Solo, ma non pensoso

eschilo.jpg“Il dolore, questo grande Maestro”. Tra i suoi magisteri, la sofferenza esige l’assenza di pensiero, mentre accade. La situazione di mente immobile si trasforma nel suo opposto soltanto quand’essa si mobiliti per elaborare strategie con cui sia possibile sfuggire il dolore. Eppure “pàthei, màthos” chiosa Eschilo: “Soffrendo, si raggiunge la conoscenza”. Di quale tipo di conoscenza si tratta qui? Una conoscenza in cui la mente è immobile e si attraversa lo stato di assenza di pensiero? Tutto ciò, si ritiene, abbia a che fare, alla fine, con l’Amore: la beanza, detta idiosincraticamente. Un amore che prelude all’Amore attraverso il dolore – pura tradizione lirica, come testimonia il celebre sonetto petrarchesco, autentico sutra che, nella prospettiva che propongo, nessuna critica letteraria ha intercettato nel suo intimo recesso, “ch’è celato altrui”.
Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti;
perché ne gli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi;
sì ch’io mi credo omai che monti e piagge
e fiumi e selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sì aspre vie né si selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.


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