Il compito gravoso è selezionare e sistemare parte importante di ciò che mio padre mi ha lasciato in eredità: libri. Che non sono libri semplici. Per esempio, mentre descatolo tomi e tomi di un’infanzia che non ho mai scordato, una congerie di Marx Gramsci Reich Marcuse Lukacs Fortini Pavese Schumpeter, mi càpita in mano il grande tomo dell’edizione einaudiana settantina de L’uomo senza qualità di Robert Musil. Lasciando perdere quanto l’uomo avesse occultato le sue qualità (intendo colui che trasmette l’eredità), vedo che si legge all’inizio (lo vedo dopo 21 dall’averlo letto e dimenticato):
“Chi voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o tal altra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: beh, probabilmente potrebbe anche esser diverso. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe essere, e di non dar maggior importanza a quello che è, che a quello che non è”.
Ecco, dunque, una perfetta allegoria per significare cosa sia la letteratura e cosa no. Ecco cosa si pone a cavallo tra il pensare e il nonpensare, da cui scaturisce la letteratura: la metafisica delle possibilità, cioè delle potenze, è l’attualità dell’immaginario, cioè la grande letteratura.
Scopri di più da Giuseppe Genna
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.