Come si parla di letteratura (secondo me)

giunigredo.jpgDal punto di vista personale, è un periodo nero. La svogliatezza addenta le gambe, la socialità si riduce a zero. Questo passi. Però un sintomo del tutto nuovo è l’indiscriminato desiderio di non parlare – se non con quattro o cinque persone, fidatissime – di letteratura. Me ne frega zero. Perché? Perché parlare di letteratura si è ridotto a un esercizio di minimi termini. Preferisco, allora, approfondire lo studio e la riflessione idiosincraticamente. E farlo avendo in mente perfettamente, da anni, da troppi anni, come si dovrebbe parlare di letteratura. Secondo me, così:
CHE COS’È LA LETTERATURA? INCONTRO CON FRANCO FORTINI
di Sergio Falcone
“Che cos’è la letteratura?”: una questione che rientrava nel pensiero estetico, da Kant a Hegel fino a Croce, Dewey, Lukàcs, Adorno. Lasciamo la storia della letteratura e avviciniamoci alla domanda che Sartre riprende polemicamente, nel 1947.
“Nella risposta di Sartre c’è una intenzionale separazione della letteratura dalla poesia. Egli è interessato alla letteratura, cioè a un tipo di comunicazione scritta che non adempia solo la funzione poetica. Ma quella idea di letteratura contenuta in Qu’est-ce que la litterature?, è molto importante, ed è una visione non del tutto scomparsa del nostro orizzonte, quanto la visione quasi opposta di Charles Du Bos. E, alla radice di questa seconda interpretazione – spiritualistica – della letteratura, c’è l’inclusione delle funzioni salvifiche della religione nell’esercizio della letteratura. La visione spiritualistica e neo-orfica risale al ‘700 e passa attraverso la tradizione del simbolismo e del surrealismo. Autori cari all’ermetismo italiano anni ’30, Novalis, Hoelderlin, tornano a essere letti dai giovani in questa fase di riflusso. Si trattava di nuove forme di sacerdozio che sostituivano i templi che la borghesia ascendente e la rivoluzione francese avevano cominciato a demolire. Blanchot, che io cito, porta questi fenomeni a una trasparenza quasi caricaturale. Poi c’è un’altra tendenza, soprattutto nella sinistra, dal ’17 in poi, di dare una lettura dei testi e della letteratura in generale, caricando sulle spalle della funzione letteraria precise responsabilità di tipo etico-politico e ideologico. La nostra storia letteraria, da oltre cinquant’anni, vede una vera e propria ‘mattanza’ di scrittori ad opera di poteri politici e ideologici”.


Quale è la sua linea tra queste due esigenze? Cos’è per lei la letteratura, e che cosa dovrebbe essere?
“Non è possibile dare una risposta nell’ordine del ‘dover essere’. Ho indicato due dominanti: la prima chiede alla letteratura di essere una supplenza religiosa, la seconda chiede alla letteratura di essere una supplenza politica. Tutti i discorsi sull’engagement riguardano l’individuo come autore più che l’opera. In una società come quella francese – dalla seconda metà del secolo scorso alla seconda guerra mondiale – in cui esisteva una istituzione chiamata letteratura, Gide, Malraux, Sartre, Mauriac, Bernanos erano dei ‘maitres à penser’ della società, indipendentemente dal valore letterario delle loro opere. Ma questo è possibile solo in certe società. Non era possibile in Inghilterra, per esempio; non lo è mai stato. Un paese in cui magari queste funzioni erano demandate all’uomo di scienza o al vescovo della chiesa anglicana.
Ha ragione Asor Rosa quando sostiene che la letteratura deve smettere di essere tutto: solo a queste condizioni può pretendere di essere qualcosa. Basta con la pretesa che la letteratura sia una sorta di ‘regina scientiarum’, come era una volta la teologia. Quando Calvino nell’ultimo suo libro si rivolge a un ipotetico lettore che gode della lettura, parla dell’importanza di come si tengono i piedi; consiglia di staccare il telefono e di immergersi partecipando… Mi ricorda la pubblicità di certi biscotti di puro grano o dei brodi col sapore di una volta. Non basta staccare il telefono, caro Calvino. Non possiamo tornare alle ‘matinées de lectures’ di Proust e al sapore del caffellatte materno. Non possiamo fingere che la storia non sia quella che è stata, quella che è, condizionante alla lettura”.
Proprio nella voce Letteratura dell’Enciclopedia Einaudi lei scrive che oggi “… le opere di poesia e di letteratura hanno scarsa incidenza sulle situazioni storiche e sociali…”.
“È così. I rapporti di produzione quali sono, e la nostra collocazione in essi, hanno leso in modo gravissimo la possibilità della lettura intesa appunto come identificazione, puro piacere, e anche come educazione. Queste cose sono lese alla radice. C’è da qualche parte un recupero della letteratura in forma scolastica e universitaria – come esegesi, filologia, antropologia, storia – dove si procede in realtà per campioni. Ma condivido i sarcasmi sacrosanti di Cesare Cases sui ‘logotecnocrati’, a condizione che non si voglia opporre ai logotecnocrati una inesistente e impossibile immediatezza della comunicazione.
Nella realtà oggi il quadro di valori non compete alla letteratura ma ad altre forme di sapere. Faccio un esempio. Quando i ragazzi del primo anno di Lettere accorrono a frotte laddove si parli della interpretazione psicoanalitica della letteratura, di questi due temi, quel che loro interessa è la psicoanalisi, non la letteratura. E’ una richiesta a dir poco rispettabile, un’esigenza centrale: si ricerca la salvezza, si vuole sapere per che cosa vivere o morire. Gli studenti vogliono questo. Sono persuaso che nel nostro secolo sono state dette molte più cose dalle arti visive che non dalla letteratura. Si pensi a Pollock, agli astrattisti, ai post-astrattisti. Non saprei dire se per interpretare grosso modo il mondo contemporaneo, siano più importanti le tele di Pollock o i testi di Beckett. Credo di sapere che cosa sia la grande tradizione letteraria italiana, eppure non avrei mai pianto – come il povero Pasolini ha fatto – sulla generazione di ragazzetti che non avrebbero mai più saputo che cos’è un’ottava del Cinquecento. La poesia non si difende con la poesia. Per essere precisi, la poesia non si difende mai. Tuttavia, mi sto accorgendo di toccare gli stessi temi di Enzo Siciliano nella introduzione alla Poesia degli anni Settanta di Antonio Porta, e allora debbo dire che contro quel tipo di restaurazione da Partito repubblicano avranno sempre ragione anche i più imbecilli tra i ragazzini di Castel Porziano”.
Come critico e poeta, come giudica l’attuale decorso della poesia italiana? E come interpreta il rifiuto dei lettori a questa stessa poesia?
“E’ vera questa affermazione? Direi di no, che non sia vera, che non ci sia questo rifiuto. Nei termini sempre minoritari della produzione poetica, c’è una dilatazione di consumatori e lettori di poesia che corrisponde alla dilatazione degli autori. Rispetto a trenta, quarant’anni fa – e questo, secondo me, è molto positivo – non c’è più distinzione tra lettura e scrittura. Allora c’era la piaga della versificazione nazionale, elegia tradizionale, che risaliva all’epoca barocca… Certo, ancora oggi molti pensano alla fama, credono d’intrufolarsi in quella che credono una società letteraria, con i suoi rituali, le cerimonie. Ma, per la massa dei lettori (o scrittori allo stato brado), il problema della pubblicazione è di secondaria importanza. I fatti della scrittura sono per loro un accertamento o riconoscimento di identità. In questo senso, la scrittura ai giorni nostri ha una funzione terapeutica e salvifica.
Credo che la letteratura, intesa come nei secoli passati, sia radicalmente finita. E proprio quei libri che vogliono invitarci a letto, dopo aver staccato il telefono, sono la migliore prova – e tutto il loro onore in fondo è quello – della fine di questa istituzione”.
Chi resta di questa generazione di letterati nella letteratura contemporanea? Quali tendenze si possono riconoscere? Dove porta la strada? Chi, tra i giovani, rappresenta la letteratura di domani?
“Inutile parlare dei vecchi nomi, Gadda, Moravia, Morante… Per me Corporale di Volponi è un libro fondamentale; così le poesie della Rosselli e di Zanzotto; nomi come Giudici,… oppure il gruppo lombardo degli anni ’65-’75: Raboni, Cucchi, Rossi, Neri… Il livello è alto. Straordinario il rinnovamento dal ’72 in poi.
Credo che di poesia ce ne sia più di quanta sia necessario per riprodurre la nostra specie”.
Quali, invece, le “guardie bianche” della restaurazione letteraria e “repechage” del passato? Testori predica la “charitas cristiana”, il valore della carestia. Pasolini era un delirio di eros, thanatos, chronos. Cassola diffonde il terrore psicologico, una sorta di panico da apocalissi totale…
“… autori anni ’25-’30 che tornano, non solo della cultura mitteleuropea. Dei ruoli fissi. Il ruolo di Papini oggi è già ricoperto, così Malaparte. E La Storia della Morante sta bene a indicare questa reazione di ritorno. Una mitologia del privato, viscerale, emotivo, un repertorio pseudo-religioso di cui vedo il risvolto cadaverico. Sono rese vane le capacità di rottura antagonista. Così l’opposizione della vita alla ideologia, della immediatezza alle mediazioni, degli affetti alla diagnosi sociale e agli obiettivi sistematici delle società. Tutto questo finisce per giovare soltanto ai resti delle istituzioni esistenti. A questo punto, viva i razionalisti secchi! Sono disposto a risalire da Hegel a Kant, ma non a lasciare Hegel per Schopenhauer e Nietzsche.
Le nostre università poi sono dei teatri. Studiosi serissimi, miei maestri, hanno un bisogno continuo di rassicurazione, appunto fino alla recita, sulla funzione del sapere, sulla ragione scientifica del loro operare. Non avevano torto gli studenti nel ’68. E col ’68 erano venute fuori delle domande sul modo, sulle ragioni stesse di studiare. Domande deluse ed eluse. Nel ’68, per la seconda volta – la prima volta nell’immediato dopoguerra, quando esisteva lo spazio per una soluzione di tipo gramsciano – abbiamo potuto intravedere la possibilità di un rinnovamento radicale. In quel momento la scuola di massa provocava lo sfascio. Con una politica diversa, avremmo potuto darci una certa struttura. Invece, in questi dieci anni abbiamo avuto, da un lato, la prosecuzione dello sfascio, dall’altro, una pura e semplice restaurazione”.


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