Sono dunque in stesura del romanzo. Alla scena 15, su 96 previste. In realtà, ho scritto 20 scene. Archi voltaici si istituiscono tra punti distanti tra loro, nella vicenda raccontata che dura 56 anni, e le visioni o i “treni di parole” mi costringono a correre in avanti, perché le connessioni sono labirintiche ma necessarie. La struttura è scheletrica, la carne escresce non casualmente ma non linearmente.
L’incipit deve dire tutto. E’ stato un problema. Devo affrontare lo zero che irradia il Male e devo dire che lo sguardo umano lo supera. Come è possibile? Al solito, utilizzando la Waste Land. Ciò che deve andarsene (cioè le mie personali poetiche pregresse) intridono a tale punto il mio immaginario, da svelare altre modalità di uso di quei gorghi in cui ho impegnato la mia vita – e la Waste Land sopra tutti.
C’è un sito che tenta di ipertestualizzare la Waste Land. E’ un buon inizio, che consiglio. Quanto a me, alcune considerazioni sull’incipit.
“Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L’inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L’estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un’ora intera.
Bin gar keine Russin, stamm’ aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini stavamo presso l’arciduca,
Mio cugino, che mi condusse in slitta,
E ne fui spaventata. Mi disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E ci lanciammo giù.
Fra le montagne, là ci si sente liberi.
Per la gran parte della notte leggo, d’inverno vado nel sud.”
Perché il mese primaverile è crudele, se genera? La generazione è dunque una crudeltà. Memoria e desiderio confusi: lo stato del nascente, del nato, a mielinizzazione completa. Oppure anche prima: desideri e memoria vanno a incarnarsi, uscendo dalla putrefazione: lillà da terra morta. In un verso si condensa il senso totale della dualità del mondo: a ogni percezione è implicita la sua opposizione. La dualità, frutto implicito della triade soggetto conoscitore / conoscenza / oggetto conosciuto.
Aprile è crudele perché invera questo processo di nascita dalla morte, ma è crudele anche perché tale processo dovrà sopportare di passare per la putrefazione al fine di ritrovare se stesso. Il violento enjambement è l’autentico incipit: un vuoto che spezza, un vuoto di negazione nel momento in cui si decreta la germinazione.
Dopo i lillà, i giacinti. Il soggetto che inizia a non riconoscere l’oggetto.
“Mi chiamarono la ragazza dei giacinti”.
– Eppure quando tornammo, a ora tarda, dal giardino dei giacinti,
Tu con le braccia cariche, con i capelli madidi, io non potevo
Parlare, mi si annebbiavano gli occhi, non ero
Né vivo né morto, e non sapevo nulla, mentre guardavo il silenzio,
Il cuore della luce
Il riconoscimento non è più dato. Inizia la fase nera. Il vuoto dell’enjambent iniziale è germogliato e si diffonde: è qui sostituito dall’opposizione tra l’affermazione diretta e l'”Eppure” che crea la svolta.
I capelli tornano, prima della fine, così come torna l’implicito dei lillà: il colore violetto:
Una donna distese i suoi capelli lunghi e neri
E sviolinò su quelle corde un bisbiglio di musica
E pipistrelli con volti di bambini nella luce violetta
Squittivano, e battevano le ali
E strisciavano a capo all’ingiù lungo un muro annerito
E capovolte nell’aria c’erano torri
Ma qua siamo fuori del mondo vegetale: i bambini sono metaforizzati ricorrendo a immagini animali. Una nuova generazione, un passo in avanti nel regno della coscienza.
Non ho citato autori. Tutto è un montaggio da altri autori, fittissimo.
Ecco, quindi, l’incipit del romanzo.
“I lettori conoscono alla perfezione il procedimento.
Confrontatevi con lui“.
E’ un atto di montaggio, còlto da una citazione detta a cena, settimane fa, da una delle dedicatarie del libro. Citava un piccolo libro sull’incesto, di Anaïs Nin. Diceva, la citazione: “Lo scrittore conosce alla perfezione il procedimento”.
Così il mito, nella conferma e nella sorpresa, si ribalta nello svuotamento di mito. L’appello è comunitario: a chi legge. L’enjambement coincide, nella visualizzazione della prosa, con un’opposizione concettuale. E’ trattenuta la crudeltà.
Ciò che è scritto, in profondità, serpeggia nelle orecchie di chi le ha per sentire, colpisce l’iride di chi ha occhi per vedere.
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