Teresa Ciabatti: su ACQUA NERA di Joyce Carol Oates

L’autrice de I giorni felici compie un raid nel monologo allucinato che Joyce Carol Oates, pluricandidata americana al Nobel letterario, dedica alla morte della segretaria di Ted Kennedy, nello sciagurato incidente a Martha’s Vineyard che eliminerà per sempre il Senatore dalla corsa alla Casa Bianca. Un’eroina femminile che diviene filo metastorico nella produzione narrativa dell’autrice di Acqua nera.

di TERESA CIABATTI

“Cellulite! Ecco cos’è: cellulite! Cazzo, sono troppo giovane per avere la cellulite!” esclama Dolly nel suo bikini nero lucente, statuaria, bellissima.
Proprio come lei vorrebbe essere Kelly: la stessa disinvoltura, sicurezza, malizia. E invece lei è solo una ragazza americana qualunque, intelligente sì, studiosa, graziosa, ma di certo non bella come Dolly.
Una ragazza, Kelly, animata (come molti personaggi femminili della Oates) dal desiderio di essere speciale.
Dunque come non cadere nelle braccia di chi ti ritiene tale? Come non seguirlo ovunque?
Come non tentare disperatamente di far durare quell’attimo, prima che lui si renda conto che non sei così speciale, che non sei Dolly, ma solo una delle tante, una Kelly qualsiasi.
Se poi lui è il più famoso, il più importante, l’abbandono è totale.
“Occhi verdi, sono verdi vero?” è la prima cosa che chiede il senatore.
Kelly si affretta ad abbassare gli occhi che non sono verdi, ma grigi, e nascondono un segreto che nessuno deve scoprire, lei stessa si è premurata di distruggerne ogni traccia, le foto dell’infanzia, le immagini dell’orribile bambina strabica. L’operazione ha cancellato per sempre quella bambina “da quel momento l’occhio, gli occhi, la ragazza, divennero, come tutti i segni esterni indicavano, normali.”
Ecco chi è Kelly Kelleher, ventisei anni, segno zodiacale Scorpione.
È Marylin (Blonde), è la piccola Edna Louise (Sorella, mio unico amore), è Zoe (Uccellino del paradiso).
Kelly, Marylin, Edna Louise, Zoe, tutte che corrono verso la morte, la fine prematura è il loro destino.
Morte che qui si dilata, biforca (diventa morte scampata, salvezza, nel ricordo nella compagna di classe che tenta il suicidio), si moltiplica, come se Kelly morisse non una, ma dieci volte (“mentre l’acqua nera le riempiva i polmoni, e lei moriva” è il leitmotiv che scandisce ogni ritorno indietro, ogni nuova morte).
E si moltiplica anche l’istante perfetto di felicità: Kelly bambina che, tolte le scarpette di vernice, corre verso il nonno che la solleva in aria chiedendo chi sia mai questo angioletto. E ancora Kelly che, mani protese, corre verso il padre, poi la mamma, poi la nonna.
È questo l’ultimo ricordo di Kelly, è questa l’ultima immagine che vede: mamma e papà vecchissimi, mamma, papà, nonni, i suoi affetti tutti insieme, che la prendono tra le braccia e la sollevano in aria.
È questa la morte di una ragazza qualunque che i giornali e la storia ricorderanno erroneamente come la segretaria del senatore Ted Kennedy.
Un piccolo capolavoro che prelude alla Oates di Blonde e di Sorella mia unico amore. Di più: che fa pensare a un romanzo lunghissimo, ancora da finire, con protagonista un’unica bambina-ragazza ammirata, amata, rapita, uccisa.

 

***

La scheda del romanzo

4 luglio, metà anni ’90. Grayling Island, Maine. Una Toyota nera corre a tutta velocità. È notte e gli alberi riducono la visibilità. Al volante un senatore degli Stati Uniti, uomo grande e rassicurante, guidatore aggressivo e alticcio, macina la strada con aria decisa: gli restano solo pochi minuti per raggiungere il traghetto che porterà lui e la giovane Elizabeth «Kelly» Kelleher, appena conosciuta nel corso di un esclusivissimo party, verso la terra ferma. Poi, una curva, gli pneumatici perdono aderenza, l’auto impazzita esce di strada, sprofonda nell’acqua nera dell’Indian River. L’uomo riemerge dalla palude e si salva. Ventisei anni, una laurea in Storia americana, una ricerca sulla figura del Senatore, Kelly Kelleher perde la vita. Da questo episodio di cronaca che sconvolse l’America (l’uomo era Ted Kennedy, la ragazza la sua giovane segretaria), Joyce Carol Oates ha tratto un romanzo intenso, una storia che scorre nei minuti in cui Kelly, intrappolata nell’auto, ripercorre per rapidi lampi le ore precedenti l’incidente e la sua intera esistenza. La coscienza abbandona la ragazza, le immagini le affollano la mente mescolandosi e correggendo la sua imprecisa visione della realtà. Ricordi e riflessioni, impressioni e brani di dialogo si alternano in una serie di schegge sempre più confuse. Attorno a questa cupa istantanea, reiterata senza pietà capitolo dopo capitolo, Joyce Carol Oates assembla un quadro brutale della tracotanza del potere e della politica. Acqua nera si rivela un’opera lucidissima, claustrofobica e disturbante che concilia sperimentazione linguistica e critica politica e sociale in un terribile, perfetto congegno narrativo.


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