Meditazione su Orfeo / 1

orfeo.jpgNel libretto di Alessandro Striggio per l’Orfeo di Claudio Monteverdi, alla scena prima dell’atto quarto, Orfeo pone una domanda fondamentale, proprio perché formulata da colui che, dopo l’esperienza di un secondo lutto, inventerà la lirica (e musica e poesia). Ecco la domanda di Orfeo, mentre alle sue spalle cammina l’ombra della defunta Euridice, che all’Erebo il semidio sta cercando di sottrarre:
Ma mentre io canto ohimè chi m’assicura
ch’ella mi segua?

Meditazione sulle parole, sulle intenzioni e, infine, sulla sostanza da cui emergono le intenzioni. L’inventore della lirica sta già cantando: un anacronismo mitologico che mette in evidenza un aspetto fondamentale del fare letteratura (del cantare), che altrimenti sarebbe rimasto implicito, non visto, sebbene estraibile comunque dalla vicenda leggendaria.
Se io scrivo, che cosa temo di perdere?
Di qui, una lunga meditazione, che entra nell’àmbito sapienziale, su cosa sia a tutti gli effetti la funzione-Euridice. Importa invece che chi scrive mediti: mentre scrivo e sono nel buio, cosa sto cercando estrarre, di salvare dall’Erebo che (è sicuro) mi è interno alla coscienza-mente? E perché temo di perdere questa cosa se mi metto a osservarla, cioè se ne faccio un oggetto della mia percezione? La situazione è dunque che chi scrive sa che cosa lo sta seguendo, ma non può percepirlo secondo sensi interni o esterni, altrimenti perde ciò che sta seguendo la sua scrittura. Meditazione ulteriore: dove sta camminando chi scrive mentre è seguito da Euridice? Che luogo è? Come è fatto? E, oltre alle immagini, di cosa è materialmente fatto?


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