di FRANCESCO FANTASIA
[da Il Messaggero, 30/03/2006]
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Una saga corale che dal 1981 arriva fino ad oggi. Un racconto epico proiettato su un teatro umano vastissimo, brulicante di personaggi che hanno tutti qualcosa da dire e molto da soffrire. Con Dies Irae (edito nella nuova collana 24/7 di Rizzoli) Giuseppe Genna ci consegna un romanzo fluviale che prima fa esplodere la storia, i miti e la vita quotidiana dell’Italia contemporanea e poi ne ricompone i resti. Sotto gli occhi del lettore scorre un vorticoso rondò di figure vere e fittizie, di eventi e microeventi che scavano i loro tunnel clandestini, che aprono un varco all’interno della storia ufficiale dei nostri ultimi 25 anni.
Il puzzle delle sequenze narrative inizia a Vermicino, nell’estate dell’81, quando il piccolo Alfredo resta intrappolato in un pozzo artesiano. Ripresa per ore dalla diretta tv, la tragedia sembra preparare la mutazione antropologica di un popolo, stregato davanti alla sfera di cristallo catodica. In quegli stessi giorni c’è in ballo lo scandalo della P2, il processo Calvi, la fuga di Gelli in Uruguay, eppure è il dramma di quel bambino a segnare l’alba livida di una nuova Italia, un paese-Titanic che – ignaro delle proprie ombre – scivola verso una identificazione progressiva con le immagini, sempre più vuote e sempre più nulle.
E vuoto e inespresso resta il destino dei quattro protagonisti di Dies Irae che – sballottati dalle onde della Storia, dalla caduta del Muro a Tangentopoli all’Iraq – si aggrappano alla ricerca della propria identità come ad una zattera. Ma siamo ancora agli inizi di una storia fatta di storie in cui Genna tenta una sorta di riconciliazione adorniana tra questo mondo informe e l’inesauribile forma del romanzo.
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