque, in relazione alla nostra struttura corporea. La singola Realtà, l’Essere unico o Essenza di Dio, che scorre attraverso le varie creature, sotto nomi e forme svariati, è paragonabile al filo dorato che lega i fiori che compongono una ghirlanda. L’Io è la Realtà intima sulla quale è intessuta l’apparente molteplicità delle creature dell’universo. Il legame unificatore, fonte e sbocco, alfa ed omega di tutta la creazione, incluso l’uomo, non è che Essenza di Dio, Brahman, Aatman.
Il Modo di esistere di questa entità suprema si manifesta dunque in quattro stadi: quello della veglia, quello del segno, quello del sonno e quello del risveglio e sarà spiegato dal verso che segue. Soltanto attraverso gli occhi dell’illuminazione si potrà percepire questa Realtà che tutto permea. Mentre lo stimolo delle passioni dei sensi e delle motivazioni mondane di piacere, di rabbia, di voglie e di gelosia condanna i mortali alla schiavitù della miseria e della molteplicità, una consapevolezza illuminata può liberarci dal divampare delle passioni che avviliscono la nostra esistenza terrena, allontanandoci sempre più dalla visione di quella Realtà che è essenza divina. In questa prospettiva e nella sua realizzazione risiede il segreto della felicità e della beatitudine immacolata per la quale siamo stati posti sulla terra quali pellegrini per volontà dell’Eterno, la cui provvidenza, con assoluta giustizia, prepara per uno l’inferno, per un altro il cielo e per un terzo la terra, quale via posta fra il primo e, il secondo, al fine di scoprire il nostro vero Io e di realizzarlo, conquistando così la nostra libertà.
Il primo modo di essere o, se si vuole, il primo aspetto assunto dall’Essere supremo, e AUM, è quello fisico, e la consapevolezza allo stato di veglia in relazione all’oggetto grezzo dei sensi nel mondo fisico. Questo primo stato prende il nome di Vasisvanara, ed indica cioè l’uomo conscio dell’universo fisico. Vaisvanara, che possiede qualcosa come sette membra e diciannove bocche, gioisce del mondo fisico.
La consapevolezza estroversa del mondo oggettivo è empirica, e segna il primo passo nel viaggio dell’uomo verso l’eterno. Il mondo fisico è viswa, mentre l’uomo che è consapevole si chiama Vaisvanara, ed egli nelle ore di veglia prende coscienza del mondo grezzo su cui costruisce case e castelli, potere economico, sociologia, politica e scienze empiriche, traendo tutto ciò dalla conoscenza di quanto lo circonda e dalle leggi relative conosciute in tali condizioni. Si dice che Vaisvanara possegga sette membra, rifacendosi a un’immagine tratta dal sacrificio di Agnihotra (Chandogya V, XVIII, 2) dove si legge: “… il cielo è veramente la testa dell’Io Vaisvanara, il sole il suo occhio, l’aria la sua forza vitale, lo spazio il torace, l’acqua la vescica, la madre terra i suoi piedi, e il fuoco la sua bocca”. Cielo, terra, acqua fuoco, aria, spazio, ecc., corrispondono a descrizioni del mondo fisico intellegibili per chiunque sia desto e consideri il mondo fisico dei cinque sensi. Le diciannove bocche di Visvanara, alle quali si fa riferimento in questo verso, indicano i cinque sensi, i cinque organi dell’azione, e quelle forze vitali quali praana, udana, apana, ecc., nonché le facoltà sottili, come la mente, l’intelligenza, la consapevolezza egoistica e la sostanza mentale.
Il secondo modo di essere dell’AUM è noto come Taijasa, ed è lo stato di sogno, nel quale l’Io è consapevole solo del mondo intimo della mente e della relative percezioni (che sono creazioni e constatazioni interamente soggettive della sfera intima). Anche Taijasa (al pari di Vaisvanara) ha sette membra e diciannove bocche e gode però di oggetti sottili.
Le esperienze realizzate in sogno si riferiscono agli oggetti, visti come vividi e reali o illusori ed irreali, a seconda di come li si consideri, in stretto legame con lo stato di veglia. Il sogno concerne oggetti e esperienze di un mondo assolutamente interiore e soggettivo, che si distingue dalla veglia in quanto questa concentra il proprio interesse sulla materia bruta che compone gli oggetti fisici. Quando si è desti si combatte e si teme la morte fisica, mentre nel corso del sogno la stessa esperienza si configura mentalmente, come in un incubo. Nel primo caso, inoltre, si gioisce fisicamente dei piaceri sessuali impegnando direttamente il corpo, mentre nel secondo tutto avviene in maniera più sottile, che coinvolge il mondo intimo, ma conduce al i stessi risultati originando cedimenti cardiaci nel corso dei sogni che generano spavento ed effusione seminale in quelli che sollecitano l’immaginazione sessuale, ecc. Nel secondo modo di essere, Taijasa, l’individuo è superpotenziato dallo stato di semiveglia e semisonno. Il mondo onirico si dimostra altrettanto reale di quello fisico: l’unica differenza sta nel fatto che in uno Vaisvanara risponde alle sollecitazioni del mondo fisico grossolano mentre nell’altro, allo stato di Taijasa, si crea una situazione per la quale la sfera intima risponde in conformità alle impressioni ricevute durante lo stato di veglia e riprodotte con addizioni creative. Questo secondo modo di essere dell’Io si chiama Taijasa a causa della luminosità mentale inerente allo stato di sogno, mentre la impressioni cerebrali sono oggettivate dalle corrispondenti reazioni di amore, odio, piacere, dolore, ecc.
Il terzo aspetto dell’Io è quello nel quale esso non nutre desideri nei confronti di oggetti fisici né alimenta sogni (che richiamino le impressioni sottili dello stato di veglia). Questo stato prende il nome di Prajna, sensazione di riposo beato, immerso in un oceano di ignoranza e di assenza di consapevolezza che tutto avvolge. In questa condizione di sonno profondo, privo di sogni, si può gioire della beatitudine ed esso è la porta d’accesso sia per gli Stati di veglia sia per quelli di sogno.
Il terzo stato di consapevolezza che ciascuno, è cioè uomini, mammiferi, uccelli, piante, rettili, pesci e tutta la creazione, possono sperimentare, si chiama sonno profondo, Sushuptam, e presenta da un lato la totale obliterazione di ogni forma di consapevolezza conservandone tuttavia dall’altro una sottilissima luce lampeggiante che permette di registrare e di richiamare un senso di benessere nel sonno senza sogni, conferendogli la qualità del riposo sereno. Yainavalkya uno dei più antichi profeti upanisadici, ha descritto magistralmente queste svariate modalità e si è espresso sull’Io Universale in questi termini nell’Upanisad Brihadaranyaka, dicendo:
“Quando un individuo è immerso nello stato di sogno, l’Io intimo, dorato e auto-luminoso, invita il corpo a dormire, cullandolo. L’Io, che rimane costantemente desto, segue da spettatore le impressioni lasciate dai pensieri e dalle azioni sulla mente di colui che dorme e sogna. In seguito l’Io, sollecitando la consapevolezza dei sensi, provoca il risveglio. Durante il sogno, lo stesso Io interiore, essere luminoso (Taijasa), l’Uno immortale, mantiene viva la parte corporea del dormiente ed assume la capacità di estrinsecarci al di fuori del corpo e della casa, muovendosi come meglio crede. Questa essenza auto-luminosa si configura in forme svariate, spirituali o carnali, mentre egli sogna, e a costui sembra di godere delle emozioni dell’amore sessuale, o di scherzare con gli amici o di assistere a terrificanti scene di orrore. Chiunque può fare simili esperienze, ma nessuno arriva mai a vedere colui che le prova realmente. Alcuni reputano che il sogno rappresenti soltanto un diverso aspetto della veglia, posto che permette di sperimentare le stesse azioni che si possono compiere da svegli”.
Yainavalkya continua:
“L’Io, avendo sperimentato in piena consapevolezza i piaceri dei sensi ed avendo vagato qua e là nel bene e nel male, ritorna allo stato di sogno. Al pali di un grosso pesce che va e viene da una sponda all’altra del fiume, anche l’Io alterna le fasi di sogno a quelle di veglia. Come fa il falco che vola a lungo in cielo e torna poi stanco al suo nido e vi si posa, altrettanto fa l’Io che si chiude in un sonno profondo e senza sogni durante il quale non esercita più alcun desiderio sugli oggetti sensori”.
E passiamo ora al quarto stato, il Turya, che è quello che consente all’uomo di risvegliarsi al proprio vero Io, trascendendo i tre stadi prima citati di veglia fisica normale e di sonno, con o senza sogni. Yainavalkya prosegue nella stessa Upanisad Brihadaranyaka:
L’Io, al suo stato naturale, sta al di sopra di qualsiasi desiderio o sollecitazione. E libero delle paure o dal male. Al pari di un uomo che fra le braccia dell’amata moglie non conosce più null’altro né al di fuori né al di dentro, anche colui che sperimenta l’unione con l’Io non subirà più nessuna sollecitazione, poiché nell’unione della Anima con la Superanima non ci sarà più spazio per alcun altro desiderio. L’Io rappresenterà il suo unico obiettivo e raggiungendolo egli attraverserà l’oceano delle paure ed approderà su quelle spiagge da cui sia il dolore che la miseria sono stati scacciati” Brihadaranyaka). L’Io è il Signore supremo dell’intera creazione. Egli è onnisciente, è la guida intima di tutti gli esseri, e regna nel cuore di ciascuno. Egli è l’alfa e l’omega di ogni cosa. L’Io è allo stesso tempo l’origine e lo scopo ultimo di tutto ciò che vive sulla terra. Questo Io, che si presenta negli i tre modi di essere della veglia, del sogno e del sonno, sta in realtà alla base di tutto, è il tutto, il tutto-di-tutto, e nella sua realizzazione rappresenta il quarto stato di consapevolezza illuminata. Nel prossimo verso arriveremo proprio a questo quarto stato, l’Io espresso in Turya, laddove tutto è luce, liberazione ed emancipazione degli esseri incarnati. La quarta modalità, lo stato di esistenza dell’Io universale, AUM, Non è l’esperienza soggettiva (come durante il sogno) e nemmeno oggettiva (come durante la veglia) né può essere considerato quale stadio intermedio fra l’oggettivo e il soggettivo. Esso, Turya, non indica in alcun modo uno stadio mentale negativo, o una somma di consapevolezza o inconsapevolezza. Non è simile ad alcuna esperienza percettiva, né, del resto, fa parte della conoscenza empirica, e non lo si può paragonare a illazioni logiche o a conclusioni deduttive. Il quarto stato è ineffabile e sta al di sopra e al di là di qualsiasi descrizione e di qualsivoglia pensiero, non necessitando di prove logiche. Trascende ogni prova pratica, è purezza stessa del tipo più puro dell’auto-consapevolezza unitaria e si può dire che rappresenta la realizzazione del Noumenon laddove tutti i fenomeni (e gli epifenomeni relativi) cessano di esistere. La percezione della molteplicità del mondo esterno viene totalmente annullata e il quarto stato si configura come Pace ineffabile, come Assoluto, e come Non-Dualità. E auto-realizzazione: è necessario, conoscerlo, bisogna sperimentarlo.
La Realtà Suprema è unica, una senza secondo e senza terzo, nella la segue e non presenta traccia di molteplicità: la sua realizzazione fa da comun denominatore a una totale trascendenza del mondo dei nomi e delle forme, all’annullamento di quello fenomenico e alla cancellazione di ogni aspetto empirico. Realizzandola la nostra mente affonda nell’oceano di questa consapevolezza che è l’Io universale, substrato dell’universo stesso, Base sulla quale si fonda il mondo relativo fatto di nomi e di forme. individuata la corda nell’oscurità della notte, il serpente che avvelena lo spettatore con complessi e paure non esiste più; individuato il miraggio, l’acqua destinata ad estinguere la sua sete sparisce. L’intero spettacolo offerto dalla vita umana non è che una serie di proiezioni sullo schermo dell’Io universale. Le immagini spariscono, il film termina, ma lo schermo rimane. In quel momento si capisce che esso non è che uno scherzo, che non c’è stato un vero scoppio di bombe, né la furia di un vulcano e che non erano reali nemmeno le scene d’amore nella foresta al chiaro di luna. L’universo empirico esiste dunque soltanto per colui che non ha ancora realizzato il Reale, l’Io, il Noumenon, ed è pronto a sparire appena si realizza Dio. Inversamente anche Dio, l’Essenza divina, l’Io e la Realtà assoluta si dissolvono nell’attimo stesso in cui si abbraccia il mondo dei nomi e delle forme, regno empirico della mutevolezza e dei cambiamenti; la religione ridiventa materia nominale di credo e rituali privi di contenuti interiori, mentre l’uomo rimane allo stato di tigre o di scimmia senza quelle sostanziali trasformazioni che intervengono unicamente quando si realizza Dio quale proprio Io, e l’universo intero quale propria essenza. Soltanto assaporando la dolcezza, la gioia e l’amore della Realtà eterna si creeranno le condizioni adatte per far sì che passione e lussuria – fattori base della condizione umana – si annullino da sole. Privata di quest’auto-realizzazione, la religione non è altro che finta devozione a Dio e terreno per una vita animalesca e protetta e canonizzata dai rituali e dai cerimoniali ecclesiastici.
Questo Io ineffabile e supremo trova il suo simbolo vibrante in AUM, OM. Tale sillaba, sebbene sia indivisibile nel suono, può tuttavia essere ripartita in tre lettere (dell’alfabeto), che sono A-U-M.
AUM rappresenta la sillaba sacra per eccellenza nel pensiero indiano, e simbolizza l’Uno eterno, l’Io divino, l’Io, l’Essenza suprema. Presso gli antichi Ebrei la parola Elohim era troppo sacra per essere pronunciata da un profano, e per dirla i devoti si prostravano in ginocchio con il capo abbassato in profonda adorazione. Anche Yahweh era un altro nome usato per scopi religiosi comuni, mentre Elohim doveva essere proferito nel più sacro dei sacri santuari, e soltanto dagli iniziati e dalle sette esoteriche. Altrettanto accade con AUM, sillaba simbolica per Io eterno, essenza di Dio che trascende un Dio personale e tutte le altre divinità inferiori del mondo creato. Di queste quattro lettere A rappresenta lo stato di veglia dell’Io empirico individualizzato, U lo stato di sogno della consapevolezza soggettiva, e M il sonno profondo e privo di sogni. La combinazione delle tre lettere che si fondono in AUM dà luogo al quarto stato o modalità di esistenza dell’Io, auto-consapevolezza totale unitaria, realizzazione beata, gioia, pace, felicità e realizzazione assoluta.
Vaisvanara, allo stato di veglia (conscio del mondo fisico grezzo), è simbolizzato dalla lettera A, prima lettera dell’alfabeto che indica il primo (e più comune) stadio dell’esistenza. Colui il quale considera dunque l’universo fisico in relazione a AUM, e A quale parte di AUM (tenendo lo stato di veglia in conto di simbolico risveglio spirituale) sarà quello che vincerà tutti i desideri e conquisterà un posto eminente fra gli uomini.
Letteralmente la traduzione avrebbe dovuto essere la seguente: “Colui il quale conosce Vaisnavara l’ha vinta su tutti i desideri e diviene un capo fra gli uomini”. Il significato nascosto e il senso esoterico del testo è che lo stato di veglia, Vaisvanara, consapevole dell’universo fisico grezzo, quando non è posto in relazione con la spiritualità onnipresente non è altro che un semplice teatro di marionette, un vuoto totale, una scena di Maya priva di contenuto interiore. Ma l’uomo saggio e santo che ha purificato mente e cuore e si è sottoposto a una rigida disciplina, vedrà attraverso e al di là del velo delle impressioni sensorie e percepirà le vibrazioni dell’Uno eterno e del divino e, oltrepassando le ombre del mondo fisico, raggiungerà il cuore dell’Eterno, dell’Io Cosmico, dell’AUM. Ne consegue che se soltanto Vaisvanara costituisce la pietra di guado per la realizzazione di AUM, esso rappresenta però anche il rischio di diventare una prigione che, allettando con le percezioni e le gioie dei sensi, anzichè emanciparci, potrebbe condurci verso il regno della morte. E’ dunque di estrema importanza che l’uomo guardi, pensi e mediti al fine di farsi strada oltre il velo illusorio del mondo fisico, oltre la spessa coltre della percezione dei sensi, per raggiungere la realtà che sta al di là e che è Dio, essenza divina. La seconda lettera della sillaba AUM è U, e simbolizza l’Io cosmico universale allo stato di sogno. Mentre la A indica lo stato di veglia e la M quello di sonno, la U, stando nel mezzo, rappresenta la modalità onirica, la fase dell’Io cioè che pone il sogno fra la posizione di veglia e quella di sonno profondo. Chi realizza l’Io oltre lo stato di sogno (ed anche oltre quello di veglia) è colui che comprenderà il Brahman, raggiungendo la vera conoscenza. Nessun nato dal seme della sua famiglia è privo della conoscenza di Dio (colui che conosce Brahman produce soltanto figli che conoscono Brahman, mentre il ciclo biologico si riproduce da carne a carne). Questa Upanisad breve ma assai densa di significati, porta quale insegnamento centrale un’analisi psicologica dei tre stati ordinari della mente e della consapevolezza, e la veglia, il sogno e il sonno ed indica in seguito all’aspirante quel quarto che, pur essendo raggiungibile per tutti, è raggiunto soltanto da quei pochi che con disciplina, purezza, continenza e continua vigilanza si battono per arrivare alla beatitudine della realizzazione di Dio. La felicità dell’uomo non consisterà mai nel possesso di alcun oggetto esterno, poiché ciò che suscita desiderio – ricchezza, emozioni sessuali, fama, ecc. – è completamente estraneo alla vera natura umana. D’altro canto il nostro empirico “Io e il Mio” è illusorio come tutto ciò che attiene al mondo fenomenico e non possiede alcuna esistenza sostanziale al di là di questa autoconsapevolezza individuale me esiste agli stadi di sogno e di veglia, ma che è assente in quello di sonno profondo o nel quarto stato della realizzazione di Dio. Il piccolo Io egocentrico fa parte dell’illusione cosmica, mentre l’Io cosmico universale, l’Io che può dire “Io sono colui che E'” è l’unico Io reale vicino al quale tutte le altre esistenze empiriche, e cioè tutti gli esseri dell’universo, sono identiche. Rendersi conto di tutto ciò e realizzare l’identità del fenomenico con il Noumenon, del piccolo Io indivualizzato ed imprigionato con l’Io universale ed eterno, significa raggiungere la liberazione, l’emancipazione e la libertà. Allo stesso modo in cui chi sogna, nell’attimo in cui si sveglia, respinge quali irreali le esperienze oniriche, colui che si desta alla realizzazione di Dio, Autorealizzazione, respingerà sia gli Stati di veglia sia quelli di sogno e li classificherà irreali e Maya, niente altro cioè che un palleggio di forze mayaviche fatte per ingannare e catturare l’io imprigionato e sottoporlo a una successione di pene e di dolori. La comprensione degli stati di veglia e di quelli di sogno in relazione all’Io cosmico, AUM, porta come risultato Beatitudine, Felicità (mukti).
Il terzo stato dell’operazione mentale durante il sonno profondo prende il nome di prajna e trova il suo simbolo nella lettera M. A questo stadio la mente è assorbito, totalmente inconsapevole, ed avvolta dal velo della nescienza. (Ma al di là di questo velo sussiste la consapevolezza eterna che è AUM e il cui riconoscimento significa sapienza).
Assorbito, avvolto dalla nescienza cosmica, il dormiente si spoglia della consapevolezza individuale e di quella corporea. Continua tuttavia ad esistere, anche se inconsapevole di se stesso e del mondo fisico che lo circonda; questo stato di sonno, dal punto di vista biologico, costituisce una sorta di ricarica di batterie che consente il recupero delle energie fisiche impiegate durante le ore dedicate ai pensieri e alle attività. Sotto il profilo esoterico invece, sonno profondo significa, per l’uomo non ancora redento, l’obliterazione totale della consapevolezza corporea e di tutti i fattori limitativi, condizionaci ed imprigionanti. “Si svegli colui che dorme”, ammonisce San Paolo, suggerendo inoltre che tutte le nostre attitudini mentali sia di pensiero sia di partecipazione mondane non sono che sogni, illusione e sonno di fronte alla Realtà eterna. Dobbiamo dunque ridestarci alla conoscenza di Dio.
Tutte le nostre attività mondane, quando non sono sostenute dalla consapevolezza di Dio, non sono altro che la rappresentazione fornita da vuoti fantasmi, e cioè da noi, attori sul palcoscenico della vita, ondeggianti qua e là come marionette azionate dai fili, guidati dall’istinto cieco e dai bisogni immagazzinati nell’inconscio. I tre stati di veglia, sogno e sonno sono irreali di fronte al quarto: quello di consapevolezza di Dio basata sul risveglio spirituale, quello insomma, dell’auto-realizzazione, al quale fa riferimento il dodicesimo ed ultimo verso di questa Upanisad.
Il quarto stato mentale, quello della consapevolezza, è la realizzazione dell’AUM, dell’Io. Questa sillaba simbolica è sacra, improferibile, e sta al di là della comprensione umana. Tutta la molteplicità dell’universo (vista negli stati di veglia e di sogno), si dissolve nel nulla nell’attimo stesso in cui si raggiunge l’AUM. Questo Io è il Bene Massimo per l’uomo per le creature tutte). Questo Io è Uno, Uno soltanto, Uno senza secondi. Colui il quale conosce questo Io, realizza il sé in stesso, l’AUM. Termina qui la Upanisad Mandukya.
Il quarto stato, lo stato Turya delle Upanisad, è quello che Filone, Plotino, Clemente Alessandrino ed altri neo-platonici hanno chiamato extasis, derivandolo dalla radice ex che significa al di fuori e stare che significa sussistere. Estasi dunque è quell’esperienza mistica attraverso la quale arriviamo a distaccarci dal nostro individuale ordinario a da quello empirico, trascendendo veglia, sogno e sonno, per immergerci nell’Io cosmico. La molla principale del sommo misticismo idealistico in India è rappresentata ovviamente dalle Upanisad, mentre nel pensiero filosofico Occidentale toccherà a Platone di rivestire il ruolo di padre e di profeta dell’idealismo. Egli disse: “Quando l’anima si ripiega su se stessa e riflette, passa in un’altra regione, quella di ciò che è puro e imperituro, dell’immortale ed immutabile e, sentendosi parte comune, si porrà sotto il proprio controllo e troverà infine riposo al proprio vagabondare, e realizzerà continuità ed unità con se stessa e con gli oggetti con i quali ha a che fare” (Fedone).
La Upanisad Mandukya, vista come mezzo di avvicinamento psicoanalitico, conduce l’uomo dai fatti ovvi ed incontestabili dell’esperienza durante gli i stati di veglia, sogno e sonno, verso quell’ineffabile risveglio di fronte al proprio intimo Io reale, all’Io cosmico universale, a quella singola Realtà, su cui si rappresenta il dramma dell’evoluzione e dell’involuzione dell’universo, dove voi ed io non siamo altro che insignificanti granelli di sabbia sull’oceano senza spiagge dell’esistenza, ma dove voi ed io acquistiamo la massima importanza quando ci poniamo in relazione con l’AUM, il Supremo. Una più completa comprensione di questi quattro stati di veglia, sogno, sonno e risveglio, Jaagrat, Swapna, Sushupti e Turya sarà offerta dalla Kaarika di Gaudapaada dell’Upanisad Mandukya. Porzioni rilevanti di questa celebre composizione sono presentate nelle pagine successive, e sono dedicate a quei sapienti e a quegli aspiraci che vogliono proseguire nell’esplorazione di questa materia con lo scopo di raggiungere l’auto-realizzazione.
Le Gauḍapādakārikā
Tutto ciò che pervade e che sperimenta il mondo esterno ed obiettivo è Viswa, mentre Taijasa sperimenta il mondo interiore e soggettivo. Rajna è una massa sconfinata di consapevolezza. (Questi tre stati mentali provati da tutti e a tutti auto-evidenti, non sono in realtà che un’entità sola, espressa in tre diverse modalità). Essi sono le tre espressioni di un’unica realtà.
La filosofia vedantica sta all’apice di tutte le forme della filosofia idealistica per quanto concerne l’intero sistema basato sull’esperienza psicologica e verificabile dell’uomo in tutti i tempi e a tutti le latitudini. Paragonato alle somme vette dei vedanta, persino l’idealismo di Platone, di Plotino, di Filone, di Clemente Alessandrino e di Ermete giù giù sino a Hegel e a Schopenhauer, prende l’aspetto di una misera collina. L’Upanisad Mandukya, il più breve sommario di aforismi della filosofia dei vedanta, necessitava di un commentario magistrale (kaarika) steso dalla mente eccezionale di Gaudapaada. Tale è l’importanza di questa Kaarika che essa viene posta alla pari con Sruti, il testo rivelato dall’Upanisad Mandukya, così come la Summa di Tommaso d’Aquino fu considerata sullo stesso piano della Bibbia.
I tre stati mentali, comuni a tutti gli esseri viventi e verificabili da qualsiasi individuo che rifletta, sono quelli ovvii della veglia, del sogno e del sonno. Nel primo, il mondo fisico obiettivo dei fenomeni è presente, visto, studiato. Tutte le scienze empiriche e tecnologiche delle nazioni più avanzate e delle nazioni forti, sia industrialmente sia militarmente, sono basate sul suo potenziamento e su quello dei cinque sensi della percezione fisica. Lo stato di sogno rivela l’intimo lavorio della nostra mente e delle forme acquisite della consapevolezza soggettiva, anche quando si disgiunge dal mondo fisico. Amore, paura, terrore, speranze, sorrisi, e lacrime, visioni e rivelazioni, pensieri filosofici e discorsivi, e così via, sono vividissimi e, nella filosofia dei vedanta, prendono il nome di stato Taijasa. Per essere in grado di vedere e studiare la genesi, lo sviluppo e la crescita di tale stato mentale è necessaria una speculazione introspettiva. Il mondo interiore di Taijsa è di gran lunga più interessante e reale di quello fisico ed è assai più sottile di quello rozzo e grezzo dei nomi e delle forme e, di conseguenza, più prossimo alla Realtà ultima. Più vicino ancora a Dio troveremo il sonno profondo, poiché trascende la limitatezza dei cinque sensi e le modalità soggettive e condizionanti della mente pensante. Per suo tramite ci immergiamo nell’oceano della consapevolezza amorfa, nel mare profondo della nescienza, Maya, che è il vestibolo del santuario divino di Turya, quarto stato dell’auto- realizzazione, dell’auto-identificazione con l’AUM, che rappresenta il terminus ad quem, il fine ultimo del pellegrinaggio umano transmigratorio.
L’occhio destro può essere considerato la sede di Viswa che sperimenta il mondo fisico, mentre la mente è quella delle esperienze di Taijsa. La cavità o spazio all’interno del cuore è intesa quale sede di Prajna. Triplici sono dunque i modi nei quali la Realtà unica si manifesta all’uomo empirico.
Questa localizzazione di triplice esperienza ha un suo significato esoterico in quanto, mentre l’occhio è capolista dei sensi che sperimentano il mondo fisico, l’occhio della mente si rivolge a quello psichico delle prove soggettive. Spaziando ulteriormente, sarà l’occhio dell’anima quello destinato a vedere Dio quale realtà personale del mondo fisico, constatandolo poi come impersonale assoluto nell’auto-realizzazione.
Sebbene gli Stati di veglia e di sogno siano menzionati separatamente, in realtà tuttavia entrambi non ne formano che uno solo, distinto in forma più sottile o più rozza. Diversa è soltanto la modalità quando vediamo Anil o Sita sotto spoglie fisiche, per ricordarle in seguito ad occhi chiusi, o richiamandone l’aspetto in sogno. Si dice che Viswa, il fisico, abbia la sua sede nell’occhio destro che, di nuovo, è percepito dalla mente e, andando oltre, dal cuore, allo stadio di sonno profondo e senza sogni.
Anche la gioia ha tre aspetti (per l’anima incarnata). Quello grezzo e fisico è riservato a Viswa, quello sottile è per Taijasa, mentre la beatitudine non differenziata (nell’oceano della consapevolezza nesciente), è per Prajna.
La parte fisica di Viswa trae grande soddisfazione dalle gioie grossolane mentre la parte psichica di Prajna si rallegra di piaceri più sottili. Prajna si diletta di piacere (oltre lo stato di veglia e di sonno). L’uomo può quindi fruire in vita di tre tipi di gioie (fisica allo stato di veglia, psichica quando sogna e beatitudine inconscia in Prajna).
Questa triplice distinzione di Viswa, Taijasa e Prajna, insieme al a distinzione fra colui che gioisce e l’oggetto del godimento non avrà più senso per colui il quale ha raggiuntu il quarto stato di Turya, o autorealizzazione, dove tutte le differenze fra oggetto e soggetto sono state trascese.
L’autorealizzazione è lo stato che va ben al di là delle tre modalità di mente e di consapevolezza dell’uomo ordinario. In questo stato di consapevolezza di Dio o auto-realizzazione non esiste più dualismo tra soggetto ed oggetto, tra mondo ed anima, poiché si raggiunge la possibilità di sperimentare unicamente l’oceano dell’Illuminazione e del a vivida consapevolezza senza percepire null’altro. Di conseguenza l’Upanisad Brahadaranyaka dice: “Yatra na anyat pashyati, naanyat shrunoti sa Bhuma, Questo è lo stato auto-realizzato dell’infinito e della perfezione nel quale non si vede alcunchè d’altro, e nell’altro si ode”.
L’origine (inizio o nascita) è la legge di tutti gli esseri esistenti (che terminano nella dissoluzione o morte). Praana o energia vitale d’a dunque vita alle forme individuali, mentre Purusha infonde in tutti il raggio di luce o consapevolezza.
“In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce brilla nell’oscurità, ma l’oscurità non l’ha compreso” (Giovanni 1, 4 – 5). Purusha dà a tutti la luce per mezzo del logos, luce mentale che illumina il mondo intellettuale.
In effetti se Trakriti dà forma alle creature, è Purusha che dona la vita. Dal purissimo AUM non manifesto, e in armonia con ciò che è concesso all’umanità di afferrare, possiamo supporre che l’emanazione di Dio da quell’essenza divina che è l’Assoluto, Purusha, AUM, è il Brahman immanente nel mondo, l’Aatman celato nell’animo umano e in tutte le altre forme di consapevolezza. Da questo Dio che procede dall’Uno senza secondi, ci viene l’emanazione del logos, la “luce che illumina ogni uomo venuto su questo mondo” (Giovanni I). Quale emanazione da Dio Padre e dal Figlio, possiamo ipotizzare il logos, la terza persona della Trinità, El soph, sulla quale si pronuncia la Cabala e El Soher, e cioè quello Spirito di Dio che tutto pervade nella creazione. Troviamo, del resto, lo stesso concetto di trinità divina, composta dal Creatore, dal Preservatore e dal Distruttore, nel concetto indiano espresso dalla trimurti con il culto delle figure di Brahma, Visnu e Shiva. E lo rintracciamo ancora nell’antico Egitto, fra i seguaci esoterici dell’Ermetesmo, fra i pitagorici e i neoplatonici. In Oriente, questo mistero si ripresenta sia nel Taoismo che nel Buddismo Mahayana. Variano la terminologia e le parole, ma il concetto di emanazioni dall’Assoluto, dalle forme più sottili a quelle più grezze della materia, è dovunque identico.
Esiste una scuola di pensiero che considera la creazione un’esplosione, un traboccare del a vita di Dio, mentre un’altra scuola filosofica la ritiene nell’altro che uno stato di sogno, una sorta di spettacolo, di proiezione magica.
Allo stesso modo in cui il liquido trabocca da una coppa troppo piena, altrettanto dall’abbondanza della luce e della vita di Dio si riversa l’universo creato. Mentre il sole ci dà luce e calore, quali sue ultime emanazioni, producendo oscurità, ombra e penombra, l’Assoluto, concepito come Dio personale, genera dalla propria sostanza l’intero cosmo, quale prodotto della sua essenza. E` la Upanisad Mundaka lo sottolinea come segue:
“Al pari del ragno che tesse ed emette il filo dal proprio corpo, al pari della madre terra che dà vita dal suo seno ad erbe e piante, al pari dell’uomo che produce unghie, capelli ecc., in egual modo dal Brahman imperituro procede l’universo”. (Mundaka I. 7).
Le unghie e i capelli umani si differenziano di molto da chi li emette, e si presentano come una sovrabbondanza: la stessa cosa accade con la creazione che fluisce dal Brahman. Il concetto semitico ortodosso di una creazione dal nulla è totalmente escluso, mentre quello platonico e neo-platonico che la considera derivante da una materia primordiale preesistente, vitalizzata dall’infusione dello Spirito, il Nepesh, affiora in alcuni versi della letteratura vedica.
Emanazione, traboccamento, sogno e Maya illusorio sono le quadruplici interpretazioni dei testi vedici, portate avanti al fine di spiegare la creazione. Quest’universo creato è sogno di Brahman. Agli occhi del saggio illuminato, il mondo fisico e le esperienze fisiche si presentano come un sogno: in egual modo il mondo dei nomi e delle forme scompare nell’attimo in cui ci risvegliamo di fronte alla Realtà di Brahman nel quarto stato, o stato Turya. Questo stato di sogno di Brahman può essere paragonato ad uno spettacolo magico, in cui alla massa dei non iniziati viene lasciato credere di vedere cose diverse dalla realtà. L’Upanisad Brihadaranyaka ci dice: “Il Dio Indra, per mezzo del suo magico potere Maya, si manifesta sotto molteplici aspetti”. Altrettanto avviene con la Realtà una, che è Brahman e Aatman e che, attraverso un’illusoria sovrimpressione di nomi e di forme, ci appare differenziata, come succede del resto per quella corda che, di notte, ci sembra un serpente, incutendo terrore a chi la osserva, e per quelle strade asfaltate o quei deserti che, sotto il calore del sole, sembrano ricoperti d’acqua.
La gente nutrita totalmente di scienze empiriche, condizionata da tempo e spazio, interpreta la creazione dell’universo come effetto del volere di Dio, come risultato di un semplice fiat divino (l’Onnipotente che dice: sia fatto, e fu fatto).
Considerando lo scopo della creazione, alcuni credono che Dio abbia creato l’universo per sua proprio gioia, mentre altri credono che esso rappresenti un gioco e un divertimento divino. La verità invece è che la creazione è la propagazione della bontà celeste. Fa parte della natura stessa di Dio diffondere la propria bontà: bonum est diffusivum sui, bontà, per sua stessa natura, è effusione di bontà. quale motivo di divertimento o di piacere potrebbe mai del resto nutrire Dio che sta al di sopra di ogni desiderio e di ogni voglia?
Mentre la divinità impersonale è priva di attributi e sta al di sopra della dualità del bene e del male, della vita e della morte, ecc., la divinità personale ne possiede, ed essi sono bontà, eternità, forza di volontà, intelligenza, ecc. quell’onnipotenza che è Dio, Dio che è al tempo stesso Onnipotenza, è quindi sempre realizzata. Se mai alcun desiderio può essere attribuito a Dio, ebbene qualsiasi desiderio di Dio sarà esaudito in lui stesso, e non esiste necessità di creazione per la soddisfazioni di desideri, voglie o piaceri di Dio. Ne consegue, come già detto, quella verità tangibile espressa dai filosofi latini: bonum est diffusivum sui. Bontà che è Dio, il To Agathon platonico, è per sua vera natura effusione di bontà, per cui nella creazione si ravvisa l’emanazione stessa di Dio, proprio come luce e calore derivano dal sole, quale traboccamento della sua essenza.
Salvare gli uomini da ogni forma di miseria è compito del Signore, il cui stato reale è il quarto, Turya (che trascende il dolore causato da Viswa, Taijasa e Prajna, stati di veglia, sogno e sonno relativi agli esseri creati). Questo stato di Turya è onnipresente e tutto pervade e, per conseguenza, redime dalla miseria e rappresenta la salvezza dell’uomo.
Il segreto della felicità sta nell’identificare consapevolmente se stessi con la Felicità e la Beatitudine stesse che costituiscono l’Io cosmico. I profeti upanisadici, liberi da qualsiasi religione autoritaria e da gerarchie esterne, ecclesiastiche e religiose, pensarono indipendentemente, meditarono e scoprirono la sorgente perenne della felicità e della beatitudine ed enunciarono questa grande verità redentrice in modo talmente semplice e piano, che il con e denominatore assoluto della gnosi vedica e della religione gnostica rimase intatto e schietto pur attraverso le vicissitudini e i mutamenti della storia umana. Il quarto stato di Turya è Felicità, Beatitudine, Gioia e, trascendendo gli altri tre stati, ci consente di raggiungere il grembo dell’Eterno, tramite la meditazione, la purezza, la catarsi, la disciplina ferrea, la rinuncia al sesso e all’oro.
Le due prime modalità della mente, e cioè quella fisica e quella psichica, Viswa e Taijasa, sono entrambe prodotte e producono, diventando così vittime di causa e effetto. Prajna è causata, condizionata dal sonno come causa ed incondizionata come effetto. Ciò che sovrasta causa e effetto è Turya, auto- consapevolezza in quanto risultato della conquista di Dio.
Dio è causa non causata, come lo è Prajna; ma AUM sta al di là sia nella causa sia dell’effetto, e questo stato può essere raggiunto in Turya, che è trance estatico e cosmico, consapevolezza dell’auto-realizzazione.
Prajna, costituendo una massa di inconsapevole nescienza, non possiede né auto-consapevolezza soggettiva, né percezione del mondo oggettivo, mentre Turya è pura auto-consapevolezza cosciente ed è testimone di tutti i fenomeni soggettivi ed oggettivi.
L’enorme differenza che sta fra Prajna e Turya, terza e quarta modalità dell’Io, è quella che troviamo fra l’oceano dell’inconscio e quella del conscio. Quando siamo profondamente addormentati, senza sogni, pacifici e beati, siamo immersi nel mare dell’inconscio e della nescienza che sono l’ombra dell’Infinito, mentre quando ci troviamo in Samadhi, e cioè in estasi o rapimento divino, ci perdiamo negli abissi della luminosità superconsapevole, ben al di là della ragione e della comprensione. E si può dire che partecipiamo della Conoscenza pura, dell’Auto-consapevolezza, della Luminosità cosmica, dell’Amore incandescente, della Beatitudine assoluta, totalmente extramondana, ben al di sopra delle limitazioni di tempo e di spazio, di causa e effetto di nomi e di forme.
La terza e la quarta modalità, e cioè Prajna e Tury, sono libere entrambe dalla dualità. Prajna è effetto di un sonno ristoratore, che ne è la causa, mentre Turya non ha nulla a che vedere con il sonno (che ci proietta nel mondo dell’inconscio e di conseguenza al di fuori della conoscenza della dualità), e non è né causa né effetto ma, a rigor di termini, il puro risveglio di fronte alla propria realtà reale che è connessa all’Io infinito.
Lo stato di sogno interviene nel sonno mentre la è attiva è consapevole dell’ego e delle impressioni cerebrali, mentre Prajna sopravviene quando la mente è totalmente inattiva e si verifica la completa sparizione dell’ego e del mondo. In Turya, colui che si auto-realizza non percepisce né la dimensione del sonno nè quella del sogno, (ma diventa pura auto- consapevolezza).
Mentre siamo del tutto svegli, noi esercitiamo il nostro ego attraverso le funzioni mentali, constatando il mondo esterno ed anche il cosmo. Nello stato di sogno noi non sperimentiamo il mondo fisico oggettivo o Viswa, ma piuttosto le impressioni mentali sottili registrate dal nostro ego individuale o ignoranza, mentre continua la prova della dualità esistente fra ego e percezioni soggettive delle impressioni lasciate dal mondo oggettivo. In Turya invece non esiste né il mondo fisico di Viswa, né quello onirico di Taijasa, e nemmeno il velo inconscio di oscurità tipico di Prajna, ma solamente auto- consapevolezza, luminosità, luce totale, totale beatitudine. E` questo il rapimento del Terzo Cielo, cui fa riferimento San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi. Mosè beneficiò di questa esperienza Turya sul Monte Sinai, quando Dio gli si rivelò nel roveto ardente. Ed altrettanto accadde a Maometto nella caverna quando l’Arcangelo venne a lui per annunciargli i misteri del Regno di Dio, dell’Alla Tala. Quando ciò toccò a Gesù, sul Monte Tabor, si trasfigurò fisicamente, poiché la luminosità infinita discese e passò attraverso le sue forme mortali e la sua incarnazione. Anche a Ramakrishna a Panchavati, nella piccola cella del tempio di Dakshinewar, e a Ramana nella grotta di Virupaaksha sul colle Arunachala toccò questa sorte. E non solo a costoro ma a molti altri, da Porfirio a Giamblico, da Ammonio Sacca a miriadi di mistici e di saggi in Oriente e in Occidente.
Lo stato di sogno (ed anche quello di veglia), appartengono entrambi al a nostra esistenza empirica che non percepisce le cose quali esse sono (ma attraverso false sovrimpressioni che scambiano una cosa con l’altra). Nel sonno profondo e senza sogni non esistono né false percezioni (come accade negli stati di veglia e di sogno) né percezione della Realtà ultima, che si raggiunge unicamente nello stato Turya.
Questi tre stati mentali ordinari dunque che concernono le percezioni fisiche e mentali, Viswa e Taijasa, come pure il terzo stato di mancanza di percezione mentale e di immersione nell’oceano scuro dell’inconscio, non hanno relazione con quella realtà che è l’Io. Sarà però solo il quarto stato di Turrya a portarci all’emancipazione dalle false percezioni della veglia e del sogno, ed anche dalle nubi scure della nescienza nel sonno profondo.
Con il risveglio dell’ego individualizzato che ci trae dalla vita irreale (dal mondo del sonno e dei sogni creato dalle sovrimpressioni illusorie), si comprenderà quell’Io che non ha né nascita, né sonno, né sogni e che è Realtà non-duale.
Tutta la vita consumata nel mondo empirico, sia che siamo svegli o addormentati, distaccata dalla percezione di Dio, in e attraverso le cose, non è che un paradiso per gli sciocchi. Tutto il nostro progresso scientifico e tecnologico non significa nulla se paragonato all’auto-realizzazione mentre, con il raggiungimento di una consapevolezza e di un’illuminazione auto-realizzata, le nostre conquiste nei campi del progresso scientifico, tecnologico, industriale e economico acquisteranno importanza perché rappresenteranno il mezzo che può essere di aiuto all’uomo per salire sempre più in alto e conseguire la perfezione, avvicinandoci a quella assoluta del nostro Padre Celeste. Senza auto-realizzazione tutto è zero. “Che utilità può mai trarre l’uomo dalla conquista del mondo intero se perderà l’anima sua?”, chiede Gesù. Ed altrettanto fecero Budda, Krishna, Ram e Ramakrishna. realizzate dunque il vostro Io, e tutte le vostre conquiste acquisteranno significato, mentre nel caso contrario non si totalizzerà che perdita e perdizione.” Quando contemplo la mirabile croce sulla quale Principe della gloria morì, mi sembra che il mio maggior successo non sia altro che perdita, e trabocco disprezzo su tutto il mio orgoglio. Proibisci, o Signore, che io possa vantarmi salvo che sulla croce del Cristo mio Signore, e sacrificherò al suo sangue tutte quelle cose vane che tanto mi incantano”, così dice il noto inno cristiano caro al Mahatma Gandhi.
Allo stato di Turya, il fatto che il mondo fenomenico cessi di esistere (è la prova della sua non-esistenza), è dimostrativo della sua insostanzialità. La dualità sovrimpressa è il risultato di Maya, mentre la non-dualità (Advaita) è la realtà, (non-duale in verità, sebbene duale in apparenza, per causa di Maya).
Colui che sogna dice al momento del risveglio: “Oh, stavo soltanto sognando, dunque non è vero. Tutto ciò esisteva unicamente nella mia immaginazione”. In modo analogo colui che, attraverso una disciplina spirituale, si desta alla realtà di Dio, all’Io, dirà: “Oh, questo mondo! Mia moglie, i bambini, gli interessi, le notizie diffuse dalla radio e i programmi televisivi, non sono altro che sogno, mentre Dio soltanto, che è il substrato che sta al di là dell’universo fenomenico, è la sola Realtà mi sono dunque risvegliato di fronte a quella Realtà che è L’Io reale, e tutto il resto del mondo fenomenico non mi interessa più. Ho spezzato infine le catene che mi legavano al mondo di Maya, e mi ritrovo libero in questa Realtà che è Essenza pura, e sulla quale la vita quotidiana non è altro che sovrastruttura ed equivoco così come accade quando di notte si scambia una corda per un serpente”.
Allo stato di illuminazione, ogni forma di differenziazione e di dualità scompare. Soltanto a causa di un senso pratico, nella nostra vita quotidiana, differenze e dualismi compaiono per amor di dovere (e per essere adempite). Ma dopo l’autorealizzazione non esisterà più traccia di dualità.
Quanto appena enunciato è una parafrasi al testo, con lo scopo di rendere chiaro il senso senza apportare commento.
19-23. I cinque versi della Kaarika di Gaudapaad, dal 19 al 23, non sono allo che una riflessione dettagliatissima sulle tre lettere, A, U, M, simboli degli stati di veglia, di sogno e di sonno, a commento del dodicesimo verso dell’Upanisad Mandukya che, essendo un’analisi della consapevolezza umana nelle varie modalità, ha perenne validità e rimane il corpo centrale dell’insegnamento upanisadico.
Si potrà penetrare nel santuario di OM, per mezzo della meditazione sul significato di A, U, M, e poi AUM(stato di Turya che costituisce la Realtà di base degli altri tre, e cioè Viswa, Taijasa e Prajna), come detto più sopra. Chi avrà quindi realizzato, Om, l’Io, non potrà più pensare a null’altro.
Nel momento stesso in cui si conosce la Realtà, e realizzando l’Io, ci si trova di fronte a Dio, sia la nostra mente che il nostro cuore si potranno rivolgere unicamente e senza più alcuna riserva soltanto a Dio, all’Io. Sant’Agostino, dopo aver conosciuto Dio pregò dicendo: “Nihil cogitem nisi Te, Possa io non pensare a null’altro al di fuori di Te”. Questo incessante flusso di correnti di pensiero su Dio e sull’Io è essenziale per uno Jnana Yogi; come, del resto, collegare ogni nostra attività a Dio è fondamentale per un Karma Yoga e riversare tutto il proprio cuore nell’amore devozionale è la caratteristica prima di un Bhakti Yogi.
Al di là di ogni timore (risultante dalla dualità e dall’apparente molteplicità dell’universo) sta il Brahman, e colui che sarà per sempre unito al Brahman in pensiero realizzato non avrà più assolutamente paura (vedendo e respirando Dio ovunque, in ogni cosa e in ogni minuto).
Il complesso di paura è il risultato del nostro egocentrismo, che ci isola sia da Dio che dal resto dell’universo. Teniamo dunque in tal modo i nostri nemici, le incertezze e le contingenze della vita terrena, che ci conclude con la morte. Ne consegue che l’unica vera e giusta via per vincere questa debolezza è realizzare Dio, che è l’Immortale assoluto, e condurre una vita di conseguenza.
Sia il Brahman superiore sia quello inferiore sono AUM. (Entrambi l’Assoluto, L’Io, e Dio, il Brahman inferiore, sono implicati nel simbolo vibrante di AUM). AUM non ha causa, non possiede interno (né esterno) non agisce e non produce alcun effetto. Soltanto AUM è immortale.
OM è l’alfa e l’omega ed anche la parte mediana di ogni cosa. Realizzando l’Io quale inizio, centro e fine di tutto, ci si identifica con OM.
Ed è proprio questo OM, IO, che regna sul cuore di tutto come il Dio, Signore di ogni cosa, che dobbiamo cercare di conoscere. Il saggio che medita e realizza questo Dio immanente che tutto pervade, ha attraversato il mare delle pene e delle sofferenze.
AUM, Dio, sta al di sopra di ogni misura, al di là del tempo e dello spazio. Lo stesso Io assoluto, quando si manifesta attraverso la creazione è Dio, (costituendo entrambi e due lati della stessa medaglia, della stessa realtà). In questo Essere supremo ogni dualità cessa di esistere. Sarà veramente un saggio (un profeta o un santo) colui il quale ha conosciuto questo Io supremo, Dio (che trova il proprio simbolo in AUM), mentre tutti gli altri non rivestiranno se non le spoglie di esseri meramente biologici.
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